Novembre 4, 2009

Abu Omar: condanne, assoluzioni e risarcimenti.

Il giudice Oscar Magi ha disposto il “non luogo a procedere per esistenza del segreto di Stato” per l’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e il suo braccio destro, Marco Mancini, per il processo sul sequestro dell’imam Abu Omar. Condannati a 5 anni di reclusione ventidue agenti Cia mentre il loro capo, Robert Seldon Lady, è stato condannato a 8 anni. Condannati a 3 anni i funzionari del Sismi Pio Pompa e Luciano Seno.

Il capo della Cia in Italia all’epoca dei fatti Jeff Castelli è stato assolto perché aveva l’immunità diplomatica. La procura aveva chiesto per Pollari la condanna a 13 anni e 12 anni per Seldon Lady. In tutto gli imputati sono 33, 26 dei quali ex agenti della Cia.

Usa: “Delusi dalla sentenza”
Il Dipartimento di Stato Usa ha espresso delusione per la condanna. “Siamo delusi per il verdetto contro gli americani e gli italiani condannati a Milano per il loro presunto coinvolgimento nel caso del religioso egiziano Abu Omar”, ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Kelly. “Il giudice non ha ancora diffuso le motivazioni per cui non siamo nella posizione di fare altri commenti sulla sentenza”, ha aggiunto.

Pollari: “Senza segreto avrei dimostrato la mia innocenza”
“Se il segreto di Stato fosse stato svelato dagli organi preposti, sarei risultato non solo innocente ma anche contrario a qualsiasi azione illegale”. Così, al telefono con i suoi difensori, il generale Nicolò Pollari commenta la sentenza. Ai suoi difensori l’ex direttore del Sismi è apparso molto emozionato ma determinato a ribadire la sua innocenza.

Un milione di euro di risarcimento
Il giudice Magi ha condannato tutti gli imputati ritenuti colpevoli al risarcimento a titolo di provvisionale di un milione di euro nei confronti dell’ex imam. Il giudice ha disposto inoltre una provvisionale di 500mila euro per la moglie di Abu Omar e ha stabilito che l’entità del risarcimento per l’ex imam e la moglie venga poi liquidato in sede civile.

L’operazione di “rendition”
L’imam Abu Omar, imputato a Milano per terrorismo internazionale in un altro procedimento, fu rapito nel 2003 e poi inviato in una cosiddetta operazione di “rendition” in Egitto, dove il religioso sostiene di aver subito torture durante la detenzione. Si tratta del primo processo con oggetto le operazioni di rendition americane, che la Casa Bianca ha sempre difeso come valido strumento anti-terrorismo, respingendo le accuse di tortura. Washington si è anche mossa formalmente per opporre l’immunità dalle imputazioni a beneficio di un colonnello, in base ad un accordo Nato che si applica ai presunti reati commessi oltreoceano da personale militare “nello svolgimento del proprio servizio”.

Fonte: TGCom.

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Novembre 4, 2009

Abdullah contro Karzai: rielezione illegale.

L’ex ministro degli esteri afghano Abdullah Abdullah, che si è ritirato dal ballottaggio per le presidenziali, ha detto che la rielezione del presidente Hamid Karzai «non ha base legale».
Abdullah ha avvertito che Karzai è presidente di «un governo che manca di legittimità» e che «non potrà combattere la corruzione». «Un governo che arriva al potere senza il sostegno popolare non può sconfiggere fenomeni come il terrorismo, la disoccupazione, la povertà e centinaia di altri problemi», ha affermato Abdullah.

Il presidente afghano è stato riconfermato nel suo incarico dalla Commissione elettorale indipendente sul cui responsabile era nato il contenzioso tra Abdullah e Karzai. L’ex ministro, dopo i brogli nel primo turno, aveva chiesto all’avversario di cambiare il capo della commissione, nominato dallo stesso Karzai.
Dopo il rifiuto del presidente afghano, Abdullah si era ritirato.
L’ex ministro è tornato ad accusare anche la commissione elettorale di «incompetenza e parzialità»: «È proprio la stessa commissione che ha annunciato la nomina del presidente, una decisione che non ha alcuna base legale».
Per Abdullah, «un governo che prende il potere in base alla decisione di una commissione di questo genere non ha legittimità».

Fonte: Il Corriere della Sera.

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Novembre 4, 2009

Teheran: nuovi scontri a trent’anni dall’assalto all’ambasciata statunitense

Primi scontri a Teheran tra polizia e manifestanti nel giorno del 30esimo anniversario dell’assalto all’ambasciata americana, uno degli eventi più drammatici e significativi della rivoluzione islamica.
Le forze di sicurezza, secondo testimoni, hanno sparato lacrimogeni per disperdere i manifestanti che, nonostante il divieto del regime, hanno deciso di scendere in piazza contro il governo di Mahmoud Ahmadinejad. Diverse persone sarebbero state arrestate. Nei giorni scorsi, Teheran aveva minacciato di rispondere con la forza a eventuali manifestazioni dell’opposizione riformista in un giorno così significativo per la Repubblica islamica.

La Reuters, che cita il sito web dell’opposizione iraniana Mowjcamp, sostiene che le forze di sicurezza iraniane hanno aperto il fuoco sui manifestanti nel centro di Teheran.
Lo ha riferito l’agenzia di stampa . «La polizia ha sparato sui dimostranti in piazza Haft-e Tir, alcune persone sono rimaste ferite», scrive Mowjcamp. La tv satellitare al Arabiya riferisce di «fuoco contro i dimostranti» e «arrestati dei manifestanti, tra cui anche donne». Anche diversi media internazionali citando siti dell’opposizione iraniana, riportano notizie di contromanifestazioni organizzate dall’opposizione moderata. Testimoni oculari citati dall’Associated Press hanno affermato che fuori dall’Università di Teheran, 2000 studenti hanno sfidato almeno 200 agenti anti-sommossa delle forze di sicurezza iraniana.

Il 4 novembre del 1979, un gruppo di studenti integralisti islamici assaltò l’ambasciata Usa nel centro di Teheran, tenendo 52 cittadini americani in ostaggio per 444 giorni.
Ogni anno, questa giornata viene ricordata dal regime iraniano con una serie di manifestazioni anti-americane.

Fonte: Il Corriere della Sera.

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Novembre 3, 2009

Corte di Strasburgo: i crocifissi cattolici vanno tolti dalle aule scolastiche.

Lo stabilisce la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo nella sentenza su un ricorso presentato da una cittadina italiana.
Per la Corte la presenza di questi simboli costituisce “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”.
Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia, madre di due ragazzi, nel 2002 aveva chiesto all’istituto statale “Vittorino da Feltre” di Abano Terme (Padova), di togliere i crocefissi dalle aule frequentate dai suoi figli. Nei ricorsi davanti ai tribunali in Italia aveva sempre perso.
Ora, i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione.

Fonte: TGCom.

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Novembre 3, 2009

I giorni della rivoluzione: Timişoara vent’anni dopo.

Ioan Savu è uno degli “eroi per caso” della rivoluzione romena del 1989.
Ai tempi del regime comunista, Savu era impiegato in una fabbrica di detersivi di Timişoara.
Nel corso della sanguinosa rivolta in città che nel dicembre 1989 ha dato avvio alla caduta di Ceauşescu, si è trovato a giocare, quasi per caso, un ruolo di primo piano. Entrato nella delegazione popolare che rappresentava la folla, redasse di suo pugno la lista di richieste che i rivoluzionari di Timişoara consegnarono all’allora primo ministro Constantin Dăscălescu, inviato in città da Ceauşescu per negoziare con gli insorti.
A vent’anni da quei drammatici eventi lo abbiamo incontrato nella città dove fu protagonista di quelle vicende e dove ancora abita. I suoi ricordi, le emozioni, le riflessioni su quei giorni che cambiarono la sua vita, e quella di tutti i rumeni.
La voce su una rivoluzione che secondo Savu “non è finita, e lavora ancora dentro di noi”.

La rivoluzione a Timişoara
La caduta del regime di Nicolae Ceauşescu è partita da Timişoara, città della Romania occidentale.
Il 15 dicembre 1989 le autorità rumene avevano intenzione di espellere dal paese il pastore riformato Lazlo Tőkés, inviso al regime per le sue prediche nelle quali non ometteva denunce al regime e per il suo carisma. Essendo venuti a sapere dell’intenzione delle autorità un gruppo di fedeli si riunì di fronte alla casa dove viveva, in un’area molto vicina al centro città.
Le autorità non riuscirono a disperdere i manifestanti e il giorno successivo, il 16, davanti alla casa del pastore si erano radunate centinaia di persone, non solo appartenenti alla comunità ungherese di cui Tőkés faceva parte. Nel pomeriggio dello stesso giorno gli slogan a favore della libertà d’espressione religiosa si trasformarono ben presto in slogan contro il regime e le proteste si diffusero in varie aree della città. L’esercito, la polizia e la polizia segreta (Securitate) intervennero per disperdere i manifestanti. Centinaia di persone vennero picchiate e arrestate. Nel pomeriggio del 17 dicembre, però, i cittadini di Timişoara tornarono in piazza. Le forze dell’ordine aprirono il fuoco e vi furono decine di morti. Il 18 i manifestanti si riunirono nuovamente, vi furono nuovi scontri e ulteriori vittime. Il 19 entrarono in sciopero i lavoratori delle fabbriche della città e il 20 questi ultimi marciarono verso il centro città dove il primo ministro rumeno Constantin Dăscălescu, incontrò una delegazione degli insorti. Questi ultimi gli presentarono una lista di richieste, che non vennero accolte. Ma l’esercito, quel giorno, si ritirò nelle caserme e Timişoara venne dichiarata dagli insorti città libera.

L’alba
Per me la rivoluzione e iniziata alla fine del 1987, dopo la rivolta di Braşov del 15 novembre [quando decine di migliaia di lavoratori si ribellarono alla politica economica restrittiva del regime, con proteste di piazza che portarono a centinaia di arresti]. Da allora in poi ho sempre pensato che qualcosa sarebbe successo, ed ero pronto. C’era uno stato d’animo a Timişoara, prima della rivoluzione, che mi dava la convinzione che potevamo essere distrutti, sterminati, ma non sconfitti. Tutto è avvenuto con calma, la gente non si è lasciata prendere dall’emotività, tutt’altro! La gente era calma ed estremamente decisa.

16 dicembre
Un vicino di casa ad un certo punto mi ha chiamato: “Vieni che hanno iniziato … sono dieci, cento, migliaia, milioni di uomini…Vieni!”. E io sono uscito di casa. Ho vissuto momenti difficili, sino a tarda notte.
Ioan Savu Abbiamo attraversato tutta la città in un ordine perfetto. Non è stata calpestata neppure l’erba nelle aiuole. In Piazza Opera vi sono ampie aiuole con i fiori, quel dicembre a Timişoara non c’era ancora la neve, faceva caldo, e dalle immagini dall’alto si vede come la gente ha preso la forma del parco, non calpestandole.
Rappresentavamo un vero e proprio muro. Per questa convinzione a Timişoara siamo riusciti a prendere il potere per una settimana, una settimana in cui la città è stata sola. Si sperava che il resto del paese ci avrebbe seguiti, ma non potevamo esserne sicuri. A prescindere da cosa sarebbe successo, però, sono convinto saremmo andati avanti.
C’era un’espressione in quei giorni: il comunismo è nato sulla Neva ed è morto sul Bega [il fiume che bagna Timişoara].
C’erano vari gruppi in diverse zone della città. Non era una folla di migliaia di persone, erano gruppi dai dieci ai cento uomini ciascuno. Dopo gli scontri in Piazza Maria si sono diretti in tutte le zone di Timişoara. Vi sono stati scontri anche presso il Consiglio della Contea.
Quel giorno io non ho sofferto direttamente, non sono rimasto ferito. Certo ho provato emozioni forti durante la notte, ma sono cose poco importanti. Il giorno dopo, il 17, tutto è ricominciato e la protesta era ancora più vigorosa.

17, 18 dicembre
Il 17 i miei figli erano usciti a fare la spesa. Mia moglie vedendo che non erano tornati è uscita come una leonessa per portarli a casa. Quel giorno, all’angolo della nostra strada – era una domenica mattina – una macchina militare non ci faceva passare. Io ho dato uno spintone ai due ufficiali, poco distante i miei figli tornavano dandosi la mano.
In quei giorni a Timişoara la gente sentiva il bisogno di coesione. Volevamo essere assieme, tutta la gente era assieme. Nella nostra città non sono poche tensioni interetniche e di scarso rilievo. Non ha importanza che il mio amico si chiami Miodrag o Ianos… quello che conta è che sia mio vicino di casa, o mio amico, che sia uomo.
Il 17 vi erano giovani che volevano dirigersi verso il centro. A quel punto già si sparava in tutta la città. Come paragone avevamo Beirut, vedevamo alla tv cosa succedeva a Beirut … ma a Timişoara c’era più disordine che a Beirut. Le pallottole volavano in tutte le direzioni. Ho detto a quei giovani di stare attenti, che si moriva ovunque in città e che la libertà non la si può guadagnare con una spilla messa sul petto. La gente quel giorno si è recata al lavoro dove ha iniziato a discutere di quanto stava accadendo. Era difficile avere informazioni. Nelle fabbriche si incontrarono persone di vari quartieri. Così avemmo un quadro più completo.
La mattina di quei giorni trascorreva in relativa calma. Poi si usciva per strada nel pomeriggio e durante la notte. Il 17 ma anche il 18 si è sparato molto. Ho visto in centro gente che colpiva col pugno i blindati, non avevano niente con cui opporsi [alle forze armate di regime]. Ma quanta determinazione, quanta fermezza nel non tirarsi indietro. Ad un certo punto ho incontrato mia figlia che si teneva per mano con un ragazzo, attorno fumogeni e carrarmati. “Ma perché ci sparano papà, siamo solo dei bambini”. E non era normale sparare alla gente, spero che dopo l’abbiano capito e che prima o poi ammettano di aver sbagliato.
C’è gente che ancor oggi ritiene di aver fatto bene, di aver agito per il bene del proprio paese. Forse, ma il loro era un paese triste, un paese deve essere il paese di tutti, soprattutto delle giovani generazioni. E’ stata dura.

Gli ultimi spari
Il 19 si è sparato per l’ultima volta. Quel giorno ho parlato con i miei colleghi di lavoro. Ho chiesto loro di prendersi cura di mia moglie e dei miei figli se qualcosa mi fosse accaduto. Poi mi sono chiesto: ma perché sono così coinvolto in tutto questo? In realtà non lo ero più di altri, ma sentivo la necessità di chiedere che proteggessero la mia famiglia e di dimostrare liberamente i miei convincimenti. Solo a posteriori però penso che quelli erano i miei pensieri. In quei momenti non sapevo chiaramente perché dicevo certe cose, perché ho agito in quel modo.
Il 20 tutti quelli che i giorni precedenti avevano discusso sui posti di lavoro ed erano scesi in piazza il pomeriggio e la sera trovarono una certa coesione. Il 20 tutti i lavoratori uscirono uniti dalla zona industriale di Buzias, ritengo ci fossero circa 30mila persone.

Il primo ministro
Quel giorno accadde qualcosa che non mi aspettavo e che non avrei mai immaginato. Eravamo attorno all’edificio del Consiglio della Contea. Dentro vi era il primo ministro [Constantin Dăscălescu], arrivato da Bucarest per negoziare con gli insorti. Nel momento in cui è stato richiesto che una o due persone andassero a parlare con il primo ministro, ho pensato che non erano abbastanza. Quando solo poche persone lasciano la folla, quest’ultima perde subito la fiducia in loro, temendo che possano essere comprate o che siano troppo spaventate. E allora ho detto a tutti che dovevano entrare più persone, 8, 13. Se c’è un gruppo, le persone di quel gruppo riescono a sostenersi a vicenda e non si rinuncia ai propri propositi. E poi ritenevo che una o due persone non potessero sintetizzare il ragionamento di una città intera.
In questo gruppo mi sono ritrovato anch’io.
Quando sono entrato nell’edificio era pieno di soldati antisommossa, caschetti, armi automatiche. Ci hanno subito detto che se qualcuno forzava l’ingresso ci avrebbero sparato. Dopo una settimana di spari a Timişoara ero sicuro che non scherzassero. Ho allora dovuto organizzare le cose in qualche modo, ho lasciato qualcuno all’interno e sono uscito nuovamente. Lì mi è venuto incontro un avvocato, mi ha chiesto se poteva servire anche lui dentro… Ho capito di essere il capo del gruppo senza volerlo, in modo molto casuale. Ho pensato che avere nel nostro gruppo anche un avvocato poteva andare bene. Non eravamo un gruppo omogeneo, non ci conoscevamo, io non conoscevo nessuno di quelli con cui sono salito.
Non sapevo esattamente cosa fare. E’ difficile. Sentivo una forte pressione sul mio cuore quando mi rendevo conto che ero responsabile per quelli fuori. Se qualcosa succedeva, e se quelli dentro che avevano le armi sparavano, me ne sarei ritenuto colpevole. E pensavo, Dio, aiutami a vedere cosa devo fare.

Mi chiamo Ioan Savu
Al primo ministro sono state poste varie richieste, io sono stato più tagliente di altri, in molti posero invece richieste minime. Mi resi ben presto conto che occorreva mantenere la comunicazione con tutti quelli fuori dall’edificio. Sono andato sul balcone della stanza, dove ho visto che c’era un microfono. Sapevo che la gente per avere fiducia in noi doveva sapere, doveva conoscerci di persona.
Ho preso allora il microfono ed ho detto: “Mi chiamo Ioan Savu, abito in via Negoiului numero 16, appartamento 18, ho tre bambini e lavoro all’Ufficio di Calcolo nella fabbrica di detersivi”. In quel momento mi stavo scoprendo, tutta la gente lo sapeva, anche la Securitate sapeva ormai chi ero. Ma quelli di sotto dovevano avere fiducia in noi, e noi in loro.
Sono rientrato ed ho annotato su un’agenda quello che Timişoara desiderava quei giorni: non volevamo più il comunismo, non volevamo più Ceauşescu, non volevamo più il governo di allora, volevamo si trasmettesse alla tv e alla radio quello che stava accadendo in città, volevamo poter stampare dei manifesti, volevamo venissero liberate le persone arrestate nei giorni della rivoluzione, volevamo ricevere indietro i corpi dei defunti e poterli seppellire ed altre richieste.
Ho polarizzato su di me l’attenzione di tutti, anche del primo ministro, che è venuto da me per discutere. Gli ho detto che non eravamo per la legge del taglione, che non volevamo ammazzare le loro famiglie e i loro bambini, che era già scorso troppo sangue ma che assieme dovevamo trovare una soluzione per quello che stava avvenendo a Timişoara e nel paese.
Erano momenti duri e pieni di tensione. Per il primo ministro io ero un signor nessuno, uno tirato su in strada, un insetto senza importanza e ci guardava con disprezzo. Ma non avevamo scelta, noi rappresentavamo la folla lì fuori. Ero sicuro che non sarei uscito vivo di là. Nel frattempo sono uscito nuovamente sul balcone, ho chiesto di circondare l’edificio, e non lasciare scappare nessuno. La presenza di quei funzionari comunisti, bloccati nell’edificio era una garanzia che a Timişoara non si sarebbe sparato ancora. Ho chiesto inoltre che formassero un gruppo di giovani, tra cui qualcuno che parlava serbo, per recarsi al consolato serbo con una lista di quello che i manifestanti richiedevano e con i nomi dei componenti del comitato di negoziazione. Sapevamo che il consolato serbo era l’unico legame di Timişoara con il resto del paese e con il mondo.

Appunti
Ad un certo momento io stavo leggendo le nostre richieste a Dăscălescu e mi sono reso conto che ascoltava, ma non prendeva appunti. E gli ho chiesto perché non lo stesse facendo, che c’era il rischio dimenticasse tutto. Si sono avvicinati a me subito alcuni funzionari comunisti, avrebbero voluto strangolarmi, probabilmente. Nel frattempo il primo ministro era scioccato dalla mia impertinenza, ma con un gesto riflesso ha messo mano al suo taschino per cercare una penna e subito gli altri sono arrivati con una penna e un’agenda per farlo scrivere.
Riparlandone ora sembra comico, se non fosse tremendamente tragico. Io leggevo e il primo ministro a scrivere le richieste di noi rivoluzionari! E’ stato un momento intenso della mia vita. Non desideravo niente per me, ho dimostrato anche successivamente che non ho utilizzato la rivoluzione come opportunità per realizzarmi socialmente o politicamente. Non ho voluto questo. Volevo che le cose andassero bene per il paese, se andava bene per tutti andava bene anche per me. Posso guardare la gente negli occhi, senza avere vergogna e questo è molto importante.

La capitale
Dopo anni di oppressione la gente voleva la libertà, volevano fuggire da Ceauşescu, lui rappresentava il male. Per loro il comunismo era Ceauşescu e eliminando quest’ultimo si eliminava il comunismo. Ma le cose non vanno così. Anch’io, e vi ho ripensato più volte, ho gioito quando è stato fucilato. Ma adesso mi dispiaccio di quei sentimenti. Dovevano giudicarlo e non eliminarlo.
Dopo i giorni di Timişoara sono andato a Bucarest perché volevo prendere contatto anche con altre persone e dire loro cosa volevamo noi di Timişoara. Sono partito il 24 dicembre, in treno. Ma mi sono accorto subito che non ero importante per quelli che stavano lì in capitale, non volevano avere legami con altri, non ero parte del loro gruppo di interessi. Sono stati momenti difficili.

Dio
Ad un certo punto ho avuto l’impressione che ce l’avevamo fatta. E poi mi sono detto: Dio esiste! Dio è tornato verso di noi!
Ci ho pensato a lungo. Mi sono chiesto perché Dio tornava verso di noi dopo tanto tempo di assenza. E poi mi sono reso conto che non se ne era mai andato, ma che noi stavamo tornando verso di lui. Dopo quei fatti ho provato a fare mia più intensamente la fede cristiana, essere più buono, avere più pazienza con gli altri, aiutarli. Così possiamo cambiare il mondo, se cambiamo noi stessi.

Timişoara, uno stato dell’anima
Le nostre convinzioni hanno portato benefici anche su altri piani, anche dopo quei giorni. E’ proprio a Timişoara che si sono tenute le prime elezioni libere di un consiglio regionale e di un comune, nel gennaio ‘90, poco dopo la rivoluzione. Per la prima volta non solo a Timişoara e nell’intera Romania, ma anche per la prima volta in tutta l’Europa centrale.
E’ qui a Timişoara che ci siamo subito organizzati per dare alla gente dei passaporti. Tutto sembra semplice ora, ma allora ai romeni non era permesso viaggiare. E per noi a Timişoara, essendo vicino al confine, la tv era come una finestra sul mondo: vedevamo infatti i canali ungheresi, quelli serbi, sapevamo cosa avveniva al di là delle nostre mura. Ma non ci bastava, volevamo anche andarci. Qui in città dopo la rivoluzione abbiamo presto informatizzato tutta la procedura di concessione dei passaporti. Siamo passati dai 100-150 rilasci al giorno ai 2000. In questa regione anche la crescita economica è stata spettacolare. E potevamo riuscire a fare anche di più se non vi fosse stato un sistema burocratico farraginoso.
Ci siamo subito attivati su cose concrete, abbiamo mostrato alla gente che si poteva cambiare, che si doveva cambiare. E non era facile. Dopo la rivoluzione nella gente c’era finalmente un orizzonte di prospettive, si voleva il cambiamento, avevamo bisogno di cambiamento, eravamo pronti per esso. E’ per questo che Timişoara è uno stato d’anima, più che una città.

Banane e consumismo
Mi ricordo una storia. A me, anche durante il comunismo, i soldi non mancavano. Si faceva un po’ di tutto per arrangiarsi e io, oltre al lavoro, facevo foto a matrimoni, battesimi, nelle scuole, generalmente a Timişoara o nel Banato. Uno dei miei figli un giorno è venuto a casa raccontando che un suo compagno di classe aveva ricevuto dalla Germania delle banane. Mio figlio non chiedeva mai niente a nessuno. “Mamma – disse in quell’occasione a mia moglie – voglio anch’io un pezzo di banana, ho chiesto al mio compagno di classe di farmela assaggiare, ma non ha voluto”. Piangeva ed aveva i brividi. E io pensavo a che tipo di padre fossi, nemmeno capace di procurare al mio bambino una banana. E’ questo quello che accadeva. Non voglio più vivere in un sistema socialista dove succede di tutto e nessuno è responsabile di niente.
Nemmeno adesso la gente è contenta, è ovvio. Ci sono tanti prodotti nei supermercati ma spesso mancano i soldi per comperarli. Vi sono molti eccessi, in molti rubano, vi sono gruppi di pressione che possono essere anche chiamati gruppi mafiosi. Ma è comunque diverso da allora. Allora non si aveva alcun orizzonte.

La rivoluzione
Una volta che esci per strada, una volta che molte persone vengono ammazzate, niente ha più importanza, non si può andare che avanti, ed è successo così. Prima che vi fossero vittime si poteva andare a trattative, ritirarsi. Dopo non più.
La rivoluzione è un fenomeno complesso.
Occorre cambiare la mentalità e se questo non è ancora successo, occorre andare avanti, significa che la rivoluzione deve ancora lavorare dentro di noi. In Romania la rivoluzione non è ancora finita, anche se si manifesta in modo meno drammatico e meno violento, ma è solo ora che alcune idee di cambiamento iniziano ad essere capite. E credo che questi cambiamenti debbano avvenire in modo non-violento, con la forza delle idee, senza che la gente muoia per strada.
Noi allora sapevamo quello che non volevamo, però non sapevamo esattamente quello che volevamo. E’ difficile sapere quello che vuoi se non hai termini di paragone. Poi più vai in su più l’orizzonte si allarga, e così sta avvenendo anche per noi.

Fonte: Osservatorio Balcani.

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Novembre 2, 2009

Ballottaggio annullato: Karzai nuovamente alla guida dell’Afghanistan.

Il presidente afghano uscente Hamid Karzai è stato proclamato vincitore delle elezioni del 20 agosto.
Lo comunica la commissione elettorale afghana.
Quest’ultima ha deciso di annullare il controverso ballottaggio, previsto per sabato prossimo, dopo la decisione del candidato Abdullah Abdullah di ritirarsi dalla competizione. La commissione elettorale indipendente si era riunita in mattinata per decidere sulla questione.

“La Commissione elettorale indipendente (Iec) dichiara che Hamid Karzai, che ha raccolto la maggioranza dei voti al primo turno ed è il solo candidato al secondo turno, è il presidente eletto dell’Afghanistan”, ha annunciato il presidente dell’Iec, Azizullah Ludin. “Non ci sarà un ballottaggio”, ha aggiunto Daud Ali Najafi, membro della Commisione.

La decisione di annullare il ballottaggio è stata annunciata da Ali Najafi, che ha motivato come invalidante per il voto il ritiro di uno dei due candidati in lizza, l’ex ministro degli Esteri, Abdullah Abdullah.

Abdullah aveva rinunciato alla sfida elettorale con il presidente uscente Ahmid Karzai accusando quest’ultimo di non garantire adeguata trasparenza e democrazia per l’appuntamento con le urne e, soprattutto, di non volersi impegnare per evitare i brogli che già avevano avvelenato il clima della prima tornata elettorale.

Il primo turno, il 20 agosto, era stato segnato da pesanti brogli.
Lunedì si è riunita la Commissione indipendente mentre a Kabul c’era il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, arrivato lunedì mattina, che ha incontrato i due contendenti.
Ban Ki-Moon ha annunciato che l’Onu avrebbe appoggiato qualunque decisione sull’opportunità di svolgere il secondo turno.

Fonte: TGCom.

Karzai

Ottobre 30, 2009

Stati Uniti mai più vietati per coloro che hanno contratto il virus dell’HIV.

Il presidente Barack Obama ha firmato un provvedimento che rimuove un divieto di ingresso sul suolo nazionale vecchio di oltre vent’anni. “A causa di una decisione fondata sulla paura, sono 22 anni che negli Stati Uniti è in vigore il divieto di entrare sul nostro territorio per i portatori del virus dell’Aids”, ha commentato Obama.

Dall’inizio del 2010 scatterà dunque negli Stati Uniti il libero accesso per le persone malate di Aids. In pratica, il provvedimento in vigore da 22 anni prevedeva un visto speciale difficilissimo da ottenere. “Quella decisione era fondata sulla paura piuttosto che sui fatti”, ha detto Barack Obama, firmando il Ryan White Hiv/Aids Treatment Act, che riguarda proprio il programma di prevenzione, trattamento e sensibilizzazione dei pazienti da Hiv.

“Siamo stati alla guida del mondo quando ci fu da contribuire a contenere la diffusione dell’Aids. Tuttavia siamo uno degli ultimi Paesi che ancora vietano l’ingresso a coloro che hanno l’Hiv”.

”La mia amministrazione – ha aggiunto Obama – pubblicherà lunedì prossimo l’ultimo regolamento, che sopprimerà il divieto d’ingresso e che avrà effetto subito dopo l’anno nuovo”. La legge firmata da Obama finanzierà anche un programma di trattamento e prevenzione dell’Hiv/Aids.

Obama ha poi spiegato che la norma era stata decisa in un momento in cui i visitatori negli Stati Uniti venivano visti come una “minaccia” e che il divieto è ancora in vigore solo in una decina di Paesi nel mondo e gli Usa sono uno di questi. “Se vogliamo essere leader mondiali nella lotta all’Hiv/Aids, abbiamo bisogno di agire così” senza “marchiare” le persone affette dal virus, ha avvertito Obama.

Il divieto prevedeva che un malato di Aids che avesse voluto entrare negli Stati Uniti avrebbe dovuto richiedere un visto, allegando una lettera del proprio medico, una scheda sulla motivazione del viaggio, un’assicurazione sanitaria e un contratto di lavoro nel Paese di origine. Questo, secondo un’inchiesta pubblicata nel 2007 dal quotidiano britannico “Times”, faceva sì che i sieropositivi entrassero negli Usa “illegalmente”, con il rischio di essere accusati di immigrazione clandestina.

Fonte: TGCom.

RedRibbon

Ottobre 30, 2009

Russia: verso il ripristino della pena di morte?

La Russia potrebbe tornare alla pena di morte. La Corte Costituzionale sta valutando il ripristino del patibolo, con la possibilità della reintroduzione da gennaio 2010. Scadrebbe così la moratoria sulla pena capitale attualmente in vigore. La notizia ha provocato una accesa discussione nel Paese. In ogni caso Mosca per aderire al Consiglio d’Europa ha firmato la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Tuttavia, il protocollo numero 6, relativo all’abolizione della pena di morte, non è stato ratificato. L’ultima volta che è stata comminata la pena capitale in Russia, è stato nel settembre 1996, a Mosca. Poi l’allora leader del Cremlino Boris Yeltsin ha firmato un decreto “per la riduzione graduale della pena di morte”. Successivamente era stata introdotta la moratoria dalla Corte Costituzionale il 2 febbraio 1999. La ragione principale per la moratoria era stata l’assenza di una giuria in molti tribunali.

Oggi, l’unica zona in cui non c’è giuria è la Cecenia, ma ci sono piani per reintrodurre tale istituto anche nella repubblica caucasica con effetto dal prossimo primo gennaio. In base alle previsioni del regolatore, ogni persona accusata di un reato particolarmente grave, per il quale è prevista la pena di morte, potrà beneficiare di un’audizione davanti a una giuria.

Ora secondo il primo vice presidente del Comitato per la sicurezza della Duma, Mikhail Grishankov, il problema non è tanto legale, quanto politico: “Un sufficiente numero di nostri concittadini sostiene la necessità di applicare la pena di morte. Mentre ci sono avvocati che ritengono la pena di morte incapace di fermare il problema della criminalità. Si tratta di una questione di consenso sociale e di soluzioni politiche”. Ma la reintroduzione della pena capitale di fatto comporterebbe un passo indietro sui diritti umani della Russia e porrebbe un grosso punto interrogativo sulla presidenza Medvedev e sulla reale volontà di difendere lo stato di diritto.

In passato la possibilità di sospendere la moratoria era stata considerata soltanto nel 2006, durante il processo al membro superstite del commando che aveva preso in ostaggio un’intera scuola a Beslan, Nurpashi Kulayev. Allora la pena di morte venne commutata in ergastolo. Ma il processo ha provocato un dibattito molto profondo nella società russa circa la revoca della moratoria. Finché non intervenne l’allora presidente Vladimir Putin, ribadendo che la moratoria non si toccava.

Fonte: TGCom.

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Opera dell’artista Marco Abbenda.

Ottobre 29, 2009

Albania: “Eagle Claws 09″

Dal 14 al 28 ottobre 2009 si è svolta in Albania, presso il poligono di Jube (Durazzo), l’attività addestrativa congiunta denominata “Eagle Claws 09”, che ha visto la partecipazione di una unità italiana a livello compagnia inquadrata nel 2° Battaglione di Fanteria della Brigata di Reazione Rapida albanese.

Il 2° Battaglione di Fanteria albanese è l’unità di punta della propria Forza Armata in quanto valutato e totalmente integrato nella NATO secondo i criteri dell’OCC E&F (Operational Capabilities Concept Evaluation and Feedback) per il quale la D.I.E. (Delegazione Italiana Esperti) ha fornito assistenza e supporto.

L’unità italiana, appartenente all’8° Reggimento Alpini (Brigata Julia), dotata di proprio completo sostegno logistico, si è trasferita presso l’area addestrativa ed ha realizzato una base logistica campale insieme all’unità albanese interessata.

L’attività, nuova nel suo genere, è stata patrocinata, finanziata ed assistita dalla Delegazione Italiana Esperti in Albania nell’ambito del progetto congiunto denominato “Battle Group Concept”.

L’esercitazione “Eagle Claws 09”, condotta nei giorni 25 e 26 ottobre, ha segnato il termine dell’attività. In occasione del “Distinguished Visitors Day”, sotto lo sguardo attento di Autorità militari albanesi, sono stati svolti diversi atti tattici tipici delle operazioni facenti capo al “Non-Article 5”.

L’Addetto Militare per la Difesa in Albania, Colonnello Luigi Marucci, ha espresso parole di apprezzamento per il lavoro svolto da entrambe le parti ed ha evidenziando l’importanza che attività rivestono in funzione di operazioni congiunte in Teatro.

Fonte: Ministero della Difesa.

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Ottobre 29, 2009

Conferimento della “Legion d’Honneur” al Capo di Stato Maggiore della Difesa

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Vincenzo Camporini, è stato insignito, nel pomeriggio, della più alta onorificenza attribuita dalla Repubblica Francese: la Légion d’honneur (Legion d’onore).

Tale onorificenza cavalleresca, istituita nel 1802 da Napoleone Bonaparte primo console della prima Repubblica francese, può essere concessa sia a cittadini francesi che a stranieri, per meriti straordinari in campo militare o civile.

La consegna è avvenuta da parte dell’Ambasciatore Francese in Italia, S.E. Jean Marc de la Sablière, alla presenza dell’addetto militare per la Difesa, Generale Jean Sebastien Tavernier, nella splendida cornice di Palazzo Farnese.
Nel discorso di ringraziamento il Generale Camporini ha voluto sottolineare che la scritta “Honneur et Patrie”, incisa sul distintivo della legione d’Onore, “sono valori che ogni uomo e donna, di ogni Stato, riconosce come fondamentali nella propria coscienza civica ed etica, siano essi umili cittadini o persone importanti con grandi responsabilità verso la propria comunità”.

Fonte: Ministero della Difesa.

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