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Condannata la blogger siriana

Tal al-Mallouhi, blogger siriana di 19 anni, è stata condannata a cinque anni di carcere per «cooperazione con un paese straniero», ovvero gli Stati Uniti, dalla Corte suprema di Sicurezza dello Stato di Damasco.
Lo ha reso noto il Syrian Observatory for Human Rights. La giovane, era stata arrestata nel dicembre del 2009 dalle autorità siriane, ed è nipote di un ex ministro, ha ricordato l’Osservatorio, che opera da Londra e ha inviato un comunicato sulla vicenda a Nicosia.
In ottobre il giornale siriano Al Watan aveva annunciato che Tal al-Mallouhi era stata accusata di spionaggio per conto dell’Ambasciata americana in Egitto.
In difesa della 19enne era scesa in campo anche l’amministrazione Obama che ne aveva chiesto la liberazione «immediata». Secondo le organizzazioni per i diritti umani, la Corte Suprema è un tribunale speciale che non offre garanzie processuali.
Human Rights Watch ha raccontato che la blogger, arrestata il 27 dicembre 2009, è stata tenuta a lungo senza contatti con l’esterno.

Fonte: Corriere della Sera.

Così la svolta del Cairo si ritorcerà contro di noi

Uno scenario da brivido. E infatti re Abdullah quasi ci resta. Succede ancor prima delle dimissioni annunciate da Hosni Mubarak ieri sera. Succede giovedì mentre al Cairo s’attendono il discorso del Faraone e le decisioni dei generali. Al telefono con l’ottuagenario sovrano saudita convalescente in Marocco dopo una difficile operazione d’ernia c’è il presidente Barack Obama. Non è una telefonata pacata. Il presidente, confortato dalle analisi errate della Cia, annuncia di voler chiuder il rubinetto degli aiuti all’Egitto per favorire il pronunciamento dei generali e accelerare l’uscita di scena del Faraone. Dall’altro capo del filo un sovrano disperato gli ricorda la necessità di non regalare altri punti a Teheran umiliando un vecchio alleato e gettando nel caos uno dei capisaldi dello schieramento anti iraniano. Infuriato dalla coriacea indifferenza di Obama, re Abdullah si dice pronto a garantire di tasca propria il mantenimento degli aiuti finanziari a Mubarak. Poi appende la cornetta e si accascia sul divano. Per molte ore voci incontrollate lo danno per morto, schiantato da un infarto. Per fortuna è solo un falso allarme, ma rende bene il panico generato dalla inadeguatezza e dalla superficialità con cui l’amministrazione Obama gestisce la più grave crisi mediorientale degli ultimi trent’anni. Una crisi che minaccia di contagiare i regimi alleati dell’Occidente, lasciar assolutamente indenni quelli allineati con Teheran e innescare la reazione di uno Stato ebraico pronto a tutto pur d’impedire alla Repubblica Islamica di conquistare l’egemonia regionale.
Eccesso di pessimismo? Non proprio. La calma piatta con cui la Siria, il miglior alleato di Teheran, risponde agli appelli alla rivolta diffusi via internet dagli oppositori all’estero fa capire come i regimi più severi e repressivi, legati a filo doppio all’Iran, siano quelli minor a rischio. L’opposizione iraniana nonostante l’annunciata discesa in piazza di domani non riuscirà, con tutta probabilità, ad aggirare le capillari misure di prevenzione predisposte dal regime. Una caduta rovinosa di Mubarak rischia invece, come ben sa re Abdullah, di delegittimare l’intero sistema di potere egiziano facendo cadere non solo i militari più vicini al ex presidente e al vice presidente Omar Suleiman, ma l’intera classe di potere cresciuta all’ombra del Faraone e dei generali. Uno scenario quasi inevitabile se si continuerà a lasciar mano libera alla piazza senza garantire un’ordinata transizione e una onorevole pensione all’uomo che per 30 anni è stato il simbolo della stabilità del Paese.
Le trame da brivido non si fermano qui. Trascinare nel caos e nell’ingovernabilità l’Egitto significa inevitabilmente far traballare anche Giordania, Yemen e Arabia Saudita. E regalare inaspettate occasione a tutti i gruppi fondamentalisti, dai Fratelli Musulmani ai terroristi di Al Qaida. In Egitto l’intero Sinai, ovvero la sponda orientale del canale di Suez, è tormentata da una rivolta beduina su cui s’inserisce il contagio di formazioni qaidiste e l’infiltrazione dei gruppi che garantiscono il contrabbando di armi iraniane provenienti dal Sudan e destinate a Hamas. Non assicurare più il controllo di quella vitale penisola significa costringere Israele a rispedire l’esercito a Gaza per assumere il pieno controllo della frontiera egiziana. A sud dell’Arabia Saudita la caduta di uno Yemen già infiltrato da Al Qaida e tormentato dalla rivolta delle tribù sciite filo iraniane finirà inevitabilmente con il rendere più instabile anche Riad.
Per garantirsi una piena e totale egemonia regionale Teheran dovrà a quel punto, soltanto accentuare le pressioni su un’Irak già sfuggito di mano all’amministrazione Obama. Un Irak dove da mesi Moqtada Sadr e le altre formazioni sciite alleate di Teheran condizionano l’esecutivo del premier Nuri Maliki. Una volta assunto il pieno controllo dell’asse che dall’Irak attraversa la Siria e il Libano di Hezbollah per arrivare al confine settentrionale d’Israele, Teheran dovrà inevitabilmente affrontare la resa dei conti con lo Stato ebraico. E per il Medio Oriente sarà la vera apocalisse.

Fonte: Gian Micalessin per “Il Giornale”.

Hezbollah coopererà con l’Onu sull’assassinio di Hariri

Pur non riponendo molta fiducia sul suo operato, il movimento sciita Hezbollah collaborerà con il Tribunale speciale per il Libano (Tsl), che sta indagando sull’assassinio dell’ex premier Rafiq Hariri.
A renderlo noto è stato il leader del partito, Hassan Nasrallah, nel corso di un’intervista concessa nei giorni scorsi ad al-Manar, televisione del gruppo.
”Coopereremo per sfidare le indagini svianti, piuttosto che per fiducia”, ha dichiarato Nasrallah, aggiungendo che gli inquirenti nelle ultime settimane hanno già convocato 12 persone vicine a Hezbollah – “in quanto testimoni, e non sospetti” – e che sono in procinto di convocarne altre sei.
Nella sua intervista Nasrallah ha anche criticato il fatto che il Tsl (voluto dalle Nazioni Unite per far luce sull’assassinio del febbraio 2005) abbia subito puntato l’attenzione sulla Siria, stretta alleata di Hezbollah, escludendo di fatto altre piste.
”Tutto questo, aggiunto alle indiscrezioni fatte filtrare alla stampa, ci crea dei dubbi sulla credibilità delle indagini”, ha commentato il leader della formazione sciita, che però ha detto anche di volere dare al comitato investigativo “un’occasione per provare la sua professionalità e non politicizzazione”.

Fonte: Osservatorio Iraq.

Storico vertice a Damasco tra gli ex-nemici Assad e Jumblatt

Il leader druso libanese Walid Jumblatt si è recato in visita ufficiale a Damasco, dove ha incontrato il presidente siriano Bashar al-Assad.
L’incontro – che è stato possibile anche grazie alla mediazione del principale alleato siriano in Libano, ossia Hassan Nasrallah il leader del movimento sciita Hezbollah – ha un grande valore diplomatico in quanto costituisce il primo passo verso una riconciliazione tra due “ex-nemici”.
Dopo essere stato uno storico alleato della Siria, infatti, negli ultimi anni Jumblatt si era schierato con il fronte filo-occidentale libanese e aveva attaccato più volte il presidente Assad e il regime di Damasco, accusandolo anche per l’assassinio del premier libanese Rafiq Hariri (avvenuto nel 2005) e auspicandone il rovesciamento.
Nelle ultime settimane, però, il leader druso, che a Beirut guida il Partito socialista progressista, si è pentito pubblicamente per quelle parole, definendole “improprie” e affermando che furono “pronunciate in un momento di rabbia”.
A marzo Jumblatt ha anche dichiarato di avere ”perdonato e dimenticato” l’assassinio di suo padre Kemal, avvenuto nel 1977, per il quale in passato aveva accusato la Siria.

Fonte: Osservatorio Iraq.

La protesta degli abitanti di Ghajar.

Centinaia di abitanti del villaggio di Ghajar, al confine tra Israele, Libano e Siria, sono scesi in piazza oggi per protestare contro i piani di divisione permanente del villaggio, circolati nelle ultime settimane sulla stampa locale.

Ghajar allora dall’Onu per fissare il confine tra i due Stati ha “spezzato – che storicamente faceva parte della Siria ed è stato occupato da Israele durante la guerra del ’67 – è stato diviso per la prima volta nel 2000, in occasione del ritiro unilaterale di Israele dal Libano.
La Linea blu tracciata ” il villaggio, lasciandone un terzo in Libano e i restanti due terzi nello Stato ebraico.
Successivamente, nel corso della guerra dell’estate 2006 contro il Libano, Israele ha occupato nuovamente anche la parte nord.
Adesso, secondo quanto reso noto dal quotidiano Ha’aretz, Tel Aviv avrebbe intenzione di dividere in maniera permanente il villaggio, mediante la costruzione di una apposita barriera.
In questo caso, la parte nord dell’abitato, dove vivono circa 1500 persone, finirebbe sotto il controllo della Forza multinazionale delle Nazioni Unite in Libano (Unifil), mentre quella sud, con una popolazione di circa 800 unità, rientrerebbe in maniera permanente sotto il controllo israeliano.

Fonte: Osservatorio Iraq.

C’è un tocco femminile nel risveglio religioso siriano

La Siria sembra stare attraversando un revival religioso – ben visibile nel numero crescente di donne che indossano l’hijab, o velo islamico – e guidato, in parte, dalle delle predicatrici di ispirazione conservatrice.
Si dice che la più influente figura religiosa conservatrice donna in Siria, la 70enne Munira Qubaisia, abbia almeno 75 mila seguaci, e il numero è in crescita.

I suoi predicatori, noti come Anseh, provengono per lo più dalle classi agiate ben istruite. Arrivano agli incontri a bordo di costose auto scure, ben vestiti e con un buon eloquio, con un’aria di autorità che lascia gli uditori incantati.
“Mi hanno aiutato, mi hanno fatto acquistare fiducia. Sono riuscita a camminare per strada senza timore degli uomini che mi circondano, e posso anche dire alle persone quando stanno sbagliando”, dice Umm Muhammad, un ex devota di Qubaisia.
Suo marito, tuttavia, non era contento della situazione.
“Non mi dispiace che esca e faccia qualcosa di utile, ma aveva iniziato a cambiare e voleva che cambiassi anch’io”, dice Abu Muhammad, che di mestiere fa il tassista.

Egli, un conservatore di circa 45 anni, dice che quando la moglie ha aderito ai Qubaisiat (dal nome della leader spirituale, ndt) è divenuta più rigida e ha puntato l’attenzione su quelli che lui considerava dettagli della superstizione piuttosto che tradizione consolidata.
“Sono d’accordo – dice Um Muhammad, che in seguito ha lasciato il gruppo – Ammiravo il modo in cui lavoravano e aiutavano le persone della comunità, ma non potevo sopportare il modo in cui volevano controllare le nostre menti e decidere per noi cosa fosse buono e cosa no. Se violi le regole e non obbedisci all’ordine Anseh, viene considerata una blasfemia”.
Nei primi anni ottanta, sotto l’ex presidente Hafiz al-Assad, scoppiarono degli scontri tra il partito socialista Baath al governo e i Fratelli musulmani sunniti, che stavano tentando un golpe contro il regime.
Una dura battaglia ad Hama, a nord di Damasco, causò – secondo le stime – 30 mila morti, per lo più civili, e subito dopo fu avviata una repressione dell’Islam radicale, con le moschee messe sotto stretto controllo.
Il presidente Assad promosse una sorta di Islam moderato “autorizzato dal governo”, concedendo la costruzione di più moschee e più scuole religiose – e più predicazioni da questi pulpiti ufficiali.
Inaspettatamente, ciò ha costituito un’opportunità per le predicatrici donne – che erano escluse dallo spazio pubblico – di fornire insegnamenti religiosi a porte chiuse, e molte di loro hanno tenuto in vita le posizioni più radicali e conservatrici dell’islam.
Con il figlio di Assad, il presidente Bashar al-Assad, le donne, comprese le voci più conservatrici, sono venute allo scoperto per insegnare nelle moschee e nelle scuole religiose.

“Si occupano davvero”
Asmaa Kiftaro, attivista religiosa e commentatrice, ritiene che i Qubaisiat ora sostengano la flessibilità più che in passato.
“Hanno capito che non possono continuare a sostenere un’ideologia rigida. Per avere più seguaci devono essere flessibili, ed è quello che stanno facendo”, dice.

La figlia 16enne di Kiftaro Hanan frequenta le lezioni dei Qubaisiat e afferma di poter scegliere se seguire o meno le loro prescrizioni.
“Mi piacciono, si occupano davvero di ogni ragazza e la fanno sentire importante”, dice Hanan.
“Ma per quanto mi riguarda io faccio quello che ritengo giusto fare. Penso che Dio ci abbia create per goderci la vita e non per essere severi. Non faccio niente di male se indosso i jeans e perciò non mi preoccupo se mi sgridano quando faccio cose che a loro non piacciono”.
Hanan stessa insegna ai bambini.
“Usano come insegnanti ragazze della mia età, 14 in su. Insegnavo loro il Corano e altre cose. Senti di poter fare qualcosa per la tua società, per le ragazze che puoi aiutare con l’Islam, e ciò mi rende davvero felice”.
I siriani sono orgogliosi della diversità e della natura tollerante della loro società. Eppure qualcuno ritiene che ciò stia cambiando.

Kinana Rukbi, graphic designer con convinzioni decisamente laiche, vede questo revival religioso come il risultato non voluto delle frustrazioni sociali ed economiche.
“E’ pericoloso per la società siriana, specialmente per il fatto che non vi sia un’altra tendenza a bilanciarla. Solo una parte è attiva, quella religiosa, ma le persone laiche non si muovono affatto”.
Rukbi vuole che i siriani laici si impegnino con le masse proprio come hanno fatto i Qubaisiat, “non che stiano distanti da loro”.

Fonte: Osservatorio Iraq.

Siccità in Siria, la storia di Turkya.

Il villaggio di Mjebre nel nord-est siriano aspetta da tre anni la pioggia. Storicamente lussureggiante, la regione è oggi in ginocchio per una siccità lunga almeno due anni. Il terreno appare desertico, non c’è più vita per i pascoli e per le altre attività agricole che permettevano il sostentamento della popolazione, costretta ad emigrare.

Turkya è una delle ultime abitanti di Mjebre.
Intervistata dalla Bbc, ricorda che nel 1984 quando diede alla luce Marouf, il suo primogenito, aveva cento pecore; nel 2005 era costretta ad acquistare il latte per la sua ultima figlia, Sabrine, dai vicini, e oggi nemmeno loro hanno più nulla.
Stime dell’Onu quantificano in un milione e trecentomila i rifugiati dell’acqua nella sola Siria, ma il fenomeno riguarda anche i Paesi confinanti, parte della Turchia, Libano, Iraq e Giordania.
Povertà, denutrizione e malattie sono in aumento, ha avvertito l’Onu; ma nonostante le reiterate richieste di aiuti urgenti per il nord-est del Paese, la risposta internazionale è stentata.
All’impasse della Croce Rossa e dell’Onu, che considerano la crisi troppo grande per qualsiasi governo, ha cercato di porre rimedio il governo siriano, distribuendo cibo, aiuti ed introducendo agevolazioni fiscali e nuovi prestiti per gli agricoltori.
La dieta di Turkya e dei suoi figli si limita da mesi a sole lenticchie e pasta, e i risparmi raccolti vendendo le pecore si stanno dissolvendo per acquistare acqua potabile. La regione dispone di un sistema di canali per l’irrigazione, adibiti in questi ultimi anni al trasporto di acqua potabile prelevata dalle falde. Il livello delle acque è però oggi troppo basso anche per quest’uso: l’acqua ristagnante è ad alto rischio di contaminazione.

“Perché la comunità internazionale interviene solo quando è troppo tardi?” si chiede Abdullah Bin Yehia, rappresentante siriano della Fao. “Se noi interveniamo adesso, possiamo ridurre sia la sofferenza che i costi dell’operazione. Intervenire all’ultimo minuto comporta un alto costo di vite umane, di spesa economica e, moralmente, è semplicemente sbagliato” conclude Bin Yehia.
A causa della malnutrizione la piccola Sabrine ha perso i capelli ed un suo fratello non è stato accettato a scuola perché privo della divisa obbligatoria (del costo di 11 dollari Usa), che non rientra nel budget di Turkya.
Marouf, il maggiore, ha contribuito all’aumento dei rifugiati dell’acqua, partendo con la moglie e i due figli. Hanno una tenda in uno dei tanti campi sorti attorno alle grandi città (Damasco, Aleppo e Homs) e quando è il giorno fortunato, Marouf lavora in una vicina azienda per 5 dollari Usa al giorno. La sua famiglia non ha beneficiato di alcun aiuto, e la prospettiva di un inverno in tenda è tragica. Il desiderio di rientrare nel paese di origine è forte, ma Marouf è cosciente dell’impossibilità di vivere oggi a Mjebre.
La provincia più toccata dalla grave siccità è Hasake, ed è l’esempio di come l’emigrazione sia solo una delle conseguenze cui si va incontro: la povertà divampa ed i bambini sono strappati dalle scuole per andare a lavorare.
La Siria ha una forte dipendenza in termini di approvvigionamenti idrici dalla Turchia, da cui nascono i fiumi che irrigano il Paese, ma la Turchia sta soffrendo a sua volta la carestia, e per questo trattiene più acqua, il che aggrava la situazione.
Le relazioni fra i due Paesi giocano in quest’ottica un ruolo di prima importanza, e i rapporti più distesi fra Damasco e Ankara visti in questi ultimi tempi lasciano spazio per una auspicabile collaborazione in tema di risorse idriche che allenti quanto più possibile la morsa della siccità.

Fonte: Osservatorio Iraq.

siccità

Siria: una questione di diritti civili.

Il movimento per i diritti civili in Siria sta festeggiando il successo di una campagna per bloccare i proposti cambiamenti della legislazione nazionale sui diritti della persona che – affermano – avrebbe annullato anni di dure lotte a favore dei diritti delle donne e delle libertà personali.

Basata su un forte utilizzo dei social network quali Facebook, la campagna è stata lanciata tre mesi fa dopo che era stata resa nota una nuova bozza di legge scritta per sostituire l’intera Legge sui diritti della persona del 1953. Organizzazioni per i diritti civili, membri del Parlamento e rappresentanti religiosi sostenevano che la bozza di legge rafforzava vecchie leggi che necessitavano fortemente di una revisione e aggiungeva nuove clausole che portavano la Siria indietro negli anni. Gli attivisti hanno definito la proposta di legge “terrificante” e hanno accusato il comitato responsabile di averla scritta di tentare di imporre in Siria interpretazioni islamiche estremistiche “simili a quelle dei Talebani”.

Nel frattempo, punti poco chiari sull’applicabilità o meno della legge a tutte le diverse comunità religiose hanno contribuito a gettare benzina sul fuoco.

Sostenendo che la bozza di legge contraddiceva la Costituzione siriana, interferiva con le leggi dei tribunali religiosi siriani e andava contro i pronunciamenti più moderni in materia di diritti delle donne e dei bambini, le organizzazioni della società civile hanno di recente obbligato il governo a dichiarare la bozza di legge ufficialmente cancellata. La campagna senza tregua lanciata sul web in opposizione alla bozza resta una pietra miliare nel movimento per i diritti civili del Paese.

“La campagna che gli attivisti hanno lanciato contro la bozza di legge ha significato un progresso per la società civile – ha detto Antoine Mousleh, capo della Chiesa di San Giovanni a Damasco – I limiti sono stati superati quando si è arrivati a criticare la legge e la gente si è dimostrata più aperta. Pochi anni fa, questo non sarebbe potuto accadere”.

Un dibattito acceso

Per i sostenitori della bozza di legge – notoriamente pochi e divisi tra loro – la controversia non ha alcun valore. Negano che la bozza sia estremistica, sostenendo che si adegua alla legge della sharia così come dovrebbero fare tutte le materie relative allo status della persona.

“Non sono rimasto sorpreso dalla bozza di legge, è molto simile a quella attuale – sostiene Khalid Rashwani, un avvocato specializzato in diritto penale e sharia – Alcune persone interessate ai diritti delle donne hanno sollevato un grande polverone sull’argomento, ma non ce n’era bisogno. Le leggi sui diritti della persona dovrebbero seguire la legge religiosa, dove i diritti delle donne sono specificati, così potremmo accettare tutto ciò. Perché è stata messa in relazione ai Talebani? Molte persone in Siria concordano sul fatto che la sharia dovrebbe essere applicata per quanto riguarda lo status della persona e nel diritto di famiglia”.

La posizione di Rashwani viene rifiutata dagli attivisti come Bassam Kadi, direttore dell’Osservatorio siriano per le donne. Kadi sostiene che la bozza di legge non rappresenta il punto di vista della maggioranza dei siriani, ma quello di una minoranza che sta abusando del termine sharia per imporre il proprio punto di vista estremistico.

“Questa bozza di legge non rappresenta il punto di vista della società siriana né del governo siriano – afferma – Sharia è un termine troppo vasto da applicare in questo caso. Sharia è qualunque cosa sia stata tramutata in legge dai musulmani; dunque se si afferma che questa bozza di legge si adegua alla sharia allora bisogna specificare a quale. La sharia può essere quello che dice Osama Bin Laden o chiunque altro. In questo caso, sharia viene usata come scusa per applicare leggi islamiche estremistiche”.

Uno degli articoli più controversi della bozza di legge è l’articolo 21. Prevede la creazione di una struttura legale che abbia, tra gli altri poteri, quello di far divorziare una coppia anche senza il loro consenso se uno dei due è ritenuto un murtad, cioè un musulmano che abbia rinnegato la propria fede.

Secondo Rashwani, il potere di questa struttura è necessario e legittimo. “Se un uomo viene riconosciuto come murtad, naturalmente deve essere separato dalla propria moglie – dice – Una donna musulmana non può essere sposata con un non musulmano, perciò una struttura indipendente deve poter far divorziare la coppia”.

Contrariamente a questo punto di vista, critici come Kadi affermano che nessuno abbia il diritto di speculare sulle credenze di un’altra persona o interferire in un matrimonio senza almeno il consenso di uno dei due coniugi.

Pressioni sui moderati

Mohammed al-Habash, membro del Parlamento e direttore del Centro di studi islamici di Damasco, afferma che la legge proposta è stata un tentativo di fare pressione sui musulmani moderati perché si conformassero agli insegnamenti più conservatori. “Questa struttura legale potrebbe essere usata come un’arma per fare pressione sui musulmani moderati – sostiene Habash – O seguiranno gli stessi principi e azioni che raccomanda la struttura, oppure saranno considerati dei murtad e di conseguenza separati dai loro compagni”.

Altre parti della legge proposta ricusate dai critici comprendono gli articoli 63 e 92 che proibiscono ai laici di sposarsi. “Ogni persona ha il diritto di sposarsi qualunque sia il suo credo – dice Habash – Quindi non sono d’accordo con il tentativo di impedire ai laici di sposarsi”.

Sono state proposte anche delle restrizioni per i matrimoni tra fedi religiose diverse fuori dai tribunali religiosi. L’articolo 38 della bozza di legge afferma che una donna non musulmana sposata a un musulmano fuori dai tribunali islamici non può registrare legalmente il suo matrimonio, a meno che il marito non sia d’accordo. Un musulmano, d’altra parte, può registrare il suo matrimonio anche se la presunta moglie ne neghi l’esistenza. “Questa legge è totalmente inaccettabile – afferma Mousleh – Se un musulmano dice che una donna è sua moglie, è così; è sua moglie qualunque cosa lei dica. La sua parola non conta nulla. Questa legge tratta le donne di fede cristiana come le donne ai tempi delle antiche guerre, quando venivano catturate come trofei.”

Altro motivo di preoccupazione era l’articolo 140, che affermava: “Un marito è obbligato a pagare le spese degli studi della moglie secondo le sue possibilità economiche fin quando gli studi della moglie non contrastino i suoi obblighi familiari”. I critici sostengono che questo articolo significherebbe per le ragazze giovani perdere il diritto allo studio, aggiungendo che ciò andrebbe contro le riforme che hanno innalzato l’età degli studi obbligatori a 15 anni. “Questa legge significa che un marito potrà impedire lo studio alla moglie di 13 anni con la scusa che ciò le impedisce di occuparsi dei lavori casalinghi – afferma Kadi – Si tenta di minare i progressi fatti con la riforma scolastica in Siria”.

Gli attivisti sono anche arrabbiati per il fatto che la bozza di legge conteneva ancora numerose clausole che da lungo tempo avevano cercato di cambiare. Esattamente come nella legge attuale, l’articolo 45 della bozza di legge permette ai ragazzi di sposarsi a 15 anni ed alle ragazze a 13 anni . Il rafforzamento di questa legge rappresenta un duro colpo per gli attivisti, che hanno lavorato a lungo per innalzare l’età del matrimonio a 18 anni. “I ragazzi di quella età non sanno neppure cosa significhi il matrimonio, figurarsi creare una famiglia – afferma Kadi – La legge dovrebbe essere cambiata”.

Rashwani, tuttavia, dice che permettere il matrimonio all’età di 15 anni per i ragazzi e 13 per le ragazze non solo è appropriato, ma a volte necessario. “I ragazzi e le ragazze che vivono a Deir ez-Zor, per esempio, maturano prima per la dura realtà della regione di Jazeera, perciò dovrebbero potersi sposare prima. A volte è anche necessario per una ragazza sposarsi prima, perché ha perso entrambi i genitori e non ha nessuno che si occupi di lei.”

Preparata in segreto

Gli oppositori della legge sono anche preoccupati fortemente dal modo in cui la legge è stata preparata – in segreto da una commissione di studiosi anonimi della sharia, senza alcuna conoscenza o intervento di altre parti sociali e religiose interessate – e inviata direttamente all’ufficio del primo ministro invece che al Parlamento per una pubblica discussione.

“Io la chiamo una cospirazione, perché la bozza non è stata mandata in Parlamento – dice Kadi – La commissione conosceva le reazioni che avrebbe suscitato tale bozza di legge ed è per questo che non l’hanno resa pubblica. Hanno inviato il documento ai pochi ministeri e istituzioni interessati, con una nota che fissava una scadenza di una settimana per eventuali commenti. Una settimana non è abbastanza per leggere una legge di così ampio raggio, figuriamoci per commentarla”.

Habash espone preoccupazioni simili. “Il primo ministro ha dato il permesso al (ex) ministro della Giustizia di scegliere la commissione, ma purtroppo questo ha scelto solo nell’ambito di una parte della società siriana. La maggior parte dei siriani crede che – quando di tratta di questioni personali – dovremmo seguire la nostra religione. Ma ciò non significa che si debba chiedere solo a un settore. Tutti i gruppi devono essere consultati quando si tratta di leggi così significative”.

Ci sono state molte speculazioni sul perché sia stata data a una commissione così ristretta il potere di scrivere la bozza di legge. Secondo Kadi, il governo è rimasto sorpreso dai risultati della bozza tanto quanto i gruppi per i diritti civili. “Il governo ha seguito le procedure e ha chiesto al ministro della Giustizia dell’epoca di predisporre la commissione – dice – Tuttavia, non ha controllato l’operato della commissione e quello che stavano scrivendo. Prima di saperlo, la bozza di legge era già stata scritta e stava già causando dei problemi”.

La proposta di legge è stata accantonata dal governo (il ministro degli Esteri siriano Walid al-Mu’allem ha dichiarato il mese scorso al quotidiano locale in lingua inglese The National che non sarebbe mai passata), ma i sostenitori dei diritti civili come Kadi sostengono che gli attivisti non possono riposare sugli allori. Recentemente, Kadi ha detto che la responsabilità del perché la bozza di legge sia riuscita a raggiungere uno stato così avanzato risiede nella società civile.

“Il problema è che le organizzazioni della società civile in Siria hanno una fobia nei confronti dell’Islam. Molti non criticano le interpretazioni azzardate perché hanno paura di essere etichettati come non credenti. Il contenuto di questa bozza di legge è un errore della società civile, perché non ha mantenuto il controllo sulle figure estremiste che hanno provato ad infiltrarsi nel sistema”.

Fonte: Osservatorio Iraq.

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