Novembre 25, 2009

Il nemico da uccidere era anche mio padre.

Sono andato a vedere La Prima Linea, il film di cui «tutti parlano e nessuno ancora ha visto».
È uscito ieri nelle sale e tutti adesso lo potranno giudicare.
Il mio non può essere un giudizio obiettivo: Sergio Segio, il protagonista del film interpretato da Riccardo Scamarcio, il 19 marzo 1980 uccise mio papà, il giudice Guido Galli.
Io avevo dodici anni.
Nel film non c’ è cenno di quell’ omicidio.
Non so dire se per me questo sia stato un bene o un male; so solo che il momento più toccante del film è stata la rievocazione dell’ omicidio del giudice milanese Emilio Alessandrini, collega di mio padre, assassinato nel gennaio del 1979 dopo che aveva appena accompagnato a scuola il piccolo Marco, suo figlio.
In quei gesti di padre affettuoso ho ritrovato mio papà, il suo amore per me, i miei fratelli e le mie sorelle. «Va ucciso perché è uno bravo», dicono i terroristi quando si riuniscono per decidere l’ azione: mio padre, Alessandrini e tanti altri sono stati assassinati perché «bravi», perché facevano bene il loro mestiere, perché davano credito a uno Stato che i terroristi volevano screditare.
Il film non mi è dispiaciuto, i terroristi non ne escono certo bene: i ragionamenti, i discorsi, i comportamenti evidenziano la loro folle ideologia, non danno spazio a giustificazioni di sorta.
Regista e attori sono stati bravi: lo scollamento tra il movimento di Prima linea e le «masse» che i terroristi si fregiavano di rappresentare emerge con chiarezza, loro stessi se ne rendono conto.
Ciò fa risultare ancor più assurda la scelta di andare avanti, di combattere i padroni, di uccidere brave persone, papà, mariti, figli. Sia Giovanna Mezzogiorno, che interpreta la terrorista Susanna Ronconi, che Riccardo Scamarcio non permettono al loro innato fascino di coinvolgere positivamente lo spettatore, di simpatizzare per loro: di questo li voglio ringraziare. Vorrei anche ringraziare Andrea Occhipinti, coproduttore del film, che, con grande senso di responsabilità, ha deciso di rinunciare al contributo ministeriale previsto, che tante polemiche aveva suscitato. Ciò detto, il limite, dal mio punto di vista, è che il film è ispirato alle idee di chi ha ucciso mio papà, di chi ha scelto la lotta armata per combattere la democrazia, di chi, con quella scelta, ha impedito a una generazione che voleva cambiare alcune cose di farlo con il dialogo e gli strumenti democratici. Sicuramente è giusto, trent’ anni dopo quei tragici fatti, cercare di capire le ragioni di quello che è successo. Credo però che ciò vada fatto anche dalla parte delle vittime, dalla parte di chi, in quegli anni, si è trovato in mezzo ad una guerra che guerra non era, a combattere con il Codice, le parole e la penna contro dei vigliacchi che sparavano alle spalle e, nonostante ciò, ha fatto il proprio dovere fino in fondo.
Forse, se una domenica sera di trent’ anni fa, Sergio Segio avesse potuto guardare in un appartamento al quinto piano di una via milanese avrebbe visto un papà che, seduto sul tappeto, assisteva al secondo tempo di una partita di serie A con i suoi tre figli, mangiando toast e ridendo con loro.
Avrebbe visto che dietro il «nemico da uccidere» c’ era un marito e un papà straordinario per la sua normalità, c’ era un magistrato riformatore e garantista che cercava di capire perché ragazzi e ragazze poco più che ventenni avessero scelto di vivere in quel modo la propria vita.
Questo avrebbe visto se, per un attimo, avesse abbandonato la propria folle ideologia.
Purtroppo, così non è stato e oggi, mentre Sergio Segio può uscire con la seconda edizione del libro «Miccia corta», Guido Galli esiste solo perché ha 17 mesi, ed è mio figlio.

Fonte: Giuseppe Galli per “Il Corriere della Sera”.

Novembre 20, 2009

Lasciare un’impronta contro lo sfruttamento sessuale dei minori.

Venerdì 20 e sabato 21 novembre ECPAT e i volontari saranno a Milano, Firenze e Roma per la campagna contro il traffico di minori a fini sessuali, presso i negozi THE BODY SHOP.
Ogni persona che si recherà potrà aderire simbolicamente alla campagna, imprimendo la forma delle proprie mani e una firma su un grosso cartellone.
Inoltre The Body Shop come partecipazione al progetto :” Stop Sex Trafficking di Bambini e Giovani” darà a ECPAT Italia parte dei proventi dalla vendita della crema mani “ Soft Hands Kind Heart” ( € 10.00) .
Attuando così attraverso i suoi punti vendita una campagna di sensibilizzazione a questa “tratta degli schiavi” del nostro secolo.

Per i recapiti dei negozi contattare fabio.ecpat@gamil.com o tel. 06-97277372.

Novembre 20, 2009

Armando Spatafora

Una figura importante, raccontata dalla figlia in “Armando Spatafora il poliziotto con la Ferrari”.
Non solo una biografia, ma vuole essere anche l’occasione per cogliere i passaggi storici di questi ultimi cinquant’anni di polizia, a partire dalle prime centrali operative e laboratori scientifici che facevano il loro ingresso nell’ investigazione della nuova scena del crimine.

Ci sono tantissime leggende metropolitane legate al mondo della nostra Polizia. Alcune sono vere, altre sono frutto di rimaneggiamenti e rivisitazioni nelle quali ciascuno ha aggiunto un po’ del suo, altre ancora sono autentiche “bufale”.
Ma tutte – dico, tutte – contribuiscono ad accrescere il fascino e l’ammirazione che i Cittadini italiani perbene (più qualche raro delinquente con un codice d’onore ancora degno di rispetto) hanno sempre nutrito verso il “Panterone”.

Ogni storia ha avuto per protagonisti Poliziotti e Cittadini, guardie e ladri, il Bene e il Male visti in uno spaccato di vita sempre diverso come sempre diverso è ciascun intervento fatto dalla Volante ogni giorno.
Quella di cui sto per parlare è una storia conosciuta da molti. Una storia che è stata raccontata in mille modi diversi, con mille finali diversi. Una storia che in uno dei suoi risvolti più rocamboleschi non ha mai trovato una conferma ufficiale da parte del Ministero e che quindi si è sempre prestata a una pluralità di versioni che oggi non possono più essere avvalorate o smentite.

Sono passati quasi cinquant’anni da quei giorni movimentatissimi dei primi anni ‘60 che vedevano la Polizia della nostra Capitale in prima linea contro una criminalità sempre più arrogante e con sempre meno scrupoli. Gli anni Cinquanta erano passati da poco, ma tutto stava cambiando rapidamente. Troppo rapidamente. Ad un periodo di ricostruzione materiale e sociale post-bellica, che vedeva ancora gente vivere accampata sotto i ponti, in androni fatiscenti, i più fortunati dentro i vagoni ferroviari in disuso stava subentrando un periodo fatto di benessere e di rilancio economico. La radio cantava “Se potessi avere mille lire al mese…”, le carte annonarie stavano diventando un ricordo, insomma, la gente stava cominciando a credere sul serio alla rinascita. Anche il modo di fare Polizia si stava adeguando a queste mutate esigenze sociali: non bastavano più due guardie appiedate o in bicicletta per garantire sicurezza; anche i cosiddetti “blocchi volanti” stavano diventando anacronistici, con quei gipponi rossi carichi di militari appostati nei punti nevralgici della città, con il capopattuglia che ogni mezzora doveva telefonare al comando per sapere se c’erano novità. Le metropoli stavano brulicando di nuova vita, con varia umanità che arrivava da ogni parte della Penisola in cerca di lavoro: Milano, Torino, Bologna… la stessa Roma…. Trovavi appartamenti occupati da trenta, quaranta persone: mai le stesse. Amici, parenti, amici dei parenti…. un ginepraio difficile se non impossibile da districare. Anche perchè dal Sud tra tanta brava gente stava venendo sù anche la delinquenza grazie anche ai provvedimenti di confino attuati per stroncare i fenomeni mafiosi del Meridione.

Roma nel 1960 aveva una volante.
Sì, avete letto bene: una volante per tutta la Capitale. Era costituita da una rombante Alfa Romeo 1900 blindata di colore nero. Perchè all’epoca nere erano tutte le macchine della Questura; rosse invece quelle della Stradale e del Celere. Era una macchina per quei tempi avveniristica: motore super pompato, cristalli rinforzati, tendine passaruota antiproiettili, tettuccio apribile nella parte posteriore per consentire al gregario di aprire il fuoco con il MAB stando in piedi…. L’auto stazionava prevalentemente in Questura, pronta ad intervenire su chiamata diretta. Non era come oggi, in cui la Volante fa di tutto tranne forse che fare proprio la volante: quando usciva il “Panterone”, tutti sapevano che erano rogne pesanti. Fino alla fine degli Anni Cinquanta il “Panterone” aveva dato filo da torcere ai primi criminali: inseguimenti, sparatorie, sganassoni…. Sì, perchè all’epoca la Polizia non andava tanto per il sottile. All’interno della Squadra Mobile della città capitolina si narra di un tabellone affisso dai Poliziotti e sul quale quando smontavano i vari turni segnavano il numero di proiettili esplosi: alla fine del mese chi perdeva pagava una cena al turno vincitore. Questa però è un’altra storia, un’altra leggenda metropolitana che Roma si contende con Milano, dove pure la Polizia sparava a rotta di collo: anche qui, però, conferme ufficiali non ce ne sono, al di là di qualche ammissione sussurrata a mezza bocca da qualche Collega pensionato.

Chi faceva volante a Roma a quel tempo era inquadrato in seno alla Squadra Mobile, una sezione della questura composta da Poliziotti con le controsfere: gente che ne aveva viste di tutti i colori, con gavetta fatta “a rimorchio” del brigadiere più vecchio, quasi sempre a piedi e in estenuanti “porta a porta” per identificare gli occupanti dei palazzi o altre volte a chiacchierare per ore con fruttivendoli, pizzichettai, giornalai e altri “indigeni stanziali” ben lieti di riferire che Peppino il Lungo si era fatto vedere al bar con Gennaro Capocece, sì, proprio quello della rapina dell’anno scorso e che sicuro era tornato sul circuito a fare danni. La Polizia aveva campato per anni sul sistema degli informatori, delle “soffiate” tutte da verificare con estenuanti appostamenti che spesso non portavano a nulla se non ai geloni ai piedi: un sistema che però aveva dato i suoi frutti a chi li aveva saputi aspettare e che mai si sarebbe potuto credere capace di entrare in crisi. Tuttavia fu così.

Dal canto suo, la criminalità metropolitana si era evoluta anche e soprattutto nei metodi di autoprotezione. Aveva per prima cosa lavato i suoi panni sporchi in famiglia: vale a dire, ogni “infame” era stato fatto sparire in modo più o meno eclatante. Parlare con una guardia era diventato pericoloso e le bocche si erano come per magia cucite: nessuno ricordava più nulla, il brigadiere non trovava più il suo caffè corretto all’informazione al solito bar, il fiume in piena delle varie “gole profonde” si era improvvisamente inaridito… anche perchè molte di quelle “gole profonde” erano nel frattempo diventate “gole tagliate”…. In secondo luogo, grazie ad una disponibilità pressochè illimitata di fondi e all’evoluzione della tecnologia, non c’era più bisogno di farsi vedere tanto in piazza quando si voleva organizzare il colpo “gobbo”: sulla scorta dell’esperienza sicula, la criminalità si era organizzata gerarchicamente in “famiglie” che si erano spartite il territorio senza pestarsi troppo i piedi. Tutti dovevano mangiare, non era conveniente spararsi tra di loro quando ovunque c’erano mazzette di denaro e gioielli da rapinare. Ecco allora che la criminalità “da sopravvivenza” che quell’unica volante nera era abituata a contrastare si tramutò ben presto in una criminalità di stampo meramente voluttuario: insomma, non si rapinava più per mangiare ma per arricchirsi. Di conseguenza, il livello di pericolosità di questi soggetti aumentò in modo incontrollabile perchè non si guardava più in faccia a nessuno quand’era ora di dare voce alle armi.

La Polizia si trovò spiazzata. Indagini che non progredivano, risultati che calavano, incapacità di dare risposte rassicuranti ai privati cittadini sempre più in balìa di bande di predoni (la “banda Cavallero” giusto per fare un nome) per i quali non faceva differenza tra un direttore di banca vivo o morto. Basti pensare che la prima rapina ad un furgone portavalori avvenne il 27 febbraio 1958 alle porte di Milano, con una sparatoria da far west in pieno giorno e con la Polizia sbigottita di fronte a tale protervia criminale: bottino, 114 milioni dell’epoca. A Roma iniziò a serpeggiare grande malumore tra i Poliziotti “cani da strada”: il loro fiuto sembrava affetto da cronico raffreddore e, oltre a non battere un beneamato chiodo, alcuni di essi per strada iniziarono pure a morirci.

Quando la marea montante del disappunto poliziesco raggiunse i limiti di guardia, l’allora Capo della Polizia Angelo Vicari scese in campo ad incontrare i suoi uomini.
12 gennaio 1962, una mattina piovosa resa ancora più tetra dall’umore degli Uomini della “Mobile” romana. Sono stati tutti convocati in uno stanzone al primo piano. Luci giallastre diffuse dalle lampadine a muro rese ancora più lattiginose dalle sigarette fumate senza sosta; un brusìo continuo interrotto solo da un colpo di tosse o da uno starnuto. Poi improvvisamente il silenzio: entra il Capo. Tutti si alzano in piedi. Non è l’ennesimo discorso retorico, quello di Vicari: è una discussione a doppio senso con i suoi uomini, come si potrebbe fare attorno ad una tavola imbandita la domenica a pranzo. Rispettosamente ma con fermezza, gli uomini della “Mobile” insistono col rappresentare che i mezzi a disposizione della Questura sono ormai obsoleti, superati, antiquati…. Sembra di sentire i discorsi di oggi, vero? E le risposte? Anche quelle, le stesse: non ci sono fondi, il ministero ha altre priorità, e via discorrendo. Fino a quando il Capo, ormai messo alle corde da sbirri che il loro mestiere lo sanno fare fin troppo bene, esasperato dalle loro insistenti richieste sbotta: “Ma insomma, di cosa avete bisogno?”

In fondo alla stanza c’è un uomo. E’ un brigadiere della “Mobile”, un uomo esile, mingherlino ma dagli occhi vispi, attenti. Un sottufficiale conosciuto, rispettato anche dai criminali che ha arrestato a decine. Fino a quel momento è stato zitto zitto ad ascoltare, lasciando che i più sanguigni dei colleghi si scannassero. Termina la sua sigaretta e si alza in piedi, facendo cigolare la sedia:
“Di cosa abbiamo bisogno, eccellenza? Di una Ferrari!”
Cala il gelo in quella stanza surriscaldata. Mai nessuno aveva osato rivolgersi con tale fermezza e arroganza ad un Prefetto, per di più Capo della Polizia. Tutti si girano e lo guardano a metà tra la commiserazione per la sua sorte futura e il rispetto. “Come si chiama, lei?” tuona Vicari. E lui, sempre guardandolo negli occhi: “Sono il brigadiere Armando Spatafora”. Vicari lo guarda per qualche secondo, soppesandone l’uomo oltre che il poliziotto e gli risponde con un’unica frase: “L’avrà!”

Fino a qui la storia. D’ora in avanti, la leggenda.

Neanche tre mesi dopo dagli stabilimenti Ferrari di Maranello arriva a Roma un esemplare di uno splendido colore nero. E’ una Ferrari 250 GTE carrozzata Pininfarina: sulle porte, la dicitura “Squadra Mobile”; sul passaruota anteriore, il neonato simbolo della Pantera. Insomma, la volante di tutte le volanti: un “mostro” in grado di toccare i 280 km/h. Ed è nera: Pantera tra le Pantere, con un bel lampeggiante sul tettuccio. Assieme ad altri tre colleghi (Carlo Annichiarico, Dalmatio De Angelis e Giuseppe Savi) Armando Spatafora venne spedito a Maranello per frequentare il corso di guida per un bolide da pista, più che da strada. Vi arrivano dopo 6 ore di viaggio a bordo della Fiat 500 di Armando. Ma lui è un Poliziotto che sa già guidare bene: a Maranello gli affinano la tecnica e lo rispediscono a Roma. Diventa consegnatario di quella macchina assieme a quei tre colleghi, unici autorizzati a guidarla. E per la criminalità la musica cambia. Come cambia la fama della Polizia romana: inseguimenti a rotta di collo, ma stavolta la macchina non si lascia seminare. Via Veneto, via Nomentana, sotto San Pietro (“Ma con le sirene spente, per non svegliare il Papa…”). Arresti rocamboleschi, con i fotografi che alternavano quegli scatti a quelli dei VIP della “dolce vita”.

E poi, il mito. Di esso esistono tante versioni. Forse questa è la più veritiera.
E’ una notte di marzo del 1964. “Armandino” è in giro di pattuglia assieme ad un giovane collega. Sono notti da brivido, fatte di rapine e furti nelle case. Ci sono due “merli” da catturare: uno si chiama “lo Zoppo”, l’altro “il Pennellone”. Da anni sono la croce e la delizia di tutti i Poliziotti capitolini: sono due ladri d’auto, soprattutto sportive; ma sono anche i piloti più richiesti dalla criminalità quando c’è da fare un “colpo” veloce e pulito. Chi ha provato a mettere loro il sale sulla coda è finito contro un muro o – alla meglio – dentro un fosso. Armando conosce i suoi “polli”: sa che prediligono il centro storico di Roma perchè riescono a guidare tra quei vicoli a 100 all’ora senza colpo ferire e senza auto strisciare. Colosseo, i Fori, piazza Venezia, poi sù verso la sinagoga e da lì al Pantheon. La città è deserta, il collega sbadiglia…. Poi, improvvisamente, ecco un’Alfa 2500 rossa “tagliare” a cannone verso piazza Navona. Parte l’inseguimento tra stridore di gomme, controsterzi, freni a mano, derapate. La canaglia sa il fatto suo, Armandino riconosce il “tocco” inconfondibile dello “Zoppo”. Ma anche lo Zoppo capisce di non avere a che fare con uno sbirro qualunque: quello non lo molla di un millimetro. Le prova tutte, lo Zoppo: cerca di farsi tamponare, cerca di fare a sportellate, a ponte Milvio si arrampica perfino su un marciapiede. Ma l’altro è sempre lì, con quella sirena che lacera l’aria e che si fa sempre più vicina. Fino a Trinità dei Monti. Qui, si dice che entrambe le macchine passarono su due ruote sopra un paracarro che ostruiva la strada. Vero o no, sta di fatto che proprio sulla scalinata lo Zoppo se la gioca: giù per i gradini con auto e tutto, vediamo se mi segui fin qui! E Armandino? Giù anche lui, con una Ferrari che neanche in una vita sarebbe riuscito mai a comprarsi! Si fanno tutta la scalinata di Trinità dei Monti e alla fine, mentre l’Alfa si trova con 3 cerchioni spaccati, la coppa dell’olio crepata e fumo che esce da tutte le parti, la Ferrari pure scalcagnata gli è addosso. In un baleno lo Zoppo si trova coi ceppi ai polsi: “Brigadiè, ammazza come corri!”

Di questa storia esistono tante versioni. Ognuno ci ha messo del suo proprio perchè il Ministero non ha mai confermato l’evento. Ma non lo ha neanche mai smentito. Di sicuro c’è solo che alla fine del marzo 1964 la Ferrari 250 GTE è di nuovo a Maranello, ufficialmente per “tagliando”. Ufficiosamente, per sostituzione di una balestra, delle quattro gomme e della scatola del cambio……

Armando Spatafora divenne poi maresciallo, quindi andò in pensione.
Terminò i suoi giorni senza clamore, mi piace pensare mentre si gustava ancora la scena della scalinata di Trinità dei Monti in privata beatitudine, con quell’occhietto vispo che lo fece conoscere alla criminalità con il soprannome di “Lince”.
Di quei quattro moschettieri della “Mobile” non so se ne è rimasto qualcuno ancora in vita. Se sì, mi auguro che oggi sia indulgente verso questa povera Pantera azzoppata che sta trascinandosi per le strade d’Italia. Un’Italia così diversa da quella che li vide protagonisti 45 anni fa.
Oggi quella Ferrari – sì, proprio quella! – fa bella mostra di sè al Museo delle Auto Storiche della Polizia. Spesso viene portata in giro per l’Italia e ammirata da generazioni di Italiani che magari non sanno di cosa è stata capace nei suoi anni d’oro. Quando la Polizia era LA Polizia.

Fonte: Gianmarco Calore per Cadutipolizia.

Novembre 16, 2009

Contro la bomba l’Italia schiera Margelletti

C’è anche l’Italia nella Commissione sulla non proliferazione nucleare, promossa dal Primo Ministro australiano Kevin Rudd.
Il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha incaricato, come rappresentante per il nostro Paese, Andrea Margelletti, professore e presidente del Centro Studi Internazionali che ha esordito nel recente meeting di Tokyo e Hiroshima.
La commissione punta a ricompattare il consenso internazionale sul trattato di non proliferazione, da riesaminare nel 2010.

Fonte: Panorama.

andrea margelletti

Novembre 15, 2009

Falluja: dopo la guerra, in aumento malformazioni e tumori fra i bambini.

Prima o poi doveva venire fuori: a Falluja nascono bambini deformi. La città dell’ovest dell’Iraq, devastata nel 2004 da due offensive delle forze Usa – la seconda delle quali, nel mese di novembre, la distrusse quasi completamente, provocando moltissime vittime fra i civili – va ad aggiungersi all’elenco dei luoghi in cui l’utilizzo di armi proibite potrebbe essere responsabile di morti e malformazioni fra i nuovi nati.

La notizia in un reportage appena pubblicato sul sito del Guardian, corredato di video e “foto gallery”: Martin Chulov, inviato a Baghdad del quotidiano britannico, è andato a Falluja, e scrive che, in quella che è stata una zona di guerra, si registra un aumento anomalo di malformazioni congenite, e di tumori, fra i bambini – fino al 15%, secondo i medici del posto. Che ipotizzano che possa essere collegato ai materiali tossici rimasti dopo le operazioni militari contro la città. E che negli ultimi mesi hanno iniziato a compilare cartelle cliniche dettagliate su tutti i nuovi nati.
Il catalogo degli orrori è quello già registrato da parecchi anni nel sud dell’Iraq – a Bassora e non solo: bimbi nati con due teste, altri che hanno tumori multipli, altri ancora con problemi al sistema nervoso: tutti casi senza precedenti, e inspiegabili, secondo i neurologi e gli ostetrici intervistati dal giornale.
“Stiamo vedendo un aumento molto significativo delle anomalie del sistema nervoso centrale”, dice il dr. Ayman Qais, direttore dell’Ospedale generale di Falluja. “Prima del 2003, le malformazioni nei neonati che vedevo erano sporadiche. Adesso la loro frequenza è aumentata in modo sorprendente”.
E continua ad aumentare, a detta del medico iracheno: da due ricoveri ogni 15 giorni di un anno fa, si è passati agli attuali due al giorno. Qais dice che la maggior parte di queste malformazioni riguardano la testa e il midollo spinale, ma ce ne sono anche molte degli arti inferiori. “Inoltre, c’è un aumento molto marcato nel numero dei casi di tumore cerebrale in bambini di età inferiore a due anni”.

Petizione all’Assemblea Generale dell’Onu

Naturalmente, per saperne di più, bisognerebbe indagare: così un gruppo di funzionari, iracheni e britannici, di cui fanno parte, fra gli altri, Nawal al Samarra’ie, già ministro (donna) iracheno per le questioni femminili, assieme a David Halpin e Chris Burns-Cox, due medici britannici, hanno inviato una petizione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, chiedendo che a indagare – in modo esaustivo – sia una commissione indipendente. Che possa anche contribuire a ripulire la zona dai materiali tossici lasciati dalle guerre.
Il Guardian ha chiesto a una pediatra del posto, Samira Abdul Ghani, di tenere una documentazione precisa su un arco di tre settimane, a partire dall’11 ottobre: i risultati mostrano che in questo periodo sono nati 37 bambini con gravi malformazioni, molte delle quali riguardano difetti del tubo neurale, solo nell’Ospedale generale di Falluja.
Sui tumori i medici ci vanno più cauti: dato che di solito essi si manifestano mesi o anni dopo la nascita, per il momento non vogliono quantificare.
Il primario del reparto pediatrico dell’ospedale, dr. Bassam Allah, questa settimana ha chiesto che esperti internazionali prelevino campioni di terreno nelle varie zone di Falluja, e che ci sia una indagine condotta da scienziati per stabilire le cause di quanto sta accadendo.

“E’ come dopo Hiroshima”

“Mi creda, adesso è come se stessimo curando pazienti subito dopo Hiroshima”, dice il medico al giornale britannico.
Potrebbe trattarsi di effetti di sostanze chimiche o radioattive: un aumento anomalo di tumori infantili si registra da parecchi anni nel sud dell’Iraq, attorno a Bassora, dove si parla di possibili effetti dell’uranio impoverito – utilizzato in maniera massiccia nel corso della prima Guerra del Golfo, nel 1991. Anche a Najaf, dove ci sono stati intensi combattimenti nel 2004, i tumori infantili stanno aumentando.
I medici di Falluja intervistati dal Guardian non si sbilanciano – almeno per adesso: nessun collegamento diretto causa-effetto con gli attacchi devastanti subiti dalla città irachena nell’aprile e nel novembre 2004. Preferiscono parlare di fattori multipli che, messi assieme, potrebbero essere responsabili dell’ aumento inspiegabile di malformazioni e tumori fra i bambini.

Armi proibite

“Inquinamento dell’aria, radiazioni, sostanze chimiche, uso di farmaci durante la gravidanza, malnutrizione, o la condizione psicologica da parte delle madri”, sono i fattori elencati dal dr. Qais, che sottolinea: “Semplicemente, le risposte ancora non le abbiamo”.
Resta il fatto che, nel corso delle due offensive militari scatenate dalle forze Usa contro la città irachena, in particolare quella, devastante, del novembre 2004, sono state usate armi proibite – fra queste il “fosforo bianco”. Un utilizzo che lo stesso Pentagono è stato costretto in seguito ad ammettere.
Sul governo di Baghdad, a Falluja non ci contano molto: il ministero della Sanità, in particolare, pur avendo finanziato interamente la costruzione del nuovo Ospedale generale, è inefficiente, e non sarebbe in grado di coordinare una risposta a quella che è una situazione sempre più grave.
E’ per questo che nella città irachena i funzionari chiedono l’aiuto della comunità internazionale.
Finora c’è stata riluttanza a rivolgersi all’estero, persino nel campo scientifico, “ma adesso abbiamo superato quel punto”, dice il dr. Salah. “Ogni giorno faccio interventi multipli. Ho un solo assistente, e sono costretto a fare tutto da solo”.

Fonte: Osservatorio Iraq.

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Novembre 12, 2009

Ministero della Difesa e F.I.A.B.A. insieme per abbattere le barriere.

Presso il Circolo Ufficiali delle Forze Armate di Palazzo Barberini, il Generale di Divisione Alessandro Montuori, Capo del IV Reparto dello Stato Maggiore della Difesa ed il Commendatore Giuseppe Trieste, Presidente del “Fondo Italiano Abbattimento Barriere Architettoniche” (FIABA), sottoscrivono un Protocollo d’Intesa che assicurerà una stretta collaborazione tra il Dicastero della Difesa e la FIABA nella diffusione della cultura delle pari opportunità e per l’eliminazione delle barriere architettoniche.

Il protocollo rappresenta un traguardo significativo per:
-la diffusione dei valori della diversità e dell’inclusione sociale e la rimozione di ogni tipo di barriera;
-stimolare gli organi preposti alla rigorosa osservanza della normativa esistente, incentivando anche studi ed approfondimenti in materia;
-promuovere iniziative ed eventi congiunti volti all’affermazione della cultura della diversità come ricchezza della società, con il coinvolgimento di istituzioni, cittadini e forze sociali.

All’evento hanno partecipato rappresentanti di tutte le articolazioni della Difesa interessate allo specifico argomento.

Fonte: Ministero della Difesa.

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Novembre 9, 2009

Aggressione alla Sánchez: una violenza professionale.

Da un po’ di tempo all’interno dell’Unione Europea la dialettica tra la Presidenza uscente svedese e quella entrante spagnola si è fatto particolarmente vivace a proposito di Cuba. Il governo di centro-destra di Stoccolma, infatti, chiede di mantenere le sanzioni stabilite dall’Ue dopo la sfuriata repressiva del 2003. Quello socialista di Madrid, invece, sostiene che si potrebbe fare molto di più con il dialogo: il che è anche collegato a certi storici interessi della Spagna a Cuba, per cui ad esempio anche il regime di Franco mantenne sempre con Fidel Castro normali relazioni diplomatiche; ma nell’ottenere la liberazione di due dissidenti in occasione della sua recente visita il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Ángel Moratinos ha avuto anche modo di metterla in questi termini: “è male che ci siano ancora 206 prigionieri, ma prima che Zapatero iniziasse il dialogo ce n’erano 300”.

Riduzione dei detenuti a parte, negli ultimi mesi il governo di Raúl Castro ha proceduto anche a una serie di importanti riforme, con ricadute sia economiche che politiche: dalla distribuzione a coltivatori privati di molte terre demaniali alla liberalizzazione dell’accesso a Internet. E una sorta di imprimatur è arrivato a Moratinos anche da Obama, nel momento in cui è ricorso a lui per affidare a Raúl Castro un’importante offerta di dialogo: “noi stiamo facendo passi. Ma se loro non fanno qualche passo anche loro, sarà molto difficile che possiamo continuare. Noi comprendiamo che non si possono cambiare le cose dalla sera alla mattina, ma tra qualche anno quando si guarderà indietro dovrà essere chiaro quale sia stato il momento in cui i cambiamenti sono iniziati”.

Purtroppo, come in molti di quei balli caraibici per cui Cuba è famosa, anche nell’attuale politica di Raúl Castro a ogni passo in avanti sembra fatalmente doverne subito corrispondere un altro indietro. Il venerdì, in particolare, è stata per la prima volta aggredita fisicamente l’ormai celeberrima blogger Yoani Sánchez. “Niente sangue ma lividi, colpi, capelli strappati e botte in testa, reni, ginocchia e petto”, ha raccontato la Sánchez dopo essere stata liberata: o meglio, buttata giù da una macchina.

A tirarcela dentro a forza, trattenercela per venti minuti e picchiarla a colpi di judo e karate, mentre stava dirigendosi a una marcia-performance musicale pacifica assieme agli altri blogger Orlando Luis Pardo e Claudia Cadelo, tre agenti della Sicurezza di Stato vestiti in civile. “Una violenza professionale”. Né si tratta di un episodio isolato. Un altro blogger, Roberto de Jesús Guerra Pérez, è stato appena condannato a sei mesi di arresti domiciliari per un episodio avvenuto nel 31 dicembre del 2007. Lui stava distribuendo giocattoli assieme a un gruppo di oppositori a casa di sua sorella, alcuni uomini in borghese armati di coltello avevano fatto irruzione, e lui si era difeso. “Colpevole di lesioni”.

Ma il fatto è che 200 giovani hanno partecipato alla Marcia cui si stava recando Yoani Sánchez, e un’altra marcia di giovani c’era stata tre settimane prima. E il 20 ottobre 10 blogger e 100 siti Internet avevano organizzato una “protesta virtuale” attraverso Tweets, Sms e post, chiedendo libertà e la liberazione di detenuti politici. Nata in una dimensione esistenziale e intimista apparentemente lontana dalle lotte del dissenso tradizionale, la cyber-opposizione sta iniziando a dare sempre più fastidio. Arrivano dunque i primi avvertimenti.

Fonte: L’Occidentale.

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Novembre 4, 2009

Abu Omar: condanne, assoluzioni e risarcimenti.

Il giudice Oscar Magi ha disposto il “non luogo a procedere per esistenza del segreto di Stato” per l’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e il suo braccio destro, Marco Mancini, per il processo sul sequestro dell’imam Abu Omar. Condannati a 5 anni di reclusione ventidue agenti Cia mentre il loro capo, Robert Seldon Lady, è stato condannato a 8 anni. Condannati a 3 anni i funzionari del Sismi Pio Pompa e Luciano Seno.

Il capo della Cia in Italia all’epoca dei fatti Jeff Castelli è stato assolto perché aveva l’immunità diplomatica. La procura aveva chiesto per Pollari la condanna a 13 anni e 12 anni per Seldon Lady. In tutto gli imputati sono 33, 26 dei quali ex agenti della Cia.

Usa: “Delusi dalla sentenza”
Il Dipartimento di Stato Usa ha espresso delusione per la condanna. “Siamo delusi per il verdetto contro gli americani e gli italiani condannati a Milano per il loro presunto coinvolgimento nel caso del religioso egiziano Abu Omar”, ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Kelly. “Il giudice non ha ancora diffuso le motivazioni per cui non siamo nella posizione di fare altri commenti sulla sentenza”, ha aggiunto.

Pollari: “Senza segreto avrei dimostrato la mia innocenza”
“Se il segreto di Stato fosse stato svelato dagli organi preposti, sarei risultato non solo innocente ma anche contrario a qualsiasi azione illegale”. Così, al telefono con i suoi difensori, il generale Nicolò Pollari commenta la sentenza. Ai suoi difensori l’ex direttore del Sismi è apparso molto emozionato ma determinato a ribadire la sua innocenza.

Un milione di euro di risarcimento
Il giudice Magi ha condannato tutti gli imputati ritenuti colpevoli al risarcimento a titolo di provvisionale di un milione di euro nei confronti dell’ex imam. Il giudice ha disposto inoltre una provvisionale di 500mila euro per la moglie di Abu Omar e ha stabilito che l’entità del risarcimento per l’ex imam e la moglie venga poi liquidato in sede civile.

L’operazione di “rendition”
L’imam Abu Omar, imputato a Milano per terrorismo internazionale in un altro procedimento, fu rapito nel 2003 e poi inviato in una cosiddetta operazione di “rendition” in Egitto, dove il religioso sostiene di aver subito torture durante la detenzione. Si tratta del primo processo con oggetto le operazioni di rendition americane, che la Casa Bianca ha sempre difeso come valido strumento anti-terrorismo, respingendo le accuse di tortura. Washington si è anche mossa formalmente per opporre l’immunità dalle imputazioni a beneficio di un colonnello, in base ad un accordo Nato che si applica ai presunti reati commessi oltreoceano da personale militare “nello svolgimento del proprio servizio”.

Fonte: TGCom.

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Novembre 4, 2009

Abdullah contro Karzai: rielezione illegale.

L’ex ministro degli esteri afghano Abdullah Abdullah, che si è ritirato dal ballottaggio per le presidenziali, ha detto che la rielezione del presidente Hamid Karzai «non ha base legale».
Abdullah ha avvertito che Karzai è presidente di «un governo che manca di legittimità» e che «non potrà combattere la corruzione». «Un governo che arriva al potere senza il sostegno popolare non può sconfiggere fenomeni come il terrorismo, la disoccupazione, la povertà e centinaia di altri problemi», ha affermato Abdullah.

Il presidente afghano è stato riconfermato nel suo incarico dalla Commissione elettorale indipendente sul cui responsabile era nato il contenzioso tra Abdullah e Karzai. L’ex ministro, dopo i brogli nel primo turno, aveva chiesto all’avversario di cambiare il capo della commissione, nominato dallo stesso Karzai.
Dopo il rifiuto del presidente afghano, Abdullah si era ritirato.
L’ex ministro è tornato ad accusare anche la commissione elettorale di «incompetenza e parzialità»: «È proprio la stessa commissione che ha annunciato la nomina del presidente, una decisione che non ha alcuna base legale».
Per Abdullah, «un governo che prende il potere in base alla decisione di una commissione di questo genere non ha legittimità».

Fonte: Il Corriere della Sera.

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Novembre 4, 2009

Teheran: nuovi scontri a trent’anni dall’assalto all’ambasciata statunitense

Primi scontri a Teheran tra polizia e manifestanti nel giorno del 30esimo anniversario dell’assalto all’ambasciata americana, uno degli eventi più drammatici e significativi della rivoluzione islamica.
Le forze di sicurezza, secondo testimoni, hanno sparato lacrimogeni per disperdere i manifestanti che, nonostante il divieto del regime, hanno deciso di scendere in piazza contro il governo di Mahmoud Ahmadinejad. Diverse persone sarebbero state arrestate. Nei giorni scorsi, Teheran aveva minacciato di rispondere con la forza a eventuali manifestazioni dell’opposizione riformista in un giorno così significativo per la Repubblica islamica.

La Reuters, che cita il sito web dell’opposizione iraniana Mowjcamp, sostiene che le forze di sicurezza iraniane hanno aperto il fuoco sui manifestanti nel centro di Teheran.
Lo ha riferito l’agenzia di stampa . «La polizia ha sparato sui dimostranti in piazza Haft-e Tir, alcune persone sono rimaste ferite», scrive Mowjcamp. La tv satellitare al Arabiya riferisce di «fuoco contro i dimostranti» e «arrestati dei manifestanti, tra cui anche donne». Anche diversi media internazionali citando siti dell’opposizione iraniana, riportano notizie di contromanifestazioni organizzate dall’opposizione moderata. Testimoni oculari citati dall’Associated Press hanno affermato che fuori dall’Università di Teheran, 2000 studenti hanno sfidato almeno 200 agenti anti-sommossa delle forze di sicurezza iraniana.

Il 4 novembre del 1979, un gruppo di studenti integralisti islamici assaltò l’ambasciata Usa nel centro di Teheran, tenendo 52 cittadini americani in ostaggio per 444 giorni.
Ogni anno, questa giornata viene ricordata dal regime iraniano con una serie di manifestazioni anti-americane.

Fonte: Il Corriere della Sera.

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