Archivi delle etichette: obama

Ridefinire una lunga guerra

Un interessante articolo della WPR, dove in pochi punti si cerca di capire come gli Stati Uniti possano ottenere la massima resa defalcando gli sforzi.

Trovare un percorso alternativo per l’Afghanistan

L’uccisione Osama Bin Laden, unito al successo dell’attacco dei droni in Pakistan hanno aggiunto una grande pressione sull’amministrazione Obama per trovare il modo di ridurre il coinvolgimento statunitense in Afghanistan.

Un articolo del Washington Post.

Bin Laden è morto: ma la minaccia continua

L’analisi di Xenia Dormandy per Chatham House.

L’irrilevanza tattica della morte di Osama Bin Laden

Un articolo dello Stratfor.

Il rebus Guantanamo

Il Presidente Obama ed i Repubblicani riusciranno a trovare un accordo su Guantanamo?
L’analisi di Benjamin Wittes.

Ed ora tocca al Pakistan?

Un articolo dal Boston.com .

Condannata la blogger siriana

Tal al-Mallouhi, blogger siriana di 19 anni, è stata condannata a cinque anni di carcere per «cooperazione con un paese straniero», ovvero gli Stati Uniti, dalla Corte suprema di Sicurezza dello Stato di Damasco.
Lo ha reso noto il Syrian Observatory for Human Rights. La giovane, era stata arrestata nel dicembre del 2009 dalle autorità siriane, ed è nipote di un ex ministro, ha ricordato l’Osservatorio, che opera da Londra e ha inviato un comunicato sulla vicenda a Nicosia.
In ottobre il giornale siriano Al Watan aveva annunciato che Tal al-Mallouhi era stata accusata di spionaggio per conto dell’Ambasciata americana in Egitto.
In difesa della 19enne era scesa in campo anche l’amministrazione Obama che ne aveva chiesto la liberazione «immediata». Secondo le organizzazioni per i diritti umani, la Corte Suprema è un tribunale speciale che non offre garanzie processuali.
Human Rights Watch ha raccontato che la blogger, arrestata il 27 dicembre 2009, è stata tenuta a lungo senza contatti con l’esterno.

Fonte: Corriere della Sera.

Così la svolta del Cairo si ritorcerà contro di noi

Uno scenario da brivido. E infatti re Abdullah quasi ci resta. Succede ancor prima delle dimissioni annunciate da Hosni Mubarak ieri sera. Succede giovedì mentre al Cairo s’attendono il discorso del Faraone e le decisioni dei generali. Al telefono con l’ottuagenario sovrano saudita convalescente in Marocco dopo una difficile operazione d’ernia c’è il presidente Barack Obama. Non è una telefonata pacata. Il presidente, confortato dalle analisi errate della Cia, annuncia di voler chiuder il rubinetto degli aiuti all’Egitto per favorire il pronunciamento dei generali e accelerare l’uscita di scena del Faraone. Dall’altro capo del filo un sovrano disperato gli ricorda la necessità di non regalare altri punti a Teheran umiliando un vecchio alleato e gettando nel caos uno dei capisaldi dello schieramento anti iraniano. Infuriato dalla coriacea indifferenza di Obama, re Abdullah si dice pronto a garantire di tasca propria il mantenimento degli aiuti finanziari a Mubarak. Poi appende la cornetta e si accascia sul divano. Per molte ore voci incontrollate lo danno per morto, schiantato da un infarto. Per fortuna è solo un falso allarme, ma rende bene il panico generato dalla inadeguatezza e dalla superficialità con cui l’amministrazione Obama gestisce la più grave crisi mediorientale degli ultimi trent’anni. Una crisi che minaccia di contagiare i regimi alleati dell’Occidente, lasciar assolutamente indenni quelli allineati con Teheran e innescare la reazione di uno Stato ebraico pronto a tutto pur d’impedire alla Repubblica Islamica di conquistare l’egemonia regionale.
Eccesso di pessimismo? Non proprio. La calma piatta con cui la Siria, il miglior alleato di Teheran, risponde agli appelli alla rivolta diffusi via internet dagli oppositori all’estero fa capire come i regimi più severi e repressivi, legati a filo doppio all’Iran, siano quelli minor a rischio. L’opposizione iraniana nonostante l’annunciata discesa in piazza di domani non riuscirà, con tutta probabilità, ad aggirare le capillari misure di prevenzione predisposte dal regime. Una caduta rovinosa di Mubarak rischia invece, come ben sa re Abdullah, di delegittimare l’intero sistema di potere egiziano facendo cadere non solo i militari più vicini al ex presidente e al vice presidente Omar Suleiman, ma l’intera classe di potere cresciuta all’ombra del Faraone e dei generali. Uno scenario quasi inevitabile se si continuerà a lasciar mano libera alla piazza senza garantire un’ordinata transizione e una onorevole pensione all’uomo che per 30 anni è stato il simbolo della stabilità del Paese.
Le trame da brivido non si fermano qui. Trascinare nel caos e nell’ingovernabilità l’Egitto significa inevitabilmente far traballare anche Giordania, Yemen e Arabia Saudita. E regalare inaspettate occasione a tutti i gruppi fondamentalisti, dai Fratelli Musulmani ai terroristi di Al Qaida. In Egitto l’intero Sinai, ovvero la sponda orientale del canale di Suez, è tormentata da una rivolta beduina su cui s’inserisce il contagio di formazioni qaidiste e l’infiltrazione dei gruppi che garantiscono il contrabbando di armi iraniane provenienti dal Sudan e destinate a Hamas. Non assicurare più il controllo di quella vitale penisola significa costringere Israele a rispedire l’esercito a Gaza per assumere il pieno controllo della frontiera egiziana. A sud dell’Arabia Saudita la caduta di uno Yemen già infiltrato da Al Qaida e tormentato dalla rivolta delle tribù sciite filo iraniane finirà inevitabilmente con il rendere più instabile anche Riad.
Per garantirsi una piena e totale egemonia regionale Teheran dovrà a quel punto, soltanto accentuare le pressioni su un’Irak già sfuggito di mano all’amministrazione Obama. Un Irak dove da mesi Moqtada Sadr e le altre formazioni sciite alleate di Teheran condizionano l’esecutivo del premier Nuri Maliki. Una volta assunto il pieno controllo dell’asse che dall’Irak attraversa la Siria e il Libano di Hezbollah per arrivare al confine settentrionale d’Israele, Teheran dovrà inevitabilmente affrontare la resa dei conti con lo Stato ebraico. E per il Medio Oriente sarà la vera apocalisse.

Fonte: Gian Micalessin per “Il Giornale”.

Chiudere Guantanamo: chi ostacola Obama e perché

Vi segnalo questo articolo di Carol Rosenberg.

Iraq: grazie ai soldati, ma senza trionfalismi

Obama è il secondo presidente Usa ad annunciare la fine della guerra in Iraq: George W. Bush lo fece il 1 maggio 2003, dalla portaerei Uss Abraham Lincoln all’ancora nel Golfo Persico. Obama lo ha fatto martedì notte dallo Studio Ovale: il presidente ha comunicato la fine della missione di combattimento americana in Iraq. Dopo avere pagato “un prezzo enorme”, ha detto l’inquilino della Casa Bianca, occorre adesso “voltare pagina”, lasciare “la gestione della sicurezza totalmente in mano agli iracheni” e puntare l’attenzione al “rilancio dell’economia statunitense”.
Durante il suo atteso discorso, Obama non ha parlato di vittoria militare ed ha definito “una pietra miliare” e “un momento storico” la fine della guerra: «Oggi annuncio che la missione di combattimento in Iraq è terminata. L’operazione “Iraqi freedom” è conclusa, e gli iracheni sono ormai responsabili della sicurezza del loro paese», ha dichiarato il presidente rivolgendosi alla nazione.
«Abbiamo ritirato quasi 100.000 soldati americani dall’Iraq. Abbiamo chiuso centinaia di basi o le abbiamo trasferite agli iracheni», ha sottolineato, ricordando di avere tenuto fede a una “promessa” fatta durante la campagna elettorale per le presidenziali. Obama ha osservato che il suo paese ha pagato “un prezzo enorme” in Iraq, dove più di 4.400 soldati americani sono morti dal giorno dell’invasione, nel marzo 2003, voluta dal suo predecessore George W. Bush. Il presidente ha invitato le autorità irachene a trovare “rapidamente” un accordo politico per la formazione del nuovo governo, a sei mesi dalle ultime elezioni.
Affermando che è ormai giunto il tempo di “voltare pagina”, Obama ha approfittato poi del suo discorso per provare a stemperare la preoccupazione degli americani sul fronte interno. «Il nostro compito più urgente è oggi rilanciare la nostra economia e creare lavoro per milioni di americani che lo hanno perso», ha poi detto, ricordando che l’invasione dell’Iraq ha «determinato l’impiego di vaste risorse all’estero in un periodo di bilanci ristretti».
Nel suo discorso Obama ha confermato che il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan comincerà nell’estate del 2011 ma dipenderà dalla situazione sul campo: «Nell’agosto prossimo, inizieremo un periodo di transizione delle responsabilità agli afgani», ha ricordato Obama, che aveva annunciato nel dicembre 2009 l’invio di 30.000 rinforzi nel paese asiatico. «Il ritmo del ritiro delle nostre truppe sarà determinato dalla situazione sul campo e il nostro sostegno all’Afghanistan continuerà», ha sottolineato l’inquilino della Casa Bianca. «Ma questo non deve fuorviare: la prospettiva di una guerra senza fine non servirebbe i nostri interessi né quelli del popolo afgano», ha dichiarato Obama. Con 323 morti in otto mesi, il 2010 è già diventato l’anno più sanguinoso per le truppe americane in Afghanistan. Nel solo mese di agosto, secondo il sito indipendente icasualties.org, hanno perso la vita 56 militari statunitensi: 23 solo nell’ultima settimana.
Il peso del messaggio è evidente: Obama aveva promesso agli elettori in campagna elettorale che avrebbe chiuso il capitolo della guerra di Bush e ora può dire di avere mantenuto la parola data. Ma sui toni il presidente deve usare il fioretto e la diplomazia: deve lodare il sacrificio dei soldati americani (migliaia sono morti in questa guerra, decine di migliaia rimasti feriti) senza lodare un’operazione che ha sempre bollato come un’inutile distrazione dalla vera guerra al terrorismo (quella che si sta combattendo in Afghanistan). Questo il senso delle visite, non annunciate in precedenza, al Walter Reed Medical Center di Washington, l’ospedale del Pentagono dove sono ricoverati i soldati feriti in battaglia e la base di Fort Bliss, in Texas, dove sono appena rientrate le ultime brigate da combattimento.
Obama ha dichiarato così ufficialmente conclusa la missione combat Usa in Iraq, aggiungendo però di non cantare vittoria perché resta da fare ancora molto lavoro nel paese. Obama, ringraziando le truppe, ha detto che l’Iraq ora ha l’opportunità di creare un futuro migliore per sé stesso e che come risultato, gli Stati Uniti saranno più sicuri. «Volevo venire a Fort Bliss soprattutto per dirvi grazie. E per dire: bentornati a casa», ha detto Obama ai soldati. «Farò un discorso alla nazione», ha aggiunto. «Non sarà un discorso per cantare vittoria. Non sarà di auto-compiacimento. C’è ancora molto lavoro da fare». Ma l’incontro con le truppe è avvenuto proprio nel giorno in cui cinque soldati americani sono stati uccisi in Afghanistan, uno dai talebani e altri quattro dall’esplosione di un ordigno portando il bilancio delle vittime negli ultimi quattro giorni a 22. «Le vittime stanno aumentando – ha spiegato Obama – per via della nostra lotta ad Al Qaeda e ai talebani». Ma Obama spera comunque che il messaggio abbia un’eco positiva negli americani in vista delle elezioni di medio termine del prossimo 2 novembre, in cui i suoi democratici lotteranno per mantenere la maggioranza nel Congresso Usa ma che i sondaggi danno sotto di dieci punti rispetto ai repubblicani.
Il presidente Usa ha anche telefonato a George W. Bush, nel pomeriggio di martedì, dall’Air Force One. La conversazione è durata pochi minuti e la Casa Bianca non ha aggiunto alcun dettaglio su quello che i due si sono detti. Alcuni addetti ai lavori ipotizzano che, nel suo discorso, Obama possa lodare la strategia avviata dal suo predecessore, un incremento delle truppe nel Paese, mettendo le basi per una soluzione dignitosa del conflitto. Nota di colore: Obama parlerà da uno studio Ovale rinnovato: nuova carta da parati, nuovo tappeto con iscrizioni di ex presidenti e di Martin Luther Kind, nuove sedie e nuovo tavolino. Il restyling, ha precisato la Casa Bianca, non è costato neanche un centesimo ai contribuenti e non è una vanità di Obama: tutti i presidenti rinnovano il loro ufficio in maniera simile e lo stesso prima di lui fecero sia Bush che Clinton.

Fonte: Corriere della Sera.