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Omicidio Bhutto: mandato d’arresto per Musharraf

Uno speciale tribunale antiterrorismo ha emesso a Rawalpindi un mandato di arresto nei confronti dell’ex presidente pachistano, Pervez Musharraf, nelle indagini sull’assassinio dell’ex premier Benazir Bhutto. Lo riferisce Geo Tv.
Quattro giorni fa i magistrati avevano confermato che in questa vicenda l’ex capo dello Stato, che vive all’estero, era indagato, cogliendo fra l’altro di sorpresa il governo del premier Yousuf Raza Gilani.
La Bhutto fu assassinata il 27 dicembre 2007 mentre usciva da un parco a Rawalpindi dopo un comizio. Un kamikaze si fece esplodere vicino alla sua auto uccidendo 24 persone.
Un filmato catturato da una telecamera a circuito chiuso mostrò che un cecchino colpì alla testa l’ex premier che era fuori dall’auto per salutare la folla, mentre il ministro dell’Interno Rehman Malik sostenne che la Bhutto morì ”per aver sbattuto il capo contro una barriera metallica del veicolo dopo lo scoppio”.
E’ poi emerso, hanno assicurato gli investigatori, che quel giorno Musharraf sostituì il responsabile della scorta della Bhutto e poi ordinò alla polizia di ripulire il luogo della strage senza raccogliere gli indizi necessari per condurre un’inchiesta.
Musharraf ha detto che non intende farsi arrestare. E’ quanto sostiene il suo portavoce da Londra dove l’ex generale si trova in esilio dal 2009. Nel mandato di arresto, emesso da un tribunale speciale antiterrorismo di Rawalpindi, si dispone anche che Musharraf compaia davanti alla corte il prossimo 19 febbraio.

Fonte: TGCom.

Piante bioniche per snidare le bombe

In questo articolo di Graham Smith, come gli scienziati stanno sviluppando una serie di piante in grado di individuare gli ordigni.
In pratica le piante cambiano colore nel momento in cui nel terreno vengono a contatto con i componenti chimici delle bombe.
Molto interessante il video che trovate in allegato.

I talebani lanciano gas su una scuola femminile di Kunduz

Una cinquantina di bambine sono rimaste intossicate da un gas sprigionato nella loro scuola di Kunduz, nel nord dell’Afghanistan. Lo ha riferito un capo di polizia provinciale indicando come responsabili dell’attentato i talebani, che si oppongono fra l’altro all’istruzione femminile. Il funzionario di polizia, Abdul Razzaq Yaqubi, ha precisato che a sentirsi male, in alcuni casi fino a svenire, sono state 48 ragazzine e alcuni professori.
Fonti ufficiali dell’ospedale di Kunduz hanno riferito che molto scolare hanno accusato dolori, vertigini e vomito.
Quando erano saliti al potere in Afghanistan, tra il 1996 e il 2001, i talebani avevano abolito ogni forma di istruzione femminile, e la questione rimane controversa in gran parte dell’Afghanistan.
Attentati simili a questo erano stati compiuti negli anni scorsi in altre parti del Paese, pure dove la presenza talebana risulta più debole. Soltanto la settimana scorsa, ha ricordato Yaqubi, il capo della polizia provinciale, 20 bambine si erano ammalate per un sospetto avvelenamento in un’altra scuola di Kunduz.
Nel sud e nell’est dell’Afghanistan, dove i talebani controllano città e villaggi, le scuole femminili restano chiuse, gli insegnanti vengono minacciati e qualche bambina è stata addirittura sfigurata con l’acido.
“Ero in classe quando ho sentito l’odore come di un fiore”, ha raccontato Sumaila, 12 anni, una delle piccole ricoverate. “Ho visto le compagne e il professore svenire – ha riferito ancora la bambina – e quando o riaperto gli occhi ero in ospedale”. Nonostante l’intossicazione, Sumaila spera che il padre le consenta di tornare a scuola: “Sono molto impaurita – ha detto la bambina – I miei genitori sono preoccupati. Mio padre mi ha detto che ho imparato molto. Non so se mi consentiranno ancora di andare a scuola dopo quello che è accaduto”.

Fonte: TGCom.

Hezbollah coopererà con l’Onu sull’assassinio di Hariri

Pur non riponendo molta fiducia sul suo operato, il movimento sciita Hezbollah collaborerà con il Tribunale speciale per il Libano (Tsl), che sta indagando sull’assassinio dell’ex premier Rafiq Hariri.
A renderlo noto è stato il leader del partito, Hassan Nasrallah, nel corso di un’intervista concessa nei giorni scorsi ad al-Manar, televisione del gruppo.
”Coopereremo per sfidare le indagini svianti, piuttosto che per fiducia”, ha dichiarato Nasrallah, aggiungendo che gli inquirenti nelle ultime settimane hanno già convocato 12 persone vicine a Hezbollah – “in quanto testimoni, e non sospetti” – e che sono in procinto di convocarne altre sei.
Nella sua intervista Nasrallah ha anche criticato il fatto che il Tsl (voluto dalle Nazioni Unite per far luce sull’assassinio del febbraio 2005) abbia subito puntato l’attenzione sulla Siria, stretta alleata di Hezbollah, escludendo di fatto altre piste.
”Tutto questo, aggiunto alle indiscrezioni fatte filtrare alla stampa, ci crea dei dubbi sulla credibilità delle indagini”, ha commentato il leader della formazione sciita, che però ha detto anche di volere dare al comitato investigativo “un’occasione per provare la sua professionalità e non politicizzazione”.

Fonte: Osservatorio Iraq.

Una diciassettenne tra le vedove nere di Mosca

Gli investigatori russi hanno identificato una delle kamikaze che si sono fatte esplodere il 29 marzo nella metropolitana di Mosca: è una 17enne, vedova da pochi mesi di un miliziano ceceno. Le autorità hanno confermato che si tratta di Dzhennet Abdurakhmanova, e il quotidiano Kommersant ha pubblicato anche una sua foto con il marito, Umalat Magomedov: lei ha il capo coperto da un velo nero, ed entrambi compaiono con una pistola in mano.
La giovane era vedova di un militante islamico di peso in Daghestan, Umalat Magomedov, ucciso il 31 dicembre 2009 in un’operazione delle forze sopeciali contro i ribelli ceceni. L’identificazione “si basa su informazioni ricevute attraverso molteplici canali” secondo una fonte vicina all’inchiesta.
La foto della ragazza, con tratti ancora fanciulleschi nel volto, il capo interamente coperto dal velo nero, e abbracciata al compagno, entrambi con la pistola in mano, è stata pubblicata dal quotidiano di Mosca Kommersant. Non è chiaro se i due fossero formalmente sposati: Magomedov nella foto non porta l’anello. La “vedova nera” proveniva dal distretto nel Daghestan di Khasavyurtovsky e aveva conosciuto Magomedov quando aveva 16 anni, contattando i ribelli su Internet.
La stampa moscovita ha indicato inoltre nell’altra kamikaze una giovane di 20 originaria della Cecenia, Markha Ustarkhanova, a sua volta vedova di un ribelle ceceno ucciso nel 2009. Said-Emin Khazriev, eliminato in ottobre durante la preparazione di un attentato contro il presidente ceceno Ramzan Kadyrov.
Secondo l’agenzia di stampa Interfax, i servizi russi Fsb e la polizia avrebbero ormai identificato attentatori, complici e organizzatori sia dell’attentato della metropolitana di Mosca, il cui bilancio oggi è salito a 40 vittime, sia di quello di mercoledì a Kizliar, in Daghestan, costato la vita a 12 persone.

Fonte: TGCom.

Chiuse le urne in Iraq. Tasso di partecipazione significativo, nonostante gli attentati.

Alle 17 ora locale (le 15 in Italia) sono stati chiusi i seggi elettorali per le elezioni politiche in Iraq. La giornata è stata caratterizzata da attentati che hanno provocato 38 morti e oltre 100 feriti. Almeno una trentina di persone sono morte in seguito all’esplosione di colpi di mortaio che hanno colpito diversi edifici nel quartiere sunnita di Azamiyah, a nord di Baghdad: fra le vittime del crollo di una casa anche diversi bambini. Numerosi colpi di mortaio sono stati lanciati anche verso la cosiddetta Zona Verde, quartiere superprotetto di edifici governativi e dove ha sede l’ambasciata americana.
Fin da sabato, vigilia di un voto cruciale per la futura presenza delle truppe americane in Iraq, sono stati numerosi gli attentati, il più grave a Najaf, città santa sciita, dove un’autobomba è esplosa al passaggio di un pullman di pellegrini (tra cui molti iraniani), provocando tre morti e oltre cinquanta feriti; Al Qaida in Iraq ha proclamato un «coprifuoco», invitando la popolazione a stare lontana dalle urne, pena il rischio di incorrere nella «rabbia di Allah e dei Mujaheddin».
Alle urne erano chiamati per le elezioni legislative circa 18 milioni di aventi diritto, che hanno potuto scegliere fra 6.218 candidati (fra cui 1.801 donne) per 325 seggi. Il tasso di partecipazione è stato definito «significativo», malgrado le violenze e gli attentati dall’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Catherine Ashton. «La partecipazione alle elezioni politiche in Iraq, malgrado gli attentati violenti durante la campagna elettorale e nel giorno del voto, conferma l’impegno del popolo iracheno per un Iraq democratico. Merita il rispetto di tutti», ha detto Ashton. «L’Ue continua a sostenere l’Iraq nei suoi sforzi per ricostruire il Paese ed il suo sistema politico», ha aggiunto, promettendo «un partenariato sul lungo termine». I risultati definitivi non saranno noti prima della fine marzo e la formazione del nuovo esecutivo potrebbe rivelarsi un processo di mesi, nonostante la legislatura termini il 16 marzo e l’esecutivo uscente non potrà che dedicarsi al disbrigo degli affari correnti.
In attesa dei risultati delle seconde elezioni legislative dell’era post-Saddam, ecco le dichiarazioni di alcuni protagonisti della scena politica irachena. Il curdo Jalal Talabani , presidente della Repubblica e candidato per un secondo mandato, da Suleimaniya (nord-est dell’Iraq): «In questo giorno storico il vincitore assoluto è il popolo iracheno, unito nelle diversità tra curdi, arabi e le altre minoranze. Mi auguro che queste elezioni si svolgeranno pacificamente e che tutti rispettino i suoi esiti». Lo sciita Nuri Al Maliki , premier uscente, leader di i una delle maggiori coalizioni sciite e uno dei candidati favoriti, da Baghdad: «Gli attentati di stamani non influenzeranno il processo elettorale e non demoralizzeranno il morale degli iracheni nel loro esercizio di democrazia. Mi rivolgo anche a tutti i politici, invitandoli ad accettare il risultato delle urne: la mappa politica del Paese cambierà senza dubbio, ma chi vince oggi potrebbe perdere domani. E viceversa». Il leader radicale sciita Moqtada Sadr , candidato nel listone sciita guidato dal laico Ibrahim al Jaafari, dall’Iran: «Nonostante le elezioni svolte all’ombra dell’occupazione non siano legittime, chiedo al popolo iracheno di parteciparvi come un atto politico di resistenza per preparare il terreno alla liberazione dell’Iraq dagli occupanti». Il portavoce della sicurezza di Bagdad, il generale sciita Qassem Al Mussawi, da Bagdad: «I terroristi tentano di indurre gli iracheni a non recarsi alle urne, ma il coraggioso popolo iracheno ha capito questo messaggio e sta rispondendo andando a votare in massa. Per quanto ci riguarda, siamo in stato di combattimento e operiamo in un teatro di battaglia, ma i nostri soldati si aspettano il peggio».
Le misure di sicurezza sono state estreme: frontiere ed aeroporti sono chiusi da sabato alle 22 e lo rimarranno fino alle 5 di lunedì; contrariamente a quanto accaduto nel 2005, i militari statunitensi non hanno partecipato alle operazioni di vigilanza durante il voto.
I responsabili della sicurezza irachena hanno riferito di aver tolto le restrizioni alla circolazione delle auto a Bagdad che erano state decretate per proteggere i seggi elettorali da attentati. Il portavoce Qassim al-Moussawi non ha fornito spiegazioni per la decisione limitandosi a precisare che è rimasto invece in vigore il blocco per autobus e camion.

Fonte: Corriere della Sera.

Frattini: la nostra sede resta aperta. Una scossa alla sonnolenta Europa.

Due paesi europei chiudono le ambasciate a Sana’a in ordine sparso, senza consultarsi con gli altri 25. Sorprendente.
E curioso che Franco Frattini telefoni ai suoi colleghi arabi sentendosi dire: «Sei il primo che ci chiama».
Il ministro degli Esteri ha appena dato una scossa a Bruxelles e racconta cosa sta accadendo nella sonnolenta Europa.
«I fatti delle ultime ore dimostrano che nello Yemen si gioca per l’Europa il primo test di credibilità dopo l’approvazione del Trattato di Lisbona, su una delle sfide più delicate, il terrorismo».

Che non riguarda certo solo gli Usa.
«E’ evidente che gli obiettivi dei terroristi includono certamente l’Eurona. La nostra sicu rezza èin gioco, non solo quella degli americani».

L’ambasciata britannica a Sana’a è stata chiusa, poi quella francese…
«Il primo messaggio politico è imporre un coordinamento europeo immediato. Queste non sono decisioni che un paese Ue può prendere senza consultarsi, se non altro perché se si chiudono un certo numero di ambasciate europee, quelle che restano aperte sono ovviamente più esposte. Ho assunto l’iniziativa di chiedere un’immediata riunione sul tema. Ho parlato con la signora Asbton che ha condiviso la richiesta: ci vedremo venerdì 8 gennaio a Bruxelles, il Comitato operativo di sicurezza discuterà le decisioni da prendere».

Ma i francesi si sono accorti che la Ue ha un ministro degli Esteri comune?
«Sono decisioni che vanno ricondotte allo spirito del Trattato di Lisbona. C’è un nuovo ministro degli Esteri che non ha ancora convocato alcuna riunione e che, a mio avviso, avrebbe potuto portare la questione all’attenzione di tutti. La decisione francese è stata presa sulla base di elementi che non conosco: se vi era una minaccia di attentato all’ambasciata, questo avrebbe giustificato la chiusura».

L’ambasciata italiana resta aperta?
«Si, continuerà a operare in una cornice di sicurezza, Abbiamo chiesto un rafforzamento delle misure di sicurezza esterne e ho dato disposizioni per interventi di ristrutturazione interni».

«Ho ritenuto di consultare , sentendo due delle persone che hanno il maggior peso se si parla di Yemen: il capo della Lega araba, Moussa, e il principe Al Faisal, ministro degli Esteri saudita. Entrambi condividono la mia visione sulla necessità che l’Europa entri in azione e siamo d’accordo che per lo Yemen non occorre una soluzione che affronti solo il tema terrorismo ma anche il problema di come prevenire che vi si stabiliscano gruppi terroristici. Serve una riconciliazione nazionale interna allo Yemen, dove operano gruppi estremisti al Nord anti sauditi e autonomisti al Sud, L’Europa può avere un ruolo ma bisogna garantire la leadership araba».

Cosa fare?
«Tre cose: far sentire il sostegno della comunità internazionale al governo yemenita. Giusto è stato invitare lo Yemen alla conferenza di Londra del 28 gennaio».

Avete pensato già a qualche proposta?
«Proporremo di costituire un gruppo di amici dello Yemen , come abbiamo fatto per Pakistan e Afghanistan. Paesi che hanno bisogno di sostegno politico ed economico, Gli Stati Uniti già contribuiscono generosamente, e anche l’italia è pronta a ulteriori contributi.
Già sosteniamo la fornitura di una rete satellitare per il controllo antipirateria».

La seconda cosa?
«Serve uno stretto concerto con gli Usa. Il 25, tre giorni prima di Londra, avrò un bilaterale con la signora Clinton a Washington. Credo dovremo fare un appello a tutti i paesi democratici del mondo di collaborare contro il terrorismo. Bisogna ridare vita in Europa a quel piano europeo antiterrorismo che fu varato dopo le bombe di Londra: lo promossi quando ero commissario europeo nel 2005 e purtroppo è finito in un cassetto. I terroristi hanno scoperto nuove stra de, nuovi esplosivi pi sofisticati che sfuggono ai metal detector, bisogna prendere contromisure».

E poi ci sono gli arabi, «Un raccordo forte col mondo arabo è un’assoluta necessità, La Lega araba è estremamente preoccupata. Quando scopriamo che un gruppo che si riferisce ad al Qaeda nvendica il sequestro dei nostri concittadini in Mauritania, ecco la linea del terrore: va dal deserto del Mali, passa per il como d’Africa attraversa il mare e arriva allo Yemen».

I problemi della sicurezza sono in primo piano. Basta guardareii caos negli aeroporti.
«Bisogna riprendere gli scambi e il coordinamento tra intelligence sui passeggeri del traffico aereo, salvaguardando il diritto alla privacy. Nel 2005 approvammo la conservazione dei dati del traffico telefonico nello spazio Ue per due anni. Non delle conversazioni, ma l’elenco delle chiamate, momento e luogo. Fu grazie a questo che venne arrestato a Roma uno degli attentatori fuggito da Londra».

Fonte: Il Messaggero.

Il terrore “fai da te” arma i lupi solitari

Un ventitreenne nigeriano, studente d’ingegneria a Londra, ha tentato di far precipitare nel giorno di Natale un Airbus A330 proveniente da Amsterdam ed in fase di atterraggio a Detroit, con 289 persone a bordo. Le notizie sono per ora limitate.
L’aspirante attentatore stava confezionando un ordigno non si sa se esplosivo od incendiario con polvere che teneva stretta alla coscia ed un liquido contenuto in una siringa.
La miscela ha preso fuoco, provocandogli gravi ustioni. Il terrorista è stato bloccato da un altro passeggero, allertato dal lampo di luce.
Poi il fumo e il crepitio di deboli scoppi soffocati, simili a quelli di un mortaretto posto sotto un cuscino. L’aereo è atterrato regolarmente e l’attentatore arrestato dalla polizia.
Non si sa se si tratti di un “lupo solitario” cioè di un terrorista isolato oppure di un affiliato ad al-Qaeda, come ha dichiarato di essere, aggiungendo di aver ricevuto il materiale e le istruzioni per il suo impiego da una cellula operante nello Yemen.
Le autorità sono estremamente caute nel rilasciare ogni notizia, forse anche per evitare panico o polemiche sull’efficienza della sicurezza dei voli, nel periodo di grande traffico delle festività di fine anno. Non si sa se il giovane fosse noto all’antiterrorismo Usa. Secondo le autorità nigeriane, lo studente era sospettato di contatti con organizzazioni terroristiche. Il suo nome sarebbe presente in banche dati dell’antiterrorismo, ma non incluso nelle liste “no-fly”, cioè in quelle che prevedono il divieto di volo. Possedeva comunque un visto biennale per gli Usa. Certamente, vi saranno critiche all’intelligence antiterrorismo, al suo coordinamento internazionale e all’efficienza dei servizi di sicurezza delle compagnie aeree.
È probabile che l’attentatore sia un “solitario”.
Lo confermerebbero sia il suo maldestro maneggio dell’ordigno che stava confezionando, sia il fatto che, se l’attentato fosse stato pianificato da un’organizzazione terroristica, vi sarebbero stati anche altri tentati attacchi in un giorno tanto simbolico per “i crociati in guerra con l’Islam”, come quello di Natale. Le misure di sicurezza negli aeroporti sono state comunque rafforzate.
Al-Qaeda ha subito duri colpi, che ne hanno ridotto le capacità operative, addestrative e logistiche. Ma il pericolo di attentati non è affatto scomparso.
Il contrasto è divenuto per certi versi più difficIle. Frammentandosi, il terrorismo ha perso di potenza, ma è diffuso. Fa leva non solo su cellule regionali, ma anche su elementi radicali senza nessuna struttura. Essi utilizzano però le informazioni trasmesse dai web terroristici per la costruzione di ordigni di circostanza con prodotti largamente in uso, quali concimi chimici, acetone, clorati o olio per freni.
È così divenuto più difficile sia individuare i terroristi poiché i “lupi solitari” non possono essere infiltrati dall’intelligence sia predisporre misure protettive efficaci.
I monitor ed i cani addestrati non riescono ad identificare i componenti degli ordigni improvvisati. Presi singolarmente, essi sono inoffensivi.
Lo diventa il loro mix.
Per l’antiterrorismo la sfida non è più solo individuare i terroristi e prevenirne gli attentati.
È anche quella di adeguare gli apparati tecnici di controllo alle sempre nuove combinazioni per la costruzione di ordigni con componenti inoffensive.
Però, fortunatamente, i nuovi terroristi “fai da te” sono generalmente dilettanti, che commettono errori, come è avvenuto per quello che voleva “festeggiare il Natale”.

Fonte: Generale Carlo Jean per “Il Messaggero”.

L’identikit dei neo-terroristi e la pista yemenita

Il fallito attentato al jet americano conferma un modus operandi dei neo-terroristi, sia che agiscano in modo individuale che in raccordo con gruppi organizzati.

Intanto l’ordigno. Secondo le prime informazioni si tratta di una piccola bomba composta da polvere e liquido (in quantità minima), che è riuscita a superare i controlli di sicurezza. Per fortuna non è esplosa completamente. Era già avvenuto nel 2001 con il mancato attacco con le scarpe bomba e in un secondo episodio che aveva coinvolto un egiziano. Ma, al tempo stesso, è evidente come i terroristi siano alla continua ricerca di strumenti che possano essere introdotti a bordo di jet. Studiano, fanno ricerche e test. Metal detector come i varchi vigilati sono uno scudo contro certi tipi di armi o minacce, ma non hanno un valore universale. Tanto è vero che i qaedisti hanno organizzato un piano per distruggere un gran numero di aerei con l’esplosivo liquido.

Il secondo risvolto, tutto da esplorare, riguarda il protagonista del gesto, Umar Faruk Abdulmutallab. Tre le ipotesi possibili. L’uomo, di nazionalità nigeriana, potrebbe aver fatto tutto da solo, suggestionato o incitato all’azione da qualcuno «all’esterno». Una ripetizione di quanto è avvenuto a Milano con il mancato kamikaze Mohammed Game. In questo caso un mujahed fai-da-te, con un legame puramente intellettuale con l’arena integralista. Abdulmutallab, invece, ha sostenuto di aver ricevuto ordini e bomba da Al Qaeda nello Yemen. Uno scenario da verificare che potrebbe dare al complotto una dimensione ancora più inquietante. Se fosse vero vuol dire che lo hanno scelto perché forse poteva suscitare meno sospetti. Nel paese arabo, poi, è presente una sezione di Al Qaeda, molto attiva e forte di decine di elementi.

Di recente è stato affermato dagli esperti che lo Yemen può diventare il nuovo Afghanistan. E non è un caso che gli americani siano coinvolti, al fianco delle forze locali, nella lotta al terrorismo. Pochi giorni fa c’è stato un raid condotto dagli stessi Usa e alla vigilia di Natale un blitz ha colpito un accampamento. Sembra che tra i bersagli – mancati – ci fosse anche l’imam Anwar Al Awlaki, sospettato di aver ispirato l’autore del massacro a Fort Hood, Texas. La pista yemenita porta poi ad un altro episodio interessante. In agosto un kamikaze proveniente dallo Yemen ha cercato di assassinare il principe saudita Nayaf. La bomba – miniaturizzata – era nascosta nelle mutande o – secondo le autorità – nell’ano. Una ricostruzione presa per buona da alcuni esperti e vista con scetticismo da altri. La terza ipotesi è una combinazione delle prime due. Abdulmutallab è un estremista fai-da-te e si è recato nello Yemen a cercare l’avvallo e magari il supporto tecnico per il suo attacco.

Fonte: Guido Olimpio per “Il Corriere della Sera”.

Iraq: attacchi dei ribelli sunniti per tenere il Paese nel caos

Siamo nel pieno della lotta per Bagdad. Sarà una battaglia lunga, aspra e sanguinosa. Questo ne è soltanto un episodio».
I due devastanti ordigni che ieri hanno scosso la capitale, frantumando tre edifici governativi assieme alle poderose barriere erette per proteggerli, non paiono cogliere di sorpresa Juan Cole, storico del Medio Oriente all’ Università del Michigan,e uno degli esperti più ascoltati quando si tratta del garbuglio iracheno. Anzi, corregge il professore, «sarebbe meglio chiamarlo il terribile movimento tellurico innescato dall’ America con il beneplacito dell’ Iran. E parlo dell’ insediamento di un potere sciita in un Paese e in una regione tradizionalmente dominati dai sunniti. Si sono rovesciati così secoli di storia araba e irachena. Pochi, perciò, sono disposti a starsene lì, fermi, a guardare».
Professore Cole, dalle bombe esplose ieri si ricavano elementi nuovi rispetto al passato. È così?
«Proprio così. Se io fossi un investigatore, comincerei con l’ analizzare gli esplosivi: sono materiali diversi, sofisticati, costosi, dotati di alte tecnologie. Questo è uno sviluppo importante».
Ce lo spieghi.
«Vede, fino all’ inizio dell’ estate, i guerriglieri impiegavano vecchie armi recuperate dai depositi del Ba’ ath. Adesso, invece, l’ arsenale viene rifornito dall’ esterno».
Da chi?
«Individuare un Paese in particolare è fuori luogo. Basti dire che più d’ uno ha interesse a farlo, a impedire che a Bagdad s’ insedi un governo retto in gran parte da partiti religiosi e per di più sciiti».
Dunque la sua pista porta ai sunniti? alla maggior parte delle nazioni confinanti con l’ Iraq?
«Certo il progetto condiviso, seppure tacitamente, da Stati Uniti e Iran, è avversato dai nazionalisti sunniti. Osservi bene: tutti i ministeri colpiti sono stati assegnati in premio a chi sostiene il governo: al Consiglio supremo islamico, vicino agli ayatollah iraniani; o al Dawa, altrettanto sciita, del premier al-Maliki».
Le sue previsioni, professore, tendono al cupo?
«L’ Iraq è una faglia fondamentale tra il mondo sunnita e sciita. Gli scienziati a volte iniettano lubrificanti nei segmenti per impedire sismi devastanti, innescandone altri di minore intensità. Il fattoè questo: l’ America ha sbagliato dosi, troppo massicce. Non aspettatevi pace sociale in Iraq per lungo, lungo tempo».

Fonte: La Repubblica.

cole