Archivio Mensile: gennaio 2010

Opporsi

“Vorrei che i giovani si interessassero a questa mia storia unicamente per pensare, oltre a quello che è successo, a quello che potrebbe succedere e sapere opporsi, eventualmente, a violenze del genere…”

Giorgio Perlasca

Italia-Israele: primo Vertice intergovernativo.

Il Ministro Frattini prenderà parte al primo Vertice intergovernativo fra Italia e Israele, in programma dal 1° al 2 febbraio, che costituisce il coronamento dell’eccellente stato delle relazioni bilaterali. La delegazione italiana sarà guidata dal Presidente del Consiglio Berlusconi. Oltre al Ministro Frattini ci saranno anche i colleghi della Difesa, La Russa, degli Interni, Maroni, della Salute, Fazio, dei Trasporti, Matteoli, e dell’Ambiente, Prestigiacomo.

Tra Italia e Israele c’è una piena concordanza di vedute sui principali temi di politica estera d’interesse comune, oltre a rapporti culturali e tecnico-scientifici di primissimo livello. I rapporti economici conoscono un positivo andamento e mantengono ancora significative potenzialità di crescita. Il Vertice potrebbe essere il punto di partenza per un ampliamento delle reciproche relazioni, non solo dal punto di vista politico ma anche e soprattutto per incrementare gli scambi e le collaborazioni in ambito economico, industriale e tecnologico: è prevista infatti la finalizzazione di intese in numerosi settori e saranno annunciate importanti iniziative congiunte per il prossimo futuro.
In parallelo alla riunione intergovernativa, inoltre, si svolgerà una Tavola Rotonda tra i vertici delle principali agenzie di Ricerca & Sviluppo italiane (CNR ed ENEA in testa) che aprirà la strada al lancio del Biennio Scientifico e Tecnologico italo-israeliano e inaugurerà tre Laboratori Congiunti, resi possibili dagli ulteriori stanziamenti per l’Accordo scientifico tra Italia ed Israele, voluti dal Ministro Frattini: tra ENEA e Università di Beersheva sulle energie alternative e rinnovabili; tra CNR e Università di Tel Aviv sulle neuroscienze; tra LENS di Firenze e Istituto Weizman sugli atomi freddi.
I rapporti tra Italia ed Israele sono contraddistinti da un’intensa consuetudine di incontri ad altissimo livello politico e istituzionale. Dopo la visita di Stato del Presidente Napolitano nel novembre 2007, solo nell’ultimo anno, hanno avuto luogo la visita del Ministro degli Esteri Lieberman in Italia, il 4 maggio 2009, la visita del Primo Ministro Netanyahu, il 23 giugno 2009, la visita in Israele del Ministro della Difesa La Russa, il 17 novembre 2009 e la visita del Ministro Frattini lo scorso 9 dicembre: una dimostrazione della forte amicizia tra i due Paesi e del ruolo svolto dall’Italia nelle dinamiche politiche mediorientali.
E proprio le prospettive di pace in Medio Oriente e il dossier nucleare iraniano faranno da sfondo al Vertice dei prossimi giorni. Il Ministro Frattini, nella sua visita a Gerusalemme e Ramallah lo scorso dicembre, aveva invitato israeliani e palestinesi a tornare a sedersi al tavolo dei negoziati senza precondizioni, nella convinzione che “entrambi vogliono la pace: la vogliono i leader, ma soprattutto i due popoli, perchè non ne possono più”.
Sul fronte iraniano, l’Italia sarà “assolutamente leale” con i suoi partner in caso di nuove sanzioni, ha spiegato il Ministro ieri a Londra in una riunione con i colleghi americano, francese, tedesco e inglese, auspicando però che le nuove misure siano “condivise” da tutti gli attori affinché non diventino “un’arma spuntata”. E in una strategia di “allargamento del consenso”, l’Italia può fare la sua parte, giocando un ruolo di “diplomazia bilaterale” con quei Paesi attualmente presenti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, come Libano e Turchia, con i quali ha un rapporto di partnership privilegiato.

Fonte: MAE.

Comprare i talebani: si, se serve a trattare.

Divide et impera. Il concetto è noto, ma fino ad ora non si è riusciti ad applicarlo in Afghanistan.
Da oggi invece si cambia: la conferenza di Londra, alla quale hanno partecipato una settantina di Paesi, lo ha confermato. Anche gli Stati Uniti, un tempo fautori della abituale «resa senza condizioni», si sono convertiti. Spinti in questo da comandanti militari illuminati come il generale Stanley McChrystal, che comanda le forze in Afghanistan, e il suo superiore, il generale David Petraeus, ma anche dalla constatazione che una diversa soluzione militare diversa non è e non sarà raggiungibile.
I talebani ufficialmente si dicono non interessati a trattare, fino a quando soldati stranieri resteranno in Afghanistan. In realtà i talebani non sono monolitici, trattano eccome, indirettamente, magari attraverso l’Arabia Saudita ed a livello locale accordi sono già stati raggiunti. Anche perché i talebani hanno subito perdite terrificanti.
Non si tratta affatto di “comprarsi” semplicemente il nemico, posto che ciò è sempre accaduto nella storia militare. Ma in questo caso si vuole convincere i talebani meno estremisti che è “conveniente” smettere di sparare o cambiare fronte.
Cose del genere in Afghanistan sono normali, ma gli occidentali non sono riusciti ad approfittarne. Non in modo sistematico. Per farlo occorrono alcuni presupposti: si deve aumentare la pressione militare sul nemico, ma senza compiere stragi di innocenti, accettando quindi di correre più rischi, come prescrive McChrystal. Poi bisogna rendere credibili le forze di sicurezza afghane. A Londra si è confermato l’obiettivo di far crescere l’esercito afghano a 134.000 uomini entro ottobre 2010 e a 171.600 per ottobre 2011. A ottobre 2009 gli organici erano di 94.000 uomini. Stesso discorso per la polizia, che dagli 80.000 inefficienti uomini del 2009 passerà a 109.000 entro ottobre 2010 e a 134.000 uomini a ottobre 2011. Con 300.000 uomini decentemente addestrati ed equipaggiati la situazione potrà cambiare. Tanto più visto che l’Isaf, la forza Nato, arriverà a 130.000 uomini (oggi 85.000), ai quali si aggiungono 30.000 americani di Enduring Freedom. Questi “muscoli” potrebbero bastare, anche se, appena il clima lo consentirà, in Afghanistan si tornerà a combattere, ancora più duramente che in passato. Soprattutto, bisogna passare dalle parole ai fatti, ai talebani che si “convertono” bisogna offrire sicurezza, una prospettiva, un lavoro, un ruolo.
Tutto questo si può realizzare se si evitano i giochetti e la corruzione che piagano il governo centrale, più che quelli locali. Dato che non si può delegittimare ancor di più Karzai e suoi (in)fedeli, bisognerà trovare un accordo. Nella consapevolezza che se i talebani non si faranno convincere, l’Occidente dovrà restare in Afghanistan ben oltre i 10-15 anni di cui finalmente si parla apertamente.

Fonte: Andrea Nativi per Il Giornale.

Karzai: servono aiuti per altri 15 anni.

Faceva un certo effetto ieri ascoltare il presidente afghano Karzai, casacca verde e blu sulle spalle, rivolgersi con condiscendenza agli arcinemici talebani.
«Vogliamo tendere la mano ai nostri fratelli traviati che non sono membri di Al Qaeda e di altre organizzazioni terroristiche» spiega Karzai alle oltre 70 delegazioni riunite nella Lancaster House di Londra per la Conferenza sull’Afghanistan, la sesta in nove anni di guerra.
L’offerta, frutto d’una svolta radicale nella strategia bellica occidentale, vale però solo per i militanti poco politicizzati, quelli disposti «ad accettare la costituzione nazionale che sancisce pari diritti tra uomo e donna». Per gli altri, gli irriducibili che il premier britannico Gordon Brown identifica con «gli elementi di Al Qaeda convinti che l’estremismo violento sia un’espressione di una visione perversa dell’Islam», non c’è alternativa alle armi.
La grande tavola rotonda voluta da Brown per rispondere con un’exit strategy globale al malcontento britannico verso un conflitto sempre più percepito come estraneo, si chiude in attivo per Karzai, che incassa il sostegno della comunità internazionale al piano per la Pace e il Reintegro degli ex combattenti e i primi 140 milioni di dollari destinati al trust fund, il neofondo fiduciario per la ricostruzione del paese.
«La pace non si fa con chi è tuo amico, devi essere pronto a impegnarti con i nemici» commenta a fine giornata il Segretario di stato americano Hillary Clinton. Per questo il governo di Kabul ha invitato i taleban a partecipare alla Loya Jirga, il summit delle tribù afghane che accompagnerà i lavori del consiglio nazionale per pace. La risposta per ora è picche, almeno a giudicare dal comunicato contro «la propaganda dei guerrafondai americani» diffuso in serata dal comando taleban. Ma Karzai non ha fretta: «Avremo bisogno degli aiuti internazionali per 10, 15 anni». Un messaggio rivolto a tutti i delegati ma soprattutto a quelli di Pakistan e Arabia Saudita, i due paesi che avevano riconosciuto il governo taleban prima della cacciata nel 2001.
«L’esito mi sembra positivo, dopo aver criticato gli italiani in Afghanistan siamo arrivati alla conclusione che la pace si può comprare», osserva l’analista pakistano Shahid Qureshi. Certo, quando Gordon Brown ha affermato con enfasi obamiana che la battaglia per i cuori e le menti degli afghani si vince avanzando uniti, gli occhi sono andati al posto vuoto del delegato iraniano che, secondo il ministro degli esteri britannico Miliband, «decidendo di non partecipare si è autoisolato».
Ma al battesimo dell’anno della transizione e della «responsabilità afghana», nessuno ha davvero voglia di sottolineare le mancanze. Neppure le donne come l’attivista Wazma Frogh, arrivata per contestare l’apertura ai taleban e ripartita soddisfatta almeno dal discorso del suo presidente, «per la prima volta ha parlato con piglio che lo legittima». L’appuntamento è a fine 2010 a Kabul, quando i partner internazionali chiederanno conto a Karzai dell’aumento del 50 per cento degli aiuti stanziato per battere la corruzione, che gli afghani temono almeno quanto la guerra.

Fonte: La Stampa.

Colloqui segreti tra Nazioni Unite e talebani

Un inviato delle Nazioni Unite avrebbe condotto segretamente colloqui esplorativi con alcuni comandanti talebani per delineare i termini di un accordo di pace.
Lo rivela in apertura il quotidiano britannico The Guardian. I comandanti regionali della Quetta Shura si sono incontrati con Kai Eide, rappresentante Onu in Afghanistan, l’8 gennaio scorso a Dubai.
«Hanno chiesto un incontro per avviare dei colloqui, vogliono protezione, non vogliono finire in posti come Bagram (il centro di detenzione presso la base militare Usa di Kabul, ndr.)», riferiscono fonti delle Nazioni Unite. Si tratta del primo incontro del genere e a questo livello, precisa il quotidiano britannico, sottolineando come ciò possa rappresentare, per la prima volta in nove anni, una certa fiducia nelle organizzazioni internazionali da parte di alcuni gruppi talebani.

Fonte: Corriere della Sera.

Francia: verso lo stop al velo integrale.

La Francia si prepara a una stretta sul velo integrale in pubblico: una commissione parlamentare si è pronunciata ufficialmente per l’interdizione da uffici e servizi pubblici dell’indumento islamico che occulta il volto della donna. Il burqa, è la conclusione del rapporto, offende i valori nazionali della Francia.

Si tratta degli esiti finali di un iter durato 6 mesi i cui risultati erano molto attesi oltralpe. Molti intenso è stato il dibattito nell’opinione pubblica e nuove polemiche sono attese, nonostante le statistiche dicano che in tutta la Francia siano appena 2.000 le donne che indossano un niqab (velo che lascia spazio solo agli occhi) o un burqa (il viso è interamente coperto). Il rapporto di 200 pagine ha toni prudenti e la commissione, presieduta dal deputato comunista André Gerin, ha stabilito 18 raccomandazioni di vario ordine.

Sul piano strettamente normativo, la proposta faro consiste nell’adozione di una «disposizione che vieti di dissimulare il proprio viso nei servizi pubblici». Il rapporto raccomanda di «optare per uno strumento legislativo» che possa anche essere declinato «per via amministrativa». Questo dispositivo potrebbe in particolare essere applicato nei trasporti pubblici e nei dintorni delle scuole. «La conseguenza della violazione di questa regola non sarebbe di natura penale ma consisterebbe in un rifiuto di corrispondere il servizio richiesto».

La commissione di studio non arriva a suggerire un «divieto generale e assoluto del velo integrale negli spazi pubblici» perché «non esiste al riguardo unanimità». Il rapporto sottolinea come una legge di questa fatta «sollevi comunque questioni giuridiche complesse», poiché comporta una «limitazione dell’esercizio di una libertà fondamentale, la liberta di opinione, nella totalità dello spazio pubblico». Di qui il rischio di una censura da parte del Consiglio costituzionale o di una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Il rapporto sul velo integrale è destinato a riaccendere polemiche in Francia. La tensione è alta e lo dimostrano i fatti di Drancy, dove Hassen Chalghoumi, l’imam della moschea che nei giorni scorsi si era schierato a favore di una legge che vieti l’uso del burqa, è stato colpito da dure minacce. Un commando di circa 80 persone ha fatto irruzione lunedì sera nella moschea guidata da Chalghoumi, pronunciando minacce contro l’imam, grande sostenitore del dialogo interreligioso (soprattutto tra ebrei e musulmani). Al momento del blitz, «nella moschea si trovavano circa 200 fedeli», ha detto all’Agenzia France Presse un consigliere della Conferenza degli imam, presieduta dallo stesso Chalghoumi, che ha richiesto l’anonimato. «Hanno forzato il passaggio e si sono impossessati dei microfoni dopo un tafferuglio. A quel punto hanno indirizzato minacce e anatemi contro l’Imam, trattandolo da miscredente e apostata e affermando: liquideremo il suo caso, a questo imam degli ebrei…».

Fonte: Corriere della Sera.

COPASIR: Massimo D’Alema è il nuovo presidente.

Massimo D’Alema è stato eletto all’unanimità presidente del Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.
Il deputato e dirigente Pd come membro del Copasir era subentrato nei giorni scorsi a Emanuele Fiano. Sostituisce così alla presidenza il dimissionario Francesco Rutelli, che resta componente dell’organismo.

Il Copasir è un organo del Parlamento italiano che svolge funzioni funzioni di controllo sull’operato dei servizi segreti.
È composto da cinque deputati e altrettanti senatori, nominati dal Presidente del Senato e della Camera, in modo da rappresentare proporzionalmente le principali forze politiche che li compongono mentre il Presidente viene eletto tra i componenti appartenenti ai gruppi parlamentari dell’opposizione, per precisa disposizione di legge.

Fonte: Corriere della Sera.

Londra: i terroristi alla ricerca di volti femminili occidentali.

Se fino ad oggi bastava il nome arabo e l’aspetto vagamente mediorientale per far scattare i sensori aeroportuali, ora, verosimilmente, sarà sufficiente essere donna.
A 48 ore dalla decisione del Governo britannico di elevare da «importante» a «grave» lo stato d’allerta terroristica nel Paese, l’MI5 rivela la ragione di tanta apprensione. «Un attacco terroristico è probabile seppure non imminente» aveva spiegato confusamente il ministro dell’Interno Alan Johnson, lasciando gli analisti nel dubbio che l’allarmismo fosse fine a sé stesso, un modo per mettere comunque le mani avanti. All’origine della sirena c’erano invece due corpose informative. La prima, dell’intelligence americana, sul rischio di un’azione kamikaze da parte di aspiranti martiri occidentali formate da Al Qaeda; la seconda, proveniente dall’India, su un piano per dirottare un volo in partenza da New Delhi o Mumbai e farlo schiantare su una città del Regno Unito.
«Hanno addestrato delle donne con la pelle chiara, persone che non assoceremmo mai automaticamente ad Al Qaeda» rivela al il Sunday Telegraph Richard Clarke, ex consigliere antiterrorismo alla Casa Bianca. Gli 007 d’oltreoceano se l’aspettavano: da tempo i gruppi radicali scommettono sullo zelo dei neoconvertiti, i cosiddetti imam dagli occhi azzurri. Nel continuo gioco al rialzo con le misure di sicurezza, il passo successivo degli uomini di Osama bin Laden non poteva che essere l’arruolamento delle meno sospettabili tra le matricole. Secondo il domenicale queste nuove adepte, non arabe e con passaporto occidentale, avrebbero ricevuto il training nei campi di Al Qaeda nello Yemen e almeno due di loro sarebbero pronte a colpire.
Sul fronte indiano le poche certezze riguardano invece la progettazione dell’attentato più che l’identità degli esecutori. Da giorni gli agenti dell’MI5 studiavano il messaggio top secret inviato dai colleghi indiani con le rivelazioni di un leader terrorista in prigione dall’inizio di gennaio. Secondo il Sunday Times si tratterebbe di Amjad Khwaaja, membro di Harkat-ul-Jihad-al-Islami, un gruppo pachistano coinvolto in diversi attentati: sarebbe lui ad aver raccontato del piano di dirottamento di un volo Air India o India Airlines organizzato da militanti di Al Qaeda contro la Gran Bretagna, che si prepara ad ospitare la conferenza internazionale sull’Afghanistan e numerose manifestazioni contro la guerra.
«Osama bin Laden è il simbolo di una protesta antiautoritaria, non è un leader organizzativo» osserva Mark Juergensmeyer, direttore dell’Orfalea Center for Global and International Studies dell’università della California. L’impressione degli esperti è che non ci sia collegamento tra le cellule femminili dormienti e il sogno d’un 11 settembre europeo degli aspiranti dirottatori pachistani, iniziative autonome che della rete dello sceicco saudita utilizzano solo il brand.
Londra si blinda per l’arrivo, tra gli altri, del segretario di Stato Usa Hillary Clinton, il presidente afghano Hamid Karzai, il primo ministro yemenita Ali Mujavar. Ma Scotland Yard sa bene che contenere la minaccia esterna non neutralizza quella interna. Il capo dell’MI5 Jonathan Evans è convinto che al momento nel Regno Unito ci siano almeno 2000 persone coinvolte in attività di terrorismo. Quantificare il rischio è letteralmente mission impossible, il tentativo è provare a dargli un volto.
Oggi si cercano volti femminili.

Fonte: La Stampa.

Suor Virginie: la Madre Teresa della Beckaa.

Poco lontano da Zahle, la “sposa della Beckaa”, sulla collina di Ksara affacciata sui rigogliosi vigneti, c’è una casa speciale.
Vi abitano poco più di cento fra bambini e ragazzi, ma il loro numero, purtroppo, aumenta di giorno in giorno. Fanno tutti parte della stesso famiglia. E’ la famiglia Malouf.
Il capostipite è Suor Virginie Maalouf, Maman Virginie, come la chiamano i piccoli residenti. Nella serenità delle sale ordinate e accoglienti, nella gioia dell’area adibita al gioco di “Maison notre Dame des dons pur l’enfant heureux” – La Casa Nostra signora dei doni per il bambino felice – Suor Virginie accoglie orfani, bambini abbandonati, “bambini di strada” e quei “figli della guerra” che il Libano ha partorito in anni di conflitti. Tra di loro si chiamano “fratello” e “sorella”, indipendentemente dalla provenienza e dalla confessione religiosa.

Bambini cristiani, musulmani, drusi, condividono i momenti di gioco e di crescita nella struttura costruita nel 1980, dopo una prima esperienza nel 1970 a Hoch El Omara, per creare un luogo in cui si potesse respirare un’atmosfera diversa da quella fredda e impersonale degli orfanotrofi classici in cui aveva operato e mettere a disposizione una vera casa e una vera famiglia per i piccoli senza genitori. Grazie all’aiuto di alcuni generosi amici, nacque così la “Maison de Notre Dame des dons pour l’enfant heureux”. “Questa casa fu dapprima un modesto appartamento di quattro stanze in cui, durante la guerra, oltre cinquanta bambini trovarono rifugio”, racconta Suor Virginie ricordando i primi anni di attività. “Per circa un mese, i bombardamenti impedirono qualsiasi uscita. Dietro alle persiane chiuse, terrorizzata dal rumore delle bombe, questa grande famiglia nascente si dovette accontentare di mangiare spaghetti sconditi, fortunatamente immagazzinati prima del “diluvio di fuoco”. Nel 1987, Suor Virginie ha ottenuto i materiali necessari per la costruzione di una grande casa di 880 mq. Si è indebitata per acquistare il terreno e pagare i lavori, e qualche aiuto e donazione locale hanno permesso di raggiungere il budget richiesto.
“Ho sempre vissuto qui”, racconta Joe, che oggi ha 18 anni e frequenta l’università a Beirut, dove studia “Hotel management”. Aveva solo un’ora di vita quando è stato accolto in quella che sarebbe diventata la sua casa. E’ qui che torna ogni fine settimana, quando è libero dagli impegni universitari e può ritrovare la sua famiglia e aiutare Suor Virginie e le persone che lavorano nella struttura per garantire ai piccoli ospiti una vita dignitosa e, soprattutto, un futuro. Assieme agli educatori, le ragazze più grandi – di età fra i 14 e i 22 anni – aiutano Madre Virginie a occuparsi dei più piccoli. Tre impiegati, un autista e due cuoche completano il personale della struttura.
La giornata comincia alle cinque, per permettere a tutti di andare in bagno – vi sono solo quattro bagni per le esigenze di oltre cento persone – e prepararsi per la scuola. La mancanza di mezzi di trasporto costringe infatti a effettuare più viaggi con l’unico pulmino a disposizione, con conseguente perdita di tempo e denaro. Dopo la scuola, nel pomeriggio, ci si dedica allo studio, al gioco e alle attività educative e ricreative extrascolastiche, come le lezioni di canto e di musica, che hanno dato vita a una piccola corale che anima la messa della domenica nella chiesa di Zahle, ma anche gli spettacoli e le serate organizzate all’orfanotrofio. La formazione musicale completa l’eccellente educazione data da madre Virginie ai suoi bambini, e la giornata finisce con i canti e le preghiere collettive davanti alla statua della Vergine collocata all’ingresso della casa e quella situata nella piccola grotta artificiale accanto alla struttura. “L’istruzione è fondamentale per la crescita dei bambini”, commenta Suor Virginie, sottolineando che una buona istruzione deve essere garantita tutti. “E’ giusto che ogni bambino abbia le stesse possibilità e abbia accesso all’istruzione senza discriminazioni”. Dalla scuola materna alla scuola elementare, fino il diploma e poi l’università.Il sabato e la domenica sono invece dedicati alla realizzazione di piccoli oggetti di artigianato, che i bambini costruiscono con le proprie mani, esprimendo la propria creatività e fantasia: ricami, oggetti in legno, decorazioni pasquali e natalizie, ma anche decorazioni per abbellire e rendere accogliente l’orfanotrofio. Un modo per insegnare ai bambini il valore del lavoro e impiegare il tempo libero in modo utile.
Proprio in questi giorni si respira grande fermento a casa Maalouf. Tutti sono impegnati nella preparazione di decorazioni per un evento speciale: il 10 agosto si sposerà la sorella di Joe. Prima di lei, altre 47 ragazze ospiti dell’orfanotrofio si sono sposate e oggi continuano a far parte della grande famiglia Maalouf, che conta oltre 400 membri, considerati tutti i bambini e le bambine che sono stati ospiti della struttura. Molti di loro oggi vivono altrove e hanno una propria famiglia, ma fanno regolarmente visita a Maman Virginie e ai loro “fratellini” e “sorelline”. Per rafforzare il legame che la unisce ai suoi bambini, madre Virginie ha adottato tutti coloro che sono orfani di padre e di madre – è il caso di 16 ragazzi e ragazze di età compresa fra gli 1 e i 22 anni che vivono tuttora con lei – e ha donato loro il suo cognome.
Dietro ai sorrisi, alle grida di gioia, si celano storie di solitudine e violenze, storie troppo grandi per dei bambini che dovrebbero conoscere solo l’affetto, l’amicizia e il gioco. La storia di Mosè è tutta nel suo nome: è stato ritrovato lungo un fiume e poi accolto da Maman Virginie. E’ invece una storia di profonda solitudine quella di Charbel, abbandonato al suo destino e cresciuto per tre anni in mezzo alla natura. E’ difficile immaginare le violenze subite dalla piccola Fatima, di cui hanno ripetutamente abusato quando aveva solo tre anni. Oggi, grazie alle cure e all’amore di Suor Virginie e della sua grande famiglia, stanno ritrovando il sorriso.
Dietro alla serenità dell’orfanotrofio e alla normalità che Suor Virginie e i suoi collaboratori sono riusciti a creare, ci sono anche i grandi sforzi per superare le difficoltà quotidiane nel gestire la struttura: assicurare il cibo e l’istruzione a bambini e ragazzi, garantire loro un luogo dignitoso in cui vivere, pagare le bollette e le rette scolastiche. E poi ci sono la manutenzione e la necessità di sostituire i computer ormai obsoleti e acquistare l’arredamento per le aule studio. Ad aggravare la situazione contribuiscono le infiltrazioni d’acqua che hanno provocato un notevole deterioramento degli intonaci, in particolare nelle camere. L’insufficienza di energia elettrica rende inoltre necessario un generatore per evitare danni alla conservazione del cibo nei mesi più caldi e garantire il riscaldamento nei mesi invernali.
Maggiori risorse economiche servono per il completamento della nuova ala della struttura, cominciata tre anni fa e oggi sospesa, per offrire ai ragazzi più grandi un alloggio separato da quello delle ragazze. Uno spazio ideato e progettato da madre Virginie, che ha pensato proprio a tutto, preoccupandosi anche dello stato d’animo dei giovani ospiti. Oltre alle camere e alle aule studio ha previsto infatti degli “spazi in cui anche gli spazi dell’anima possano trovare una loro dimensione”, attraverso attività e luoghi che li aiutino a dimenticare le sofferenze: una piccola sala in cui raccogliersi in preghiera, spazi comuni, una graziosa pergola rilassarsi.
Per pagare i suoi debiti e far vivere la sua grande famiglia, Madre Virginie ha avuto l’dea di aprire nella sua casa un asilo e una colonia estiva per i bambini delle vicinanze: La Garderie, a cui i genitori possono affidare i figli durante le ore lavorative. Ma La Garderie non è solo un modo per recuperare nuove risorse: è anche uno strumento fondamentale per favorire l’integrazione dei bambini ospiti dell’orfanotrofio con i loro coetanei e la comunità locale. Ai momenti di gioco si aggiungono le altre iniziative organizzate per facilitare il contatto tra i bambini ed eliminare le differenze, come la colonia estiva o le giornate sulla neve nei mesi invernali.
Le difficoltà, seppur numerose, non scoraggiano Suor Virginie, che, con l’aiuto di chi ha a cuore il futuro dei bambini accolti a “Maison notre Dame des dons pur l’enfant heureux”, continua nel suo impegno perché possano continuare ad essere davvero felici. Ed è proprio per la forza d’animo, la sensibilità e la volontà che la contraddistinguono che Suor Virginie è conosciuta nella Beckaa come una nuova “Madre Teresa”.

Fonte: Assadakah.

UE: Marocco, Stati Uniti ed America Latina

L’Agence Maghreb Arabe Press annuncia il primo summit tra Marocco ed Unione Europea.
Il Primo Ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero ha dichiarato sul Pais che l’incontro sarà un’opportunità per favorire il processo di modernizzazione nel paese africano che gode già dello “stato avanzato” nelle relazioni con l’Ue.
Il Summit Marocco-Ue si terrà nel mese di marzo e a capo della presidenza ci sarà la Spagna, in carica dal primo gennaio. Zapatero ha sottolineato che questo summit, insieme a quello con l’America Latina e gli Stati Uniti, sarà il più importante per la nazione iberica.
Il summit con l’America Latina avrà luogo per firmare un accordo con il Mercato Comune del Sud (Mercosur), mentre quello con gli Stati Uniti ha l’obiettivo di aggiornare l’agenda transatlantica con ulteriori questioni legate alla sicurezza, all’energia, alla ricerca, allo sviluppo e all’innovazione.

Fonte: Assadakah.