Archivi delle etichette: israele

Ridefinire una lunga guerra

Un interessante articolo della WPR, dove in pochi punti si cerca di capire come gli Stati Uniti possano ottenere la massima resa defalcando gli sforzi.

I palestinesi, meglio di tutti gli altri, capiscono Gheddafi

Il perché viene illustrato in questo articolo da Robert Fisk.

Così la svolta del Cairo si ritorcerà contro di noi

Uno scenario da brivido. E infatti re Abdullah quasi ci resta. Succede ancor prima delle dimissioni annunciate da Hosni Mubarak ieri sera. Succede giovedì mentre al Cairo s’attendono il discorso del Faraone e le decisioni dei generali. Al telefono con l’ottuagenario sovrano saudita convalescente in Marocco dopo una difficile operazione d’ernia c’è il presidente Barack Obama. Non è una telefonata pacata. Il presidente, confortato dalle analisi errate della Cia, annuncia di voler chiuder il rubinetto degli aiuti all’Egitto per favorire il pronunciamento dei generali e accelerare l’uscita di scena del Faraone. Dall’altro capo del filo un sovrano disperato gli ricorda la necessità di non regalare altri punti a Teheran umiliando un vecchio alleato e gettando nel caos uno dei capisaldi dello schieramento anti iraniano. Infuriato dalla coriacea indifferenza di Obama, re Abdullah si dice pronto a garantire di tasca propria il mantenimento degli aiuti finanziari a Mubarak. Poi appende la cornetta e si accascia sul divano. Per molte ore voci incontrollate lo danno per morto, schiantato da un infarto. Per fortuna è solo un falso allarme, ma rende bene il panico generato dalla inadeguatezza e dalla superficialità con cui l’amministrazione Obama gestisce la più grave crisi mediorientale degli ultimi trent’anni. Una crisi che minaccia di contagiare i regimi alleati dell’Occidente, lasciar assolutamente indenni quelli allineati con Teheran e innescare la reazione di uno Stato ebraico pronto a tutto pur d’impedire alla Repubblica Islamica di conquistare l’egemonia regionale.
Eccesso di pessimismo? Non proprio. La calma piatta con cui la Siria, il miglior alleato di Teheran, risponde agli appelli alla rivolta diffusi via internet dagli oppositori all’estero fa capire come i regimi più severi e repressivi, legati a filo doppio all’Iran, siano quelli minor a rischio. L’opposizione iraniana nonostante l’annunciata discesa in piazza di domani non riuscirà, con tutta probabilità, ad aggirare le capillari misure di prevenzione predisposte dal regime. Una caduta rovinosa di Mubarak rischia invece, come ben sa re Abdullah, di delegittimare l’intero sistema di potere egiziano facendo cadere non solo i militari più vicini al ex presidente e al vice presidente Omar Suleiman, ma l’intera classe di potere cresciuta all’ombra del Faraone e dei generali. Uno scenario quasi inevitabile se si continuerà a lasciar mano libera alla piazza senza garantire un’ordinata transizione e una onorevole pensione all’uomo che per 30 anni è stato il simbolo della stabilità del Paese.
Le trame da brivido non si fermano qui. Trascinare nel caos e nell’ingovernabilità l’Egitto significa inevitabilmente far traballare anche Giordania, Yemen e Arabia Saudita. E regalare inaspettate occasione a tutti i gruppi fondamentalisti, dai Fratelli Musulmani ai terroristi di Al Qaida. In Egitto l’intero Sinai, ovvero la sponda orientale del canale di Suez, è tormentata da una rivolta beduina su cui s’inserisce il contagio di formazioni qaidiste e l’infiltrazione dei gruppi che garantiscono il contrabbando di armi iraniane provenienti dal Sudan e destinate a Hamas. Non assicurare più il controllo di quella vitale penisola significa costringere Israele a rispedire l’esercito a Gaza per assumere il pieno controllo della frontiera egiziana. A sud dell’Arabia Saudita la caduta di uno Yemen già infiltrato da Al Qaida e tormentato dalla rivolta delle tribù sciite filo iraniane finirà inevitabilmente con il rendere più instabile anche Riad.
Per garantirsi una piena e totale egemonia regionale Teheran dovrà a quel punto, soltanto accentuare le pressioni su un’Irak già sfuggito di mano all’amministrazione Obama. Un Irak dove da mesi Moqtada Sadr e le altre formazioni sciite alleate di Teheran condizionano l’esecutivo del premier Nuri Maliki. Una volta assunto il pieno controllo dell’asse che dall’Irak attraversa la Siria e il Libano di Hezbollah per arrivare al confine settentrionale d’Israele, Teheran dovrà inevitabilmente affrontare la resa dei conti con lo Stato ebraico. E per il Medio Oriente sarà la vera apocalisse.

Fonte: Gian Micalessin per “Il Giornale”.

La situazione critica dei palestinesi nei campi profughi del Libano settentrionale

Un interessante servizio della BBC .

Dove diamine si nasconde Osama Bin Laden?

L’interessante documentario di Morgan Spurlock parte da uno dei pensieri principali di chi sta per diventare genitore: come posso proteggere mio figlio?
I pericoli nascosti in casa, quelli del quartiere, le catastrofi ambientali e, last but not least, il terrorismo che rende ormai insicuro ogni angolo del Pianeta.
E come ogni newyorkese post 11 settembre 2001 quando si accenna ad un attentato il pensiero va immediatamente ad Osama Bin Laden e ad Al-quaeda.

Abbiamo l’esercito più potente, le spie meglio addestrate e le tecnologie più avanzate del Mondo.
Ma non riusciamo a trovare un uomo che si nasconde in Afghanilakuchapakiwaziristan?
[…]
Se ho imparato qualcosa dai film di azione ad alto budget, è che le complicate crisi globali possono essere risolte soltanto da un eroe solitario.
Pazzo abbastanza da credere di riuscire a sistemare tutto prima dei titoli di coda.
E scoprirò una volta per tutte… dove diamine si nasconde Osama Bin Laden?

Con questa premessa mi aspettavo novanta minuti di biascicamento sull’importanza della guerra che gli Stati Uniti hanno intrapreso contro il Nemico numero 1. Ben mescolato con una sapiente ridicolizzazione dello stesso, un po’ alla Achmed, the dead terrorist.
Ed invece mi sono trovata davanti agli occhi un regista che ha intrapreso il suo viaggio liberandosi di ogni sovrastruttura, pronto ad ascoltare chiunque volesse parlare con lui: ceto sociale, idee politiche, schieramento…poco importa.
Il fulcro dell’inchiesta è il confronto vero.
E tirando le somme, capire che, in fondo, tutti vorremmo ottenere le stesse cose. Soprattutto per le nuove generazioni.

Interessante, soprattutto per i non appassionati di Storia, il riassunto dei rapporti fra i presidenti Usa ed i vari “colleghi”: da Trujillo a Mubarak, passando per lo Shah di Persia ed arrivando a Saddam Hussein.

Il viaggio inizia a New York, ancor prima di partire.
Vaccinazioni e visite mediche.
Un corso avanzato di protezione personale: arti marziali, messa in sicurezza in caso di conflitto a fuoco e, soprattutto, come comportarsi in caso di posti di blocco e rapimenti.
Decisamente importanti poi un’infarinatura di lingua araba e di sociologia spicciola che sono basilari per l’intento del regista: parlare il più possibile con le popolazioni locali.

Il viaggio inizia in Egitto.
Si articola poi in Marocco, Israele, Giordania ed Arabia Saudita.
Le tappe finali saranno l’Afghanistan ed il Pakistan, culla e (come quasi tutti confidano) ultimo nascondiglio di Osama Bin Laden.
Ed in ognuno di questi Paesi Spurlock decide di raccogliere le opinioni ambedue i piatti della bilancia.
Chi crede che Al-qaeda debba continuare il suo lavoro per sradicare gli invasori dalla propria terra, anche a costo di uccidere tanti innocenti.
Chi, dall’altra parte, vorrebbe solo che tutto questo finisse: non tanto per gli adulti, che ormai vedono la loro vita irrimediabilmente segnata, ma per dare nuova speranza ai bambini ed ai ragazzi. Che rischiano, vista la povertà di quelle zone, di essere facilmente abbindolati e trascinati nelle fila dei terroristi in cambio di denaro per la famiglia e di un edulcorato Paradiso per loro.
La domanda che pone alla tutti i suoi interlocutori è semplice: se Osama Bin Laden venisse catturato ed ucciso, le cose cambierebbero?
La risposta è sempre: no.
Perché quel che ha fatto la strategia americana non è stata una guerra al Terrore, ma un’esportazione ed una frammentazione tali che ormai lo fanno somigliare ad una sorta di franchising: più si spendono soldi per combatterli, più i terroristi trovano nuovi canali per espandersi e trovare uomini da arruolare.
Al-qaeda è diventata così un’idea sovranazionale.
E continua ad usare la Religione come una maschera per nascondere la crudeltà e l’orrore della violenza: dove i moderati sarebbero anche la maggioranza, ma non hanno voci abbastanza forti per farsi sentire.
Il seme del rancore non può sparire da un momento all’altro: è necessaria una nuova politica per sradicarlo.
Ciò che serve è una strategia culturale: senza comprensione dell’altro, senza reciproco rispetto e tolleranza non può fiorire la Pace.

Il Paese che colpisce più di tutti il regista è sicuramente l’Afghanistan.
Dal primo sguardo si capisce come sia una terra che da più di trent’anni non conosce altro che la guerra.
La povertà è visibile ad occhio nudo, e poi manca tutto: ospedali, scuole, cibo, pozzi per l’acqua potabile.
Ma, soprattutto, si tocca l’assenza di speranza verso il futuro: i bambini non hanno cure, ne’ istruzione e, se nulla cambierà, saranno prede arrendevoli per i terroristi.
E la rabbia è tanta, troppa.
Perché gli aiuti internazionali arrivano. Ma le organizzazioni si limitano a guardare quanti soldi in più vengono inviati ogni mese. Non vanno a controllare i risultati finali: se quelle cifre siano poi effettivamente ripartite tra la popolazione ed usate per le infrastrutture basilari. Ed ecco che tutto si perde durante il percorso.
Viene filmata una scuola di Tora Bora: avevano promesso di costruirne una nuova, ed invece è tutto fermo dall’ultimo bombardamento. I muri pochi sono mattoni che lottano per restare uniti, il tetto non esiste così come l’illuminazione affidata semplicemente al sole. Come si può pensare a costruire un futuro in queste condizioni?

La mia piccola recensione si ferma qui: lascio a voi il gusto di scoprire la fine di questo bel documentario, così come i tanti volti che hanno accompagnato Spurlock nel suo lavoro, che riassume così:

Quello che ho capito in tutto questo viaggio è l’occasione di andare la fuori, a vedere e parlare con quelle persone delle quali, ci dicono, dovremmo avere paura.
Non sono uno che pensa che possiamo sederci intorno ad un falò a cantare Kumbaya, ok?
E’ una cosa ridicola.
Però credo che questi demoni ce li siamo creati dentro di noi.
Li abbiamo creati attraverso i media, e abbiamo creato queste visioni che sono così lontane dalla realtà.
E dopo un po’ iniziano ad alimentarsi da sole.
E la nostra paura cresce in modo esponenziale.
Si dice che chi va in cerca di guai, prima o poi li trova.
Io non sto cercando guai: cerco solo delle risposte.
E credo di averne trovate parecchie in questo viaggio…

Gaza: attacco alla modernità

Chiede ai pacifisti stranieri che promettono la ripresa dei loro viaggi sulle navi di portare, assieme agli aiuti per i palestinesi, anche un mixer per il suo gruppo musicale. Ma lo fa in contrasto con quello stesso regime nella striscia di Gaza che i pacifisti più o meno indirettamente aiutano contro l’embargo imposto da Israele. «Il nostro vecchio mixer è stato sequestrato dalla polizia di Hamas», spiega, con il timore che anche quello nuovo subisca la stessa sorte del primo. «Siamo vittime di una teocrazia repressiva che in nome della sua lettura distorta dell’Islam vieta la musica libera. Il loro Allah in verde non ci piace per nulla». E’ l’ironico paradosso vissuto dal ventenne Basher Bseiso, cantante molto popolare del “Gruppo della pace” (Fariq Salam) tra i giovani di Gaza amanti del “rap”. Ben riassunto dall’appello che lancia dalla sua casa Jamal Abu Al Qumsan, 43enne direttore della più nota galleria d’arte nella “striscia della disperazione”: «Grazie ai democratici di tutto il mondo che lottano contro l’embargo israeliano su Gaza. Però, per favore, potete in parallelo denunciare anche la repressione di Hamas contro le libertà intellettuali?».
Le loro sono solo due storie tra le infinite che si possono trovare nella regione. La più scottante ultimamente è quella degli attacchi contro le organizzazioni giovanili. E’ avvenuto il 23 maggio e il 28 giugno, quando una ventina di militanti armati e mascherati di Hamas hanno dato fuoco al campo estivo organizzato per gli studenti sul lungomare dalle Nazioni Unite. E alla fine di maggio, proprio il giorno del blitz dei commando israeliani contro la flottiglia pacifista che ha causato 9 morti, la polizia di Hamas qui ha chiuso ben cinque organizzazioni non governative locali. La più nota, Sharek (17 filiali nei territori palestinesi, di cui 5 nella striscia di Gaza), a sua volta si è vista bruciare due campi estivi studenteschi sulla spiaggia. Accusa uno dei dirigenti, Mohammad Aruki: «Vogliono obbligarci a chiudere i campeggi misti. Ci dicono che ragazzi e ragazze vanno separati. Così mirano a sradicare la cultura laica, cercano il monopolio sull’educazione». E’ l’ennesimo capitolo della guerra culturale in atto da tempo. Le ali più oltranziste del fronte religioso vogliono fermare la spiaggia alle ragazze, vietano la privacy alle coppiette non sposate, vedono la musica e le mode occidentali come un pericolo per la “moralità” pubblica. A chiedere spiegazioni agli esponenti di Hamas la risposta è in genere la stessa: «I ministeri, le nostre autorità civili, non c’entrano. Occorre rivolgersi alla polizia». Ma dagli agenti impera il no comment. Il più esplicito è stato Ahmed Yussef, vice ministro degli Esteri e presidente del Comitato contro l’embargo: «Israele ha il monopolio della forza. Hamas è molto più debole e cerca unicamente di imporre una sola sovranità nella striscia».
Il problema maggiore è che i testimoni, le stesse vittime, hanno paura a parlarne. Hamas è ormai un regime padre-padrone della sua gente. Punizione non vuole solo dire prigione, o persino tortura, ma piuttosto ostracismo, perdita del posto di lavoro, denigrazione, isolamento sociale. Bseiso parla con rabbia del pestaggio subito lo scorso 28 aprile. «Mi stavo spostando in moto, quando sono stato affiancato da un gruppo di miliziani delle Ezzedin Al Qassam, che mi hanno buttato a terra e picchiato con bastoni. Pochi giorni prima avevano fatto irruzione nel nostro studio e sequestrato video, telecamere, cassette. Ora, con mezzi di fortuna sto preparando una canzone di accusa contro la repressione di Hamas», dice. Il suo compagno nel gruppo, Ibrahim Ghonem, ricorda che sino al 2005, quando a Gaza e in Cisgiordania governava la stessa autorità dell’Olp costituita da Yasser Arafat nel 1994, la situazione era molto migliore: «In quel periodo nacquero almeno cinque gruppi rap a Gaza. Nessuno interferiva. Ora ci dicono che siamo agenti del Satana americano, corruttori di giovani. E il risultato è che chiunque può se ne va, emigra. Addirittura so di alcuni amici di altri gruppi rap che hanno approfittato di inviti a concerti all’estero per imboscarsi e non tornare più». A Jamal Abu Al Qumsan è andata peggio. Sino a qualche giorno fa non poteva sedere o sdraiarsi sulla schiena per le frustate subite a intermittenza tra il 5 e 12 maggio. Una punizione curiosa e molto diffusa la sua. Vieni convocato alla polizia nei centri carcerari. Non c’è molta scelta. La famigerata Saraya, nel cuore di Gaza city, è stata rasa al suolo dai bombardamenti israeliani della “Piombo Fuso” nel gennaio 2009. Restano però i Mashtal, i cinque carceri provinciali, e Ansar, dove si trovano i capi dei servizi di sicurezza. Qui inizia l’interrogatorio. «Dalle sette di mattina a sera tarda, talvolta oltre mezzanotte. La punizione più comune è tenerti conto un muro tutto il pomeriggio in pieno sole e obbligarti a esercizi assurdi. Per esempio viene ordinato di fare il ciclista, per ore e ore costretto a fingere di pedalare. Poi ti rimandano a casa. Così non figuri nell’elenco dei prigionieri, non devono neppure sfamarti. Solo ogni tanto un bicchier d’acqua. E la mattina devi essere puntuale di fronte al portone», racconta Jamal. A lui comunque è andata male. «Mi hanno accusato di corrompere le ragazze, di lasciar loro fumare il narghilè nei locali della mia galleria, addirittura di abusi sessuali. Così hanno usato cinghie e bastoni».
Ma poteva andar peggio. Fosse finito nella ex villa sul lungomare del presidente dell’Autorità palestinese a Ramallah, Abu Mazen, sarebbe restato in isolamento per mesi. Qui raccontano che le cantine sono adibite a stanze per la tortura dei “nemici dell’Islam”. Sono tecniche raffinate. Ci sono spie mischiate ai prigionieri. Meccanismi imparati direttamente dai carceri israeliani. Non esiste militante palestinese sopra i trent’anni che non li abbia sperimentati sulla sua pelle. La pressione psicologica è spesso molto più efficace di quella fisica. Fin qui tutto normale. Nei carceri del Fatah in Cisgiordania, dove la caccia ai militanti di Hamas resta aperta, le tecniche persecutorie sono molto simili. «La novità di Gaza sta nella crescente influenza dei sistemi utilizzati dai Basiji iraniani. Le teste di cuoio tra i gruppi scelti delle Ezzedin Al Qassam sono stati direttamente istruiti da loro. Il fine è quello di imporre una sorta di totale e totalizzante conformismo politico e culturale. Chiunque non si omogeneizza deve sapere che è a rischio. E pochi sono gli eroi. Spesso bastano alcune velate minacce per ottenere l’effetto voluto», sottolinea un noto commentatore locale, che parla sotto la promessa del più assoluto anonimato. Asma Al Ghuol, giornalista impegnata nella difesa delle libertà intellettuali, si è vista di recente sequestrare il computer e minacciare personalmente di essere “amorale” per la sua denuncia pubblica contro la censura a musicisti e scrittori. Una sua collega che collabora con la tv Al Arabya è stata arrestata pochi giorni fa perché scoperta dagli agenti viaggiare in auto in compagnia di un ragazzo che non era membro della sua famiglia.
Abu Omar (è un nome finto), anziano militante del Fronte per la Liberazione della Palestina, esprime la sua dissidenza in privato: produce vino di nascosto nel campo profughi di Jabalia e ne vende 100 litri l’anno. «E’ la mia sfida contro il divieto dell’alcool imposto dagli islamici, contro le ingerenze nel nostro privato, come se fossimo sotto i talebani», dice mostrando la foto di Hassan Mohammad Hajazi, suo amico e attivista assassinato da Hamas nel gennaio 2009 approfittando del caos generato dall’attacco israeliano. «Il dramma è che se mostro questa foto per la strada vengo arrestato». Sono gli effetti perversi dell’embargo israeliano. Uno scenario che ricorda da vicino quello imposto contro l’Iraq di Saddam Hussein negli anni Novanta sino alla guerra del 2003. Il blocco economico, l’isolamento, la messa all’indice generano enormi difficoltà sul piano internazionale per il regime colpito, ma lo rafforzano internamente e gli forniscono indirettamente la legittimazione agli abusi anche più gravi nei confronti delle proprie popolazioni. Sostiene Atef Abu Saief, brillante docente di scienze politiche alla locale università Al Azhar: «Hamas controlla Gaza molto meglio che un paio d’anni fa. Anche se la sua popolarità è in diminuzione. Ma questo non lo potremo verificare. Le libere elezioni, così come nel 2006, sono ormai impossibili. Al meglio, nel caso si torni alle urne, vedremo un accordo sottobanco per la spartizione dei voti con Fatah. La teocrazia di Hamas segna la fine del sogno democratico». Commenta un noto giornalista assunto dalle agenzie stampa straniere che assolutamente chiede di restare anonimo: «La differenza con l’Iraq è che nei territori palestinesi occupati da Israele nel 1967 le elezioni parlamentari del gennaio 2006 sono state stravinte in modo pulito da Hamas contro Fatah. Tra le sinistre occidentali fanno bene a puntare il dito contro i loro governi che rifiutano quel voto. Non è possibile accettare in democrazia solo i risultati che ci piacciono e rifiutare quelli sgraditi. Però adesso non ci si accorge che la popolarità di Hamas a Gaza è in caduta libera. E’ una situazione curiosa e riflette l’antica propensione palestinese a schierarsi sempre contro chi vince. Se oggi si andasse alle urne, in Cisgiordania potrebbe ottenere la maggioranza Hamas, ma a Gaza il Fatah». «Hamas come Hitler, o meglio, come gli islamici in Algeria», rincara Saief. «Ecco perché Yasser Arafat, sino alla sua morte nel novembre 2004, si rifiutò sempre di tenere elezioni con Hamas. Sapeva che un voto libero con gli islamici al governo non avrebbe mai più potuto aver luogo per il fatto molto evidente che la dottrina dei Fratelli Musulmani non dà alcun valore alla democrazia». A suo dire qui sta la debolezza di Abu Mazen: aver permesso ad Hamas di presentarsi al voto del 2006. «Si illudeva di battere il suo avversario nell’Olp locale, Mahmoud Dahlan, che in veste di capo della polizia di Arafat a Gaza e a causa dei suoi stretti legami con la Cia era fortemente impopolare. Ma non ha capito che apriva le porte a Hamas. Ora si dovrebbe tornare alle urne. Ma non avverrà più in modo pulito».
Saief ripete la teoria che va per la maggiore da Gaza al Cairo: Hamas non ha alcun interesse a mettere a rischio lo status quo, non cerca un vero accordo con Abu Mazen, non vuole il voto e neppure contatti con Israele. «Hamas è legata ai Fratelli Musulmani e l’Iran. Controlla una base territoriale, ha un progetto più pan-islamico e molto meno nazionalista. Non cerca il compromesso, vede Gaza come il rilancio della guerra santa globale. Ecco perché a farne le spese sono ora gli intellettuali e qualsiasi entità indipendente nelle zone sotto il suo controllo», aggiunge. Non è da nascondere che i perseguitati sono in genere militanti dell’Olp, o comunque legati al vecchio fronte laico della sinistra palestinese. «Atef non è credibile. E’ un intellettuale organico del Fatah, nostro nemico ideologico per eccellenza», replica per esempio Taher Al Nunu, portavoce di Hamas. E infatti Atef nel giugno 2009 si è fatto oltre una settimana di “carcere giornaliero”. Ricorda: «Non c’era violenza vera. Solo fastidio, tanta sete al sole, grande perdita di tempo e interrogatori spossanti». Ora è preoccupato. Ai primi di giugno è stato riconvocato alla polizia per 24 ore. Teme censurino il suo libro di short stories appena pubblicato in arabo: «Natura morta. Storie dal tempo di Gaza». La censura è strisciante, minacciosa, immanente. Ne parla Mohammad Aruki mostrando la zona del suo campo di tende devastato dal fuoco. Tra i capi di accusa nei loro confronti c’è anche un sondaggio condotto tra i giovani di Gaza in cui si conclude che almeno il 41% spera di emigrare all’estero. E il motivo portante di tanta disaffezione è la crescita delle accuse contro la corruzione e il nepotismo dei dirigenti islamici. I toni sono simili a quelli che imperavano contro i capi di Fatah prima del voto del 2006. Lo stesso leader di Hamas, il cinquantenne Ismail Haniyeh, si vede messo in dubbio tra l’altro per aver sposato come seconda moglie la vedova 22enne di una delle guardie del corpo di Said Siam, noto militante ucciso dalle bombe israeliane nel 2009. Sottolinea Aruki: «Per Hamas il nostro sondaggio è una grande debacle. Dimostra che i giovani non vogliono più lottare. L’embargo israeliano è terribile, ci impedisce ogni movimento, siamo in una grande prigione a cielo aperto. Però è morto lo spirito delle due intifade. Si vuole fuggire nel privato, stare bene individualmente. Una volta c’erano studenti che rifiutavano le rare borse di studio all’estero pur di restare a combattere collettivamente l’occupazione sionista. Oggi tutti vorrebbero emigrare e a bloccarci non è solo Israele. L’Egitto fa passare con il contagocce la gente da Rafah. E Hamas concede il permesso di emigrazione unicamente ai suoi militanti. Gli altri sono solo sudditi da convertire alla sua lettura dell’Islam».

Fonte: Corriere della Sera.

Che pena, la mia azione umanitaria usurpata adesso dai barbari…

Evidentemente non ho cambiato posizione. Continuo a giudicare «stupido», come dissi il giorno stesso a Tel Aviv in un acceso dibattito con un ministro di Netanyahu, il modo in cui è stato condotto l’assalto, al largo di Gaza, contro la Mavi Marmara e la sua flottiglia. E se ancora avessi avuto un minimo dubbio, l’abbordaggio della settima nave, quel sabato mattina, senza alcuna violenza, avrebbe finito col convincermi che esistevano altri modi di operare per evitare che la trappola tattica e mediatica tesa a Israele dai provocatori di Free Gaza si richiudesse così, nel sangue. Detto e ridetto questo, nemmeno si può accettare l’ondata di ipocrisia, di malafede e, in ultimo, di disinformazione che sembrava aspettare solo un pretesto per dilagare nei mass media del mondo intero, come ogni volta che lo Stato ebraico commette un errore.

Disinformazione. La formula, ripetuta fino alla nausea, del blocco di Gaza imposto «da Israele», mentre la più elementare onestà vorrebbe già che si precisasse: da Israele e dall’Egitto; congiuntamente, dai due lati, dai due Paesi che distano in maniera identica dalle frontiere di Gaza; e questo con la benedizione, appena velata, di tutti i regimi arabi moderati, ben felici che altri arginino, per conto e con soddisfazione di tutti, l’influenza nella regione di un braccio armato, di una base avanzata, un giorno forse di una portaerei, dell’ Iran.

Disinformazione. L’idea stessa di un blocco «totale e spietato» (Laurent Joffrin, editoriale del quotidiano francese Libération del 5 giugno) che prende «in ostaggio» (espressione dell’ex Primo ministro Dominique de Villepin, su Le Monde dello stesso giorno) «l’umanità in pericolo» di Gaza: il blocco — non dobbiamo stancarci di ricordarlo— riguarda soltanto armi e materiali per fabbricarne; non impedisce il passaggio, tutti i giorni, in provenienza da Israele, di 100, 120 camion carichi di viveri, medicinali, materiale umanitario di ogni genere; l’umanità non è «in pericolo» a Gaza; dire che «si muore di fame» nelle strade di Gaza-City significa mentire. Che il blocco militare sia o non sia la buona opzione per indebolire e un giorno abbattere il governo islamo-fascista di Ismaïl Haniyeh, se ne può discutere. Ma un fatto è indiscutibile: gli israeliani che operano, giorno e notte, ai posti di controllo fra i due territori sono i primi a fare l’elementare ma essenziale distinzione fra il regime (che occorre tentare di isolare) e la popolazione (che si guardano bene dal confondere con questo regime e, ancor meno, di penalizzare, poiché gli aiuti, ripeto, non hanno mai smesso di passare). Disinformazione. Il silenzio, o quasi, nel mondo intero, sull’incredibile atteggiamento di Hamas: infatti, ora che il carico della flottiglia ha riempito la sua funzione simbolica, ora che quest’atteggiamento ha permesso di cogliere in fallo lo Stato ebraico e di rilanciare come mai prima d’ora il meccanismo della sua demonizzazione, ora che sono gli israeliani, fatta l’ispezione, a voler inoltrare gli aiuti verso i suoi presunti destinatari, Hamas blocca i suddetti aiuti al check point di Kerem Shalom e ve li lascia pian piano marcire. Al diavolo le merci passate fra le mani dei doganieri ebrei! Visto che i bambini di Gaza non sono mai stati altro, per la gang di integralisti islamici andati al potere tre anni fa con la forza, che scudi umani, carne da cannone o vignette mediatiche, i loro giocattoli o i loro desideri sono l’ultima cosa di cui laggiù ci si preoccupi. Ma chi osa dirlo? Chi si indigna per questo? Chi si da martiri» ( Guardian del 3 giugno, Al Aqsa del 30 maggio). Come ha potuto, uno scrittore della tempra dello svedese Henning Mankell lasciarsi ingannare così? Come può, quando ci dice di voler forse vietare la traduzione dei suoi libri in ebraico, dimenticare d’un tratto la sacrosanta distinzione fra un governo colpevole o stupido e la folla di coloro che non si riconoscono affatto in esso e che pure egli associa nello stesso progetto di boicottaggio insensato? Come può, la catena di sale cinematografiche «Utopia», in Francia, esattamente nello stesso modo, decidere di cancellare l’uscita di un film («A cinq heures de Paris») solo perché l’autore (Leonid Prudovsky) è cittadino israeliano?

Disinformatori, infine, i battaglioni di ipocriti dispiaciuti che Israele si sottragga alle esigenze di un’inchiesta internazionale quando la verità è, di nuovo, talmente più semplice e più logica: Israele rifiuta l’inchiesta sollecitata da un Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite dove regnano grandi democratici come i cubani, i pachistani e gli iraniani.

Un’ultima parola. Per un uomo come me, per qualcuno che è orgoglioso di avere aiutato, con altri, a inventare il principio di questo tipo di azioni simboliche (boat-people per il Vietnam, marcia per la sopravvivenza in Cambogia nel 1979, vari e diversi boicottaggi antitotalitari; o ancora, più di recente, violazione deliberata della frontiera sudanese per spezzare il blocco al cui riparo si perpetravano i massacri di massa nel Darfur), per un militante, in altri termini, dell’ingerenza umanitaria e dello scalpore che l’accompagna, c’è in questa epopea miserabile una sorta di caricatura, o una lugubre smorfia, del destino. Ragione di più per non cedere. Ragione di più per resistere alla deviazione di senso che mette al servizio dei barbari lo spirito stesso di una politica che fu concepita per contrastarli. Miseria della dialettica antitotalitaria e dei suoi rovesciamenti mimetici. Confusione di un’epoca in cui si combattono le democrazie come se si trattasse di dittature o di Stati fascisti. In questo turbine di odio e di follia c’è Israele, ma in pericolo sono anche, stiamo attenti, alcune delle conquiste più preziose, per la sinistra in particolare, del movimento di idee da trent’anni a questa parte. A buon intenditor, poche parole. assume il rischio di spiegare che, se a Gaza c’è un sequestratore di ostaggi, un profittatore senza scrupoli e freddo davanti alla sofferenza della gente e, in particolare, dei bambini, questi non è Israele ma Hamas?

Ancora disinformazione, ridicola, ma, tenuto conto del contesto strategico, catastrofica: il discorso, a Konyan, nel centro della Turchia, di un Primo ministro che fa gettare in prigione chiunque osi evocare pubblicamente il genocidio degli armeni, ma che ha la faccia tosta, di fronte a migliaia di manifestanti eccitati e che gridano slogan antisemiti, di denunciare il «terrorismo di Stato» israeliano.

Disinformazione: il lamento degli utili idioti caduti, prima di Israele, nella trappola di quegli strani individui «umanitari» che sono, per esempio nella Ong turca Ihh, adepti della Jihad, fanatici dell’apocalisse anti-israeliana e anti-ebraica, alcuni dei quali, qualche giorno prima dell’assalto, dicevano di volere «morire da martiri» (Guardian del 3giugno, Al Aqsa deI 30maggio). Come ha potuto, uno scrittore della tempra delio svedese Henning Mankell lasciarsi ingànnare così? Come può , quando ci dice di voler forse vietare la traduzione dei suoi libri in ebraico, dimenticare d’un tratto la sacrosanta distinzione fra un governo colpevole o stupido e la folla di coloro che non si riconoscono affatto in esso e che pure egli associa nello stesso progetto di boicottaggio insensato? Come può , la catena di sale cinematografiche «Utopia», in Francia, esattamente nello stesso’ modo, decidere di cancellare l’uscita di un film («A cinq heures, de Paris») solo perché l’autore (Leonid Prudovsky) è cittadino israeliano?, Disinformatori, infine, i battaglioni di ipocriti dispiaciuti che Israele si sottragga alle esigenze di un’inchiesta internazionale quando la verità è, di nuovo, talmente più semplice e più logica: Israele rifiuta l’inchiesta soliecitata da un’ Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite dove regnano grandi democratici come i cubani, i pachistani e gli iraniani. Un’ultima parola. Per un uomo – come me, per qualcuno che è orgoglioso di avere aiutato, con altri, a inventare il principio di que sto tipo di azioni simboliche (boat-people per ll Vietnam, marcia per la sopravvivenza in Cambogia nel 1979, vari e diversi boicottaggi antitotalitari; o ancora, più di recente, violazione deliberata della frontiera sudanese per spezzare il blocco al cui riparo si perpettavano i massacri di massa nel Darfur), per un militante, in altri termini, dell’ingerenza umanitaria e dello scalpore che l’accompagna, c’è in questa epopea miserabile una sorta di caricatura, o una lugubre smorfia, del destino. Ragione di più per non cedere. Ragione di più per resistere alla deviazione di senso che mette al servizio dei barbari lo spirito stesso di una politica che fu concepita per contrastarll. Miseria della dialettica antitotalitaria e dei’ suoi rovesciamenti mimetici. Confusione di un’epoca in cui si combattono le democrazie come se si trattasse di dittature o di Stati fascisti. In questo turbine di odio e di follia c’è Israele, ma in pericolo sono anche, stiamo attenti, alcune delle conquiste più preziose, per la sinistra in particolare, del movimento di idee da trent’anni a questa parte. A buon intenditor, poche parole.

Fonte: Bernard-Heni Lévy per Il Corriere della Sera.

Peres a Biden: “Fuori l’Iran dall’Onu”

La sicurezza di Israele è «un pilastro» nelle relazioni fra gli Usa e lo Stato ebraico e su questo terreno l’impegno americano resta «assoluto a totale».
La ha ribadito oggi il vicepresidente degli Stati Uniti Uniti Joe Biden in una conferenza stampa congiunta a Gerusalemme con il premier israeliano Benyamin Netanyahu.
«Non c’è distanza alcuna fra Stati Uniti e Israele quando si parla della sicurezza di Israele» ha insistito Biden, rilevando poi che per gli Stati Uniti la necessità di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari «rappresenta una priorità».
Netanyahu, da parte sua, ha condiviso la necessità di una azione internazionale incisiva allo scopo di impedire all’Iran di dotarsi di armi atomiche e ha lodato l’impegno del presidente Barack Obama affinchè nei confronti di Teheran vengano concordate sanzioni ancora più severe. Da parte sua il Capo dello Stato Shimon Peres, in un precedente incontro con Biden, ha osservato che le sanzioni economiche vanno accompagnate anche da sanzioni di carattere morale.
«Una persona come (Mahmud) Ahmadinejad – ha detto Peres – che invoca apertamente la distruzione dello Stato di Israele non può essere un membro con pieni diritti delle Nazioni Unite».
Si tratta, ha aggiunto, «di una persona che predica il terrorismo e che impicca le persone nelle strade» ed è dunque indegna, a suo parere, di potersi esprimere alle Nazioni Unite. Nella conferenza stampa con Netanyahu Biden ha d’altra parte espresso compiacimento per i progressi registrati sul fronte israelo-palestinese, dove ieri è stata annunciata la ripresa di negoziati, inizialmente in forma indiretta. Gli Stati Uniti sosterranno sempre, ha assicurato Biden, quanti sono pronti «ad assumere rischi per raggiungere la pace».

Fonte: La Stampa.

Le conseguenze di una tragedia

Hilmi Samouni spera ancora – “inshallah” – di ritornare al suo vecchio lavoro di assistente di cucina al Palmyra, il ristorante di shawarma più conosciuto di Gaza. Ma a differenza del fratello 22enne Khamiz, che lavora di nuovo nel negozio di vernici per auto, e del cugino 20enne Mousa, in un corso di contabilità di due anni all’università di al-Azhar, Hilmi, che ha 26 anni, quando è tornato al Palmyra dopo la guerra ha scoperto che non riusciva a farcela. “Sono stati tutti molto solidali”, dice, “ma non riuscivo a fare un buon lavoro”. A differenza di Mousa, che pure ha perso i genitori, e di Khamiz, Hilmi ha visto non solo i corpi del padre Talal e della madre Rahme, ma anche della moglie Maha, 20 anni, e del loro unico figlio Mohammed di sei mesi, tra i 21 uccisi nel bombardamento del magazzino in cui le truppe israeliane avevano ordinato loro di radunarsi. A Hilmi dispiace ancora di non avere foto di nessuno di loro; erano state bruciate nel bombardamento della loro casa, il giorno prima.

Ora Hilmi gironzola intorno alla casa, tra frutteti devastati e stie per polli nel distretto di Zeitoun, nella zona meridionale di Gaza City. I graffiti in inglese ed ebraico nelle pareti interne, lasciati dagli uomini della brigata Givati dell’esercito israeliano, sono gli unici resti delle due settimane di occupazione dell’edificio – una lapide disegnata di fianco alle parole “Gaza siamo stati qui”; “Fuori uno, ne mancano 999mila”; “Morte agli arabi”. La famiglia ha lasciato deliberatamente i graffiti in vista? “Sì, ma non avevamo comunque la vernice per coprirli”, risponde. Uno dei compiti di Hilmi è aiutare a badare alla sorella di 11 anni Mona, che gira le pagine di disegni ispirati dai ricordi della mattina del 5 gennaio 2009. “Questa sono io che pulisco il viso della mamma che è morta. Questo è mio padre che è stato colpito alla testa e il cervello è uscito fuori. Questa è mia cognata morta. Questa è mia sorella mentre prende il figlio di mia cognata …”

Il bombardamento del magazzino ricordato nei disegni di Mona è stato uno dei peggiori attacchi su civili a Gaza delle forze israeliane tra il 27 dicembre e il 18 gennaio. L’offensiva militare israeliana doveva arrivare da tempo, ma i molteplici raid di quella domenica pomeriggio con cui iniziò furono comunque una sorpresa. L’obiettivo dichiarato era fermare gli attacchi con razzi e mortai – 470 dei quali hanno diffuso senza dubbio la paura nelle comunità di confine del sud di Israele, dopo che un raid israeliano contro Hamas aveva posto fine nel novembre 2008 a una tregua difficile ma ampiamente efficace che durava da cinque mesi.

Ma se il momento fu una sorpresa, lo fu ancora di più la ferocia senza precedenti dell’attacco sulla regione controllata da Hamas. Dopo più di due settimane di guerra, il ministro degli Esteri Tzipi Livni ostentava in un’intervista radiofonica che “Israele … è un Paese che quando spari ai suoi cittadini risponde diventando furioso – e questa è una cosa positiva”. Sia che il bersaglio di Israele fosse la popolazione civile, come accusa il rapporto commissionato dall’Onu del giudice Richard Goldstone sull’operazione Piombo Fuso, sia che i militari semplicemente mettessero in secondo piano la sopravvivenza dei palestinesi rispetto a quella delle proprie truppe, come alcuni soldati finora hanno testimoniato, le immagini raccontano una propria storia in merito al punto cui arriva “un Paese” quando diventa “furioso”. Sebbene contestata dai militari, una ricerca esaustiva condotta dalla rispettabile organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha indicato il numero totale di morti in 1387, di cui 773 erano civili. Nello stesso periodo quattro israeliani sono stati uccisi in Israele dal lancio di razzi, e nove soldati a Gaza, quattro per fuoco amico. Poiché le frontiere erano chiuse, non c’è stata nessuna ondata di rifugiati fuori da Gaza come sarebbe successo in seguito a un attacco simile in qualsiasi altra parte del mondo.

Il bombardamento mattutino del magazzino quasi finito di Wael Samouni – dove circa un centinaio della sua famiglia allargata, incluso il suo giovane parente Hilmi, si era messo al riparo – è uno dei venti episodi su cui sta indagando la polizia militare israeliana. Il mese scorso, considerato che finora solo un soldato è stato processato per condotta di guerra – per aver rubato una carta di credito palestinese – B’Tselem ha protestato per il fatto che, essendo l’esercito stesso a condurre le indagini, ogni imputazione sarà diretta soltanto contro “i livelli più bassi” e che ci sarebbe bisogno di un’inchiesta indipendente capace di attribuire la colpa agli “alti ufficiali” e al governo che prende le decisioni per quanto riguarda i “livelli politici”.
In ogni caso, non c’è ancora alcun segno di indagine su un incidente separato avvenuto la mattina del giorno precedente, il primo dell’invasione via terra. Soldati israeliani, con i visi mimetizzati in nero, alcuni con dei rami intorno agli elmetti, assaltarono la casa dietro quella di Hilmi, dove suo zio, Atiya Samouni, un agricoltore di 46 anni, si era rifugiato con le due mogli e i 15 figli.

La famiglia dice che la porta principale era stata lasciata aperta deliberatamente così che le truppe potessero vedere mentre avanzavano che c’erano dei bambini all’interno. Secondo il loro resoconto, Atiya, che parlava un po’ di ebraico, camminò con le mani alzate verso la porta aperta della stanza dei bambini – dove la famiglia era ammassata – per mostrarsi ai soldati che ormai erano nel salotto adiacente. Suo figlio Ahmad di quattro anni lo seguì, gridando “Baba, baba” – “papà” – e Atiya gli disse: “Non avere paura”. Ma appena Atiya iniziò a parlare ai soldati venne colpito a morte. Le truppe iniziarono poi a sparare nella stanza dei bambini, mentre gli adulti urlavano “katan” e “ktanim” – “bambini piccoli” in ebraico. Cinque dei bambini furono colpiti; Ahmad fu raggiunto da due spari al petto, fatali.

Undici mesi più tardi, a prima vista la vedova Zeinat Samouni sembra allegra mentre spinge con un sorriso ospitale i visitatori a prendere uno dei dolcetti tondi che sta cucinando per l’imminente festività musulmana di Eid al-Adha nell’unica stanza che adesso divide con i sette figli sopravvissuti. Ma non riesce a smettere di piangere quando descrive come lasciarono la casa – e il cadavere del marito – con uno dei figli più grandi che trasportava il corpo sanguinante di Ahmad verso la casa di un altro parente. Quando venne la sera, diede ad Ahmad, il viso ormai giallo, del pane inzuppato nell’acqua; “Era come dar da mangiare a un uccellino”, ricorda. La famiglia chiamò un’ambulanza ma gli dissero che era troppo pericoloso avvicinarsi a quell’area. Ahmad morì nelle prime ore del lunedì mattina. “Se avessimo potuto raggiungere un’ambulanza, penso che sarebbe ancora vivo”, dice.

La figlia di Zeinat, Amal di 10 anni, porta nella tasca ovunque vada due foto consunte di suo padre e di suo fratello morti. “Voglio guardarli sempre”, dice, quasi un anno dopo che sono stati uccisi. “La mia casa non è bella senza di loro”. Anche Amal è stata ferita e dice che la testa e l’occhio destro le fanno ancora male. Ma il trauma psicologico di Amal è aggravato dal fatto che scappò prima che la madre e i fratelli e sorelle lasciassero la casa dopo gli spari. Quattro giorni dopo fu trovata, semisepolta sotto le macerie, deidratata e in stato di shock, una dei 15 altri sopravvissuti trovati nelle immediate vicinanze quando le ambulanze della Croce Rossa finalmente ottennero il permesso di avvicinarsi abbastanza per tirarli fuori. A scuola, le materie preferite di Amal sono inglese e arabo. “Non conosco molto l’inglese, ma mi piace”, dice la ragazzina, che da grande vuole fare il dottore.

Dei figli di Atiya avuti dall’altra moglie, Zahawa, il più colpito è Kannan, adesso 13enne, che ancora zoppica per il colpo di pistola alla coscia sinistra. Prima della guerra, era un appassionato centrocampista ma ora non gioca più a calcio. Anche per lui, l’impatto non è stato solo fisico. Nei mesi successivi alla sparatoria, ha avuto degli incubi – e fu trovato numerose volte a piangere nel sonno o a gridare “Vogliono uccidere mio padre”. “Non va al bagno da solo”, dice sua madre, aggiungendo che si spaventa facilmente – per esempio al suono dei colpi di pistola del vicino centro di addestramento di polizia di Hamas. Anche Kannan ha un album per gli schizzi – il consulente che lo ha seguito per quattro mesi dopo la guerra lo ha incoraggiato a disegnare. Dipinge la sparatoria contro suo padre … bambini spaventati dagli aerei sopra di loro … una moschea distrutta.

Anche per i Samouni, comunque, la vita va avanti. La famiglia di Kannan dovrebbe riuscire a breve a coltivare sei file di lattuga, peperoni e pomodori su un piccolo appezzamento di terra, grazie al progetto di riparazione dell’irrigazione della Croce Rossa – due pozzi sono stati distrutti durante l’occupazione militare di Zeitoun. Non sono abbastanza per essere venduti, come facevano una volta, ma è un inizio. Anche i cugini hanno avuto in prestito un acro di terra, dove producono olive, fichi e verdure.

Giù in strada, il 22enne Rami Samouni, il cui fratello Hamdi è stato ucciso dalle forze israeliane insieme ai 18mila polli nella stia, sta aiutando a ricostruire la casa distrutta del cugino Arafat. La ricostruzione è in parte finanziata dai 4 mila euro di compensi che il governo di Hamas ha stanziato per chiunque abbia perso del tutto la casa, insieme ai circa 3500 euro dalla rivale Autorità Palestinese di Ramallah, discretamente canalizzati attraverso il programma di sviluppo delle Nazioni Unite per assicurarsi che ai beneficiari non si applichi nessuna discriminante politica. Rami, che si laureerà l’anno prossimo con una laurea in educazione dell’università di al-Azhar, vede la ricostruzione come una metafora. “Bisogna avere speranza. Se ti consideri malato, starai male. Muori se non ricostruisci. I nostri nemici vogliono che ci arrendiamo e smettiamo di vivere. Dobbiamo andare avanti”. Nonostante i suoi discorsi sui “nemici”, Rami dice più di una volta nella nostra conversazione che accetterebbe una soluzione basata sui confini del 1967, con Israele e uno stato di Palestina che vivano fianco a fianco.

Anche altrove, ci sono prove varie ma pervasive della famosa resistenza di Gaza, anche dove i danni sono peggiori. Un anno dopo, ci sono poche viste più tetre delle macerie lasciate nell’inverno scorso dagli attacchi dinamitardi su larga scala e dalle demolizioni delle case dei distretti settentrionali di Gaza di Abed Rabbo e Atatra. Tutti, tranne una piccola minoranza, quelli rimasti senza un tetto a causa della guerra hanno affittato una casa o sono ospitati dai parenti. Ma in Atatra, dove la maggior parte delle distruzioni avvenne negli ultimi giorni di guerra, alcuni vivono ancora nelle tende. Sembra che siano le donne qui a tenere insieme le cose. La casa di Arifa abu Leila, 40enne madre di nove figli, fu distrutta dopo che la famiglia fu costretta ad andarsene dai soldati israeliani. Adesso, sotto i teloni, la famiglia ha solo una manichetta e una larga ciotola di plastica per lavarsi. Dice che la famiglia non ha mai ricevuto i 4 mila euro dalle autorità di Hamas e crede che la ragione possa essere che suo marito “era dentro Hamas ma poi se ne andò molto tempo fa”. Ma quando il marito Saleh arriva, nega categoricamente di essere mai stato dentro Hamas.

Il vicino, il 30enne Majda Ghabin, ha una ragione decisamente più positiva per vivere in una tenda. Con i soldi che ha ricevuto per la sua casa – distrutta dopo che fu costretto a uscire, fu arrestato dalle truppe israeliane, e trattenuto in Israele per cinque giorni durante la guerra – ha recuperato la sua terra e investito in carote, più convenienti da curare rispetto alle fragole che coltivava prima. “Ho pensato che era meglio continuare a lavorare piuttosto che trovare un’altra casa”, spiega. “Così posso fare un po’ di soldi e magari costruire una casa in futuro”.

Su nel distretto di Abed Rabbo, a est di Jalabia vicino al confine israeliano, le rovine hanno persino generato una loro microeconomia. Ogni mattina alle 6.30, Saber Abu Freih e la madre 60enne Ghazala arrivano a quella che una volta era la loro casa, in parte per setacciare – finora invano – le macerie alla ricerca dei gioielli che hanno lasciato indietro 11 mesi fa e in parte per caricare un carro trainato da un asino con la muratura distrutta che serve a costruire nuovi fabbricati isolanti per costruzioni di piccola scala. Un giorno di lavoro può portare 100 shekel [18,28 euro] da dividere con i sei fratelli. “Stiamo pulendo le strade e raccogliendo le pietre che saranno usate per costruire allo stesso tempo”, dice allegramente. “Possiamo raggiungere solo 10 shekel [1,83 euro] al carro. Ma cosa possiamo farci?”

Carri trainati da asini come questo vanno verso i cantieri di al-Shobaki per essere sbriciolati e trasformati in blocchi da costruzione. Qui il proprietario, Abdel Salem al Shobaki, descrive in modo succinto la spirale di affari della sua compagnia da quando i lavori iniziarono durante l’apice dell’Intifada nel 2003 come “da eccellente a buono a cattivo a incredibile”. Il periodo da “cattivo a incredibile”, che è iniziato a metà del 2007, riflette la recente storia politica di Gaza. Avendo vinto le elezioni del 2006 per il parlamento palestinese, con la costernazione praticamente di tutti, probabilmente anche di Hamas, il partito militante islamico si ritrovò rapidamente ai ferri corti non solo con Israele e la comunità internazionale, uniti nel chiedere ad Hamas di riconoscere Israele -cosa che risolutamente non ha fatto – ma anche con Mahmoud Abbas, presidente della Palestina del partito di Fatah, che a differenza dei suoi co-abitanti politici ha da tempo rinunciato alla violenza e abbracciato l’idea di una soluzione a due Stati. Nonostante le crescenti tensioni del 2006, esacerbate dal rapimento del caporale israeliano Gilad Shalit e dal conseguente conflitto militare, una breve coalizione con Fatah, mediata dai sauditi, fu messa in piedi nel febbraio 2007. Nel giugno di quell’anno però la coalizione si ruppe tra selvagge lotte intestine per le strade di Gaza, decisamente vinte da Hamas, che prese il controllo di Gaza. Abbas “licenziò” il primo ministro di Hamas Ismail Haniyeh, lasciando il futuro putativo stato palestinese spaccato tra la Cisgiordania sotto il suo controllo, e Gaza sotto il controllo di Hamas. E Israele impose un assedio economico totale che bloccò in un colpo quelli che una volta erano i vivaci settori manifatturieri e agricoli di Gaza – che spesso esportavano ai partner commerciali israeliani – chiudendo le frontiere a tutti tranne al passaggio verso l’interno di beni umanitari essenziali. È una politica per la quale il milione e mezzo di abitanti di Gaza sta pagando il prezzo da allora.

Tra le tante altre cose, lasciò al-Shobaki a corto di prodotti cruciali che importava regolarmente da Israele. Da giugno 2007, dice, ha avuto “4 mila tonnellate di ghiaia ma niente cemento”. Poi due mesi fa, al-Shobaki – che dice di pagare 15-20 shekel [2,75-3,65 euro] per un buon carro di macerie – riuscì finalmente a procurarsi abbastanza cemento per avviare di nuovo i lavori in corso, grazie ai tunnel attraverso i quali viene contrabbandato dall’Egitto. Gli abitanti di Gaza sono spesso scettici riguardo alla qualità del cemento egiziano – c’è in giro una storiella secondo cui una nuova moschea affiliata di Hamas nella strada sul mare della Città di Gaza è rimasta incompleta perché gli imam stanno resistendo per avere il cemento israeliano. Ma il vero problema è il prezzo. Al-Shobaki paga 1.400 shekel [256 euro] una tonnellata di cemento egiziano proveniente attraverso i tunnel – rispetto ai circa 380 shekel [69,50 euro] che pagava quando i passaggi erano aperti e arrivava da Israele. “Prima di tutto mi piacerebbe vedere una riconciliazione tra Fatah e Hamas”, dice, “poi vorrei vedere i valichi aperti. Chiunque dica che l’economia israeliana e quella di Gaza non sono connesse è stupido. Sono un’economia sola”. Comunque sia, i tunnel gli hanno permesso di ricominciare la produzione – anche se con un profitto vicino allo zero. Per la maggior parte della popolazione di Gaza, al momento sono l’unico contatto tangibile con il mondo esterno.

Una larga tendopoli si estende lungo il bordo meridionale di Gaza, a Rafah, sulla vecchia Philadelphi Road che fino al 2005 era terra di nessuno sotto il controllo israeliano tra Gaza e l’Egitto. Guardati dall’alto delle torri di guardia della sicurezza egiziana che si alzano sopra le palizzate di frontiera sul lato sud e dai blocchi di appartamenti consumati dai bombardamenti israeliani dagli anni dell’Intifada sul lato palestinese, le tende proteggono le entrate delle centinaia di tunnel dove si contrabbanda. Questi tunnel sono stati l’ancora di salvezza di Gaza da giugno 2007 – e hanno continuato a esserlo nonostante i bombardamenti israeliani quasi quotidiani durante l’operazione Piombo Fuso e i 117 lavoratori morti l’anno scorso, soprattutto a causa di collassi naturali dei tunnel. Adesso i tunnel sono tra i primi obiettivi di rappresaglia delle forse aree israeliane ogni volta che un razzo Qassam viene lanciato verso il sud di Israele in violazione di un non dichiarato ma, quasi sempre, effettivo cessate il fuoco.

Oggi, mentre il sole di fine novembre tramonta sul Mediterraneo a ovest e un solitario F16 vola in alto, una macchina per movimenti di terra è al lavoro da molte ore per riparare l’entrata di un tunnel distrutto quel mattino. Mentre sorveglia le macerie, il lavoratore dei tunnel Abu Yusef ricorda di quando una volta guadagnava 300 shekel [54,85 euro] al giorno come giardiniere in Israele quando i passaggi erano aperti, e tornerebbe volentieri a farlo piuttosto che rischiare la vita per un terzo di quello che prendeva. “Se ci fosse un altro lavoro, non guarderei più ai tunnel”, dice.

Uno dei proprietari del tunnel distrutto, che risponde solo al nome di Abu Hassan, stima che riparare il tunnel gli costerà quasi 45 mila euro ma che, alla fine, ne varrà la pena. Sciorinando i prodotti che trasporta attraverso i tunnel – “vestiti e cibo, cioccolata Galaxy, bottiglie di coca-cola vuote, biscotti” – ammette: “Mi ci vorranno cinque mesi per recuperare i costi di riparazione – prima sarebbe bastato un mese”. Gli affari, infatti, sono in crisi, soprattutto perché il mercato è saturato dai tunnel stessi. Mentre supervisiona l’arrivo di una consegna di bambù e spiega che anche il suo tunnel commercia “vestiti e pecore”, Mohammed, 27enne di Khan Younis, dice: “Non è più come era una volta – ci sono un sacco di prodotti a Gaza. Gaza è piena di bambù”.

Ogni diplomatico familiare con la zona crede che Hamas stia in realtà arricchendosi con l’economia dei tunnel creata dall’assedio. Non è solo per i 10 mila shekel [1.828,60 euro] che ogni operatore deve pagare alla municipalità di Rafah controllata da Hamas, apparentemente per “norme e salute e sicurezza” – ma che non hanno evitato la morte di 32 tra bambini e giovani minorenni quest’anno nei tunnel. Un importante uomo d’affari di Gaza dice che anche Hamas introduce beni di consumo attraverso i propri tunnel segreti – quelli che Israele crede siano usati per importare armi – e poi ingaggia commercianti domestici per distribuire i prodotti e dividere i profitti con il partito. Tutto questo non fa che sembrare ridicola l’idea che il blocco imposto da Israele danneggi Hamas piuttosto che la popolazione civile.

Grazie ai tunnel, i negozi non sono mai stati più pieni da giugno 2007, rendendo probabilmente un po’ più allegro dell’anno scorso lo scambio di regali della festività musulmana di Eid al-Adha, con tantissime merci egiziane – almeno per quelli che possono permettersele. Una buona scatola di cioccolatini importati costa circa 150 shekel [27,43 euro] rispetto ad appena 60 shekel [11 euro] quando veniva da Israele, una felpa tre volte il suo vecchio prezzo di 50 shekel [9 euro]. Ma l’Eid di quest’anno significa anche qualcos’altro: una profonda riluttanza da parte di molti abitanti di Gaza a crogiolarsi nel proprio dolore e perdita post-bellici. Certo, un commerciante di bestiame di Jabalya stima che solo il 35 per cento delle famiglie di Gaza potranno permettersi una delle pecore tradizionali per l’Eid – sudanesi, libiche o egiziane quest’anno perché importante attraverso i tunnel. Ma nelle vivaci piume rosa o nei fiori di stoffa sfoggiati tra i capelli da ragazzine perfettamente eleganti tra le rovine di Atatra, o nelle feste delle giovani donne di classe media – con le teste coperte con stile – affollate dentro l’hotel alla moda di al-Deira sul lungomare, è visibile una determinazione a tirar fuori il meglio dalla festività.

Lo stato d’animo celebrativo era certamente rafforzato dalla speranza di un imminente scambio di prigionieri per il rilascio di Gilad Shalit – e la prospettiva, effettiva o meno, che sarebbe stato seguito da una distensione almeno parziale dell’assedio israeliano. Ma quello che nemmeno le celebrazioni dell’Eid né il costante, seppur costoso, flusso di beni di consumo attraverso i tunnel possono mascherare è la portata e l’impatto della regressione di Gaza. Jadwat Khoudary, uno dei più importanti uomini d’affari di Gaza, sottolinea che persino in tempi “normali” – senza l’attuale urgentissimo bisogno di massiccia ricostruzione post-bellica – la richiesta di cemento ogni giorno a Gaza era di circa 1.500 tonnellate. Il cemento costoso che arriva attraverso i tunnel ammonta a circa 150 tonnellate, abbastanza per relativamente poche famiglie individuali per riparare le proprie case danneggiate dalla guerra. E [Khoudary] dà un esempio impressionante dell’economia di Gaza modello “Alice nel Paese delle meraviglie” attraverso una delle sue compagnie, che al contrario di centinaia di altre è – appena – riuscita ad andare avanti. Una volta fabbricava gommapiuma elastica, usata nella produzione di massa di cuscini. Ma poiché le materie prime chimiche non sono più disponibili da Israele, la fabbrica ora produce il 5 per cento di quanto faceva in passato, tagliando e formando gommapiuma elastica già pronta importata attraverso i tunnel. Ha licenziato più di 200 lavoratori; la maggior parte dei quali ha trovato lavoro “nella polizia interna di Hamas, nella polizia [regolare], nel ministero del Lavoro [di Hamas] o nelle municipalità guidate da Hamas. Come posso fargliene una colpa se io non riesco a pagare gli stipendi?”, dice.

Stiamo parlando alla vigilia dell’Eid nel suo frequentato – ma adesso, nel tardo pomeriggio, vuoto – ristorante sul lungomare. “Perché crede che non ci sia nessuno qui?”, gli chiedo. “Perché la maggior parte della gente sta digiunando prima dell’Eid. Vent’anni fa solo l’1 per cento l’avrebbe fatto. Oggi è circa il 90 per cento”. Sebbene Hamas non abbia emanato nessun editto a questo proposito, Khoudary ritiene che il fenomeno sia il risultato di messaggi trasmessi dalle moschee da quando Hamas è salito al potere. Vede questo, e un simile cambiamento nella gente che prega regolarmente nelle moschee, come una prova della “credibilità nelle strade” del partito islamico Hamas, cosa che la guerra dell’inverno 2008-09 non ha assolutamente diminuito.

Certo è visibile un indebolimento del secolarismo tra le strade di Gaza. Più donne si coprono la testa; c’è una diffusione maggiore di quelle che portano il nakab, una volta molto raro, il velo che copre l’intero viso a parte gli occhi. E la più grande pressione interna su Hamas non viene da Fatah, che è stato effettivamente represso a Gaza, ma da gruppi islamisti ancora più estremi. Secondo Khoudary, questi sviluppi sono la conseguenza di quello che lui chiama “un assedio mentale” in cui la mancanza di contatto con il mondo esterno sta ripiegando Gaza su se stessa. Per fare un solo esempio, c’è stato un blocco totale di quello che una volta era un flusso regolare di molte centinaia di studenti all’anno verso l’estero o le università israeliane, spesso per compiere studi post-laurea. Oggi Israele ha usato la chiusura per impedire agli studenti persino di viaggiare verso la Cisgiordania, figuriamoci per andare in Israele o all’estero. Grazie ai tunnel, dice Khoudary, e premesso che tu possa permettertelo, “puoi ordinare qualsiasi cosa tu voglia e averla in 36 ore. Ma l’assedio mentale è quello più pericoloso e più dannoso”. Si chiede perché Israele promuova un clima che a lungo termine non farà che incoraggiare gruppi estremisti “peggio dei talebani”. “Israele è così stupido”, dice. “Stanno punendo la gente sbagliata”.

Nessuno qui ha fatto di più per cercare di allentare questo “assedio mentale”, entro le restrizioni della chiusura totale, di John Ging, direttore dell’Agenzia Onu di sostegno ai profughi palestinesi (Unrwa) e responsabile dell’istruzione e dell’assistenza di quasi un milione di rifugiati a Gaza. Ging, ex ufficiale dell’esercito irlandese, è un uomo coraggioso; era nella sede dell’Unrwa quando il deposito dell’agenzia è stato distrutto dalle bombe al fosforo bianco israeliane durante la terza settimana dell’operazione Piombo Fuso. Nel marzo 2007, quando l’illegalità a Gaza era al suo picco da cui diminuì grazie al servizio d’ordine di Hamas, il convoglio delle Nazioni Unite di Ging fu preso in un’imboscata e il veicolo blindato fu colpito da 18 pallottole di palestinesi armati che cercarono di rapirlo. Due mesi dopo, una delle sue guardie del corpo venne ferito mentre fu aperto il fuoco sulla scuola dell’Onu che stava visitando. Anche elementi più estremi all’interno di Hamas – ma mai il governo de facto di Hamas stesso – hanno rilasciato minacciose critiche verso i riuscitissimi giochi estivi dell’Unrwa cui hanno partecipato 250mila bambini, verso gli avvertimenti di Ging allo staff palestinese dell’Unrwa di lasciare la politica fuori dalla porta quando vanno a lavorare, e – più recentemente – verso la sua forte determinazione di includere studi sull’Olocausto nel curriculum della scuola per i diritti umani dell’Unrwa.

Tuttavia ciò che dà a Ging la sua alta credibilità a Gaza è la sua instancabile difesa della popolazione civile di fronte a quella che ripetutamente chiama la politica “fallita e difettosa” dell’isolamento. La fine della guerra, dice, ha lasciato la popolazione di Gaza “peggio di prima” a causa della “speranza disattesa” che avrebbe segnato anche la fine di “quell’era di punizione collettiva… che è stata la loro vita quotidiana così a lungo”. Poiché la guerra ha finalmente generato una consapevolezza internazionale “che era la popolazione civile a pagare un prezzo devastante non soltanto in termini di perdite di vite ma [anche] nelle loro condizioni di vita”.
Ma invece della fine dell’isolamento, dice Ging, la popolazione traumatizzata di Gaza ha visto che “la vita quotidiana continua a peggiorare e, mentre ascoltano e leggono sempre più discorsi sulla guerra, vedono il processo di pace ulteriormente in pericolo”.

Ging riconosce che questa non è una “tipica emergenza umanitaria” resa visibile da “corpi emaciati e da un servizio medico distrutto” – nonostante sottolinei che l’80 per cento della popolazione di Gaza dipende dagli aiuti alimentari, che i servizi medici sono sovraccarichi ma in qualche modo resistono, e che le infrastrutture di acqua e fognature sono sull’orlo della crisi con 80 metri cubi di litri di acque reflue non trattate pompati ogni giorno nel Mediterraneo, con l’80 per cento dell’acqua potabile sotto gli standard minimi imposti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e con il 60 per cento della popolazione con solo un accesso irregolare all’acqua. Piuttosto, dice, “il problema qui è la distruzione di una società civilizzata con l’impatto che questo avrà sulla soluzione del conflitto”.

Come uomo per il quale la fiducia nel diritto internazionale è una passione trainante, ha cercato di combattere questa tendenza istituendo un corso sui diritti umani nelle scuole delle Nazioni Unite, tutt’altro che di routine, a meno di un anno dalla guerra su cui il rapporto Goldstone ha accusato soprattutto Israele ma anche Hamas di crimini di guerra. Ging è sicuro della risposta positiva dei civili di Gaza. “Bisogna solo parlargli” sostiene, per sapere che “non sono terroristi, non sono persone violente. Sono una popolazione profondamente civilizzata… che non sopporta la natura provocatoria e l’ingiustizia della loro situazione”.

Le loro aspirazioni non sono, dice, “vendetta o rivalsa o violenza o distruzione – le loro aspirazioni sono le stesse di ogni altra persona civilizzata su questo pianeta. Vogliono spazio per vivere, le libertà fondamentali dei diritti umani. Capiscono la differenza tra giusto e sbagliato e le sanzioni contro chi viola la legge, ma la loro richiesta – che ha tutto il mio supporto – è quella che gli innocenti non dovrebbero essere sanzionati”.

Come Jadwat Khoudary, Ging è spaventato dall’estremismo che le devastanti condizioni di Gaza minacciano di nutrire, persino tra gli alunni a scuola. “Come li motiviamo a realizzare il loro potenziale accademico quando le loro madri e padri, fratelli e sorelle non hanno un lavoro né una prospettiva di lavoro? Ascoltano tutti i giorni la retorica, molto distruttiva, che trae vantaggio dalla loro esperienza fisica che è molto negativa – e cerca di collegarla all’attività violenta come se fosse la via d’uscita da questa situazione”.

La scuola superiore A dell’Onu per ragazze a Zeitoun, molto vicino a dove la tragedia colse la famiglia Samouni, aiuta a illustrare il concetto. Tre delle sue studentesse furono uccise durante la guerra, 25 ferite e molte altre senza casa dalla distruzione. Nel mese scorso, è stata realizzata una giornata di attività per rafforzare un’altra iniziativa di Ging – che forse non sarebbe stata male nemmeno in molte scuole britanniche – il programma di Rispetto e Disciplina. Si andava da una parata – “Noi la chiamiamo ‘militare’ perché vogliamo la disciplina dei soldati senza la violenza”, spiega l’insegnante Soha Sohoor – a una scena teatrale ambientata in un tribunale dove le ragazze recitavano le parti di avvocatessa, maestra, medico, ingegnere e casalinga che dovevano difendersi con successo dalla sentenza di un rigorosissimo giudice misogino. Dopodiché, quattro eloquenti 14enni hanno discusso questioni che andavano dalla violenza domestica e l’impatto della guerra di gennaio rispetto alla determinazione di tutte e quattro di andare all’università. Tutti hanno detto di essere d’accordo con una soluzione a due Stati basata sui confini del 1967.

Shaima Remlawi, che sta imparando l’inglese, vuole diventare un’interprete internazionale ma si vede anche battersi per i diritti delle donne – soprattutto contro i matrimoni precoci e i padri che scoraggiano le figlie dal completare gli studi. “Non mi sposerò finché non avrò più di 20 anni”, dichiara. Afrian Naim vuole diventare una giornalista, “così potrò diffondere il messaggio dei palestinesi verso tutto il mondo”. Islam Aqel vuole diventare sia una professoressa che “una scrittrice che può scrivere libri che tutti possono leggere”. E Ahlam Al-Haj Ahmed dice: “Voglio diventare una giornalista e scrivere delle sofferenze del popolo palestinese. Ma voglio essere efficace per la società, diventare membro del Plc [il Parlamento palestinese], non con Fatah o Hamas, ma come indipendente, così posso dire agli altri quando stanno facendo qualcosa di buono e quando non lo stanno facendo”. È difficile non essere impressionati da queste ragazze, colme di sana ambizione. Ma è anche difficile non pensare – senza quel “cambiamento della situazione”, la fine dell’assedio di Gaza, mentale e fisico – quanto tempo dureranno i loro sogni prima di scontrarsi con un’inevitabile delusione.

“Un cambiamento è urgente”, dice Ging, “Perché il tempo è contro di noi. Un’intera generazione sta crescendo”.

Fonte: “The Independent”, traduzione a cura di Osservatorio Iraq.

La protesta degli abitanti di Ghajar.

Centinaia di abitanti del villaggio di Ghajar, al confine tra Israele, Libano e Siria, sono scesi in piazza oggi per protestare contro i piani di divisione permanente del villaggio, circolati nelle ultime settimane sulla stampa locale.

Ghajar allora dall’Onu per fissare il confine tra i due Stati ha “spezzato – che storicamente faceva parte della Siria ed è stato occupato da Israele durante la guerra del ’67 – è stato diviso per la prima volta nel 2000, in occasione del ritiro unilaterale di Israele dal Libano.
La Linea blu tracciata ” il villaggio, lasciandone un terzo in Libano e i restanti due terzi nello Stato ebraico.
Successivamente, nel corso della guerra dell’estate 2006 contro il Libano, Israele ha occupato nuovamente anche la parte nord.
Adesso, secondo quanto reso noto dal quotidiano Ha’aretz, Tel Aviv avrebbe intenzione di dividere in maniera permanente il villaggio, mediante la costruzione di una apposita barriera.
In questo caso, la parte nord dell’abitato, dove vivono circa 1500 persone, finirebbe sotto il controllo della Forza multinazionale delle Nazioni Unite in Libano (Unifil), mentre quella sud, con una popolazione di circa 800 unità, rientrerebbe in maniera permanente sotto il controllo israeliano.

Fonte: Osservatorio Iraq.