Archivio Mensile: novembre 2010

La campagna WASH per le scuole afghane

In settembre l’Unicef, d’accordo con l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e con il governo locale, ha lanciato per le scuole dell’Afghanistan la campagna Wash e una raccolta di fondi per sostenerla.
L’obiettivo è promuovere l’igiene di ragazze e ragazzi, ma prima ancora dotare le scuole di servizi igienici decenti (per il 60 per cento ne sono prive) e di accesso all’acqua potabile (precluso al 55 per cento).
Anche in Italia, si ricordi, questo processo fu lungo.
Ancora nei primi anni quaranta al mattino in molti luoghi maestre e maestri dovevano fare “l’ispezione” verificando che gli alunni, mani aperte sui banchi, avessero le unghie pulite, almeno quelle, e i renitenti venivano mandati a lavarsele nei gabinetti.
Cosa non facile se i gabinetti decenti non ci sono, se l’acqua potabile non arriva (come ora da noi la banda larga e, grazie ai tagli del governo, anche la carta igienica), se le scuole continuano a essere colpite e incendiate da fondamentalisti, che decapitano presidi e insegnanti ora che le scuole accolgono accanto ai maschi le femmine.
Tuttavia, per aggiornare notizie qui già date, l’impegno scolastico del governo Karzai continua. Le scuole che offrono istruzione generale sono salite da seimila nel 2002 a undicimila e, si prevede, a oltre sedicimila nei prossimi anni. Gli alunni e le alunne frequentanti sono saliti da 2,3 milioni nel 2002 a 6,2 milioni nel 2008 e si stima che saranno 10 milioni nei prossimi anni. Nonostante tutto anche in Afghanistan la scuola va avanti.

Fonte: Internazionale.

Una firma bipartisan contro le mutilazioni genitali

Mara Carfagna ed Emma Bonino hanno firmato stamani, a Palazzo Chigi, il petalo rosa simbolo della campagna mondiale contro le mutilazioni genitali femminili promossa in Italia da Aidos e Amnesty International.
Una campagna, ha sottolineato la presidente di Aidos Daniela Colombo, che ha l’obiettivo di raccogliere 8.000 firme al giorno, perché tante sono nel mondo le bambine che in media rischiano di subire mutilazioni dei genitali, circa 3 milioni all’anno.
In Europa sono 500mila le donne che hanno subito una qualche forma di mutilazione genitale, e sono 38.000 le donne straniere residenti in Italia e con regolare permesso di soggiorno che nel loro Paese hanno subito questa violenza. Circa mille le bambine straniere che vivono nel nostro Paese che sono a rischio di subire una qualche forma di mutilazione genitale.
Aidos e Amnesty hanno chiesto al ministro per le pari opportunità un impegno affinché le vittime di Mgf possano ottenere il diritto di asilo, la legge contro le Mgf («la migliore al mondo») sia ri-finanziata, e affinché il suo dicastero mantenga la leadership su questa materia: «non è materia per le Regioni» hanno spiegato.
«L’Italia», ha risposto Mara Carfagna, «è in prima linea nella lotta alle Mgf e nella richiesta di una risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu per metterle al bando, grazie anche alla sensibilità del ministro degli esteri Franco Frattini. Speriamo di convincere i Paesi africani, finora piuttosto tiepidi». «Questo è un momento cruciale della campagna contro le mutilazioni», ha detto la senatrice radicale Bonino, «vogliamo una risoluzione entro l’anno. Cambiare si può: su 29 Paesi dove si praticano le Mgf, 19 hanno ottenuto una legge nazionale di interdizione».

Fonte: Il Secolo XIX .

Il colore degli occhi

Sulla questione della discriminazione razziale, la conferenza di Addis Abeba ha insegnato, a coloro che vorranno imparare, questa ulteriore lezione.
Finché l’idea di una razza superiore e una inferiore non sarà finalmente e definitivamente screditata e abbandonata.
Finché non ci saranno più cittadini di prima e di seconda classe in nessuna nazione.
Finché il colore della pelle di un uomo non sarà più significativo del colore dei suoi occhi.
Finché i diritti umani fondamentali non saranno garantiti ugualmente a tutti senza riguardo alla razza
Fino a quel giorno, il sogno della pace durevole e della cittadinanza del mondo e del dominio della moralità internazionale resterà solo una pia illusione, da ricercare senza mai poterla raggiungere…

Haile Selassie dal discorso all’ONU del 6 ottobre 1963.

Bosnia express

Un dopoguerra interminabile, quello della Bosnia Erzegovina.
Oggi, tre lustri dopo, il Paese è in mano a politici corrotti, alle mafie che ripuliscono il denaro sporco nel settore immobiliare e nelle banche occidentali e arabe, a gruppi stranieri che giorno dopo giorno esigono il pagamento di un dazio infinito, il cui peso ha avuto origine nella guerra del 1991-1995.
Bosnia Express è il viaggio in un Paese deragliato, con un ritardo strutturale di quarant’anni, ridotto economicamente e culturalmente in ginocchio e squassato dai nazionalismi e dalle contrapposizioni di credo, ma ciò nonostante capace di destare molti appetiti. E di sorprendere.
“Luca Leone non ci consegna un libro, ci dà uno schiaffo. Lui che bosniaco non è ha il candore di indignarsi ancora davanti alle fosse comuni terziarie di Srebrenica, di arrabbiarsi per le scorie tossiche colate a picco dai francesi nel lago di Buško, di commuoversi davanti alla splendida natura bosniaca, anche se ancora da sminare e forse solo per questo non contaminata, appiattita sotto una coltre di malta, strappata per far largo a torri di hotel”. (Francesco De Filippo)
“L’espressione o lo stato d’animo di Luca Leone è quello del disinganno, della disillusione nei confronti di un Paese che ha girato le spalle a se stesso, in un post-conflitto nel quale denaro, successo e crimine hanno rapidamente preso il posto della giustizia, della verità e della solidarietà”. (Riccardo Noury)
“Vi consiglio di leggere questo libro, perché parla di un Paese speciale, la Bosnia Erzegovina, ed è scritto da una persona speciale”. (Enisa Bukvić)

Luca Leone
Giornalista e saggista, laureato in scienze politiche, è nato nel 1970 ad Albano Laziale (Roma).
Ha scritto e scrive per diverse testate.
Ha firmato, tra gli altri, i saggi:
Il fantasma in Europa. La Bosnia del dopo Dayton tra decadenza e ipotesi di sviluppo , Il Segno, 2004;
Anatomia di un fallimento. Centri di permanenza temporanea e assistenza (a cura di), Sinnos, 2004;
Srebrenica. I giorni della vergogna , Infinito edizioni, 2005 (tre edizioni);
Uomini e belve. Storie dai Sud del mondo , Infinito edizioni, 2008.

Per contattarlo: lu.ne@libero.it .

Fonte: Osservatorio Balcani.

Titolo: Bosnia Express: Politica, religione, nazionalismo e povertà in quel che resta della porta d’Oriente
Autore: Luca Leone
Ed: Infinito, 160 pagine, 12 euro.

Testimoni scomodi

E’ giallo sulla morte di Stefano Siringo e Iendi Iannelli, i due trovati senza vita a Kabul, nella stanza di uno di loro, in circostanze misteriose.
I due italiani potrebbero essere stati testimoni scomodi della sottrazione di milioni di euro destinati a ricostruire l’Afghanistan, e per questo potrebbero essere stati uccisi con una dose letale di eroina.
Siringo e Iendi scomparvero nel febbraio del 2006 nella capitale afghana in circostanze misteriose, come racconta il “Messaggero”. I due infatti non erano tossicopdiendenti.
E a chiarire i contorni della vicenda sarebbero le conclusioni del professor Marcello Chiarotti, consulente del pubblico ministero Luca Palamara, che sta cercando di far luce sulle cause della morte dei due romani. Siringo e Iannelli furono trovati morti nella stanza di Iannelli il 16 febbraio di quattro anni fa.
Il gip Rosalba Liso ha ipotizzato che i due siano stati uccisi perché stavano per rivelare un furto di milioni di euro destinati a ricostruire l’Afghanistan. Siringo era un impiegato del ministero degli Esteri, Iannelli contabile dell’Ildo, un’organizzazione dell’Onu. Furono uccisi da una dose di eroina pura all’89%, ma loro non erano tossicodipendenti.
Dagli ultimi sviluppi delle indagini, sembra che i due non si siano iniettati spontaneamente l’eroina: i valori chimici rinvenuti nel corpo dei due giovani non indica un uso abituale di droghe.
A confermare che questa dovrebbe essere la strada giusta ci sono parecchie testimonianze: quelle dei conoscenti, secondo cui i due non erano soliti far uso di sostanze stupefacenti, e quella del magistrato messicano, Samuel Gonzales Ruiz, che nel 2006 si trovava a Kabul, e che ha sempre sostenuto che i due giovani sapevano troppo.

Fonte: TGCom.

Al via la missione medica delle Forze Armate in Uganda

Medici ed infermieri di Esercito, Marina, Aeronautica, e Carabinieri, per la prima volta insieme per una missione umanitaria in Africa. L’iniziativa, denominata “4 stelle per l’Uganda”, come quattro le forze armate che vi prendono parte, nasce da un progetto di collaborazione tra il Ministero della Difesa italiano e la Fondazione AVSI, organizzazione non governativa italiana impegnata con oltre 100 progetti di cooperazione allo sviluppo, soprattutto nel campo dell’educazione e della promozione della dignità umana, in 38 paesi del mondo di Africa, America Latina e Caraibi, Est Europa, Medio Oriente, Asia.
Il gruppo – composto da 20 militari, tra medici, personale sanitario ed addetti alla logistica, e 2 medici civili – partirà con un C-130J dell’Aeronautica Militare dall’aeroporto di Pratica di Mare nella mattinata di sabato 20 novembre e, dopo uno scalo tecnico in Egitto, arriverà domenica 21 a Gulu, la seconda città ugandese ed unica testa di ponte per raggiungere in aereo il nord del paese. Da lì, con mezzi messi a disposizione dalla Cooperazione Italiana allo Sviluppo del Ministero Affari Esteri, la missione raggiungerà l’ospedale St. Joseph di Kitgum, circa 100 chilometri a nord-est di Gulu, tre ore di fuoristrada in questa parte finale della stagione umida. A bordo del velivolo, oltre alle attrezzature mediche e ai farmaci necessari per gli interventi, ci saranno oltre dieci tonnellate di materiale reso disponibile da importanti industrie farmaceutiche ed alimentari italiane e da privati, che verrà donato alle strutture e agli operatori locali. Il programma della missione, concordato preventivamente con l’AVSI e la direzione dell’ospedale, prevede già a partire dal 22 novembre visite ed interventi di chirurgia generale, endoscopia, ginecologia, ortopedia ed attività di laboratorio analisi. Secondo fonti locali, sono già centinaia i pazienti in cammino dai villaggi limitrofi per essere visitati. L’ospedale St. Joseph, che proprio quest’anno festeggia 50 anni di attività, è stato uno dei punti di riferimento per la popolazione durante i venti anni di guerra civile che hanno sconvolto il nord del Paese, e continua ad esserlo contro nemici purtroppo ancora forti come malaria, epatite e soprattutto AIDS.
La missione, coordinata dalla Direzione Generale della Sanità Militare, è stata pianificata dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) dello Stato Maggiore Difesa, che ne detiene anche il comando operativo. Il coordinamento dei voli militari di andata e ritorno è stato invece effettuato dalla Sala Situazioni dello Stato Maggiore Aeronautica. Nell’ambito della missione, ed è uno degli obiettivi più importanti, verrà sviluppato un progetto di formazione grazie al quale i numerosi giovani medici presenti tra i militari italiani ed il personale dell’ospedale potranno ampliare il proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze lavorando al fianco dei colleghi militari e civili più esperti. Uno scambio professionale importante, questo, non solo per i medici italiani, che potranno così accrescere quell’esperienza sul campo fondamentale per operare al meglio in tutti i contesti operativi lontani dai confini nazionali, ma anche per i locali, soprattutto infermieri ed assistenti, figure sanitarie preziose per i pochi medici che normalmente è possibile trovare negli ospedali africani. “Essere vicini ad AVSI per alleviare le sofferenze della popolazione locale è ovviamente la nostra priorità, ma vogliamo anche dare continuità nel tempo al nostro intervento. In questi contesti formare un infermiere, un ferrista o un anestesista può voler dire salvare molte vite umane in futuro”, le parole del coordinatore della missione, Gen. Isp. Capo Ottavio Sarlo, Direttore Generale della Sanità Militare e Capo del Corpo Sanitario Aeronautico. Il personale sanitario militare, oltre che dal COI e dalla Direzione Generale di Sanità, proviene per gran parte dall’Ospedale Militare Celio di Roma e dai Servizi Sanitari delle rispettive Forze Armate. Da Roma anche i due medici civili, un chirurgo generale della Clinica Nuova Itor e docente dell’Università “La Sapienza” ed un aiuto chirurgo sempre della Clinica Nuova Itor.

Fonte: GrNet.it .

Mostra fotografica: Il ruolo dell’Italia nella NATO

Il Presidente del Comitato Atlantico Italiano, On. Enrico La Loggia e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Vincenzo Camporini, hanno inaugurato nella serata di ieri, presso la Sala Giubileo del Complesso del Vittoriano, la Mostra fotografica “Il ruolo dell’Italia nella NATO”.
Si tratta di una iniziativa del Comitato Atlantico Italiano, in collaborazione con lo Stato Maggiore della Difesa per proporre un momento di riflessione e di approfondimento su ciò che la NATO ha rappresentato per l’Italia e su come l’Italia, le sue Istituzioni – e tra queste le Forze Armate – hanno saputo partecipare e integrarsi nella sua struttura politica e militare.
Attraverso un sintetico ma significativo percorso, costituito da oltre 30 pannelli, con foto d’epoca, estratti di documenti storici, immagini e filmati relativi ad alcune delle missioni a cui l’Esercito, la Marina, l’Aeronautica e i Carabinieri hanno partecipato, si ripercorrono le tappe principali dei 61 anni di appartenenza all’Alleanza Atlantica, osservando anche come lo strumento militare italiano si sia evoluto e integrato efficacemente nell’attività operativa e di peace-keeping internazionale.

La mostra, con ingresso gratuito, sarà aperta sino al 5 dicembre 2010, con i seguenti orari: 9.30 – 19.30.

Fonte: Ministero della Difesa.

My name is Maurizio Cocciolone

Sul quotidiano Libero di domenica 14 novembre, nella rubrica “Soggetti Smarriti”, Alessandro Dell’Orto intervista Maurizio Cocciolone, che si racconta per la prima volta in esclusiva a vent’anni dalla Guerra del Golfo. “Finora non ho mai parlato per scelta. All’inizio c’era troppo trambusto, non ero preparato e la stessa Aeronautica non era in grado di gestire un evento mediatico così”
Ora, però, sono cambiate molte cose.
Il 18 gennaio 1991 il Tornado pilotato dalla coppia Cocciolone-Bellini bombardò Kuwait City, ma poi fu abbattuto dalla contraerea irachena. “C’era una baraonda mai vista, uno sbarramento di fuoco. La notte era illuminata a giorno, sembrava di trovarsi a Capodanno, in una grande metropoli, nel mezzo di una parata di fuochi d’artificio… Viaggiavamo a circa 1000 km orari e a 30 metri da terra, grazie al sistema radar di bordo. Ci sono stati pochi attimi per decidere il da farsi, tra la vita e la morte. Non restava che lanciarsi”.
Cocciolone fu fatto prigioniero e due giorni dopo la cattura venne mostrato un video in cui, con il viso tumefatto, veniva interrogato e ripeteva quasi meccanicamente “My name is Maurizio Cocciolone”.
“Ero tenuto in un loculo di 3 metri per due. Non avevo un materasso e mi sdraiavo a terra, senza coperte… Mi portavano una brocca di acqua sporca e, un giorno sì e uno no, una fetta di pane… Ho subito le torture del metodo iracheno… Per i colpi ricevuti ho perso alcuni denti e la lingua mi si è staccata quasi completamente”. Dopo 45 giorni di prigionia fu rilasciato e rientrò in Italia, dove però finì al centro di alcune polemiche. “Non sono e non mi sono mai sentito un eroe, ho fatto sempre e solo il mio dovere… Però non ho avuto grande supporto e spesso mi sono sentito usato, a fini mediatici ovviamente, in vari ambiti. Di fatto le istituzioni mi hanno abbandonato a me stesso…”.

Maurizio ora ha 50 anni, è appassionato e intenditore d’arte e progetta di trasferirsi in Brasile quando tra pochi anni andrà in pensione.
Nel 2005 è stato impegnato in una missione di pace in Afghanistan e ha costruito dal nulla la base italiana di Herat: “Esperienza unica. Indimenticabile. Per me e la Forze Armate un grande orgoglio: la più grande operazione logistica dell’Aeronautica del secondo dopoguerra, dal ’45 a oggi”.
Cocciolone ha raccontato di essere ancora in buoni rapporti con Bellini: “Seppure a distanza per le lontanissime sedi di lavoro, di tanto in tanto ci sentiamo e chattiamo su Facebook”.

Fonte: TGCom.

La vera libertà è quella della parola

“Se vogliamo ottenere quello che vogliamo dobbiamo farlo nel modo giusto”.
Lo ha detto a Rangoon la leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi liberata sabato dalla giunta militare, nel suo primo discorso ufficiale dopo sette anni.
La leader democratica birmana ha aggiunto, parlando ai suoi sostenitori assiepati nella sede del partito Lnd, che “la base della libertà democratica è la libertà di parola”.
Rivolgendosi a migliaia di sostenitori in festa riuniti nella sede del suo partito, la Lega per la democrazia, Suu Kyi ha pronunciato il primo discorso da quando è stata liberata.
La leader democratica ha anche chiesto alle persone riunite ad ascoltarla di dirle che cosa vogliono:”Penso di sapere cosa vuole la popolazione, ma solo fino a un certo punto. Ditemi anche voi cosa volete”, ha aggiunto Suu Kyi spiegando di aver ascoltato le notizie alla radio fino a sei ore al giorno, durante i suoi sette anni agli arresti domiciliari.
Aung San Suu kyi ha sottolineato di voler lavorare con ”tutte le forze democratiche” in Birmania.
Ai suoi sostenitori ha detto che ”c’è democrazia quando il popolo controlla il governo. ”Accetterò che il popolo mi controlli”, ha aggiunto precisando: ”Dovete resistere per quello che è giusto”. La leader democratica birmana ha detto di non nutrire ostilita’ nei confronti di chi l’ha privata della liberta’ per tanti anni e di essere stata trattata bene. ”Gli ufficiali della sicurezza mi hanno trattato bene. Voglio chiedere loro di trattare bene anche il popolo”, ha aggiunto.
Il premio Nobel per la Pace ha parlato davanti ad alcune migliaia di sostenitori dalla sede della sua “Lega nazionale per la democrazia” (Nld). Secondo fonti del Nld, l’intenzione della leader è quella di lavorare alla riconciliazione nazionale, smuovendo la Birmania dal muro contro muro con la giunta militare.

Fonte: TGCom.

Braccio di ferro Letta – COPASIR

Se il Copasir non ritrova l’unanimità, il governo non trasmetterà i documenti riservati sulle inchieste e le indagini svolte da palazzo Chigi sui servizi segreti.
È stato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, a comunicarlo ieri al comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica presieduto da Massimo D’Alema, riunitosi per rinnovare – con una decisione che ha visto contrari i componenti Pdl e Lega – l’invito all’audizione del premier Silvio Berlusconi.
La mole delle attività di verifica e controllo sui nostri servizi, svolte da un gruppo di ispettori di palazzo Chigi – un magistrato, un generale dell’esercito, un prefetto e un ambasciatore – annovera almeno una decina di fascicoli. Sono tre, in particolare, le inchieste, le carte che scottano insomma: il caso Abu Omar e l’opposizione del segreto di Stato; il presunto pedinamento, da parte di alcuni agenti, di Italo Bocchino (Fli); e – la più delicata, non è stata ancora conclusa – la questione del ruolo avuto o meno dagli 007 nelle stragi di mafia.
Documento molto attesi, viste le implicazioni politiche che ne potrebbero derivare. Ma il clima infuocato al Copasir, con l’opposizione diventata maggioranza grazie all’alleanza con Carmelo Briguglio (Fli), ha dilaniato il clima in prevalenza bipartisan del comitato e ha logorato i rapporti, finora cordiali e diplomatici, con Gianni Letta.
La lettera di D’Alema per chiedere di nuovo l’audizione di Berlusconi ha sancito definitivamente le spaccature già delineatesi diverse settimane fa.
Scartata l’ipotesi che il Cavaliere si presenti in audizione, non è escluso a questo punto che si alzi ancora il livello dello scontro: magari con una lettera ai presidenti di Camera e Senato per stigmatizzare la mancata presentazione del premier. «Sarebbe un ulteriore atto di disprezzo del Parlamento» dice D’Alema.
Replica Fabrizio Cicchitto (Pdl): l’iniziativa della lettera «rientra in una campagna strumentale contro Berlusconi».
Aggiunge Gaetano Quagliarello (Pdl): «Il Copasir diventa arma impropria di lotta politica». Carmelo Briguglio (Fli) stigmatizza invece «l’uso delle scorte del capo del Governo in compiti del tutto estranei a quelli istituzionali». Giuseppe Caforio (Idv) sottolinea il tema «della sicurezza e segretezza delle varie residenze del premier». Ed Ettore Rosato (Pd) osserva: «Il Pdl sta difendendo l’indifendibile, cioè l’indifferenza di Berlusconi nei confronti dei problemi del paese».

Fonte: Il Sole 24 Ore.