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Hezbollah osserva con attenzione ed aspetta con calma

Il punto di David Ignatius per il Washington Post.

Cosa (non) cambia in Egitto

Un interessante contributo di Daniele Scalea per Eurasia.

Così la svolta del Cairo si ritorcerà contro di noi

Uno scenario da brivido. E infatti re Abdullah quasi ci resta. Succede ancor prima delle dimissioni annunciate da Hosni Mubarak ieri sera. Succede giovedì mentre al Cairo s’attendono il discorso del Faraone e le decisioni dei generali. Al telefono con l’ottuagenario sovrano saudita convalescente in Marocco dopo una difficile operazione d’ernia c’è il presidente Barack Obama. Non è una telefonata pacata. Il presidente, confortato dalle analisi errate della Cia, annuncia di voler chiuder il rubinetto degli aiuti all’Egitto per favorire il pronunciamento dei generali e accelerare l’uscita di scena del Faraone. Dall’altro capo del filo un sovrano disperato gli ricorda la necessità di non regalare altri punti a Teheran umiliando un vecchio alleato e gettando nel caos uno dei capisaldi dello schieramento anti iraniano. Infuriato dalla coriacea indifferenza di Obama, re Abdullah si dice pronto a garantire di tasca propria il mantenimento degli aiuti finanziari a Mubarak. Poi appende la cornetta e si accascia sul divano. Per molte ore voci incontrollate lo danno per morto, schiantato da un infarto. Per fortuna è solo un falso allarme, ma rende bene il panico generato dalla inadeguatezza e dalla superficialità con cui l’amministrazione Obama gestisce la più grave crisi mediorientale degli ultimi trent’anni. Una crisi che minaccia di contagiare i regimi alleati dell’Occidente, lasciar assolutamente indenni quelli allineati con Teheran e innescare la reazione di uno Stato ebraico pronto a tutto pur d’impedire alla Repubblica Islamica di conquistare l’egemonia regionale.
Eccesso di pessimismo? Non proprio. La calma piatta con cui la Siria, il miglior alleato di Teheran, risponde agli appelli alla rivolta diffusi via internet dagli oppositori all’estero fa capire come i regimi più severi e repressivi, legati a filo doppio all’Iran, siano quelli minor a rischio. L’opposizione iraniana nonostante l’annunciata discesa in piazza di domani non riuscirà, con tutta probabilità, ad aggirare le capillari misure di prevenzione predisposte dal regime. Una caduta rovinosa di Mubarak rischia invece, come ben sa re Abdullah, di delegittimare l’intero sistema di potere egiziano facendo cadere non solo i militari più vicini al ex presidente e al vice presidente Omar Suleiman, ma l’intera classe di potere cresciuta all’ombra del Faraone e dei generali. Uno scenario quasi inevitabile se si continuerà a lasciar mano libera alla piazza senza garantire un’ordinata transizione e una onorevole pensione all’uomo che per 30 anni è stato il simbolo della stabilità del Paese.
Le trame da brivido non si fermano qui. Trascinare nel caos e nell’ingovernabilità l’Egitto significa inevitabilmente far traballare anche Giordania, Yemen e Arabia Saudita. E regalare inaspettate occasione a tutti i gruppi fondamentalisti, dai Fratelli Musulmani ai terroristi di Al Qaida. In Egitto l’intero Sinai, ovvero la sponda orientale del canale di Suez, è tormentata da una rivolta beduina su cui s’inserisce il contagio di formazioni qaidiste e l’infiltrazione dei gruppi che garantiscono il contrabbando di armi iraniane provenienti dal Sudan e destinate a Hamas. Non assicurare più il controllo di quella vitale penisola significa costringere Israele a rispedire l’esercito a Gaza per assumere il pieno controllo della frontiera egiziana. A sud dell’Arabia Saudita la caduta di uno Yemen già infiltrato da Al Qaida e tormentato dalla rivolta delle tribù sciite filo iraniane finirà inevitabilmente con il rendere più instabile anche Riad.
Per garantirsi una piena e totale egemonia regionale Teheran dovrà a quel punto, soltanto accentuare le pressioni su un’Irak già sfuggito di mano all’amministrazione Obama. Un Irak dove da mesi Moqtada Sadr e le altre formazioni sciite alleate di Teheran condizionano l’esecutivo del premier Nuri Maliki. Una volta assunto il pieno controllo dell’asse che dall’Irak attraversa la Siria e il Libano di Hezbollah per arrivare al confine settentrionale d’Israele, Teheran dovrà inevitabilmente affrontare la resa dei conti con lo Stato ebraico. E per il Medio Oriente sarà la vera apocalisse.

Fonte: Gian Micalessin per “Il Giornale”.

Libano: Hezbollah fa cadere il Governo

Il governo di unità nazionale del Libano è caduto dopo che i ministri di Hezbollah e i loro alleati si sono dimessi, a causa delle indagini del tribunale Onu sull’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri. Undici ministri si sono ritirati dal gabinetto di 30 membri guidato dal filo-occidentale Saad Hariri, figlio del primo ministro ucciso. Il blitz politico è avvenuto durante la visita del premier negli Usa, viaggio poi interrotto proprio per la crisi.

Il ministro dell’Energia Gibran Bassil ha spiegato che la decisione è stata presa a seguito di una disputa sul lavoro del tribunale speciale Onu che indaga sulla morte dell’ex premier Rafik Hariri, ucciso in un attentato a Beirut il 14 febbraio 2005.
Hezbollah aveva in particolare chiesto al governo di interrompere qualunque collaborazione con il tribunale, senza ottenere risposta alcuna.
Hariri, figlio del primo ministro assassinato, ha appreso la notizia da Washington, dove è stato ricevuto dal presidente americano Barack Obama. Inutili le mediazioni avviate da Siria e Arabia Saudita per scongiurare la crisi. Ora nel Paese si teme un ritorno all’instabilità e alla violenza settaria.
A provocare la caduta dell’esecutivo le dimissioni di dieci ministri appartenenti a Hezbollah, al movimento Amal e al blocco dei cristiani maroniti di Michel Aoun.
Con loro anche un altro esponente del governo, Adnan Sayyed Hussein, uno dei cinque di nomina presidenziale. Il presidente Michel Suleiman dovrà ora avviare le consultazioni per tentare di individuare nuove maggioranze in Parlamento. Il premier ha interrotto il suo viaggio negli Stati Uniti per rientrare immediatamente in patria.
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha rivolto pesanti critiche agli Hezbollah libanesi. “Gli sforzi della coalizione guidata da Hezbollah per far cadere il governo libanese dimostrano soltanto le loro paure e la determinazione di impedire al governo di fare il suo lavoro e di rispondere alle aspirazioni del popolo libanese”: è quanto si legge in una nota della Casa Bianca dopo l’incontro tra Obama ed il premier Saad Hariri oggi alla Casa Bianca.

La situazione critica dei palestinesi nei campi profughi del Libano settentrionale

Un interessante servizio della BBC .

Cooperazione: strutture per i disabili libanesi

La Cooperazione Italiana e l’Ambasciata d’Italia in Libano insieme all’Ong Vis hanno inaugurato oggi 14 maggio, alla presenza di Rappresentanti del Ministero dell’Ambiente, del Ministero dell’Energia e dell’Acqua e della ONG locale “Arc En Ciel”, un sistema solare termico di riscaldamento della piscina di Halba – citta’ che si trova nel nord del paese a circa 112 km da Beirut – attrezzata per soggetti diversamente abili, e un laboratorio per la fabbricazione di stampelle, treppiedi e strumenti ortopedici in alluminio.
Le due iniziative rientrano nell’ambito del progetto “Investire nella gioventù in Libano attraverso un percorso integrato che ne valorizzi le potenzialità e promuova l’inserimento sociale e professionale”, finanziato dal Governo Italiano all’interno del Programma di Emergenza ROSS per un valore di 490.000 Euro con un co-finanziamento della Provincia Autonoma di Bolzano di 8.000 Euro ed implementato dalla ONG VIS.
Obiettivo del progetto e’ quello di promuovere l’investimento sui giovani in Libano, in particolar modo su coloro che appartengono ai gruppi più svantaggiati, attraverso il loro inserimento nel mondo del lavoro e attraverso interventi (corsi di formazione in energia rinnovabile, ed in particolar modo nel settore dell’energia solare e interventi di promozione di attività generatrici di reddito gestite da giovani) che abbiano un impatto tangibile e durevole nel loro processo di crescita individuale e professionale. Il progetto mira inoltre a facilitare il confronto dei giovani provenienti dalle fasce più vulnerabili del Paese in un’ottica di dialogo interconfessionale e di promozione di una cultura di rispetto e tolleranza reciproca. Grande attenzione e’ stata posta sulle tematiche del rispetto dell’ambiente e sull’importanza dell’utilizzo delle energie rinnovabili.

Fonte: MaE

Hariri ringrazia l’Italia per il suo ruolo e l’impegno nell’ Unifil

Un ringraziamento all’Italia ‘’per lo storico ruolo cruciale svolto nei confronti del Libano’’ e’ stato fatto dal premier libanese Sasd Hariri dopo il suo colloquio con il premier italiano, Silvio Berlusconi. Hariri, in particolare, ha fatto riferimento al 2006 quando l’Italia ospitò la conferenza diplomatica che aprì ‘’la strada alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1701’’ che pose fine alla guerra di 34 giorni con Israele. Il premier libanese ha anche espresso ‘’profonda gratitudine e apprezzamento al premier e al popolo italiano che ha accettato di inviare piu’ di 2000 uomini e donne per prendere parte alla missione Unifil’’ che, ‘’sotto la guida italiana ha svolto un ruolo centrale nell’assistere le nostre forze armate a mantenere calma e stabilita’ al nostro confine mediorientale’’.

Berlusconi ha rivolto al premier libanese, ‘’un augurio di cuore per il proseguimento del suo governo’’, ed ha ribadito pure l’assicurazione di una vicinanza dell’Italia anche attraverso lo sviluppo dei nostri rapporti culturali e commerciali: ho assunto l’impegno di operare anche un supporto all’economia di quel Paese che sotto la guida di Hariri non ha sofferto della crisi mondiale ma anzi ha avuto una crescita di oltre l’8%’’, ha detto il Presidente del Consiglio. ‘’L’Italia e’ il secondo esportatore dopo la Cina di prodotti in Libano, Paese che ha superato frangenti difficili – ha aggiunto Berlusconi – ma che, come dimostrano i conti, sta ritornando ad essere un Paese che progredisce e che, una volta tornata la pace nella regione, può puntare ad accrescere il suo livello di benessere, sicurezza e prosperità’.

Sul processo di pace in Medioriente Hariri ha detto di ‘’apprezzare’’ le dichiarazioni di Silvio Berlusconi al vertice della Lega araba lo scorso marzo, quando ‘’con forza e passione ha lanciato un appello per un progresso credibile verso una pace giusta e globale e affinché la comunità internazionale lo ponga come priorità’’.

Il premier libanese prima del colloquio con il presidente del Consiglio era stato ricevuto dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, assistito dal Ministro Franco Frattini.

Fonte: MaE.

Hezbollah coopererà con l’Onu sull’assassinio di Hariri

Pur non riponendo molta fiducia sul suo operato, il movimento sciita Hezbollah collaborerà con il Tribunale speciale per il Libano (Tsl), che sta indagando sull’assassinio dell’ex premier Rafiq Hariri.
A renderlo noto è stato il leader del partito, Hassan Nasrallah, nel corso di un’intervista concessa nei giorni scorsi ad al-Manar, televisione del gruppo.
”Coopereremo per sfidare le indagini svianti, piuttosto che per fiducia”, ha dichiarato Nasrallah, aggiungendo che gli inquirenti nelle ultime settimane hanno già convocato 12 persone vicine a Hezbollah – “in quanto testimoni, e non sospetti” – e che sono in procinto di convocarne altre sei.
Nella sua intervista Nasrallah ha anche criticato il fatto che il Tsl (voluto dalle Nazioni Unite per far luce sull’assassinio del febbraio 2005) abbia subito puntato l’attenzione sulla Siria, stretta alleata di Hezbollah, escludendo di fatto altre piste.
”Tutto questo, aggiunto alle indiscrezioni fatte filtrare alla stampa, ci crea dei dubbi sulla credibilità delle indagini”, ha commentato il leader della formazione sciita, che però ha detto anche di volere dare al comitato investigativo “un’occasione per provare la sua professionalità e non politicizzazione”.

Fonte: Osservatorio Iraq.

Storico vertice a Damasco tra gli ex-nemici Assad e Jumblatt

Il leader druso libanese Walid Jumblatt si è recato in visita ufficiale a Damasco, dove ha incontrato il presidente siriano Bashar al-Assad.
L’incontro – che è stato possibile anche grazie alla mediazione del principale alleato siriano in Libano, ossia Hassan Nasrallah il leader del movimento sciita Hezbollah – ha un grande valore diplomatico in quanto costituisce il primo passo verso una riconciliazione tra due “ex-nemici”.
Dopo essere stato uno storico alleato della Siria, infatti, negli ultimi anni Jumblatt si era schierato con il fronte filo-occidentale libanese e aveva attaccato più volte il presidente Assad e il regime di Damasco, accusandolo anche per l’assassinio del premier libanese Rafiq Hariri (avvenuto nel 2005) e auspicandone il rovesciamento.
Nelle ultime settimane, però, il leader druso, che a Beirut guida il Partito socialista progressista, si è pentito pubblicamente per quelle parole, definendole “improprie” e affermando che furono “pronunciate in un momento di rabbia”.
A marzo Jumblatt ha anche dichiarato di avere ”perdonato e dimenticato” l’assassinio di suo padre Kemal, avvenuto nel 1977, per il quale in passato aveva accusato la Siria.

Fonte: Osservatorio Iraq.

Nel Libano poliglotta, l’Arabo perde posizioni.

Il Libano, un piccolo e vivace Paese mediterraneo, si vanta della sua società poliglotta ma per i giovani libanesi l’Arabo non è abbastanza ‘cool.’ “Hi, kifak? Ca Va?” o “Hi, how are you doing? Okay?” sono i tipici saluti multilinguistici libanesi, così popolari da comparire anche su felpe e magliette in vendita in tutto il mondo.

L’inglese e il francese sostituiscono spesso il dialetto locale nelle conversazioni, specialmente tra i giovani che abitano in città, così un’organizzazione ha lanciato una campagna per proteggere la lingua araba in Libano. “L’arabo è una lingua ancora molto viva ma i giovani si allontanano da essa sempre di più” ha dichiarato Suzanne Talhouk, a capo dell’organizzazione “Fael Ummer” (L’imperativo) che si occupa della campagna.

“Alcuni tra i più giovani non sono capaci di scrivere correttamente in arabo, e molti studenti universitari che abbiamo intervistato non soo neppure in grado di recitare l’alfabeto” ha detto la Talhouk. I giovani delle città sono spesso incapaci di sostenere una conversazione in un’unica lingua, suscitando ilarità ma anche irritazione tra quelli che li circondano con espressioni locali, come il popolare saluto “Yallah, bye.”

“Nella mia scuola è molto più di moda parlare francese. L’arabo è guardato dall’alto in basso,” dice la liceale Nathalie. Lo scorso giovedì l’Organizzazione Araba per l’Istruzione, la Cultura e la Scienza, con base a Tunisi, ha deciso di dedicare il primo Marzo di ogni anno alla celebrazione della lingua araba.

L’organizzazione ha dichiarato che la sua mossa è un tentativo di “proteggere il patrimonio della nazione araba di fronte alla globalizzazione.” Il messaggio è arrivato forte e chiaro in Libano, che in passato era il centro francofono del mondo Arabo.

Il Paese, con i suoi quattro milioni di abitanti, è stato sottoposto al Mandato Francese dal 1920 fino alla sua indipendenza nel 1943, ed è ancora unanimemente considerato il Paese più “occidentale” in un Medio Oriente conservatore. In Libano la maggior parte delle scuole insegna arabo, francese e inglese agli studenti sin da piccoli, e le autorità per l’istruzione permettono algi studenti con doppia nazionalità di essere esonerati dalle lezioni e dagli esami di stato in arabo.

“Una seconda lingua è un vantaggio, premesso che gli studenti non dimentichino la loro madrelingua,” ha dichiarato la Talhouk. Gli esperti si dividono su chi dovrebbe accollarsi la responsabilità, accusando alcune scuole di avere relegato l’arabo all’ultimo gradino della piramide dell’istruzione. “Le scuole spesso trattano l’arabo come una materia secondaria,” ha dichiarato Henri Awaiss, a capo del dipartimento di traduzione dell’Università Saint Joseph di Beirut. “Inoltre, gli studenti si annoiano per il modo in cui sono impartite le lezioni. Dobbiamo aprire la porta a metodi di insegnamento più creativi,” sostiene Awaiss.

Ma alcuni insegnanti credono che il problema inizi a casa. “Molti genitori tendono a parlare con i loro figli in inglese o francese,” dice Hiba, che insegna arabo in una scuola elementare. “Il problema è che io mi trovo ad insegnare a bambini di sei anni che non parlano la loro madrelingua e che sono completamente scioccati dall’arabo classico,” che è diverso dall’arabo parlato, ha aggiunto. Secondo la Talhouk “alcuni genitori chiedono agli insegnanti di rivolgersi ai loro figli in francese o in inglese qualora non comprendano l’arabo.”

“E’ triste. Non bisognerebbe vergognarsi della propria lingua,” ha detto. “L’arabo di oggi è una sorta di ‘arabo da Facebook’.” I Libanesi hanno persino escogitato un modo di scrittura compatibile con il web per il loro dialetto, attraverso l’utilizzo dei caratteri latini. Numeri come 2, 3 e 7 sono utilizzati per rappresentare i fonemi arabi non presenti in inglese o in francese. L’UNESCO, l’organismo culturale dell’ONU ha nominato Beirut come Capitale mondiale del Libro per quest’anno (Aprile 2009-Aprile 2010). Ma la lettura, un’attività di per sè non molto popolare in Libano, lo è ancora meno in arabo.

“Io non leggo romanzi in arabo perchè non parlano ai giovani,” dice Bilal, uno studente universitario libanese che studia televisione. Leila Barakat, che si occupa del programma della Capitale del Libro, ha sottolineato la necessità di testi in arabo moderno che si rivolgano alle nuove generazioni. “Dobbiamo sostenere e incoraggiare la letteratura araba per i giovano adulti, che oggi è sottosviluppata,” ha dichiarato la Barakat. La Talhouk insiste che il Libano investa nella conservazione del patrimonio culturale e letterario della nazione, e anche nello sviluppo di termini scientifici e tecnologici in lingua araba.

E ha aggiunto: “I giovani dovrebbero sentire che questa splendida lingua parla anche a loro, della loro epoca e della loro età.”

Fonte: Arabismo.