Egitto: bloggers battono la tortura

Abusano di innocente: agenti condannati

Un miracolo. Un sogno che diventa realtà. O (ma speriamo di no) l’eccezione che tristemente conferma la regola. Definitelo come volete ma quanto accaduto in Egitto il 5 novembre ha ben poco di normale: un tribunale del Cairo ha condannato a tre anni di carcere i poliziotti Islam Nabih e Reda Fathi, per aver torturato e violentato un autista di pullman. Un evento, visto che le forze dell’ordine da quelle parti risultano “spregiudicate”, tanto per limitarsi a un eufemismo. Ma quello che fa ancora più specie è il fatto che alla sentenza si sia arrivati grazie alla mobilitazione dei blogger egiziani capaci, con un tam tam mediatico senza pari, di sfondare il muro di gomma dell’opinione pubblica. E ora, giustamente, esultano.

 

Come dar loro torto?
Loro per primi si sono indignati nel gennaio 2006 per la sorte di Emad al-Kebir, 22enne autista finito nel commissariato di Boulaq el-Dakrour per aver cercato di sedare una discussione tra un cugino e un agente di polizia. L’uomo è stato violentato con un bastone, obbligato a dichiararsi omosessuale, filmato con un telefonino e poi rilasciato. Salvo poi venir arrestato tre mesi per resistenza a pubblico ufficiale, sempre per la rissa di quel maledetto gennaio 2006. Certe dell’impunità, le forze dell’ordine egiziane hanno pensato bene di mostrare più volte quel video a tutti gli amici e conoscenti di al-Kebir, in una società dove la diversità sessuale è ben lungi dall’essere tollerata. Pare – ma la notizia non ha riscontri ufficiali – che il padre di al-Kebir sia morto dopo aver visto le immagini.

Una sequenza da brividi
Il video che circola in Rete (la visione è consigliata a un pubblico adulto e preparato, ndr) è di per sé atroce. Emad al-Kebir è sul pavimento con i calzoni abbassati. Da lui arrivano urla di un dolore disumano, dai poliziotti parole che sembrano di scherno. Il filmato, grazie ai blogger, è stato postato su YouTube e sui suoi fratelli, così l’indignazione ha superato i confini dell’Egitto. Si sono mosse le associazioni per i diritti umani, giornalisti (su tutti Kevin Anderson del “Guardian” ) e, manco a dirlo, altri blogger. Ed è arrivata la condanna, storica per l’Egitto vuoi perché si puniscono funzionari pubblici vuoi perché per la prima volta è stato decisivo un video preso dalla Rete.

Decine di altri abusi
Comprensibile la gioia in aula di Emad al-Kebir alla lettura della sentenza per i suoi aguzzini (che hanno preannunciato ricorso in appello). Con lui, i blogger egiziani hanno vinto una battaglia, non la guerra: Sand Monkey, Demaghmak, Misrdigital, Arabist, Zeinobia hanno online un tristissimo archivio di torture commesse dalle forze dell’ordine. Per chi è forte di stomaco buona ricerca con le piattaforme di video-sharing. Per gli altri basti pensare a una donna sospettata di omicidio: l’hanno legata mani e piedi a un bastone appoggiato sullo schienale di due sedie. La vittima è ripresa mentre penzola nel vuoto. Più si muove, più urla. Finirà mai tutto questo?

 

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