Archivi delle etichette: rivolta

Il punto sullo Yemen

L’ approfondimento e tutti gli aggiornamenti dal sito di Aljazeera.

L’effetto domino arriva in Giordania

Da un articolo del Jerusalem Post.

I palestinesi, meglio di tutti gli altri, capiscono Gheddafi

Il perché viene illustrato in questo articolo da Robert Fisk.

Rivoluzione: ora tocca alla Cina?

Le rivolte nel mondo arabo che hanno avuto inizio lo scorso anno in Tunisia si sono diffuse in Egitto, Bahrein, Yemen e Libia.
Ma non potrebbero viaggiare ancora più lontano?
Alcuni importanti analisti orientali espongono le loro teorie guardando ad una futura “Jasmine Revolution” anche in sette Paesi asiatici.

Da un approfondimento del The Diplomat.

Ed ora tocca al Pakistan?

Un articolo dal Boston.com .

Perché l’Iran è diverso

Un interessante punto di vista, in questo articolo di RFE/RL.

Nella mente di un basij

Un ottimo articolo, accompagnato da un interessante video, per cercare di conoscere meglio queste figure e ciò che ruota loro intorno.

Cosa (non) cambia in Egitto

Un interessante contributo di Daniele Scalea per Eurasia.

Così la svolta del Cairo si ritorcerà contro di noi

Uno scenario da brivido. E infatti re Abdullah quasi ci resta. Succede ancor prima delle dimissioni annunciate da Hosni Mubarak ieri sera. Succede giovedì mentre al Cairo s’attendono il discorso del Faraone e le decisioni dei generali. Al telefono con l’ottuagenario sovrano saudita convalescente in Marocco dopo una difficile operazione d’ernia c’è il presidente Barack Obama. Non è una telefonata pacata. Il presidente, confortato dalle analisi errate della Cia, annuncia di voler chiuder il rubinetto degli aiuti all’Egitto per favorire il pronunciamento dei generali e accelerare l’uscita di scena del Faraone. Dall’altro capo del filo un sovrano disperato gli ricorda la necessità di non regalare altri punti a Teheran umiliando un vecchio alleato e gettando nel caos uno dei capisaldi dello schieramento anti iraniano. Infuriato dalla coriacea indifferenza di Obama, re Abdullah si dice pronto a garantire di tasca propria il mantenimento degli aiuti finanziari a Mubarak. Poi appende la cornetta e si accascia sul divano. Per molte ore voci incontrollate lo danno per morto, schiantato da un infarto. Per fortuna è solo un falso allarme, ma rende bene il panico generato dalla inadeguatezza e dalla superficialità con cui l’amministrazione Obama gestisce la più grave crisi mediorientale degli ultimi trent’anni. Una crisi che minaccia di contagiare i regimi alleati dell’Occidente, lasciar assolutamente indenni quelli allineati con Teheran e innescare la reazione di uno Stato ebraico pronto a tutto pur d’impedire alla Repubblica Islamica di conquistare l’egemonia regionale.
Eccesso di pessimismo? Non proprio. La calma piatta con cui la Siria, il miglior alleato di Teheran, risponde agli appelli alla rivolta diffusi via internet dagli oppositori all’estero fa capire come i regimi più severi e repressivi, legati a filo doppio all’Iran, siano quelli minor a rischio. L’opposizione iraniana nonostante l’annunciata discesa in piazza di domani non riuscirà, con tutta probabilità, ad aggirare le capillari misure di prevenzione predisposte dal regime. Una caduta rovinosa di Mubarak rischia invece, come ben sa re Abdullah, di delegittimare l’intero sistema di potere egiziano facendo cadere non solo i militari più vicini al ex presidente e al vice presidente Omar Suleiman, ma l’intera classe di potere cresciuta all’ombra del Faraone e dei generali. Uno scenario quasi inevitabile se si continuerà a lasciar mano libera alla piazza senza garantire un’ordinata transizione e una onorevole pensione all’uomo che per 30 anni è stato il simbolo della stabilità del Paese.
Le trame da brivido non si fermano qui. Trascinare nel caos e nell’ingovernabilità l’Egitto significa inevitabilmente far traballare anche Giordania, Yemen e Arabia Saudita. E regalare inaspettate occasione a tutti i gruppi fondamentalisti, dai Fratelli Musulmani ai terroristi di Al Qaida. In Egitto l’intero Sinai, ovvero la sponda orientale del canale di Suez, è tormentata da una rivolta beduina su cui s’inserisce il contagio di formazioni qaidiste e l’infiltrazione dei gruppi che garantiscono il contrabbando di armi iraniane provenienti dal Sudan e destinate a Hamas. Non assicurare più il controllo di quella vitale penisola significa costringere Israele a rispedire l’esercito a Gaza per assumere il pieno controllo della frontiera egiziana. A sud dell’Arabia Saudita la caduta di uno Yemen già infiltrato da Al Qaida e tormentato dalla rivolta delle tribù sciite filo iraniane finirà inevitabilmente con il rendere più instabile anche Riad.
Per garantirsi una piena e totale egemonia regionale Teheran dovrà a quel punto, soltanto accentuare le pressioni su un’Irak già sfuggito di mano all’amministrazione Obama. Un Irak dove da mesi Moqtada Sadr e le altre formazioni sciite alleate di Teheran condizionano l’esecutivo del premier Nuri Maliki. Una volta assunto il pieno controllo dell’asse che dall’Irak attraversa la Siria e il Libano di Hezbollah per arrivare al confine settentrionale d’Israele, Teheran dovrà inevitabilmente affrontare la resa dei conti con lo Stato ebraico. E per il Medio Oriente sarà la vera apocalisse.

Fonte: Gian Micalessin per “Il Giornale”.

Anniversario della rivolta popolare in Tibet

In occasione del 51esimo anniversario della rivolta popolare in Tibet (10.3.1959), l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) rileva che nella regione sono aumentate le violazioni dei diritti umani commessi dalle autorità e forze di sicurezza cinesi.
Da febbraio 2008 ad oggi il numero dei prigionieri politici tibetani è cresciuto in modo preoccupante. Se prima era nota l’identità di 119 prigionieri politici tibetani, dalla primavera 2008 ad oggi 334 Tibetani sono stati condannati a morte o a lunghe pene detentive per aver partecipato alle manifestazioni della primavera 2008. Altre centinaia di Tibetani sono ancora in attesa di processo.
A partire dal 2 marzo 2010 le autorità cinesi hanno intensificato una dura campagna di repressione che mira a intimidire la popolazione prima dell’anniversario della rivolta tibetana del 1959 .
Secondo i dati forniti dalle autorità cinesi, nei primi giorni del mese sono state arrestate nella capitale tibetana Lhasa oltre 500 persone, sono stati perquisiti almeno 4.115 appartamenti e interrogate 7.340 persone. Nell’operazione sono stati coinvolti circa 1.430 poliziotti e membri di altre forze di sicurezza, le strade sono state pattugliate da uomini armati e in assetto da combattimento.
Invece di costruire un dialogo con i Tibetani, il governo cinese punta sull’intimidazione e la persecuzione per ottenere con la forza delle armi “l’armonia e l’unità” tanto sottolineata durante il congresso del popolo la settimana scorsa a Pechino. Le autorità cinesi hanno anche istituito i “comitati di buon vicinato di Lhasa” i cui membri accompagnano dal 1 marzo 2010 le forze di sicurezza cinese durante le pattuglie per la capitale tibetana.
Evidentemente la leadership cinese non ha tratto alcun insegnamento dai disordini della primavera 2008. Invece di preoccuparsi di rimuovere le cause che avevano portato alle proteste dei Tibetani, l’attuale governatore della regione, il Tibetano Padma Choling ha ribadito l’importanza del Partito comunista che, dice, rappresenta l’unica vera salvezza per il Tibet.
Se Pechino non intende però cambiare la sua politica, i conflitti tra Tibetani e Cinesi Han migrati in Tibet non potranno che aumentare.

Fonte: Associazione per i Popoli minacciati.