Archivi delle etichette: esercito

Ridefinire una lunga guerra

Un interessante articolo della WPR, dove in pochi punti si cerca di capire come gli Stati Uniti possano ottenere la massima resa defalcando gli sforzi.

Pakistan: pazienza e non punizioni

Il constatare che Osama Bin Laden ha vissuto a meno di un miglio da un’accademia militare pakistana ha sollevato una serie di interrogativi sulla situazione dell’Esercito e dei servizi di intelligence pakistani, puntando il dito e l’obiettivo sulla debolezza di questo Stato.
Un articolo del New York Times.

Il fenomeno del combattente straniero: la militanza islamica e transnazionale

Un ottimo saggio di Thomas Hegghammer per il Belfer Centre.

Così la svolta del Cairo si ritorcerà contro di noi

Uno scenario da brivido. E infatti re Abdullah quasi ci resta. Succede ancor prima delle dimissioni annunciate da Hosni Mubarak ieri sera. Succede giovedì mentre al Cairo s’attendono il discorso del Faraone e le decisioni dei generali. Al telefono con l’ottuagenario sovrano saudita convalescente in Marocco dopo una difficile operazione d’ernia c’è il presidente Barack Obama. Non è una telefonata pacata. Il presidente, confortato dalle analisi errate della Cia, annuncia di voler chiuder il rubinetto degli aiuti all’Egitto per favorire il pronunciamento dei generali e accelerare l’uscita di scena del Faraone. Dall’altro capo del filo un sovrano disperato gli ricorda la necessità di non regalare altri punti a Teheran umiliando un vecchio alleato e gettando nel caos uno dei capisaldi dello schieramento anti iraniano. Infuriato dalla coriacea indifferenza di Obama, re Abdullah si dice pronto a garantire di tasca propria il mantenimento degli aiuti finanziari a Mubarak. Poi appende la cornetta e si accascia sul divano. Per molte ore voci incontrollate lo danno per morto, schiantato da un infarto. Per fortuna è solo un falso allarme, ma rende bene il panico generato dalla inadeguatezza e dalla superficialità con cui l’amministrazione Obama gestisce la più grave crisi mediorientale degli ultimi trent’anni. Una crisi che minaccia di contagiare i regimi alleati dell’Occidente, lasciar assolutamente indenni quelli allineati con Teheran e innescare la reazione di uno Stato ebraico pronto a tutto pur d’impedire alla Repubblica Islamica di conquistare l’egemonia regionale.
Eccesso di pessimismo? Non proprio. La calma piatta con cui la Siria, il miglior alleato di Teheran, risponde agli appelli alla rivolta diffusi via internet dagli oppositori all’estero fa capire come i regimi più severi e repressivi, legati a filo doppio all’Iran, siano quelli minor a rischio. L’opposizione iraniana nonostante l’annunciata discesa in piazza di domani non riuscirà, con tutta probabilità, ad aggirare le capillari misure di prevenzione predisposte dal regime. Una caduta rovinosa di Mubarak rischia invece, come ben sa re Abdullah, di delegittimare l’intero sistema di potere egiziano facendo cadere non solo i militari più vicini al ex presidente e al vice presidente Omar Suleiman, ma l’intera classe di potere cresciuta all’ombra del Faraone e dei generali. Uno scenario quasi inevitabile se si continuerà a lasciar mano libera alla piazza senza garantire un’ordinata transizione e una onorevole pensione all’uomo che per 30 anni è stato il simbolo della stabilità del Paese.
Le trame da brivido non si fermano qui. Trascinare nel caos e nell’ingovernabilità l’Egitto significa inevitabilmente far traballare anche Giordania, Yemen e Arabia Saudita. E regalare inaspettate occasione a tutti i gruppi fondamentalisti, dai Fratelli Musulmani ai terroristi di Al Qaida. In Egitto l’intero Sinai, ovvero la sponda orientale del canale di Suez, è tormentata da una rivolta beduina su cui s’inserisce il contagio di formazioni qaidiste e l’infiltrazione dei gruppi che garantiscono il contrabbando di armi iraniane provenienti dal Sudan e destinate a Hamas. Non assicurare più il controllo di quella vitale penisola significa costringere Israele a rispedire l’esercito a Gaza per assumere il pieno controllo della frontiera egiziana. A sud dell’Arabia Saudita la caduta di uno Yemen già infiltrato da Al Qaida e tormentato dalla rivolta delle tribù sciite filo iraniane finirà inevitabilmente con il rendere più instabile anche Riad.
Per garantirsi una piena e totale egemonia regionale Teheran dovrà a quel punto, soltanto accentuare le pressioni su un’Irak già sfuggito di mano all’amministrazione Obama. Un Irak dove da mesi Moqtada Sadr e le altre formazioni sciite alleate di Teheran condizionano l’esecutivo del premier Nuri Maliki. Una volta assunto il pieno controllo dell’asse che dall’Irak attraversa la Siria e il Libano di Hezbollah per arrivare al confine settentrionale d’Israele, Teheran dovrà inevitabilmente affrontare la resa dei conti con lo Stato ebraico. E per il Medio Oriente sarà la vera apocalisse.

Fonte: Gian Micalessin per “Il Giornale”.

Tra Nascar e Guerre Stellari: gli elmetti di ultima generazione

Protezione potenziata ed altre caratteristiche in questo interessante articolo proposto da POPSCI .

Al via la missione medica delle Forze Armate in Uganda

Medici ed infermieri di Esercito, Marina, Aeronautica, e Carabinieri, per la prima volta insieme per una missione umanitaria in Africa. L’iniziativa, denominata “4 stelle per l’Uganda”, come quattro le forze armate che vi prendono parte, nasce da un progetto di collaborazione tra il Ministero della Difesa italiano e la Fondazione AVSI, organizzazione non governativa italiana impegnata con oltre 100 progetti di cooperazione allo sviluppo, soprattutto nel campo dell’educazione e della promozione della dignità umana, in 38 paesi del mondo di Africa, America Latina e Caraibi, Est Europa, Medio Oriente, Asia.
Il gruppo – composto da 20 militari, tra medici, personale sanitario ed addetti alla logistica, e 2 medici civili – partirà con un C-130J dell’Aeronautica Militare dall’aeroporto di Pratica di Mare nella mattinata di sabato 20 novembre e, dopo uno scalo tecnico in Egitto, arriverà domenica 21 a Gulu, la seconda città ugandese ed unica testa di ponte per raggiungere in aereo il nord del paese. Da lì, con mezzi messi a disposizione dalla Cooperazione Italiana allo Sviluppo del Ministero Affari Esteri, la missione raggiungerà l’ospedale St. Joseph di Kitgum, circa 100 chilometri a nord-est di Gulu, tre ore di fuoristrada in questa parte finale della stagione umida. A bordo del velivolo, oltre alle attrezzature mediche e ai farmaci necessari per gli interventi, ci saranno oltre dieci tonnellate di materiale reso disponibile da importanti industrie farmaceutiche ed alimentari italiane e da privati, che verrà donato alle strutture e agli operatori locali. Il programma della missione, concordato preventivamente con l’AVSI e la direzione dell’ospedale, prevede già a partire dal 22 novembre visite ed interventi di chirurgia generale, endoscopia, ginecologia, ortopedia ed attività di laboratorio analisi. Secondo fonti locali, sono già centinaia i pazienti in cammino dai villaggi limitrofi per essere visitati. L’ospedale St. Joseph, che proprio quest’anno festeggia 50 anni di attività, è stato uno dei punti di riferimento per la popolazione durante i venti anni di guerra civile che hanno sconvolto il nord del Paese, e continua ad esserlo contro nemici purtroppo ancora forti come malaria, epatite e soprattutto AIDS.
La missione, coordinata dalla Direzione Generale della Sanità Militare, è stata pianificata dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) dello Stato Maggiore Difesa, che ne detiene anche il comando operativo. Il coordinamento dei voli militari di andata e ritorno è stato invece effettuato dalla Sala Situazioni dello Stato Maggiore Aeronautica. Nell’ambito della missione, ed è uno degli obiettivi più importanti, verrà sviluppato un progetto di formazione grazie al quale i numerosi giovani medici presenti tra i militari italiani ed il personale dell’ospedale potranno ampliare il proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze lavorando al fianco dei colleghi militari e civili più esperti. Uno scambio professionale importante, questo, non solo per i medici italiani, che potranno così accrescere quell’esperienza sul campo fondamentale per operare al meglio in tutti i contesti operativi lontani dai confini nazionali, ma anche per i locali, soprattutto infermieri ed assistenti, figure sanitarie preziose per i pochi medici che normalmente è possibile trovare negli ospedali africani. “Essere vicini ad AVSI per alleviare le sofferenze della popolazione locale è ovviamente la nostra priorità, ma vogliamo anche dare continuità nel tempo al nostro intervento. In questi contesti formare un infermiere, un ferrista o un anestesista può voler dire salvare molte vite umane in futuro”, le parole del coordinatore della missione, Gen. Isp. Capo Ottavio Sarlo, Direttore Generale della Sanità Militare e Capo del Corpo Sanitario Aeronautico. Il personale sanitario militare, oltre che dal COI e dalla Direzione Generale di Sanità, proviene per gran parte dall’Ospedale Militare Celio di Roma e dai Servizi Sanitari delle rispettive Forze Armate. Da Roma anche i due medici civili, un chirurgo generale della Clinica Nuova Itor e docente dell’Università “La Sapienza” ed un aiuto chirurgo sempre della Clinica Nuova Itor.

Fonte: GrNet.it .

Mostra fotografica: Il ruolo dell’Italia nella NATO

Il Presidente del Comitato Atlantico Italiano, On. Enrico La Loggia e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Vincenzo Camporini, hanno inaugurato nella serata di ieri, presso la Sala Giubileo del Complesso del Vittoriano, la Mostra fotografica “Il ruolo dell’Italia nella NATO”.
Si tratta di una iniziativa del Comitato Atlantico Italiano, in collaborazione con lo Stato Maggiore della Difesa per proporre un momento di riflessione e di approfondimento su ciò che la NATO ha rappresentato per l’Italia e su come l’Italia, le sue Istituzioni – e tra queste le Forze Armate – hanno saputo partecipare e integrarsi nella sua struttura politica e militare.
Attraverso un sintetico ma significativo percorso, costituito da oltre 30 pannelli, con foto d’epoca, estratti di documenti storici, immagini e filmati relativi ad alcune delle missioni a cui l’Esercito, la Marina, l’Aeronautica e i Carabinieri hanno partecipato, si ripercorrono le tappe principali dei 61 anni di appartenenza all’Alleanza Atlantica, osservando anche come lo strumento militare italiano si sia evoluto e integrato efficacemente nell’attività operativa e di peace-keeping internazionale.

La mostra, con ingresso gratuito, sarà aperta sino al 5 dicembre 2010, con i seguenti orari: 9.30 – 19.30.

Fonte: Ministero della Difesa.

Braccio di ferro Letta – COPASIR

Se il Copasir non ritrova l’unanimità, il governo non trasmetterà i documenti riservati sulle inchieste e le indagini svolte da palazzo Chigi sui servizi segreti.
È stato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, a comunicarlo ieri al comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica presieduto da Massimo D’Alema, riunitosi per rinnovare – con una decisione che ha visto contrari i componenti Pdl e Lega – l’invito all’audizione del premier Silvio Berlusconi.
La mole delle attività di verifica e controllo sui nostri servizi, svolte da un gruppo di ispettori di palazzo Chigi – un magistrato, un generale dell’esercito, un prefetto e un ambasciatore – annovera almeno una decina di fascicoli. Sono tre, in particolare, le inchieste, le carte che scottano insomma: il caso Abu Omar e l’opposizione del segreto di Stato; il presunto pedinamento, da parte di alcuni agenti, di Italo Bocchino (Fli); e – la più delicata, non è stata ancora conclusa – la questione del ruolo avuto o meno dagli 007 nelle stragi di mafia.
Documento molto attesi, viste le implicazioni politiche che ne potrebbero derivare. Ma il clima infuocato al Copasir, con l’opposizione diventata maggioranza grazie all’alleanza con Carmelo Briguglio (Fli), ha dilaniato il clima in prevalenza bipartisan del comitato e ha logorato i rapporti, finora cordiali e diplomatici, con Gianni Letta.
La lettera di D’Alema per chiedere di nuovo l’audizione di Berlusconi ha sancito definitivamente le spaccature già delineatesi diverse settimane fa.
Scartata l’ipotesi che il Cavaliere si presenti in audizione, non è escluso a questo punto che si alzi ancora il livello dello scontro: magari con una lettera ai presidenti di Camera e Senato per stigmatizzare la mancata presentazione del premier. «Sarebbe un ulteriore atto di disprezzo del Parlamento» dice D’Alema.
Replica Fabrizio Cicchitto (Pdl): l’iniziativa della lettera «rientra in una campagna strumentale contro Berlusconi».
Aggiunge Gaetano Quagliarello (Pdl): «Il Copasir diventa arma impropria di lotta politica». Carmelo Briguglio (Fli) stigmatizza invece «l’uso delle scorte del capo del Governo in compiti del tutto estranei a quelli istituzionali». Giuseppe Caforio (Idv) sottolinea il tema «della sicurezza e segretezza delle varie residenze del premier». Ed Ettore Rosato (Pd) osserva: «Il Pdl sta difendendo l’indifendibile, cioè l’indifferenza di Berlusconi nei confronti dei problemi del paese».

Fonte: Il Sole 24 Ore.

La classe politica merita il sacrificio dei nostri soldati?

In questo 4 novembre, voglio lasciarvi questo post, con due interventi di Gianfranco Paglia. Perché dei militari troppo spesso si parla a vanvera, con stereotipi da commedia di bassa lega o dipingendoli come i più affamati dei mercenari.

Intervento completo dell’On. Paglia sull’informativa del Ministro della Difesa sui tragici fatti avvenuti in Afghanistan.

“Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, non entrerò nello specifico su quanto è accaduto sabato perché il Ministro è stato abbastanza chiaro. Purtroppo i soldati cercano di costruirsi il loro destino, però quando ti è avverso è praticamente impossibile resistere.
Venendo ai temi, inizio dal munizionamento. Non capisco le tante polemiche strumentali da parte dell’opposizione, perché qui non si sta parlando di andare a bombardare, come è già avvenuto nel Golfo e in Kosovo, qui si sta chiedendo di aumentare la capacità operativa dei nostri aerei, dei nostri soldati e della nostra missione. Qui si sta chiedendo di avere l’opportunità, se sotto attacco, di poter chiamare i nostri aerei ad intervenire e a bonificare l’area. Vorrei ricordare ai colleghi dell’opposizione che quando ti sparano addosso, i secondi di tempo sono fondamentali: un secondo in più o in meno ti può salvare la vita e dover aspettare l’invio di aerei non italiani, ma di altri contingenti è una perdita di tempo.
Io andrei oltre, signor Ministro, perché non è armando gli aerei AMX che risolviamo il problema dei nostri soldati. Io valuterei con molta attenzione un ulteriore invio di elicotteri, che più si sposano con la missione stessa, un maggior numero di uomini, non solo di addestratori, ma anche di combat per avere un maggior controllo dell’area ed intensificherei l’intelligence perché non ci possiamo nascondere dietro a un dito: se vogliamo vincere e portare a casa un risultato dobbiamo integrare il nostro contingente.
Sulla durata della missione sarei molto, molto cauto, in quanto la Somalia insegna: nel 1995 le Nazioni Unite sono praticamente scappate da Mogadiscio e a distanza di tempo abbiamo constatato che è diventata la più grossa base terroristica al mondo e in Afghanistan non possiamo correre questo rischio, anche perché dimostreremmo che i nostri soldati sono morti invano.
Un’ultima nota polemica: in questo periodo mi sono chiesto spesso se la classe politica meriti il sacrificio dei nostri soldati e obiettivamente vedere i banchi di quest’Aula così vuoti conferma i miei dubbi. Però, ho una certezza che mi accompagna da 17 anni: è quella che ridare il saluto, il sorriso ad un bambino martoriato dalla guerra vale sicuramente il sacrificio di un soldato italiano; quindi continui così, signor Ministro.”

Fonte: www.gianfrancopaglia.it .

Naja breve incostituzionale, il partito dei militari: disparità fra il personale di leva e i professionisti

Figli della lupa, Balilla, Avanguardisti o Giovani Fascisti? In attesa che il Governo risponda all’interrogazione del deputato radicale Maurizio Turco, che ritiene incostituzionali alcune norme che introducono una “disparità fra il personale di leva e i professionisti”, il Ministro della Difesa Ignazio La Russa se la gode: i primi esperimenti di ferma breve hanno dato, secondo lui, risultati esaltanti.
Il Ministro sostiene che qualcuno degli ottomila giovani che hanno indossato o indosseranno per tre settimane la divisa per farsi quattro o cinque “pompate” con i professionisti del settore presto faranno parte della spina dorsale dell’Esercito. Una vertebra, insomma.
Dichiarazioni contestate perfino dagli gli antichi “marmittoni” che hanno risposto alla chiamata di leva fino al fatidico luglio 1995: anche loro sanno che “sta naia” brevissima non serve neppure per capire come si smonta e si rimonta lo schioppo, lanciare la solita SRCM (ma si usano ancora?), fare il cubo o annodarsi le scarpe senza che all’esterno si noti il fiocco. Tutto bello, comunque, se le scampagnate dei guerrieri in erba non costassero “euro 6.599.720 per l’anno 2010, euro 5.846.720 per l’anno 2011 ed euro 7.500.000 per l’anno 2012”, recita l’articolo 5 della legge numero 122 approvata il 30 luglio 2010.
Tremonti tace.
Non se la sentono di tacere però Luca Comellini, il segretario del partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia (Pdm) e gli esponenti radicali che hanno firmato insieme a Maurizio Turco, deputato e cofondatore del PdM, un’interrogazione con la quale si chiede al Ministro “se non ritenga di dover sospendere lo svolgimento dei corsi citati in premessa al fine impedire che si possano verificare situazioni di illegittimità, ovvero penalmente rilevanti, con grave pregiudizio per l’istituzione militare o i suoi appartenenti, ivi compresi i frequentatori dei corsi”. Un argomento scottante che ha interessato anche Radio Radicale.
Cos’è successo?
Sembra che le norme succitate da un lato attribuiscono ai giovani volontari “lo status di militare e dall’altro non gli assicura alcuna delle tutele e della garanzie offerte dall’ordinamento militare al personale in servizio permanente”, spiega Comellini. Il che creerebbe, difatti, “oggettive situazioni di disparità” tra i soldati professionisti e i soldati di leva. Per Comellini è evidente che il Ministro La Russa, nell’eccitazione di “poter avviare la sua restaurazione dei Campi Dux, cogliendo l’occasione del voto di fiducia posto sulla manovra finanziaria approvata prima della pausa estiva, non ha attentamente valutato i molteplici aspetti negativi e sulle imprevedibili conseguenze che potrebbero ricadere sia sulle forze armate sia sui giovani naia”.
Ad ognuno il suo giocattolo.
Solo che il giocattolo costruito dal duo Gelmini-La Russa per avvicinare i ragazzi delle scuole superiori all’esercito costa, come detto, 20 milioni di euro.
L’obiettivo è chiaro: si vuole aumentare la base di ricambio, perché costa meno far firmare una ferma breve che consolidare la professione di chi già ha giurato fedeltà all’Italia: avere dei professionisti a tempo pieno costa troppo, meglio avere gente nuova piuttosto che raffermare la posizione dei precari che sono in servizio. La Russa, però, continua a credere che per temprare i giovani italiani sia necessaria un’esperienza atletico-culturale militare. Così qualche settimana fa è andato a seguire le gesta dei “Fulmini”, il plotone che a Sabaudia ha esordito nella mini – leva. “La vicenda è ridicola solo all’apparenza perché potrebbe essere il prologo del ripristino del servizio di leva obbligatorio, in controtendenza rispetto a tutto quello che accade in Europa”, ha commentato Turco. Un altro rischio vero è che questo caos possa fare il gioco della Lega Nord che più volte ha sostenuto necessario istituire “un servizio militare federale” dove i “nordisti possano vivere separati dai sudisti”. Soluzioni che “lasciano il tempo che trovano”, ha spiegato ancora Turco.
Qualche dubbio sull’utilità della mini–naia, ma con qualche importante distinguo rispetto all’esponente radicale, lo pone anche Andrea Margelletti, il presidente del Centro Studi Internazionali (Ce.S.I): “Tutto quello che può permettere ai cittadini giovani di conoscere meglio lo Stato e le sue diverse realtà è sempre un fatto positivo. Le forze armate, però, hanno un bilancio debolissimo: per questo ritengo che sarebbe meglio focalizzare le poche risorse a disposizione per dare ai nostri militari che tornano da Afghanistan, Libano, o ovunque siano, una migliore qualità di vita in Italia”, commenta Margelletti. Che sintetizza: “Le nostre caserme sono fatiscenti”. Lo studioso peraltro tiene a sottolineare che “i nostri soldati hanno l’equipaggiamento migliore di tutti i reparti utilizzati nei teatri di guerra, ed eccezione, è ovvio, degli americani”.

Fonte: Tiscali Interviste.