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Serbia: arrestato Ratko Mladic

Dopo anni di ricerche il superlatitante Ratko Mladic l’ex generale dell’esercito dei serbi di Bosnia, che è accusato di genocidio e di crimini contro l’umanità, è stato arrestato in Serbia a 80 km da Belgrado. Lo ha annunciato la tv di Stato. Mladic sarebbe già in viaggio verso il Tribunale penale internazionale dell’Aja dove è stato condannato a 46 anni di carcere.

L’uomo , che dice di chiamarsi Milorad Komadic, è in realtà Ratko Mladic, l’ex capo militare dei serbi di Bosnia ricercato per genocidio e crimini contro l’umanità. L’arresto è avvenuto nel corso di una operazione speciale delle forze di polizia. Attualmente sono in corso le analisi sul Dna per accertare senza ombra di dubbio se si tratti effettivamente di Mladic, uno dei due ultimi criminali di guerra serbi ancora latitanti e richiesti dal Tribunale penale internazionale dell’Aja (Tpi). L’altro è Goran Hadzic, ex capo politico dei serbi di Croazia. La Serbia è obbligata ad arrestare Mladic, ricercato dal tribunale per i crimini di guerra Onu per l’ex-Jugoslavia per genocidio durante la guerra bosniaca del 1992-1995, se vuole entrare nell’Unione europea.

Dopo l’arresto di Ratko Mladic «penso che per la Serbia le porte dell’Ue siano ora aperte» ha dichiarato il presidente serbo Boris Tadic durante la conferenza stampa con cui ha confermato l’arresto del super-latitante ricercato dal 1995. La cattura di Ratko Mladic «chiude una pagina di storia per la Serbia e ne apre una nuova, verso il futuro». Tadic non ha voluto confermare il luogo preciso dell’arresto (che sarebbe il villaggio di Lazarevo, a 80 chilometri da Belgrado), ma ha detto che è stato preso in territorio serbo.«Non starò ad analizzare tutti i dettagli di tutte queste indagini cruciali ancora in corso, e solo una volta finite diremo dove e come è stato arrestato».

Il Tpi accusa Mladic di essere coinvolto in torture, abusi, violenze sessuali e percosse nei confronti di musulmani di Bosnia e di aver creato nei centri di detenzione condizioni «calcolate per provocare la distruzione fisica dei musulmani di Bosnia». L’ex capo militare dei serbi di Bosnia deva anche rispondere dei tentativi di occultare le esecuzioni dei musulmani bosniaci a Srebrenica, con la tumulazione in luoghi isolati dei corpi esumati dalle fosse comuni. Per il tribunale Mladic «faceva parte di un’associazione per delinquere il cui obiettivo era l’eliminazione o la rimozione permanente dei musulmani e dei croati bosniaci o della popolazione non serba di vaste aree della Bosnia Erzegovina».

Mladic è nato nel 1942 nel villaggio di Kalinovik, in Bosnia, che allora faceva parte della Jugoslavia, ed entrò nell’esercito jugoslavo. Quando il paese cominciò a disintegrarsi, nel 1991, fu inviato a guidare il nono corpo d’armata jugoslavo contro i croati a Knin. Quindi prese il comando del secondo distretto militare jugoslavo, a Sarajevo. Nel maggio 1992, l’assemblea dei serbi di Bosnia votò la creazione di un esercito serbo di Bosnia, nominando Mladic comandante. Il generale guidò le truppe durante tutto il conflitto di Bosnia. Alla fine della guerra tornò a Belgrado ed entrò in latitanza. Fino al 2001 fu segnalato nel dintorni della capitale serba, sotto la protezione di Milosevic. Nel 2004 emerse la notizia che Mladic veniva aiutato dalle forze militari serbe di Bosnia, mentre nel 2008 Belgrado ha ammesso che Mladic godette di protezioni militari fino a metà 2002.

La cattura di Ratko Mladic è «una vera e propria svolta» e «rappresenta un test di grande maturità democratica della Serbia, che l’avvicina ulteriormente all’Europa e all’Unione europea» ha commentato il ministro degli Esteri, Franco Frattini.
«Quasi sedici anni dopo il suo rinvio a giudizio per genocidio e altri crimini di guerra il suo arresto finalmente offre la possibilità di fare giustizia» sottolinea invece il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen.
L’arresto di Mladic è «un importante passo in avanti per la Serbia e per la giustizia internazionale» afferma invece in una nota l’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza Catherine Ashton.

Fonte: Corriere della Sera.

Trovare un percorso alternativo per l’Afghanistan

L’uccisione Osama Bin Laden, unito al successo dell’attacco dei droni in Pakistan hanno aggiunto una grande pressione sull’amministrazione Obama per trovare il modo di ridurre il coinvolgimento statunitense in Afghanistan.

Un articolo del Washington Post.

Fallimenti, lezioni e cioccolato: analizzare la crisi ivoriana

Un ottima analisi del Consultancy Africa Intelligence.

Armare i ribelli per sconfiggere Gheddafi

Un’azione valida o una scelta scriteriata?
I dettagli in questo articolo del Telegraph.

Il potenziale aereo della Coalizione

I palestinesi, meglio di tutti gli altri, capiscono Gheddafi

Il perché viene illustrato in questo articolo da Robert Fisk.

Libano: Hezbollah fa cadere il Governo

Il governo di unità nazionale del Libano è caduto dopo che i ministri di Hezbollah e i loro alleati si sono dimessi, a causa delle indagini del tribunale Onu sull’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri. Undici ministri si sono ritirati dal gabinetto di 30 membri guidato dal filo-occidentale Saad Hariri, figlio del primo ministro ucciso. Il blitz politico è avvenuto durante la visita del premier negli Usa, viaggio poi interrotto proprio per la crisi.

Il ministro dell’Energia Gibran Bassil ha spiegato che la decisione è stata presa a seguito di una disputa sul lavoro del tribunale speciale Onu che indaga sulla morte dell’ex premier Rafik Hariri, ucciso in un attentato a Beirut il 14 febbraio 2005.
Hezbollah aveva in particolare chiesto al governo di interrompere qualunque collaborazione con il tribunale, senza ottenere risposta alcuna.
Hariri, figlio del primo ministro assassinato, ha appreso la notizia da Washington, dove è stato ricevuto dal presidente americano Barack Obama. Inutili le mediazioni avviate da Siria e Arabia Saudita per scongiurare la crisi. Ora nel Paese si teme un ritorno all’instabilità e alla violenza settaria.
A provocare la caduta dell’esecutivo le dimissioni di dieci ministri appartenenti a Hezbollah, al movimento Amal e al blocco dei cristiani maroniti di Michel Aoun.
Con loro anche un altro esponente del governo, Adnan Sayyed Hussein, uno dei cinque di nomina presidenziale. Il presidente Michel Suleiman dovrà ora avviare le consultazioni per tentare di individuare nuove maggioranze in Parlamento. Il premier ha interrotto il suo viaggio negli Stati Uniti per rientrare immediatamente in patria.
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha rivolto pesanti critiche agli Hezbollah libanesi. “Gli sforzi della coalizione guidata da Hezbollah per far cadere il governo libanese dimostrano soltanto le loro paure e la determinazione di impedire al governo di fare il suo lavoro e di rispondere alle aspirazioni del popolo libanese”: è quanto si legge in una nota della Casa Bianca dopo l’incontro tra Obama ed il premier Saad Hariri oggi alla Casa Bianca.

Il colore degli occhi

Sulla questione della discriminazione razziale, la conferenza di Addis Abeba ha insegnato, a coloro che vorranno imparare, questa ulteriore lezione.
Finché l’idea di una razza superiore e una inferiore non sarà finalmente e definitivamente screditata e abbandonata.
Finché non ci saranno più cittadini di prima e di seconda classe in nessuna nazione.
Finché il colore della pelle di un uomo non sarà più significativo del colore dei suoi occhi.
Finché i diritti umani fondamentali non saranno garantiti ugualmente a tutti senza riguardo alla razza
Fino a quel giorno, il sogno della pace durevole e della cittadinanza del mondo e del dominio della moralità internazionale resterà solo una pia illusione, da ricercare senza mai poterla raggiungere…

Haile Selassie dal discorso all’ONU del 6 ottobre 1963.

Una caramella nello zaino: l’impegno dei Carabinieri ad Haiti

Nello zaino del marito carabiniere, in partenza per la Missione Caravella, aveva messo di nascosto una busta di caramelle con un biglietto: «Per i bambini di Haiti».
All’arrivo il luogotenente apre il bagaglio e, tra un asciugamano, un calzino e una divisa, non crede ai suoi occhi, lucidi non solo per il caldo e la stanchezza. «Grazie Teresa», dice tra sé, commosso, «aiuteranno a far sorridere qualche bambino meno fortunato dei nostri figli».
Sentire vicina la famiglia rimasta in Italia: ecco una delle “armi” migliori con cui quel militare, e tanti altri come lui, affronta l’impegno nel nuovo teatro operativo, dove centinaia di migliaia di persone vivono ai confini della realtà, dopo il tremendo terremoto del 12 gennaio 2010, che ha causato almeno 220mila morti.
Siamo andati a Camp Delta, presso la base “Ultima Legio”, come l’hanno voluta ribattezzare i Carabinieri della 2ª Brigata Mobile di Livorno. «Come la Nona Legione romana in Britannia, l’ultima, la più lontana dalla Patria», ricorda subito il capitano Luigi Aquino, davanti all’insegna fuori dai recinti del campo. Sono oltre 8mila i chilometri tra l’Italia e Haiti, contro gli “appena” 5mila della distanza con l’Afghanistan, l’attuale più impegnativo teatro di missioni fuori area. Qui non siamo a Kabul o a Herat, ma le insidie quotidiane non sono certo da sottovalutare. A cominciare dal clima tropicale, che alterna il caldo torrido della mattina ai temporali del pomeriggio, rendendo tutto ancora più difficile: dalla già precaria viabilità su strade che sembrano un’enorme gruviera, al contatto con la gente che lotta contro fame e miseria. E soprattutto la sete, il nemico peggiore.
In questa cornice si svolge l’Operazione Caravella (Colombo, quando scoprì l’America nel 1492, sbarcò proprio nell’attuale Haiti), inserita nella Missione Onu Minustah del 2004 a sostegno delle riforme politiche e istituzionali di quella repubblica, la più povera dei Caraibi.
La tragedia del terremoto ha reso necessaria anche una maggiore presenza di forze multinazionali di polizia, a supporto di quella locale, per garantire ordine e sicurezza pubblica. Sono intervenute una decina di nazioni, ciascuna con uno speciale reparto chiamato Fpu (Formed Unit Police), derivato da un modello operativo creato proprio dai Carabinieri e recentemente adottato dall’Onu in base a un accordo firmato a New York tra l’Arma e le Nazioni Unite. Al “battesimo” operativo delle Fpu ad Haiti non potevano dunque mancare i Carabinieri, che qui curano anche la formazione – specie per la gestione dell’ordine pubblico – di unità di altri Paesi: dalla Nigeria all’India, dal Bangladesh al Pakistan e al Nepal.
La giornata scorre rapidamente, a Camp Delta. Già alle prime luci del giorno le pattuglie escono per il controllo del territorio lungo una delle fasce più povere della capitale Port-Au-Prince. È l’area di competenza italiana vicina al porto, dove in ogni momento si confrontano all’infinito miseria e voglia di sopravvivere della popolazione. I fuoristrada bianchi con la sigla dell’Onu (ma anche con la scritta “Carabinieri”, ché a quella non si rinuncia) si muovono a fatica nel traffico reso ancora più caotico da mancanza di regole e segnaletica. I militari indossano il basco blu delle Nazioni Unite, anche se sono in molti a giurare di portarsi sempre dietro anche quello nero dell’Arma: «Lo tengo sempre in tasca, è il mio portafortuna», sussurra qualcuno.
Posti di blocco, pattugliamenti, controlli e rastrellamenti nelle baraccopoli delle migliaia di terremotati, luogo stabile di raccordo tra malavita ed evasi dalle carceri crollate dopo il sisma. Sorveglianza esterna al Commissariato di Polizia, a pochi passi dal centro cittadino, ancora pieno di macerie ma anche di tanta gente che, con orgoglio e dignità, stringe i denti e va avanti. Questa l’attività svolta quotidianamente dai nostri militari. Un occhio alla sicurezza, un altro alla disperazione di tanti. Come nel caso del tenente Stefano Bortone, che non riesce a capire cosa desideri dirgli una giovane donna seduta per terra con un neonato in braccio. «Ti ha pregato di portarlo con te in Italia», gli dice l’interprete, «dove potrebbe avere una vita normale anziché soffrire qui». Bortone sa, suo malgrado, di non poter rispondere affermativamente: nell’emergenza le adozioni internazionali non sono una priorità ad Haiti e la legge è molto rigida, anche per fronteggiare il rischio del traffico di minori. «Mi sono vergognato di stare bene», confesserà poi il tenente ai commilitoni con ancora un nodo alla gola. L’ufficiale va a prendere la sua razione di cibo e acqua e la porta a quella giovane madre. Non è molto, ma almeno la vede sorridere per qualche momento. Per lui, caldo e sete possono aspettare.
Intanto nella base si pianificano le varie attività del giorno dopo, dalla logistica ai servizi esterni di polizia. Due sono in particolare le strutture che attirano l’attenzione del visitatore: la “tenda comando”, attrezzata di computer, e la mensa, punto di ritrovo obbligato per interni e ospiti, che fanno a gara per autoinvitarsi, specie quando è di turno la pizza. Molto frequenti gli scambi di visite con i limitrofi contingenti di Bangladesh, Filippine e Giordania. Il brigadiere capo Agatino Scuderi e il vice brigadiere Rosario Puleo passano le giornate tra cucine, self-service e sala mensa. «Il nostro obiettivo è il benessere dei colleghi», dicono, «che al rientro dal servizio devono potersi sentire quasi a casa e mangiare il meglio possibile».
Il contingente italiano è guidato dal tenente colonnello Nicola Mangialavori e composto – oltre che da personale del Comando della 2ª Brigata Mobile – da carabinieri del 7° Reggimento Trentino-Alto Adige e del 13° Friuli-Venezia Giulia, nonché da uomini del 5° Battaglione Emilia-Romagna e del 10° Campania. Con loro anche una Task Force C4 dell’Aeronautica militare italiana, con specialisti delle comunicazioni. Dalla fine di agosto si è poi aggiunta un’aliquota di poliziotti di Israele, guidata dal superintendent Mair Namir. È una novità di rilievo, perché è la prima volta che un contingente israeliano viene schierato in una forza multinazionale dell’Onu, che ha deciso di affiancarlo proprio ai Carabinieri.
La prima ricognizione per schierare un contingente dell’Arma a Port-au-Prince risale al 22 gennaio 2010, dieci giorni dopo il terremoto. In febbraio vengono inviati i primi materiali di scorta, cui fa seguito la partenza il 21 aprile dal porto di Livorno di una cinquantina di containers con ogni occorrenza logistica, dalle tende agli automezzi. Le prime aliquote del contingente – in base alle disposizioni dell’Onu – partono dall’aeroporto militare di Pisa nella prima metà di maggio, accompagnate dai sentiti auguri di buon lavoro del Comandante Generale dell’Arma, il generale di Corpo d’Armata Leonardo Gallitelli. Seguirà a ruota il main body del contingente. Ai primi di giugno escono da Camp Delta i primi servizi di pattugliamento del territorio.
La voce della presenza dei Carabinieri ad Haiti si sparge rapidamente, tra Ong e volontari che operano sull’isola. «Sono sempre di più i connazionali che ci contattano», dice il tenente colonnello Mangialavori, «non solo per richieste di supporto logistico e aiuto in materia di sicurezza, ma anche soltanto per conoscerci ed avere un punto di riferimento». Contatto e massima collaborazione con il volontariato italiano che vengono confermati anche dallo stesso Comandante del Coi (Comando Operativo di vertice Interforze), generale di Corpo d’Armata Giorgio Cornacchione, che in luglio incontra i rappresentanti delle ong Avsi e Cesvi, durante una visita alla base del contingente, accompagnato dal generale di Divisione Umberto Pinotti, Comandante delle Unità Mobili dell’Arma, e dal generale di Brigata Gaetano Maruccia, Capo del 2° Reparto del Comando Generale dei Carabinieri.
Tra le icone del volontariato con cui i Carabinieri sono in costante contatto c’è Suor Marcella, che dedica la sua vita alle oltre cento famiglie del Village italien, terra di frontiera vicina al porto che gli abitanti hanno voluto chiamare così proprio in suo onore. Da sola assiste non meno di ottocento anime, in particolare offrendo assistenza sanitaria ai bambini. In settembre, grazie alla solidarietà raccolta in Italia, vengono inaugurati oltre 120 alloggi per altrettante famiglie ospitate fino ad allora nelle tende messe rapidamente a disposizione, nel primo periodo dal post-terremoto, dai volontari della Protezione Civile italiana e dai militari della Missione White Crane, arrivati a bordo della portaerei Cavour e rimasti ad Haiti fino ad aprile. «La costante presenza dei Carabinieri», dice la religiosa francescana, «ci dà sicurezza e conforto. Quando vengono nella baraccopoli portano sempre qualcosa per i bambini, anche d’iniziativa personale. A volte basta poco, ma quel poco è tantissimo, per chi non ha nulla».
Davanti alla base “Ultima Legio” c’è un altro luogo dove i Carabinieri sono ormai di casa. L’ospedale pediatrico Saint Damien e l’orfanotrofio, collegati alla Fondazione Rava di Milano che, tra le tante iniziative per Haiti, ha curato anche l’avvio di un panificio e un pastificio: «Non solo per dar da mangiare alla gente, ma perché ci sia chi impari quel mestiere», dice Mariavittoria Rava. I nostri militari, fuori dal servizio, non si tirano indietro per aiutare l’ospedale: dalla vera e propria manovalanza per spianare un terreno e farvi sorgere un nuovo insediamento abitativo per gli orfani del terremoto, all’intrattenimento dei bambini anche con applauditissimi giochi di prestigio, all’aiuto tecnologico – curato dagli specialisti dell’Aeronautica – per inviare in tempo reale in Italia i referti degli elettroencefalogrammi di piccoli pazienti.
Il Direttore del Saint Damien, padre Rick, è un sacerdote cattolico statunitense presente ad Haiti da 23 anni, tutti dedicati all’assistenza all’infanzia. Non usa mezzi termini quando parla degli «amici carabinieri». «Concreti, immediati e generosi. Se fanno una cosa arrivano fino in fondo, con la testa e con il cuore», dice al termine della Messa del mattino, tappa frequente di militari italiani con gli alamari. E non solo di domenica.

Fonte: Carabinieri.it .

Emergenza in Nigeria: centinaia i bambini morti avvelenati

Una strage di bambini si sta consumando dall’inizio dell’anno in Nigeria nella regione settentrionale di Zamfara: per avvelenamento da piombo legato all’estrazione dell’oro sono già più di 400 i piccoli morti dal mese di marzo. Lo rivela Medici senza frontiere (Msf), che lo scorso giugno avevano parlato di 160 morti.
«Il numero delle vittime è molto più alto di quello stimato finora – dice Gautam Chatterjee, di Msf, all’agenzia Ansa – Abbiamo fatto rilevamenti solo in alcuni villaggi, mentre nella maggior parte degli agglomerati non siamo riusciti ad arrivare per diversi problemi, quindi stimiamo che il numero dei bambini morti da marzo sia intorno a 400». L’emergenza era emersa all’inizio dell’anno quando era stato osservato un eccesso di decessi e malattie nello Stato di Zamfara e le indagini condotte avevano poi identificato la causa nell’avvelenamento da piombo legato all’estrazione di oro conpiuta con metodi artigianali. In molti di questi siti infatti le falde acquifere sono contaminate da metalli pesanti che appestano gli attrezzi e infettano l’ambiente circostante.
L’avvelenamento è dovuto alla ricerca manuale e artigianale dell’oro. Spesso si scava con le mani nella terra e nelle pozzanghere alla ricerca di una vena del prezioso minerale e si respira il piombo rimanendo contaminati. «A rischio sono soprattuto i piccoli, che hanno un sistema immunitario più debole degli adulti», spiega Chatterjee. Nello Stato di Zamfara gli «uomini cercano l’oro, poi lo portano alle loro donne che lo puliscono dalla sabbia, ma spesso accade che queste donne abbiamo a loro fianco dei bambini che respirano il piombo», continua Msf. Oltre a Medici senza frontiere lavora in questa zona anche la Ong (Oraganizzazione non governativa) Terra Graphic che negli ultimi mesi ha monitorato sette villaggi e che parla di migliaia di persone contaminate, di cui almeno 3.600 bambini sotto i cinque anni a rischio. La ong ha riferito di non essere riuscita a controllare altri villaggi che si stima siano contaminati, a causa delle difficile condizioni meteorologiche e delle forti piogge.
L’Onu ha stimato in settembre che circa 18.000 persone potrebbero essere rimaste contaminate. Un’emergenza che non è facile definire numericamente anche perchè molti luoghi dove si estrae l’oro sono per illegali. Il commercio di questo minerale è considerato una delle attività più remunerate: basti pensare che ci vogliono «circa due ore per estrarre un grammo del minerale che viene venduto a 23 dollari – dice Umaru Na-Taala del villaggio di Kirsa dove sono morti 50 bambini – mentre per coltivare il miglio ci vogliono 4 mesi e lo si vende a 40 dollari». Secondo gli studiosi, una eccessiva quantità di piombo nel sangue può provocare nei minori di 14 anni anemia, debolezza muscolare e, nei casi più gravi, danni irreversibili al cervello e morte.

Fonte: La Stampa.