Archivi delle etichette: regime

La fine di Bin Laden e la primavera araba

Un interessante articolo dal WPR.

Fallimenti, lezioni e cioccolato: analizzare la crisi ivoriana

Un ottima analisi del Consultancy Africa Intelligence.

Armare i ribelli per sconfiggere Gheddafi

Un’azione valida o una scelta scriteriata?
I dettagli in questo articolo del Telegraph.

Ed ora tocca al Pakistan?

Un articolo dal Boston.com .

Perché l’Iran è diverso

Un interessante punto di vista, in questo articolo di RFE/RL.

Iran: non si fermano le condanne a morte

Ed anzi, sono in continuo aumento.
Trovate i dettagli qui .

Il regime di Teheran sta implodendo fra esecuzioni, ostaggi e torture.

Il Presidente dell’Iraq Jalal Talabani è volato domenica a Teheran, e lunedì ha trascorso quasi tre ore in compagnia del Ministro della Giustizia iraniano Mohammed Larijani. Interpellato sulla natura del viaggio, l’Ambasciatore iraniano a Baghdad, Kazemi Qomi, ha dichiarato che Talabani necessitava di cure mediche particolari. In realtà, il Presidente iracheno ha agito da mediatore per conto degli Stati Uniti, cercando di giungere ad un accordo per il rilascio di tre giovani escursionisti americani presi in ostaggio da Teheran mesi or sono.

È molto improbabile che Talabani o chiunque altro riesca a strappare un accordo. Il regime aveva già fatto sapere al Governo americano che avrebbe rilasciato i tre ostaggi solo nell’ipotesi di uno scambio con tre disertori iraniani di altro profilo. Ma anche qualora gli Stati Uniti fossero disponibili a pagare un riscatto così elevato – ed è difficile credere che Washington lascerebbe dei suoi cittadini in balia di morte certa – servirebbe comunque l’assenso dei Paesi dove i disertori risiedono; fatto per niente scontato. In sostanza, gli sfortunati escursionisti continueranno a soffrire.

Nel frattempo, la spirale della morte che investe la Repubblica Islamica continua. C’è una serie impressionante di falliti atterraggi di aerei di proprietà o con a bordo ufficiali delle Guardie Rivoluzionarie. L’ultimo episodio riguarda un volo Teheran-Mashad, che è dovuto rientrare a Teheran e girare in tondo alla pista di volo per circa due ore bruciando carburante finché le fiamme non sono state domate. Non ci sono state vittime.

Lo stesso non si può dire nel caso di due uomini recentemente assassinati dal regime. Il più giovane si chiamava Ramin Pourandarjani, un medico venticinquenne dalla brillante carriera assicurata – si è laureato a Teheran primo della sua classe. Al momento del decesso, il 10 novembre scorso, stava lavorando nell’infame centro di detenzione di Kahrizak a Teheran, il luogo dove il regime ha praticato la tortura di massa a seguito delle proteste anti-governative di giugno. Pourandarjani aveva inizialmente rifiutato di firmare documenti dove si attestava il decesso di un dissidente per cause naturali – quando invece il giovane medico poteva osservare segni evidenti di tortura – per poi sottoscriverli solo dopo un mese di forti pressioni.

Nelle ultime settimane Pourandarjani aveva ricevuto visite da ufficiali dell’intelligence provenienti dall’ufficio della Guida Suprema Khamenei, i quali gli avevano chiesto cosa avesse visto a Kahrizak. Evidentemente aveva visto troppo. I suoi familiari sono stati chiamati e gli è stato raccontato che Ramin aveva subito un incidente stradale. Gli è stato chiesto di concedere l’autorizzazione per un intervento chirurgico, ma questi hanno rifiutato. Il giorno successivo sono stati informati che un attacco di cuore aveva stroncato Ramin, il giorno 10 novembre. Il suo corpo è stato lavato e avvolto in un lenzuolo funebre senza nessun familiare presente; dopo è stato spedito a Shiraz e lì seppellito.

Hanno cominciato a circolare quasi subito le voci di un suicidio, ma documenti recenti indicano una azione criminosa come l’ipotesi più attendibile.La vittima più vecchia si chiamava Ali Kordan, cinquantunenne, per lungo tempo uno dei membri più potenti del regime, molto vicino sia a Khamenei che al Presidente Ahmadinejad. Così come molti altri oggi al vertice dell’apparato statale, Kordan era una Guardia Rivoluzionaria dai molteplici incarichi, fino a raggiungere una breve notorietà nel 2008, quando fu nominato Ministro dell’Interno. L’iniziale opposizione alla nomina di Kordan fu sconfitta quando Khamenei spedì una lettera al Parlamento insistendo per la sua conferma, ma Kordan fu comunque costretto a dare le dimissioni in agosto dopo che emerse lo scandalo della falsificazione della sua laurea honoris causa presso l’Università di Oxford.

La AP riporta che “secondo il resoconto fornito dai giornali iraniani e dalle agenzie di stampa, Kordan è deceduto a causa di un arresto cardiaco domenica dopo settimane di trattamenti per problemi a polmoni e pancreas”, mentre Wikipedia ci dice che “Kordan è morto di mieloma multiplo all’ospedale Masihe Daneshvari di Teheran il 22 novembre. Soffriva inoltre di influenza nonché di emorragia celebrale”. In realtà Kordan è stato assassinato. Non solo sapeva troppo; aveva preparato un devastante dossier contro il regime ed era intenzionato a disertare. Non si conosce la sorte di tutti i documenti che Kordan pensava di portare con sé.

Questi due delitti ci raccontano chiaramente del panico che affligge il regime. La prossima importante dimostrazione dell’opposizione è fissata per il 7 dicembre, e già i tentativi di intimidazione sono ben visibili. Questo venerdì sette milioni di basiji marceranno in occasione della “Settimana dei basiji”. Ora, telefoni cellulari in tutto il Paese hanno ricevuto questo messaggio di testo: “Tu sei stato identificato come uno dei partecipanti ai raduni post-elettorali e devi astenerti dal prendere parte ad altri raduni da oggi in poi”. La campagna intimidatoria non è stata condotta in modo così efficiente, se è vero che anche Ahmadinejad ha ricevuto lo stesso messaggio, così come un panettiere del Khuzestan, nel profondo sud del Paese.

Intanto, cercando disperatamente di ottenere un briciolo di legittimità, Ahmadinejad è volato in Africa e America del Sud. Ma serve molto più di qualche bel discorso pronunciato da leader stranieri – o del finanziamento nelle università americane di studenti simpatizzanti del regime – per salvare la sua posizione. Alireza Zakani, parlamentare di spicco nonché sostenitore del regime, ha pronunciato un discorso che conferma effettivamente le accuse di brogli elettorali che il leader dei Verdi Mir Hossein Mousavi non si stanca di ripetere da giugno.

Secondo Zakani – il cui discorso ha fatto una breve apparizione in un sito ufficiale per poi scomparire – la frode sarebbe stata confermata dal presidente del Parlamento Ali Larijani e dall’ex Presidente Hashemi Rafsanjani nei giorni immediatamente successivi al 12 giugno alla presenza dello stesso Khamenei. Questi sono sviluppi davvero esplosivi, e dei quali siamo certi sentiremo notizie nei giorni a venire.

Fonte: Michael A. Ledeen tradotto da L’Occidentale.

Aggressione alla Sánchez: una violenza professionale.

Da un po’ di tempo all’interno dell’Unione Europea la dialettica tra la Presidenza uscente svedese e quella entrante spagnola si è fatto particolarmente vivace a proposito di Cuba. Il governo di centro-destra di Stoccolma, infatti, chiede di mantenere le sanzioni stabilite dall’Ue dopo la sfuriata repressiva del 2003. Quello socialista di Madrid, invece, sostiene che si potrebbe fare molto di più con il dialogo: il che è anche collegato a certi storici interessi della Spagna a Cuba, per cui ad esempio anche il regime di Franco mantenne sempre con Fidel Castro normali relazioni diplomatiche; ma nell’ottenere la liberazione di due dissidenti in occasione della sua recente visita il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Ángel Moratinos ha avuto anche modo di metterla in questi termini: “è male che ci siano ancora 206 prigionieri, ma prima che Zapatero iniziasse il dialogo ce n’erano 300”.

Riduzione dei detenuti a parte, negli ultimi mesi il governo di Raúl Castro ha proceduto anche a una serie di importanti riforme, con ricadute sia economiche che politiche: dalla distribuzione a coltivatori privati di molte terre demaniali alla liberalizzazione dell’accesso a Internet. E una sorta di imprimatur è arrivato a Moratinos anche da Obama, nel momento in cui è ricorso a lui per affidare a Raúl Castro un’importante offerta di dialogo: “noi stiamo facendo passi. Ma se loro non fanno qualche passo anche loro, sarà molto difficile che possiamo continuare. Noi comprendiamo che non si possono cambiare le cose dalla sera alla mattina, ma tra qualche anno quando si guarderà indietro dovrà essere chiaro quale sia stato il momento in cui i cambiamenti sono iniziati”.

Purtroppo, come in molti di quei balli caraibici per cui Cuba è famosa, anche nell’attuale politica di Raúl Castro a ogni passo in avanti sembra fatalmente doverne subito corrispondere un altro indietro. Il venerdì, in particolare, è stata per la prima volta aggredita fisicamente l’ormai celeberrima blogger Yoani Sánchez. “Niente sangue ma lividi, colpi, capelli strappati e botte in testa, reni, ginocchia e petto”, ha raccontato la Sánchez dopo essere stata liberata: o meglio, buttata giù da una macchina.

A tirarcela dentro a forza, trattenercela per venti minuti e picchiarla a colpi di judo e karate, mentre stava dirigendosi a una marcia-performance musicale pacifica assieme agli altri blogger Orlando Luis Pardo e Claudia Cadelo, tre agenti della Sicurezza di Stato vestiti in civile. “Una violenza professionale”. Né si tratta di un episodio isolato. Un altro blogger, Roberto de Jesús Guerra Pérez, è stato appena condannato a sei mesi di arresti domiciliari per un episodio avvenuto nel 31 dicembre del 2007. Lui stava distribuendo giocattoli assieme a un gruppo di oppositori a casa di sua sorella, alcuni uomini in borghese armati di coltello avevano fatto irruzione, e lui si era difeso. “Colpevole di lesioni”.

Ma il fatto è che 200 giovani hanno partecipato alla Marcia cui si stava recando Yoani Sánchez, e un’altra marcia di giovani c’era stata tre settimane prima. E il 20 ottobre 10 blogger e 100 siti Internet avevano organizzato una “protesta virtuale” attraverso Tweets, Sms e post, chiedendo libertà e la liberazione di detenuti politici. Nata in una dimensione esistenziale e intimista apparentemente lontana dalle lotte del dissenso tradizionale, la cyber-opposizione sta iniziando a dare sempre più fastidio. Arrivano dunque i primi avvertimenti.

Fonte: L’Occidentale.

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Teheran: nuovi scontri a trent’anni dall’assalto all’ambasciata statunitense

Primi scontri a Teheran tra polizia e manifestanti nel giorno del 30esimo anniversario dell’assalto all’ambasciata americana, uno degli eventi più drammatici e significativi della rivoluzione islamica.
Le forze di sicurezza, secondo testimoni, hanno sparato lacrimogeni per disperdere i manifestanti che, nonostante il divieto del regime, hanno deciso di scendere in piazza contro il governo di Mahmoud Ahmadinejad. Diverse persone sarebbero state arrestate. Nei giorni scorsi, Teheran aveva minacciato di rispondere con la forza a eventuali manifestazioni dell’opposizione riformista in un giorno così significativo per la Repubblica islamica.

La Reuters, che cita il sito web dell’opposizione iraniana Mowjcamp, sostiene che le forze di sicurezza iraniane hanno aperto il fuoco sui manifestanti nel centro di Teheran.
Lo ha riferito l’agenzia di stampa . «La polizia ha sparato sui dimostranti in piazza Haft-e Tir, alcune persone sono rimaste ferite», scrive Mowjcamp. La tv satellitare al Arabiya riferisce di «fuoco contro i dimostranti» e «arrestati dei manifestanti, tra cui anche donne». Anche diversi media internazionali citando siti dell’opposizione iraniana, riportano notizie di contromanifestazioni organizzate dall’opposizione moderata. Testimoni oculari citati dall’Associated Press hanno affermato che fuori dall’Università di Teheran, 2000 studenti hanno sfidato almeno 200 agenti anti-sommossa delle forze di sicurezza iraniana.

Il 4 novembre del 1979, un gruppo di studenti integralisti islamici assaltò l’ambasciata Usa nel centro di Teheran, tenendo 52 cittadini americani in ostaggio per 444 giorni.
Ogni anno, questa giornata viene ricordata dal regime iraniano con una serie di manifestazioni anti-americane.

Fonte: Il Corriere della Sera.

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