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Libia: un’ottima vetrina per la compravendita di armi

Potenziali compratori dall’India e dal Brasile hanno la possibilità di vedere in azione le nuove tecnologie in campo militare.
Da un articolo della Msnbc.

Armare i ribelli per sconfiggere Gheddafi

Un’azione valida o una scelta scriteriata?
I dettagli in questo articolo del Telegraph.

Afghanistan: il punto dal Generale Petraeus

Cosa è stato fatto e gli obiettivi ancora da raggiungere.
In un ottimo articolo a cura di RFE/RL .

Battle for Bomb Valley

Un ottimo documentario sull’Afghanistan, a cura della BBC.
Ben Anderson è stato con le forze britanniche in Sangin, Afghanistan, nel 2007 e torna a vedere come se la passino marines americani nella lotta per il controllo della regione, dato che la presa in consegna nel 2010. Il suo film segue gli uomini di Lima Società che lottano per reclamare territorio detenuti dai loro predecessori.

Costa d’Avorio: la strage delle donne

In questo video pubblicato dal Corriere della Sera, la strage durante una manifestazione pacifica.

Scontri in Libia: il bilancio militare

Un approfondimento del Washington Institute.

Nella mente di un basij

Un ottimo articolo, accompagnato da un interessante video, per cercare di conoscere meglio queste figure e ciò che ruota loro intorno.

Per trovare i talebani a colpo sicuro basta un’App?

Lo sviluppo dell’applicazione è costato 26.000 dollari.
A voi i commenti, dopo la lettura di questo articolo.

Vecchia Europa in disarmo

Le misure d’emergenza varate per ridurre spesa pubblica e deficit stanno abbattendosi anche sui bilanci della Difesa. Negli Stati Uniti la spesa militare è considerata un volano per il rilancio dell’economia e il Congresso ha approvato per il 2011 un bilancio 726 miliardi di dollari che, anche togliendo i 159 miliardi che finanzieranno i conflitti in Iraq e Afghanistan, lascia al Pentagono 23 miliardi in più rispetto a quest’anno. Anche Cina e India continuano a registrare incrementi di spesa.
Pechino ha innalzato quest’anno “solo” del 7,5% un budget che ufficialmente ammonta a 78 miliardi di dollari (ma Washington stima sia almeno il doppio) mentre il budget di Nuova Delhi ha raggiunto i 36 miliardi. In Russia, dopo le riduzioni del 15% del 2009, quest’anno non sono per ora stati annunciati tagli al bilancio di 36 miliardi di dollari, cifra che include anche 10 miliardi per rinnovare armi e mezzi per il 90% obsoleti.
Difficoltà gravi emergono invece in Europa, dove il crack greco ha portato i governi a manovre che, nel campo della Difesa, attuano tagli drastici ma non sempre ponderati. Per risparmiare, Atene ha ridotto del 25% le spese correnti e ritirerà il contingente dal Kosovo, il Portogallo attuerà manovre simili, in Romania l’80% del bilancio (1,8 miliardi di dollari) se ne va in stipendi e in Austria riduzioni di oltre il 10% del bilancio (2 miliardi di dollari) impediscono manutenzioni e addestramento. Berlino ha varato un piano da 4,3 miliardi di euro in tre anni su un bilancio di 31 con la chiusura di basi, la riduzione di almeno 40mila effettivi, la messa a terra di alcuni caccia Typhoon e bombardieri Tornado e la radiazione anzitempo di motovedette e sottomarini. Tagli sono previsti anche al sistema di difesa antimissile Meads, agli elicotteri Nh 90 e agli aerei cargo A-400M.
Scelte simili sono in atto in Spagna, dove a un taglio del 6,4% già attuato su un bilancio di circa 8 miliardi di euro potrebbero aggiungersi nuove decurtazioni, compromettendo l’acquisizione di aerei e blindati. La Francia, con un bilancio di 32 miliardi, ha attuato nel 2008 un ampio piano di ristrutturazione della Difesa, ma sta mettendo a punto nuovi tagli stimati tra i 2 e i 5 miliardi di euro da spalmare sui prossimi tre anni. In Gran Bretagna l’austerity firmata Cameron-Clegg porterà a dismettere i mezzi più vecchi (cingolati, artiglierie, elicotteri e velivoli) riducendo o dilazionando le nuove acquisizioni per risparmiare almeno 7 miliardi di sterline in cinque anni su un bilancio quest’anno di 36,8 miliardi. A quanto sembra verranno salvaguardati i programmi già contrattualizzati (come quello per le due nuove portaerei), l’abbandono dei quali comporterebbe sanzioni da versare all’industria che vanificherebbero i risparmi ottenuti.
Un aspetto quest’ultimo comune a tutti i paesi europei nei quali infatti i tagli colpiranno soprattutto il trattamento economico del personale e l’esercizio, cioè l’addestramento dei reparti, la manutenzione e gestione di mezzi e infrastrutture.
Il rischio è quindi di disporre di armi nuove e sofisticate, ma di non avere le risorse per gestirle come sta già accadendo in Italia, dove mancano i fondi per riparare i mezzi danneggiati in Afghanistan e il carburante per i jet e le navi, inclusa la nuova portaerei Cavour. Roma non ha ancora indicato dove i nuovi tagli stimati tra 1 e 1,5 miliardi di euro andranno a incidere, ma le decurtazioni già approvate dalle precedenti Finanziarie hanno reso quasi impossibile addestrare i reparti.
Se in Europa la crisi ingigantisce gli effetti della mancata integrazione militare, in Italia pesa l’assenza di una ridefinizione del Modello di difesa, ancora anacronisticamente legato a un organico di 190mila militari. Qualche migliaio in più dei britannici, che però spendono oltre il triplo dei 14 miliardi del budget italiano di quest’anno per la Difesa. In assenza di una pianificazione concreta che stabilisca obiettivi e risorse, le forze armate italiane rischiano la paralisi e sopravvivono solo grazie ai fondi extra-bilancio per le missioni oltremare.
In tutta Europa si punta a garantire quanto oggi necessario alle truppe schierate in Afghanistan privilegiando i mezzi per la contro-insurrezione. Una scelta giustificata, ma che rischia di sacrificare la pianificazione indispensabile per disporre di forze in grado di far fronte a ogni tipo di minaccia futura, anche convenzionale. Anche per questo il segretario generale della Nato, Anders Foigh Rasmussen, ha messo in guardia gli alleati da un disarmo che «potrebbe minacciare la stabilità internazionale e quindi limitare le prospettive di crescita».

Fonte: Il Sole 24 Ore.

“Le armi italiane? Un’eccellenza che ci riconosce tutto il Mondo”

Le armi italiane saranno le regine dello Shot Show di Las Vegas, che si svolge dal 19 al 22 gennaio: è la principale fiera del settore, e la presenza dei nostri maggiori produttori (Beretta, Benelli, Perazzi, Fiocchi, Nobel, Baschieri & Pellagri, Cheddite) è attesa dai visitatori di tutto il mondo. Perché? «Perché le nostre armi, che nel bresciano hanno una tradizione di cinque secoli, sono ineguagliabili per precisione e qualità artigianali – risponde Nicola Perrotti, presidente dell’Anpam, l’Associazione delle industrie del settore aderente a Confindustria -. In tutto, 4mila occupati e un fatturato complessivo di 2,5 miliardi, per l’80% da esportazioni».
Un’eccellenza che ci è riconosciuta?
«Sì, da tutti. In Europa solo Austria e Germania mantengono una tradizione. E le aziende italiane hanno fatto varie acquisizioni all’estero».
Parliamo di fucili e pistole civili o militari?
«Sono produzioni diverse, continuativa la prima e ciclica la seconda. Il comparto civile, il più importante, serve la caccia, il tiro sportivo, la difesa personale. Lo sa che alle ultime dieci Olimpiadi sul podio ci sono sempre state armi italiane?».
Parlare di armi solleva problemi etici…
«Senza dubbio. Ma esse sono anche strumenti democratici, perché hanno sottratto l’uomo alla disparità della forza bruta. Mai comunque ci auguriamo che vengano colpite le persone. Noi facciamo armi sicure per evitare colpi accidentali. E sono le più efficaci del mondo: perché se una persona deve sparare, deve centrare l’obiettivo, animato o inanimato che sia, per concentrare il danno ed evitare di coinvolgere persone che non c’entrano».
Per voi la caccia vale il 50% degli affari. Ma anche questo è un tema spinoso
«La caccia divide le coscienze, io sono neutro e non la pratico. Per capirla, credo, va provata. Comunque è giusto che si possa fare ciò che è consentito dalla legge. Va precisato comunque che la nostra associazione persegue interessi industriali, e ha l’interesse al mantenimento di uno dei nostro mercati principali».
Sentite la crisi?
«Il settore è sano e due anni fa ha chiuso un decennio di crescite a due cifre e di guadagni alti. Nel 2008 e nel 2009 ha perso il 10% e il 12% del fatturato, perché comunque si tratta di un prodotto voluttuario. Un problema è il cambio, visto che il 90% dell’export è in dollari. C’è stata un frenata più forte nei fucili che nelle pistole, le quali, anzi, negli Stati Uniti hanno visto aumentare le vendite, perché la gente pensava che un presidente democratico desse una stretta alle vendite».
Cassa integrazione?
«Poca, pochissima. Le aziende sono ben capitalizzate e si sono sempre autofinanziate»
Quindi le imprese non hanno bisogno delle banche?
«Ne avrebbero quando si tratta di finanziare commesse estere: ma gli istituti italiani si tirano indietro opponendo problemi morali. Invece le banche estere fanno la fila per lavorare con le nostre industrie. Anche le filiali di gruppi italiani».

Fonte: Il Giornale.