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Al Qaeda può sopravvivere alla rivolte in Medio Oriente?

Un approfondimento di Bruce Riedel.

Hezbollah osserva con attenzione ed aspetta con calma

Il punto di David Ignatius per il Washington Post.

Il fenomeno del combattente straniero: la militanza islamica e transnazionale

Un ottimo saggio di Thomas Hegghammer per il Belfer Centre.

Cameron: il multiculturalismo è fallito

Il multiculturalismo?
E’ fallito.
La sentenza è del premier britannico, David Cameron.
Ed è destinata a sollevare più d’una polemica e più d’una riflessione sui modelli di integrazione con i quali tutta Europa, e non soltanto la Gran Bretagna, ha affrontato il problema dell’immigrazione e dell’integrazione. Con riferimenti specifico all’Islam e in una situazione nella quale ciò che sta avvenendo in Medio Oriente pone nuovi e ulteriori rischi.
Secondo Cameron il ««multiculturalismo di stato» ha fallito e ha lasciato i giovani musulmani vulnerabili al radicalismo, ha affermato il primo ministro britannico nell’intervento alla conferenza sulla sicurezza a Monaco di Baviera.
«È tempo di voltare pagina sulle politiche fallite del Paese. Per prima cosa, invece di ignorare questa ideologia estremista, noi dovremo affrontarla, in tutte le sue forme».
E ancora: «Sotto la dottrina del multiculturalismo di stato, abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite separate, staccate l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società, alla quale sentissero di voler appartenere. Tutto questo permette che alcuni giovani musulmani si sentano sradicati».
Per Cameron è il momento di lasciare da parte la «tolleranza passiva» del Regno Unito con un «liberalismo attivo, muscolare», per trasmettere il messaggio che la vita in Gran Bretagna ruota intorno a certi valori chiave come la libertà di parola, l’uguaglianza dei diritti e il primato della legge.
«Una società passivamente tollerante rimane neutrale tra valori differenti. Un paese davvero liberale fa molto di più. Esso crede in certi valori e li promuove attivamente» .

Fonte: Il Corriere della Sera.

Riconciliazione…

“Nel giro di qualche ora dal mio arrivo in Pakistan alcune delle pagine di questo libro sarebbero state emblematicamente annerite dal fuoco e schizzate dal sangue e dalla carne di corpi dilaniati dalle devastanti bombe dei terroristi.
Il massacro che ha accompagnato i gioiosi festeggiamenti per il mio ritorno è stato una raccapricciante metafora della crisi che si apre davanti a noi e del bisogno di un illuminato rinascimento sia all’interno dell’Islam che nei rapporti tra l’Islam e il resto del Mondo…”

Benazir Bhutto

Titolo: Riconciliazione: l’Islam, la democrazia, l’Occidente
Autore: Benazir Bhutto
Ed: Bompiani, 448 pagine, 20 euro.

Ecco come la jihad ha plagiato gli afghani

Tamim Ansary è nato a Kabul nel 1948 da padre afghano e madre americana. A 16 anni si è stabilito negli Stati Uniti, dove si è dedicato molto presto alla divulgazione storica. È diventato famoso dopo l’11 settembre per una mail pubblica dove spiegava il punto di vista di un afghano-statunitense sull’attentato. Nel testo descriveva i talebani e Bin Laden alla stregua dei nazisti, ma faceva anche notare che la maggior parte degli afghani erano loro «prigionieri», sconsigliando l’uso massiccio delle bombe e un’invasione non mirata. Da allora ha scritto molti libri per approfondire il rapporto fra Oriente e Occidente, fra cui West of Kabul, East of New York e l’ultimo, appena pubblicato da Fazi, Un destino parallelo . Ansary lo presenterà al festival «èStoria» di Gorizia.

Professor Ansary, dopo l’11 settembre lei, come afghano-statunitense, mandò un’appassionata mail discutendo l’attacco dalla sua particolare prospettiva. A dieci anni di distanza quali sono le sue valutazioni?
«Io allora dissi che bisognava distinguere fra talebani e afghani. Dopo una settimana di bombardamenti massicci persino Rumsfeld finalmente ammise che le cose non funzionavano… “Non ci sono veri bersagli da colpire”, disse. Allora gli Stati Uniti passarono a una politica più sfumata, aiutando sul campo l’Alleanza del Nord. E io credo abbiano fatto bene. Si dica quel che si vuole a proposito di quella collettanea di signori della guerra, strangolatori, patrioti e ladri: alla fin fine erano afghani e sapevano che cosa fare in Afghanistan. Ancor più importante il fatto che gli Usa siano riusciti a convincere i servizi segreti pakistani a sganciarsi dai talebani di Kabul… Insomma, si stava aprendo una finestra di buone possibilità di successo. Avrebbe potuto funzionare se gli Usa avessero sostenuto subito una ricostruzione della società civile…».

E invece?
«Invece si sono lanciati nel conflitto iracheno e l’Afghanistan è passato in seconda fila, precipitando di nuovo nel caos… Anche perché se il Pakistan ufficialmente collabora con l’Occidente, ciò che fanno alcuni pakistani è tutta un’altra storia…».

Chi sono esattamente i talebani contro cui combattiamo?
«All’origine il movimento degli “studenti religiosi” è nato durante la guerra con i russi. Sono stati rapidamente cooptati da un’alleanza di potere tra jihadisti e servizi segreti pakistani che volevano usare il movimento come cavallo di Troia per occupare l’Afghanistan. I quadri sono stati quasi tutti reclutati nei campi di esuli afghani che si trovavano sul territorio pakistano. Reclutavano soprattutto ragazzini poveri plagiandoli sin dalla gioventù… Però col passare degli anni il movimento si è frammentato e ha assunto caratteri xenofobi e localistici. Usano la bandiera dell’Islam per scatenare l’odio contro tutto ciò che viene da fuori, sia che siano gli occidentali sia che si tratti del governo di Kabul».

In Occidente si tendono a identificare afghani e talebani?
«Purtroppo la distinzione sta sparendo anche tra gli afghani. Gli islamisti che sono venuti in Afghanistan hanno sfruttato così bene le tensioni tribali e le fratture che qualsiasi membro delle tribù che si oppongono al governo può venir etichettato come talebano».

Si parla spesso della necessità di trattare con i talebani e di trovare un modo di reintegrarli nella società afghana…
«La questione: è reintegrare chi in che cosa? È vero che molti di quelli coinvolti nella rivolta talebana sono solo contadini che lottano per sopravvivere. Se gli si dessero delle possibilità probabilmente le coglierebbero… Solo che non esiste una società civile afghana che per queste persone rappresenti qualcosa. E non è solo una questione di soldi, non basta dargli qualcosa più di quello che gli danno i talebani».

Ma allora come difenderci dai terroristi e dai talebani? Due soldati italiani sono stati appena uccisi…«Mi spiace molto per i vostri soldati, ma sul caso specifico non so abbastanza per non parlare a sproposito… In generale solo un governo afghano stabile e forte può creare una società che chiuda le porte del Paese al terrorismo. E questo non si può ottenere se non con le tecniche specifiche e i trucchi della politica afghana. Non basta la forza. Se mai accadrà, accadrà attraverso manipolazioni, pagamenti, matrimoni combinati, concessioni strategiche, appelli alla legislazione islamica, compravendite di cavalli, frodi… L’Occidente non ha idea di come maneggiare una cosa del genere…».

Non è comunque una soluzione semplice…
«Dio mi scampi dal dare l’impressione di avere soluzioni certe. Si sono fatti errori in passato e ora rimediare è difficilissimo. Se le forze occidentali si ritirassero milioni di afghani modernisti che vivono nelle città soffrirebbero orribilmente. Se invece non si ritirassero i talebani userebbero la loro presenza per rinforzare la “narrativa” sull’invasione straniera. Le limitazioni che le forze occidentali si impongono per non colpire i civili le rendono vulnerabili, ma se colpiscono i civili… E così via. Le buone notizie vengono dalle piccole cose. La questione è se sia possibile investire in un cambiamento lento mentre contemporaneamente si viene colpiti e sabotati».

In Un destino parallelo lei ha cercato di far percepire a un lettore occidentale che cosa significhi appartenere alla comunità islamica. La percezione degli eventi è davvero così diversa?
«Sì e no. Un pezzo del mondo islamico si è, come dire, occidentalizzato. Questo contatto con l’Occidente ha allargato i conflitti interni e i disagi psicologici. Soprattutto in società come quella pakistana in cui c’è una grossa divisione tra i modernisti che vivono nelle città e la realtà tribale dei villaggi… Quando poi i modernisti, come molti islamici che vivono in Europa, non riescono più a far convivere le due polarità, c’è chi ripiomba in maniera fortissima nel versante islamista».

Che cosa gli occidentali proprio non capiscono dell’Islam?«Molti credono che l’Islam sia una religione che permea una società. Ma non è così. L’Islam è una società, è totalizzante. E molti musulmani che all’interno di questa società accettano e predicano valori come la fratellanza e la pace. Non riescono però a rendersi conto che vanno praticati anche al di fuori dei confini di questa comunità e delle sue regole. Questo gioca a tutto vantaggio di chi vuole fomentare lo scontro».

Per lei che vive sospeso tra questi due mondi facendo da ponte, non deve essere facile…
«Spero che niente di quanto le ho detto dia l’impressione che la questione sia facile. In caso contrario devo essermi spiegato male».

Fonte: Il Giornale.

Ritorno ad Astrachan: dove i musulmani proteggono le chiese

Basta il nome per evocare il lusso di pregiatissime morbide pellicce, ma questa città di oltre mezzo milione di abitanti, sorta su dodici isole separate dai canali e perciò battezzata la Venezia del Caspio, è anche un florido centro commerciale che deve la sua ricchezza al petrolio e al caviale.
Rasa al suolo nel Medioevo da Tamerlano, aggredita nel ’500 da Ivan il Terribile (vicenda che ispirò l’incandescente «Oratorio» di Sergej Prokofiev), sgominata dai cosacchi, devastata da una serie di paurosi incendi e infine decimata dal colera nel 1830, Astrachan ebbe sorte migliore sotto Pietro il Grande, che fece costruire i cantieri navali, e durante il regno di Caterina II, che avviò le strutture industriali gettando le basi della prosperità odierna.

Ciò che vide il giovane ufficiale austriaco e scrittore Joseph Roth quando vi sbarcò negli anni Venti su un battello a vapore era un «mondo di poveri», di bambini che «vivono d’aria e di sventura», di scaricatori di porto che si sbronzano d’acquavite «e cantano come condannati a morte: mentre le città che s’incontrano lungo i 3.531 chilometri del Volga—il più lungo fiume europeo—sono le più tristi che io abbia mai visto».

Facendo il percorso inverso —ma in treno, non in barca—sulla sponda occidentale del fiume (ancora ghiacciato ai primi d’aprile), i grossi e piccoli centri abitati lungo la strada da Astrachan a Nizhny-Novgorod (la ex Gorky, per dirla con risparmio di ostiche consonanti) non mi sono parsi così deprimenti: né avrebbe potuto essere diversamente se si tiene conto che dal viaggio di Roth, nell’estate del ’26, ad oggi, sono passati quasi cent’anni e la fisionomia della Russia è stata drammaticamente alterata da rivoluzioni e guerre. Se l’odore (o il profumo) del pesce ti dà la nausea, Astrachan è città da evitare, nel modo più assoluto: perché esso ti insegue e perseguita ovunque, sprigionandosi giorno e notte dalle bancarelle del mercato coperto dove sono stivati quintali e quintali di lucci, siluri, carpe, storioni, aringhe affumicate. Tutta merce di ottima qualità che viene ulteriormente aromatizzata, in cene pantagrueliche, da un diluvio di ettolitri di vodka.

I cronisti del più importante quotidiano locale lamentano che nel delta del Volga la presenza degli storioni — dalle cui uova si ricava il caviale—si sia via via diradata facendone temere l’estinzione: «Negli anni Ottanta — precisa uno dei redattori — è stato raggiunto il punto più alto dello sfruttamento intensivo dello storione rosso, da cui si è potuto estrarre dal 13 al 22 per cento di caviale. Ma ora anche gli iraniani, sfruttando il Caspio, ne producono grosse quantità e ci fanno concorrenza. Non lo mangiano per motivi religiosi e quindi lo esportano all’estero col massimo profitto». Un’altra minaccia è costituita dal bracconaggio sempre più intenso nella regione del Daghestan, dove i bucanieri, talvolta con la complicità della polizia locale, catturano il pesce prima che arrivi ad Astrachan. Contro di loro le autorità di Mosca hanno fatto scendere in campo i «Piranas », reparti speciali cui vengono affidate le missioni più rischiose e difficili. Secondo gli esperti, occorrono 16 anni perché lo storione produca il caviale e il programma di rivitalizzazione del pesce più pregiato del Volga e del Caspio è alla fine «molto costoso». Ma quaggiù, nella retrovia meridionale se la ridono, convinti come sono che lassù a Mosca nessuno è in grado di distinguere il prodotto di valore da quello scadente e comunque il prezzo delle prelibate scatolette resta sempre molto alto. «Quello rosso—dice il collega russo che ci accompagna— si trova dappertutto, mentre di quello nero ne rimane pochissimo e beato chi se lo può permettere, come Vladimir Putin». Il raro privilegio è confermato da una foto che mostra il leader russo mentre bacia uno storione sulla riva del Volga e subito dopo, generosamente, lo ributta in acqua: «Un gesto — aggiunge il giornalista—che secondo me ha un significato preciso: oggi ci sono ricchezze più grandi del caviale, che pure rimane un grosso introito per l’economia nazionale. Ma stiamo vivendo nell’era del gas e del petrolio. Nel mare, a soli 150 chilometri da Astrachan, sono già in azione una schiera di pozzi che costituiscono la più solida garanzia per il nostro futuro».

Fortunatamente la natura è provvida e se lo storione comincia a scarseggiare ecco che i russi trovano in abbondanza nelle loro acque un altro grosso pesce, la vobla, da cui pure si ricava il caviale, che è diventato il piatto forte dei pescatori: tutta gente di insaziabile appetito e forza erculea, capace di «portare sulla schiena 240 chili» e di «stritolare una noce tra l’indice e il medio», come scrive Roth nella sua prosa omerica. Uomini che sono delle gru: e gru che solo possano essere abbattute da ettolitri di acquavite fatta in casa. Tuttavia, questo enorme patrimonio ittico viene costantemente insidiato dalle industrie che sfruttano l’acqua per accumulare energia idroelettrica, col risultato— avvertono gli scienziati—che nel Volga, nei suoi affluenti e nella rete dei canali non c’è più acqua sufficiente per le 45 mila tonnellate di pesce che vi guazzano dentro. Non stupisce che sia nato e continui a imperversare un conflitto tra la categoria dei pescatori e quella dei camici bianchi delle centrali idroelettriche. Nella periferia di Astrachan, fiumi, laghi, canali e stagni sono ancora tutti gelati. Sulla lastra di ghiaccio si vedono solo dei puntini neri, uomini e donne intenti a pescare. «Mia moglie ed io ci veniamo regolarmente— dice Larry, l’uomo che ci ha accompagnato in questa estrema solitudine, a 70 chilometri dalla città — facciamo un buco nel ghiaccio e tiriamo su i pesciolini, già belli congelati. Ma non mancano i pesci grossi. D’estate piovono qui orde di turisti, fino a un milione e mezzo di pescatori da strapazzo che noi chiamiamo selvaggi. Ma i pesci non abboccano».

Non credo sia facile tracciare una fisionomia di Astrachan, via via definita una città di profughi, di fuggiaschi, di gente in cerca di fortuna, una specie di approdo come per i pionieri del Far West. C’è però un connotato che la contraddistingue e viene giustamente sottolineato: e cioè che nella sua storia e tra le sue mura non vi sia mai stata la servitù della gleba. Retaggio che spiega in parte anche la pacifica convivenza odierna fra le due grandi etnie e le due grandi fedi religiose della popolazione: da una parte i russi ortodossi, dall’altra i tatari musulmani. Ed è perlomeno curioso che abbia affrontato l’argomento di questo straordinario fenomeno di concordia in un luogo neutro come la Cattedrale dell’Assunzione di Astrachan, una chiesa cattolica, grazie all’incontro con suor Anna, arrivata qui dal Canada francese 13 anni or sono, e con l’imam Farid, ambedue impegnati nella propria missione. «Ad Astrachan —spiega Farid—ci sono oggi più di 40 moschee, mentre prima, in un passato neanche troppo remoto, ce n’erano solo cinque. La presenza, in questa città, di 19 confessioni o fedi non ha creato mai alcun problema, al contrario. Io m’incontro spesso con suor Anna e con altri leader religiosi, mettiamo a confronto le diverse esperienze nel tentativo di appianare e superare le difficoltà che ogni Chiesa deve affrontare. Per quanto riguarda la mia religione, posso tranquillamente affermare che qui non si sono mai verificati episodi omanifestazioni di quel fanatismo islamico che ha provocato altrove gravi inquietudini e turbamenti. Non siamo mai scesi sul terreno di guerra nel nome di Allah. Avrà notato che ad Astrachan si vedono poche donne velate per le strade, anzi non ce ne sono più». La cattedrale, con le sue cupole splendenti in questa giornata di sole e d’azzurro, è stata costruita—informa suor Anna—grazie anche ai finanziamenti dei commercianti e degli industriali locali, per la maggior parte di fede islamica, che accomuna il 24 per cento della popolazione russa. «La cosa non deve stupire — aggiunge in fretta la religiosa canadese avvertendo la nostra sorpresa —. Negli anni Trenta, quando il regime ateo comunista di Mosca minacciava di distruggere tutte le chiese o farne dei magazzini e delle caserme, furono i tatari musulmani, qui ad Astrachan, a fare una catena umana attorno alla chiesa per impedire l’assalto dei militari ».

A Saratov—anch’essa sul Volga, mille chilometri a sud di Mosca, circa un milione di abitanti — la religione sembra avere un impatto più forte. Molta gente, inginocchiata sulla moquette, assiste alla cerimonia liturgica nella moschea di Rachida. «Sia l’Islam che la Chiesa ortodossa—dice l’imam—sono in piena attività e godono, ambedue, di una grande affluenza di pubblico. Le due religioni convivono pacificamente da sempre perché animate dagli stessi principi. Solo la liturgia è diversa». Il regime sovietico è intervenuto pesantemente contro l’una e l’altra fede: «La repressione ha colpito nella stessa misura la comunità cristiana come quella musulmana. Ognuna ha avuto i suoi martiri: gente ammazzata, deportata in Siberia». Queste sofferenze hanno rafforzato lo spirito religioso nella regione di Saratov, che si distingue per l’assiduità, da parte dei musulmani, ai pellegrinaggi annuali alla Mecca. «Ma — assicura l’imam— noi non siamo mai stati contaminati da quel movimento che viene definito integralismo islamico. E disponiamo di un organo interno che previene ogni tipo di estremismo ». I libri di storia informano che l’Islam approdò in questa parte del mondo nel nono secolo dopo Cristo per iniziativa dello sceicco arabo Ibn Fadlan. Attualmente, i musulmani della regione sono una piccola minoranza rispetto allo Stato totalmente islamico delle origini. L’attuale muftì di Saratov, Mukaddas Barbisov, ricorda di essere entrato nella moschea quando aveva 17 anni tra la disapprovazione dei suoi coetanei, che non vi avrebbero mai messo piede, perché — sottolinea — «durante il periodo sovietico, un credente era considerato un retrogrado, fosse esso musulmano o cristiano». Una filosofia non del tutto estinta.

Fonte: Ettore Mo per il Corriere della Sera.

Yemen: sposa bambina muore dopo tre giorni dal matrimonio

Una bimba yemenita, data in sposa all’età di tredici anni, è morta ad Hajjah, città a nord di Sana’a, dopo soli tre giorni di matrimonio.
Secondo quanto denuncia un’organizzazione yemenita per i diritti umani, citata dal giornale arabo ‘al-Quds al-Arabi’, dal referto medico si evince che la giovanissima sposa sia deceduta «per lesioni gravissime all’apparato genitale, che hanno portato ad emorragie fatali».
Per i medici, Ilham Mahdi Shui al-Asi, è questo il nome della piccola, non era ancora pronta per il matrimonio e la violenza sessuale subita dal marito l’ha portata alla morte.
In una nota diffusa dall’organizzazione umanitaria ‘Forum al-Shaqaiq’ si legge che «la piccola è morta venerdì scorso dopo essere stata ricoverata all’ospedale al-Thawra, mentre solo il lunedì precedente, il 29 marzo, aveva partecipato alla sua festa di nozze».
La giovane Ilham ha subito quello che nei villaggi dello Yemen viene chiamato ‘matrimonio di scambio’. La tredicenne è stata data in sposa a un uomo che a sua volta ha dato in sposa la sorella a un uomo della famiglia di Ilham. Per questo l’ente umanitario definisce la piccola «martire dei matrimoni combinati con minorenni, ancora in uso nel paese».
Questo episodio potrebbe riaprire di nuovo il dibattito sulla necessità di emanare una legge in Yemen che ponga un limite di età per il matrimonio. La proposta di legge presentata nelle scorse settimane si è arenata nel dibattito in parlamento dopo la serie di manifestazioni organizzate dai gruppi islamici che la considerano contraria alla sharia.

Fonte: Corriere della Sera.

Preparavano attentati contro i musulmani in America: l’FBI arresta miliziani cristiani.

Dopo il terrorismo islamico, il terrorismo cristiano? Nel timore che preparassero attacchi e attentati contro i musulmani in America, l’Fbi, la polizia federale, ha arrestato alcuni leader di una milizia, la Hutaree (il nome significherebbe “Guerrieri di Dio”) che afferma di combattere gli anti Cristo. La Hutaree, che si definisce “milizia cristiana”, è basata nella cittadina di Adrian nel Michigan e ha iscritti in Ohio e in Indiana. Secondo l’Fbi, predicherebbe una crociata contro l’Islam.
La polizia federale ha fatto una retata dei suoi leader in tutti e tre gli stati, la prima del genere. Gli arresti andrebbero da otto a dieci.
A quanto riferito da Mike Lackomar, il capo della Milizia volontaria del Michigan, la Hutaree «è una setta religiosa armata», non una associazione paramilitare consentita dalla legge. Essa ritiene che la fine del mondo sia prossima, ha spiegato, e che sia suo compito schierarsi con le forze del Signore contro quelle di Satana. «Noi collaboriamo alle indagini dell’Fbi» ha aggiunto Lackomar. Il capo miliziano ha precisato di avere ricevuto una richiesta di aiuto da un leader di Hutaree al momento del raid della Fbi, ma di averla respinta: «In passato i suoi membri si esercitarono con noi, ma recentemente abbiamo ridotto i rapporti. Noi siamo semplici patrioti». Sugli arresti e sugli obbiettivi di Hutaree l’Fbi mantiene un rigido riserbo. Ma secondo Dawud Walid, il direttore del Consiglio sulle relazioni tra l’America e l’Islam nel Michigan, l’operato della setta ha messo in allarme la comunità musulmana. Stando alla tv Abc, che lo ha chiamato «un gruppo di estremisti di destra», l’Fbi avrebbe raccolto le necessarie prove a carico di Hutaree.
A un sito internet, un membro della milizia cristiana in fuga lo ha però negato, accusando la polizia federale di dare la caccia «alle nostre mogli e ai nostri bambini». Un chiaro riferimento a due traumatici episodi degli Anni novanta in cui perirono donne e minori. Negli Anni novanta, a Ruby ridge e a Waco nel Texas l’Fbi combatté due battaglie prima contro estremisti di destra poi contro la setta dei davidiani, facendo numerose vittime. Sulla scie delle due tragedie, si moltiplicarono le milizie che rivendicano la libertà degli americani di armarsi in base alla Costituzione, e rimproverano a Washington di aver ordito una congiura a danno della libertà dei cittadini assieme a un misterioso governo mondiale. Nel ‘95, Timothy McVeigh, un loro giovane simpatizzante, fece esplodere il Palazzo federale di Oklahoma city, uccidendo 167 persone, la strage più grave della storia americana prima di quella delle Torri gemelle di Manhattan nel 2001. Da allora, l’Fbi ha operato periodici arresti tra le milizie, in genere per complotti o detenzione abusiva di esplosivi, soprattutto nel sud, dove operano la Arizona viper militia, la Georgia republic militia, la Oklahoma consititutional militia e altre. Le milizie annoverano in tutto migliaia di iscritti, sono di solito formate da bianchi, e alcune di esse sono razziste.

Fonte: Corriere della Sera.

La moglie dell’imam di Napoli: “Donne islamiche, uscite di casa ed integratevi!”

«Il velo che noi donne islamiche dobbiamo togliere è quello del pregiudizio». A lanciare l’insolito appello è Broucra Charraki, una delle quattro donne che domani saranno premiate nel corso della terza edizione di «Napoli positiva», la manifestazione organizzata dall’associazione «No Comment» per dare visibilità a una cultura del fare», tutta al femminile. Broucra è la moglie dell’imam di San Marcellino, ha 35 anni e tre bambini, ed è marocchina. Anche lei indossa l’hidjab, il velo islamico. Anzi è fiera di portarlo. Per questo ha lanciato l’ appello alle musulmane che vivono a Napoli e in Campania. Un videomessaggio che verrà trasmesso domani, durante la manifestazione che si terrà alle 11, presso l’Istituto statale Don Milani a San Giovanni a Teduccio.«Non basta essere casalinga o mamma» dice, prima in italiano e poi in arabo, guardando dritto nella telecamera. «Dovete, dobbiamo uscire di casa, imparare l’italiano, conoscere la cultura di questo paese. Solo così potremo comprendere di più i nostri figli, che sono nati qui e sono parte integrante di questo mondo». E con queste parole, Broucra, nonostante quel suo copricapo nero, a cui non rinuncerebbe mai, riesce a sollevare un velo più sottile, insidioso e impalpabile: quello del pregiudizio, tessuto nel silenzio da migliaia di donne islamiche. «Io faccio tutto liberamente – spiega – e vorrei che anche altre donne musulmane si integrassero. Oggi sono come «invisibili» per scelta. Per paura di affrontare gli altri, perché non conoscono bene l’italiano o non sanno integrarsi. Preferiscono la strada più facile: rimanere chiuse in casa». Un otto marzo, particolare, dunque. Raccontato da «donna musulmana a donna musulmana» e condensato nel videomessaggio. Ed il premio diventa l’occasione per promuovere l’emancipazione e l’integrazione delle donne islamiche. Broucra Charraki si occupa della casa e della famiglia. Forse per questo è convinta che le donne immigrate debbano aprirsi di più al tessuto sociale in cui vivono. «Le arabe che vogliono migliorare la loro vita – afferma – possono contattarmi direttamente. La donna resta di più con i figli, ma per comprenderne i comportamenti e aiutarli, deve imparare la cultura italiana. Se non lo fa, c’è il rischio che possa fraintendere atteggiamenti che invece sono normali per un ragazzo cresciuto in Italia. Poi – dice – c’è il rischio che «nel tempo i bambini non riescano più a comunicare con le madri». Dunque «non basta che tu sia casalinga e mamma – dice rivolta alle donne nel videomessaggio – devi essere in gamba». Poi un commento sulla sua esperienza. «Il principale problema che ho incontrato in questi dieci anni è il pregiudizio delle persone, che reputano la donna islamica sottomessa al marito. Non è così. Ma noi non abbiamo fatto nulla per far capire chi siamo e che si sbagliano sul nostro conto. Quindi è pure colpa nostra». Anche le altre tre premiate di «Napoli positiva» sono immigrate: Halina Sokhstska, Svitlana Hryhorchuk e Bloom Madhusha. «Sono quattro testimonianze di confine – è la motivazione del premio – storie di donne coraggiose, quattro scelte estreme. La cultura multietnica avanza inarrestabile, e le donne restano il filo conduttore per ogni cambiamento sociale».

Fonte: Il Mattino.