Archivio Mensile: ottobre 2009

Stati Uniti mai più vietati per coloro che hanno contratto il virus dell’HIV.

Il presidente Barack Obama ha firmato un provvedimento che rimuove un divieto di ingresso sul suolo nazionale vecchio di oltre vent’anni. “A causa di una decisione fondata sulla paura, sono 22 anni che negli Stati Uniti è in vigore il divieto di entrare sul nostro territorio per i portatori del virus dell’Aids”, ha commentato Obama.

Dall’inizio del 2010 scatterà dunque negli Stati Uniti il libero accesso per le persone malate di Aids. In pratica, il provvedimento in vigore da 22 anni prevedeva un visto speciale difficilissimo da ottenere. “Quella decisione era fondata sulla paura piuttosto che sui fatti”, ha detto Barack Obama, firmando il Ryan White Hiv/Aids Treatment Act, che riguarda proprio il programma di prevenzione, trattamento e sensibilizzazione dei pazienti da Hiv.

“Siamo stati alla guida del mondo quando ci fu da contribuire a contenere la diffusione dell’Aids. Tuttavia siamo uno degli ultimi Paesi che ancora vietano l’ingresso a coloro che hanno l’Hiv”.

”La mia amministrazione – ha aggiunto Obama – pubblicherà lunedì prossimo l’ultimo regolamento, che sopprimerà il divieto d’ingresso e che avrà effetto subito dopo l’anno nuovo”. La legge firmata da Obama finanzierà anche un programma di trattamento e prevenzione dell’Hiv/Aids.

Obama ha poi spiegato che la norma era stata decisa in un momento in cui i visitatori negli Stati Uniti venivano visti come una “minaccia” e che il divieto è ancora in vigore solo in una decina di Paesi nel mondo e gli Usa sono uno di questi. “Se vogliamo essere leader mondiali nella lotta all’Hiv/Aids, abbiamo bisogno di agire così” senza “marchiare” le persone affette dal virus, ha avvertito Obama.

Il divieto prevedeva che un malato di Aids che avesse voluto entrare negli Stati Uniti avrebbe dovuto richiedere un visto, allegando una lettera del proprio medico, una scheda sulla motivazione del viaggio, un’assicurazione sanitaria e un contratto di lavoro nel Paese di origine. Questo, secondo un’inchiesta pubblicata nel 2007 dal quotidiano britannico “Times”, faceva sì che i sieropositivi entrassero negli Usa “illegalmente”, con il rischio di essere accusati di immigrazione clandestina.

Fonte: TGCom.

RedRibbon

Russia: verso il ripristino della pena di morte?

La Russia potrebbe tornare alla pena di morte. La Corte Costituzionale sta valutando il ripristino del patibolo, con la possibilità della reintroduzione da gennaio 2010. Scadrebbe così la moratoria sulla pena capitale attualmente in vigore. La notizia ha provocato una accesa discussione nel Paese. In ogni caso Mosca per aderire al Consiglio d’Europa ha firmato la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Tuttavia, il protocollo numero 6, relativo all’abolizione della pena di morte, non è stato ratificato. L’ultima volta che è stata comminata la pena capitale in Russia, è stato nel settembre 1996, a Mosca. Poi l’allora leader del Cremlino Boris Yeltsin ha firmato un decreto “per la riduzione graduale della pena di morte”. Successivamente era stata introdotta la moratoria dalla Corte Costituzionale il 2 febbraio 1999. La ragione principale per la moratoria era stata l’assenza di una giuria in molti tribunali.

Oggi, l’unica zona in cui non c’è giuria è la Cecenia, ma ci sono piani per reintrodurre tale istituto anche nella repubblica caucasica con effetto dal prossimo primo gennaio. In base alle previsioni del regolatore, ogni persona accusata di un reato particolarmente grave, per il quale è prevista la pena di morte, potrà beneficiare di un’audizione davanti a una giuria.

Ora secondo il primo vice presidente del Comitato per la sicurezza della Duma, Mikhail Grishankov, il problema non è tanto legale, quanto politico: “Un sufficiente numero di nostri concittadini sostiene la necessità di applicare la pena di morte. Mentre ci sono avvocati che ritengono la pena di morte incapace di fermare il problema della criminalità. Si tratta di una questione di consenso sociale e di soluzioni politiche”. Ma la reintroduzione della pena capitale di fatto comporterebbe un passo indietro sui diritti umani della Russia e porrebbe un grosso punto interrogativo sulla presidenza Medvedev e sulla reale volontà di difendere lo stato di diritto.

In passato la possibilità di sospendere la moratoria era stata considerata soltanto nel 2006, durante il processo al membro superstite del commando che aveva preso in ostaggio un’intera scuola a Beslan, Nurpashi Kulayev. Allora la pena di morte venne commutata in ergastolo. Ma il processo ha provocato un dibattito molto profondo nella società russa circa la revoca della moratoria. Finché non intervenne l’allora presidente Vladimir Putin, ribadendo che la moratoria non si toccava.

Fonte: TGCom.

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Opera dell’artista Marco Abbenda.

Albania: “Eagle Claws 09″

Dal 14 al 28 ottobre 2009 si è svolta in Albania, presso il poligono di Jube (Durazzo), l’attività addestrativa congiunta denominata “Eagle Claws 09”, che ha visto la partecipazione di una unità italiana a livello compagnia inquadrata nel 2° Battaglione di Fanteria della Brigata di Reazione Rapida albanese.

Il 2° Battaglione di Fanteria albanese è l’unità di punta della propria Forza Armata in quanto valutato e totalmente integrato nella NATO secondo i criteri dell’OCC E&F (Operational Capabilities Concept Evaluation and Feedback) per il quale la D.I.E. (Delegazione Italiana Esperti) ha fornito assistenza e supporto.

L’unità italiana, appartenente all’8° Reggimento Alpini (Brigata Julia), dotata di proprio completo sostegno logistico, si è trasferita presso l’area addestrativa ed ha realizzato una base logistica campale insieme all’unità albanese interessata.

L’attività, nuova nel suo genere, è stata patrocinata, finanziata ed assistita dalla Delegazione Italiana Esperti in Albania nell’ambito del progetto congiunto denominato “Battle Group Concept”.

L’esercitazione “Eagle Claws 09”, condotta nei giorni 25 e 26 ottobre, ha segnato il termine dell’attività. In occasione del “Distinguished Visitors Day”, sotto lo sguardo attento di Autorità militari albanesi, sono stati svolti diversi atti tattici tipici delle operazioni facenti capo al “Non-Article 5”.

L’Addetto Militare per la Difesa in Albania, Colonnello Luigi Marucci, ha espresso parole di apprezzamento per il lavoro svolto da entrambe le parti ed ha evidenziando l’importanza che attività rivestono in funzione di operazioni congiunte in Teatro.

Fonte: Ministero della Difesa.

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Conferimento della “Legion d’Honneur” al Capo di Stato Maggiore della Difesa

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Vincenzo Camporini, è stato insignito, nel pomeriggio, della più alta onorificenza attribuita dalla Repubblica Francese: la Légion d’honneur (Legion d’onore).

Tale onorificenza cavalleresca, istituita nel 1802 da Napoleone Bonaparte primo console della prima Repubblica francese, può essere concessa sia a cittadini francesi che a stranieri, per meriti straordinari in campo militare o civile.

La consegna è avvenuta da parte dell’Ambasciatore Francese in Italia, S.E. Jean Marc de la Sablière, alla presenza dell’addetto militare per la Difesa, Generale Jean Sebastien Tavernier, nella splendida cornice di Palazzo Farnese.
Nel discorso di ringraziamento il Generale Camporini ha voluto sottolineare che la scritta “Honneur et Patrie”, incisa sul distintivo della legione d’Onore, “sono valori che ogni uomo e donna, di ogni Stato, riconosce come fondamentali nella propria coscienza civica ed etica, siano essi umili cittadini o persone importanti con grandi responsabilità verso la propria comunità”.

Fonte: Ministero della Difesa.

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Iraq: attacchi dei ribelli sunniti per tenere il Paese nel caos

Siamo nel pieno della lotta per Bagdad. Sarà una battaglia lunga, aspra e sanguinosa. Questo ne è soltanto un episodio».
I due devastanti ordigni che ieri hanno scosso la capitale, frantumando tre edifici governativi assieme alle poderose barriere erette per proteggerli, non paiono cogliere di sorpresa Juan Cole, storico del Medio Oriente all’ Università del Michigan,e uno degli esperti più ascoltati quando si tratta del garbuglio iracheno. Anzi, corregge il professore, «sarebbe meglio chiamarlo il terribile movimento tellurico innescato dall’ America con il beneplacito dell’ Iran. E parlo dell’ insediamento di un potere sciita in un Paese e in una regione tradizionalmente dominati dai sunniti. Si sono rovesciati così secoli di storia araba e irachena. Pochi, perciò, sono disposti a starsene lì, fermi, a guardare».
Professore Cole, dalle bombe esplose ieri si ricavano elementi nuovi rispetto al passato. È così?
«Proprio così. Se io fossi un investigatore, comincerei con l’ analizzare gli esplosivi: sono materiali diversi, sofisticati, costosi, dotati di alte tecnologie. Questo è uno sviluppo importante».
Ce lo spieghi.
«Vede, fino all’ inizio dell’ estate, i guerriglieri impiegavano vecchie armi recuperate dai depositi del Ba’ ath. Adesso, invece, l’ arsenale viene rifornito dall’ esterno».
Da chi?
«Individuare un Paese in particolare è fuori luogo. Basti dire che più d’ uno ha interesse a farlo, a impedire che a Bagdad s’ insedi un governo retto in gran parte da partiti religiosi e per di più sciiti».
Dunque la sua pista porta ai sunniti? alla maggior parte delle nazioni confinanti con l’ Iraq?
«Certo il progetto condiviso, seppure tacitamente, da Stati Uniti e Iran, è avversato dai nazionalisti sunniti. Osservi bene: tutti i ministeri colpiti sono stati assegnati in premio a chi sostiene il governo: al Consiglio supremo islamico, vicino agli ayatollah iraniani; o al Dawa, altrettanto sciita, del premier al-Maliki».
Le sue previsioni, professore, tendono al cupo?
«L’ Iraq è una faglia fondamentale tra il mondo sunnita e sciita. Gli scienziati a volte iniettano lubrificanti nei segmenti per impedire sismi devastanti, innescandone altri di minore intensità. Il fattoè questo: l’ America ha sbagliato dosi, troppo massicce. Non aspettatevi pace sociale in Iraq per lungo, lungo tempo».

Fonte: La Repubblica.

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L’Aja: rinviato il processo a Karadzic

Quattordici anni dopo la fine della guerra di Bosnia, si apre di fronte al Tpi dell’Aja (Tribunale penale internazionale Onu per i crimini di guerra) il processo per genocidio all’ex leader politico dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, che ha già annunciato il boicottaggio.
I giudici del Tpi hanno aggiornato a domani la seduta del processo dando all’imputato 24 ore di tempo per decidere se presentarsi o continuare a disertare l’udienza.

Il giudice ha detto che domani, anche in sua assenza, saranno letti i capi d’accusa. Karadzic, 64 anni, che si difende da solo, aveva annunciato mercoledì di non essere “pronto”.

I giudici sono il sudcoreano O-Gon Kwon, il britannico Howard Morrison e Melville Baird, di Trinidad e Tobago. Karadzic è accusato di essere il cervello della guerra di Bosnia (1992-1995), che ha provocato 100.000 morti e 2,2 milioni di sfollati, per aver tentato di estromettere i musulmani e croati dai territori della Bosnia ambiti dai serbi. Si è dichiarato non colpevole.
Tra i capi di imputazione ce ne sono due per genocidio, in occasione dei primi mesi della guerra e per il massacro di oltre 7.000 uomini a Srebrenica (est della Bosnia) nel luglio 1995.

Deve inoltre rispondere di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, distruzione, omicidi, torture, violenze sessuali commesse in diciannove municipi bosniaci, a Srebrenica e durante l’assedio di Sarajevo, durante il quale morirono 10.000 persone.

Karadzic, arrestato nel luglio 2008 a Belgrado dopo tredici anni di latitanza, è il responsabile del conflitto bosniaco di più alto grado a essere giudicato dal Tpi.
Il suo ex alleato, il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, morì all’Aja prima della fine del suo processo nel marzo 2006. Il suo alter ego militare, il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, è ancora latitante.

L’assenza di Karadzic ha messo i giudici davanti ad una scelta difficile. Perché non vi sono, spiegano i giuristi della Corte, regole per affrontare una tale circostanza. Vi sono stati, in passato, altri casi simili. L’ultranazionalista serbo Vojislav Seselj e il capo dei servizi segreti Jovica Stanisic non si presentarono, avanzando motivi di salute, che quindi rientra nelle procedure previste.
L’assenza “ingiustificata” di Karadzic è quindi una novità per la Corte dell’Aja.

Fonte: TGCom.

Karadzic

I cani sciolti possono essere anche più pericolosi

Terrorismo fai da te.
Questo è quello che parrebbe e a prima vista, dopo una superficiale analisi degli eventi di Milano.

Quello che pare evidente è che comunque nel nostro Paese, in alcune minuscole realtà del mondo islamico, vi sia un forte malessere nei confronti dell’Italia.
Tornando all’attentato di l’altro ieri, malgrado il numero delle persone coinvolte sia aumentato dall’attentatore a due suoi fiancheggiatori, non pare che l’attentato cambi la sostanza dell’evento.
Quello che distingue una cellula integrata in un panorama jihadista da un gruppo di pseudo-terroristi “fatti in casa” non è certo la mera capacità offensiva.

Anche Tim McVeigh, pur operando da solo, fece ad Oklahoma City centinaia di morti.
I terroristi stand-alone sono quindi certamente assai pericolosi, ma non rappresentano il core, l’essenza, del problema. Quello che distingue l’organizzazione da un gruppo isolato di soggetti è la capacità della prima di avviare un complesso e costruttivo dialogo politico con altre realtà similari.
In parole chiare se vuoi fare parte di un movimento radicale hai necessità di accreditarti e di accreditare. Questo significa che le diverse cellule, pur essendo essenzialmente indipendenti, vivono comunque non per colpire obiettivi civili o militari, ma, piuttosto, per divenire parte integrata e riconosciuta di un mosaico salafita.

Al fine di realizzare questa progettualità le diverse entità hanno la necessità di comunicare tra di loro.
Internet, cellulari, lettere, sono solo strumenti, il fine è la costruzione di una solida alleanza transnazionale.
La comunicazione è il loro punto debole, chiunque voglia portare all’esterno di una realtà chiusa le proprie idee trasforma la propria organizzazione, magari non volutamente, in una realtà porosa e vulnerabile alla penetrazione da parte degli organi di intelligence e di polizia.
I tre soggetti implicati nell’attentato di Milano parrebbero più ascrivibili a uno scenario di terrorismo auto referenziato, non integrato in solide realtà, comunque presenti sul nostro territorio, ma piuttosto in una sorta di spontaneismo armato che spesso ha nella frustrazione e nella difficoltà, o impossibilità, all’integrazione, il detonatore delle proprie azioni.

Per questo, senza volere fare i «santini» di nessuno, rileviamo come nell’arco di pochissime ore le forze dell’ordine abbiano individuato i complici.
Questo è stato realizzato perché finalmente in Italia, cosa peraltro non ancora realizzata in molti altri paesi europei, la cooperazione anti-terrorismo tra tutti i soggetti interessati, servizi di intelligence, strutture di sicurezza e forze di polizia, funziona.
Funziona davvero.
L’information sharing e le piattaforme di dialogo comuni hanno permesso di poter continuare ad avere quel quadro sostanzialmente chiaro della minaccia salafita in Italia.
Ma ricordiamoci.
Un po’ di fortuna non guasta mai.

Fonte: Andrea Margelletti per “Il Tempo” .

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Il silenzio dell’innocenza

Un libro che tratta di viaggi, ma in modo speciale.
La recensione spazierà per il Globo per il tentativo di farci aprire gli occhi e capire meglio la mostruosità di un tipo di viaggi che, purtroppo, sembra non conoscere crisi.
Spesso si parla di turismo sessuale come una piaga dei Paesi asiatici.
Trovo il termine riduttivo.
Non ci troviamo davanti ad una ferita, ma al Male puro. Perpetrato senza soste da turisti che partono solo con lo scopo di sapere che potranno sfogare qualunque loro istinto su bambini e bambine. Perché si troveranno in una sorta di terra di nessuno, dove le leggi vengono aggirate troppo facilmente.
Qualcosa negli ultimi anni sta cambiando, soprattutto grazie ai protocolli stilati nei congressi di Stoccolma, Yokohama e Rio de Janeiro.
La Cambogia e tutte le altre Nazioni attraversate dalla nostra protagonista hanno un ruolo discreto, quasi di secondo piano, ma terribilmente incisivo: perché a loro sono legati i ricordi. Immagini, suoni, cibi e profumi che impareremo a conoscere grazie a lei.
Un dolore necessario.
Questo ho pensato appena terminata la lettura della piccola biografia.
Poche pagine.
Densissime.
A tratti difficoltose.
Ma che catturano al punto di non far appoggiare il libro sul tavolo.
Si parla di Cambogia , di guerra, di figli venduti, di figli rubati, di prostituzione minorile, di stupri, di violenze, di polizia compiacente.
Il filo conduttore è sempre uno, la vita di Somaly Mam.
Una donna minuta, dall’esistenza terribile per i suoi primi anni di vita ma che sta lottando con tutte le sue forze per strappare quante più bambine possibile all’orrore dei macrò e dei bordelli asiatici, veri e propri inferni, a volte senza ritorno.
Una delle frasi che maggiormente rappresenta questa situazione è: “Era impossibile tornare alla vita, all’innocenza” .
“Gli asiatici pensano che, se durante l’atto sessuale la ragazza sanguina ed urla, vuol dire che è vergine. Ora, in Estremo Oriente è molto diffusa la credenza secondo cui si può raggiungere l’immortalità (sogno dei taoisti e maghi di ogni specie) o almeno raggiungere una gloriosa ammirata longevità violentando ragazzine vergini: una convinzione che si trova al cuore della cultura cinese, così influente nel Paese… .
…e nella nostra società, una ragazza che ha perso la verginità non ha più nessuna probabilità di avere un’esistenza normale…”
.
Le descrizioni degli abusi subiti prima dei quindici anni, della stanza fatiscente dove era costretta a ricevere i clienti, il lezzo di sperma che anche a distanza di anni la perseguita sono pagine estremamente crude della loro semplicità.
Tutto questo perché?
Non per la voglia di strappare una lacrima.
Penso per la volontà di comunicare al lettore: questo succede nella realtà, tu non vedi gli occhi spaventati e vuoti di quelle bambine, osservali attraverso queste righe, per quanto poco possano contare.
“…a volte incontro parecchie difficoltà nel convincere i donatori a visitare la nostra associazione: preferiscono restare nei loro uffici climatizzati, nascosti dietro montagne di scartoffie e non hanno tempo. Io mi sforzo di far comprendere loro che le ragazze hanno bisogno di essere riconosciute come esseri umani a pieno titolo, e che il sostegno morale è importante tanto quanto quello finanziario…”
La svolta della nostra protagonista arriva col matrimonio insieme al biologo francese Pierre.
Si sposa, trasferendosi a Parigi, con poca fatica si integra ed inizia a lavorare duramente. Le immagini della Capitale francese ci sono regalati dal uno sguardo infantile che sembra osservare tutto per la prima volta.
La città l’accoglie bene, ma nonostante il denaro, la felicità…qualcosa manca.
Ha nostalgia della sua famiglia adottiva ma, soprattutto, continua a pensare alle amiche che ancora si prostituiscono, e la preoccupazione per le nuove generazioni di bambini abusate che sicuramente stanno continuando.
Si sente impotente.
Ed è allora che decide di tornare.
Tornare per aiutare, mettendo avanti la sua faccia, la sua terribile storia.
E girando tutta l’Europa e gli uffici della Comunità Europea in lungo e in largo per ottenere fondi per la sua associazione.
Una delle svolte più importanti è il riconoscimento nel 1998 del Premio Principe delle Asturie per la Cooperazione Internazionale (anno in cui fu premiata anche l’italiana Emma Bonino). Questo le ha dato una grande visibilità, un cospicuo monte di aiuti e sovvenzioni, che però hanno sempre dovuto gestire da soli.
In che modo funziona l’AFESIP?
Importantissimo il sostegno psicologico, che prevede una scelta accurata dei volontari: c’è il rischio che molti provino disprezzo, o comunque un senso di superiorità nei confronti delle prostitute. Ecco perché Somaly tiene in modo particolare al fatto di avere come aiutanti alcune ragazze strappate a quel mondo.
E’ basilare questo tipo di assistenza affinché cambi la mentalità di un’area del globo dove i bambini non hanno quasi diritti, dove sono usati semplicemente per fruttare denaro. Ma il rischio maggiore è che, da grandi, possano trasmettere le brutalità che hanno subito.
Il peso delle tradizioni è durissimo da sradicare.
Di sesso non si parla, figuriamoci di sentimenti.
Nessuno spiega alle ragazze cosa succede al loro corpo (per il quale spesso provano vergogna e disgusto). Nessuno spiega ai ragazzi cosa sia l’erotismo. E tutto si riduce ad un atto brutale o meccanico.
L’associazione sta tentando in un’opera difficilissima, che però inizia a riscuotere consensi: bisogna far cambiare mentalità alle nuove generazioni.
Innanzitutto costruendo un rifugio sicuro per tutte le ragazze, comprensivo di assistenza medica: AIDS e malattie a trasmissione sessuale erano e sono praticamente la norma.
Le giovani che riescono a sopravvivere hanno poi a disposizione l’istruzione (molte sono state vendute a due o tre anni, e non hanno mai preso in mano un libro) e dei corsi professionali, dalla sartoria all’acconciatura. L’importante poi è insegnar loro le basi della matematica per poter gestire economicamente le loro attività.
“…se morissi, troverei finalmente sollievo dai miei incubi, ma chi raccoglierebbe il testimone? Dico spesso che bisogna essere pazzi per condurre una battaglia come la nostra: bisogna avere un passato terribile per buttarsi in un presente tanto odioso e insopportabile…a volte mi senso sfinita…poi, quando si tocca il fondo, si risale in superficie, si ritrova il coraggio: è impossibile lasciare le cose come stanno, è necessario battersi; anche se si subiscono delle sconfitte, bisogna continuare a combattere. Ed è quello che faccio…” .
Vi segnalo il sito dell’ AFESIP , le sue attività, e come poterli aiutare.
Ed anche quello dell’ ECPAT , la sezione italiana di un’organizzazione internazionale che lavora a 360° sia per salvare i minori dallo sfruttamento sessuale che per ottenere pene certe e severe tanto per gli sfruttatori, quanto per i clienti.

Somaly Mam, Il silenzio dell’innocenza, casa editrice Il Corbaccio, 175 pagg. .

Silenzio

La fine delle buone maniere

Pensare che un volume di trecento pagine romanzate sia in grado di farci conoscere un popolo ed un’intera nazione è un’idea alquanto pretenziosa. Per il lettore quanto per l’autore.
Francesca Marciano ci propone una visione dell’Afghanistan davvero particolare.
Sceneggiatrice e scrittrice poliedrica, fa intraprendere un viaggio che pare infinito.
Un percorso denso e appiccicoso, dove anche solo un respiro sbagliato può cambiare le sorti di una vita.

Maria è una fotoreporter italo-irlandese.
Dopo una depressione che sembrava inarrestabile torna dietro l’obiettivo, ma questa volta si limita ad immortalare portate d’alta cucina per delle riviste di settore. Non voleva più lavorare in strada, a rincorrere lo scatto unico e s’impatto: sentiva il bisogno di uno spazio chiuso, ovattato, dove cercare la foto perfetta.
Come finisce in Afghanistan?
Per un intreccio di telefonate, messaggi in segreteria ed sms: non vi anticipo nulla. Sarebbe come togliervi l’ultima forchettata di pasta dal piatto.
Carezzevole il ritratto del padre vedovo, anziano professore di Lettere in pensione: appena informato si è messo al pc, scaricando per la figlia tutto il materiale che era riuscito a trovare sulla nazione, sulla Storia antica e contemporanea, scendendo via via in nozioni più tecniche (dall’antropologia spicciola agli equipaggiamenti delle Forze Militari stanziate) ed utili per affrontare la città di Kabul con almeno un minimo di preparazione teorica.
Non è mai stata in zone di guerra: per questo viene spedita a Londra. Corso intensivo di una settimana dove cercare di ricordare pagine e pagine di appunti sui vari tipi di armi, le nozioni di pronto soccorso e, forse la parte più importante, gestire la propria emotività. Il tutto condito da un ambiente più che ostile, dove a durissima prova viene messa la resistenza psicologica prima di quella fisica.
E poi via, quasi senza il tempo di pensare.

Imo, giornalista e reporter esperta e che sembra invincibile. Impossibile non riconoscerla: già da lontano il suo profumo speziato dice molto di lei. Sudamericana, adottata bambina da un’eccentrica coppia londinese, passa da un continente all’altro con la stessa scioltezza che la fa parlare in cinque lingue diverse. Sua appendice: il telefono cellulare.
Si incrociano a Londra grazie a Pierre, il direttore dell’agenzia per la quale lavora Maria.
Ed Imo vuole lei: le è bastato vedere una delle sue fotografie, la più famosa.

Il reportage che devono realizzare per l’allegato domenicale del “The Observer” è delicato: riuscire a fotografare lo strazio delle ragazze afghane che, soprattutto nelle zone rurali, si suicidano piuttosto di essere costrette ad un matrimonio combinato con uomini di un‘età tre volte superiore alla loro, quasi sempre violenti.

L’arrivo a Kabul non è dei migliori.
Ma è forse qui che troviamo la descrizione più vera del paesaggio, del cielo che si apre fino a diventare turchese, delle case e dei palazzi crivellati dai colpi (e non si capisce se siano di questa guerra o di quella degli anni Ottanta), i colori delle montagnole di cibo venduto sulle strade.
Ma quello che stupisce di più la fotografa è la continua operosità delle persone che vede dal finestrino della sua macchina. Piuttosto della vita di un paese colpito a morte aveva davanti agli occhi un soffio vitale che cocciutamente si aggrappa ogni giorno alla pietra più alta per riemergere dalla gola dov’è stata fatta scivolare.
Un esempio di questo ritorno alla vita è il loro autista, Hanif. Interprete ed accompagnatore discreto ma gioviale al tempo stesso. Lavora con loro tutto il giorno, mentre la sera presenta il primo gioco a premi della tv nel periodo del dopoguerra.
Essere accompagnati da questa sorta di celebrità è un piccolo vantaggio per le due donne: spesso i controlli ed i posti di blocco si risolvono con una fotografia degli uomini armati insieme ad il loro idolo.
Gli uomini in fotografia.
Sono decisamente attratti dal farsi immortalare, soprattutto perché con una macchina digitale possono vedere subito lo scatto sul piccolo display.
Maria ed Imo però non vogliono questo genere di ritratti.
E lottano contro l’ottusità delle donne che reggono le strutture di protezione dove sono ricoverate le ragazze che non sono morte per il tentato suicidio.
Si potrebbe scattare al volo una fotografia a Zuleya, una ragazza diciassettenne inchiodata a letto dopo aver tentato di darsi fuoco. Il dito esita: che diritto hanno per “violentare” una donna inerme?
Ma, prima di tutto, lottano contro una legge non scritta, che è diventata prima tradizione poi regola: nessuna donna deve essere fotografata in viso.
Il motivo, poetico ma borioso al tempo stesso, è spiegato da Malik: una sorta di capotribù di un paesucolo arroccato sulle montagne dell’Hindukush, lo stesso da dove proviene Zuleya.
Le due protagoniste restano della loro opinione:
“Siamo venute fin qui perché vogliamo portare nel mio Paese non solo la loro voce ma anche il loro volto, perché non siano più solo dei fantasmi ma delle persone vere. Digli che se le donne afghane resteranno nascoste ancora dietro il velo saranno sempre e solo dei fantasmi, ed i fantasmi non esistono…” .
Poi succede qualcosa che scatena due domande: tutto questo accanimento per le fotografie servirà per un ottimo articolo ed uno splendido reportage, ma a queste donne sarà utile?
E se un afghano che lavora a Londra leggendo distrattamente il giornale ne riconoscesse qualcuna, saranno ancora al sicuro?

Qui il mio racconto si ferma.
Lascio a voi il gusto di scoprire come sia andato il loro viaggio di lavoro.

E’ un libro che si legge velocemente, per un motivo semplice: ad ogni pagina i pensieri ed i visi mutano, si accavallano, a volte si compenetrano.
Il lettore è così strascinato dalla curiosità di scoprire situazioni e sentimenti nuovi direttamente dagli occhi e dall’obiettivo di Maria: le sue paure, la sorpresa e lo strazio sono resi come se si corresse lungo le scale, col respiro corto ed il cuore in gola.
Si fermerà solo un attimo, per reggere la mano, ormai esangue, alla terza donna più importante di tutto il romanzo.
Poi, lo spalancare gli occhi. Il capire che la ricerca spasmodica di volti non aveva permesso loro di vedere le altre tragedie che costellano la vita quotidiana di questo popolo.

Questa avventura è stata pubblicata nel 2007.
“Era una dimensione nella quale non esistevano più regole, dove era impossibile prevedere cosa sarebbe accaduto nei prossimi dieci secondi. Sentivo quest’odore come un animale percepisce la paura nella gente che gli sta intorno. No, niente di ciò che vedevo mi faceva pensare alla pace per le strade di Kabul” .
L’Afghanistan da allora ha conosciuto piccoli miglioramenti. Il lavoro sarà ancora lungo.
In questi giorni si è parlato molto delle “missioni di Pace”
.
Termine inesatto, troppo spesso abusato dai politici e dai giornalisti, complice di fornire una visione distorta di cosa veramente si stia cercando di ottenere in questo Paese.
Sono missioni di stabilizzazione post-conflitto. Periodo nel quale Stato e popolazione sono in una fase delicatissima di transizione verso la democrazia.
Affinché i fantasmi non esistano più.
Davvero.

Francesca Marciano, La fine delle buone maniere, casa editrice TEA, 230 pagg. .

Finebuonemaniere

Un indovino mi disse…

Appena ho avuto tra le mani questo libro ero più che convinta di trovarmi davanti alla sempiterna lotta: superstizione contro concretezza.
Conoscevo da molto tempo il Tiziano Terzani “antebarba”, il giornalista puro, che osservava il Mondo con i suoi occhi piccoli, taglienti ma in grado di condurre il lettore a vedere lontano.

“Un indovino mi disse” è una sorta di transizione tra le prime pubblicazioni di analisi e reportages come inviato di guerra e le ultime, che intrecciano i ricordi di una vita densa alla serenità interiore ritrovata (per assurdo) durante la sua lunga malattia.
L’idea per questo diario di viaggio avviene casualmente nel 1976.
Un indovino cinese lo avvertì con una profezia: “Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai!”.
Arrivata la data fatidica, il giornalista è ancora corrispondente nei Paesi asiatici per il settimanale tedesco Der Spiegel. Difficile per lui dover rinunciare ad un mezzo di trasporto veloce. Ma non impossibile. Ottiene il benestare del Direttore che, incuriosito, pone come unica clausola puntuali articoli dalle varie nazioni che visiterà.
Si, nazioni.
Perché quest’avventura lunga dodici mesi senza poter spostarsi con aerei ed elicotteri lo porterà da Hong Kong al Laos alla Birmania, dalla Malesia al Vietnam, dalla Thailandia a Singapore fino a giungere in Europa, quasi sempre in treno, percorrendo anche la leggendaria Transiberiana fino alla sua amata Firenze.Viaggerà anche via nave, sfidando le leggi cinesi: sull’acqua quasi ovunque è consentito solo il trasporto di merci. Ma sente di dover andare: forse le pagine più belle sono proprio quelle scritte dalla nave cargo che lo sta trasbordando.Anche da questi spostamenti si riconosce al primo colpo lo stile di Terzani: niente prima classe, niente alberghi di lusso. Per questo spesso (durante questo viaggio, ma non solo) si vede negare i visti per proseguire: i percorsi che sta seguendo, soprattutto durante gli spostamenti rocamboleschi in automobile, sono gli stessi utilizzati dal variegato panorama della malavita del Paese in cui si trova. Ma fa di tutto per portare a termine il suo progetto, non smettendo mai di ricordare “io non sono un turista”.
E poi il ritorno, sempre in nave: imbarcato sulla “Trieste” partirà da La Spezia per tornare a Singapore e riprendere il lavoro di giornalista.
Incontrerà molti indovini, santoni e guaritori durante il cammino; da ognuno si farà visitare: che si trattasse di lettura delle carte o di iridologia, annota con dovizia di particolari sia le anamnesi che le sue impressioni. Che sono scettiche, sempre. Ma nutrono anche un profondo rispetto sia per gli sciamani che per le persone che a loro si rivolgono.
Ed è questo riguardo che vuole inculcare nel lettore, per permettergli di conoscere anche sotto questo aspetto una cultura, un popolo, un’essenza così diversi dal nostro tempo.
Un immagine, non solo visiva, che penso tutti i lettori di questo libro tengano nel cuore è quella dei laotiani che ascoltano crescere il riso.
Divertenti sono le considerazioni su come ogni santone descriva in modo diverso l’amatissima moglie Angela, che non l’ha seguito in questa avventura.
Ma questo viaggio è per il giornalista l’occasione di visitare nuovamente città e paesaggi a lui cari, incontrare nuovi compagni di avventure e riabbracciarne altri storici.
Anche questo si rivela una perla per chi sta tenendo il libro in mano: Terzani offre una penetrante analisi, a tratti anche impietosa, su come siano cambiati i Paesi orientali nell’arco di un ventennio. Mutamenti radicali dovuti alla diffusione di tecnologie e benessere, ma anche i nuovi poveri e le zone rurali praticamente dimenticate, nonostante siano le uniche a mantenere vive le vere tradizioni, da non confondersi con quelle preconfezionate per il turismo di massa (compreso quello sessuale).
E le sue descrizioni ci fanno ora assaporare i cibi, ora turare il naso: perché i mezzi di trasporto e le persone incontrate sono tratteggiate in ogni particolare, compreso quello olfattivo.
Un pensiero dell’autore condensa in poche righe il motivo di questo viaggio.
“…forse anche per riscoprire che il mondo è un complicato mosaico di paesi, ciascuno con le sue frontiere da varcare; forse per riaccorgermi che la terra non è una massa monocolore punteggiata di aeroporti, come appare nelle carte delle linee aeree; o forse semplicemente per riprovare l’emozione di varcare, fisicamente a piedi, e non per aria, una vera frontiera…” .
Per conoscere l’esito della profezia non resta che sedersi comodi e farsi accompagnare dalle pagine.

Indovino