“Underground”

Un film di Emir Kusturica del 1995.
Penso di averlo visto almeno una ventina di volte…

La ex-Jugoslavia colta in tre epoche storiche distinte: la Seconda Guerra Mondiale e la relativa occupazione nazista, la Guerra Fredda ed il governo titino, la Guerra nei Balcani che disintegra l’unità jugoslava.
Ma forse le distinzioni, a posteriori, appariranno non nette.

La Storia è visitata attraverso le microstorie private di tre amici: due compagni di lotta partigiana, Marko e Il Nero, ed una famosa attrice teatrale, Natalja (quest’ultima ricorda in modo indiscutibile la “Volpina” del capolavoro di Fellini “Amarcord”, sia per la sensualità che per la condizione psichica).
La comune passione per quest’ultima indurrà uno dei due patrioti a concepire un diabolico piano.
Costringe infatti l’amico ed altri combattenti con le loro famiglie ad una vita clandestina organizzata in un sotterraneo dove, in assoluta malafede, verrà fatto credere che la lotta ai nazisti non raggiunge mai la fine e che per questo devono continuare senza sosta a produrre illegalmente armi per combattere il nemico: le vittime si crederanno di fatto congruenti ad uno strategico progetto di resistenza condotto dallo stesso Tito, crederanno di essersi immolati per la causa nazionale (con tanto di finte sirene che segnalano i bombardamenti, cerimonie celebrative fasulle e la proiezione di falsi lungometraggi patriottici ispirati alle gesta dei sepolti vivi). Non sapranno però che il loro lavoro clandestino servirà soltanto ad alimentare un traffico di armamenti illegale e mercenario.

Tutto procederà secondo i piani di Marko sino a quando, stanchi della clandestinità, i reclusi decideranno di riemergere. Caso vorrà che finiranno subito nel bel mezzo di un set cinematografico dove viene girata una pellicola dedicata a loro. Inevitabili saranno gli equivoci e le conseguenti sparatorie.

Ritroveremo poi tutti in epoca odierna. I due amici saranno uno ancora combattente, l’altro mercante di morte.

A sottolineare i momenti più drammatici, così come a trasportare in un vortice di allegria nelle scene più grottesche sono le perfette musiche di Goran Bregovic, che vestono alla perfezione ogni attimo della pellicola.

In questo film si sovverte il criterio di verosimiglianza, pur portando avanti un discorso nel regime Comunista nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.
Kusturica, infatti, utilizza delle forme iperboliche per descrivere il Comunismo europeo tra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta.
Se dovessi scegliere un romanzo per descrivere queste film non avrei dubbi: ha la stessa vorticosa ed estraniante struttura di “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez.

All’inizio degli anni Settanta il regista frequenta la Scuola di Cinema di Praga (una delle due più prestigiose, l’altra è nella città polacca di Lotz) dove, tra gli altri, insegnano Kundera, Vàvra e Forman (questo è forse il più conosciuto, sua la regia di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”).
E’ grazie ad i loro insegnamenti che si appassiona ai registi surrealisti come Bunel, Fellini e Melies, tanto da far proprie alcune loro tecniche narrative e di ripresa. Tuttavia, una buona parte delle scene, soprattutto quelle più divertenti, sono di stampo prettamente americano: slapsticks, i cartoons mentre la protagonista balla in casa, Il Nero a cavallo all’inizio della pellicola che fa il verso al John Wayne di “Ombre Rosse”…
Però non si può nemmeno scrivere di citazionismo puro e semplice: il regista fa un ulteriore passo avanti, giunge alla congruenza con l’articolazione della storia del Cinema. Rielabora e trasforma la realtà tanto da avvicinarsi al Realismo Magico degli anni Trenta.
Sul piano stilistico è molto più interessato al profilmico che al filmico: ad esempio, il montaggio è lineare, classico dove non ci sono flashback ma accadono fatti assolutamente deliranti.

“Underground” venne presentato al Festival di Cannes, contrapposto a “Lo sguardo di Ulisse” di Anghelopulos. Filo-serbo il primo, filo-bosniaco il secondo.
Kusturica infatti si definisce un “regista serbo di Sarajevo” anche se da questa città è fuggito nel momento di pericolo, lasciandosi alle spalle la sua terra e la sua gente.
Viene accusato di non capire più la lingua della sua terra per aver passato troppo tempo all’estero. E questa stessa accusa sarà rivolta da lui stesso a Marko, uno dei personaggi del film che vi sto per illustrare.

In quest’opera i bosniaci non vengono mai menzionati, e la stessa rappresentazione della guerra in Bosnia viene resa in modo semplicistico: non ci sono mai nè aggressioni nè aggrediti, le uniche figure veramente negative sono quelle dei Caschi Blu dell’O.N.U.; sottolineando la resistenza contro gli invasori tedeschi si mette in evidenza la forza della Serbia e quella dei suoi veri patrioti, non come i croati ed i bosniaci, che, come si vede nelle sequenze iniziali, accolgono gli oppressori.
Alla discontinuità stilistica della favola (che non è presente nella terza parte), il film si fa più cupo e si fa trascinare dalla problematica politica.
Solamente uno dei due protagonisti, Il Nero, resta jugoslavo fino alla fine, non serbo, non croato, non bosniaco.
I partigiani sono quasi sempre rappresentati come macchiette e non si vedono mai ne’uccidere ne’ combattere i tedeschi invasori. Al contrario, Marko uccide Frantz per due volte (vedete il film e capirete), Il Nero uccide due attori.
In questo discorso può entrare a pieno titolo Piccione, il capobanda dell’orchestra di fiati. Proprio lui da il senso di come gli eventi vengono vissuti: ripete in continuazione “CATASTROFE!” ma non fa nulla per evitarla…
Tutto si vive come Destino, come un castigo di Dio dal quale è impossibile fuggire.
Si sceglie quindi il Mito, non la Storia.
Questo si rifà ad una delle questioni centrali dell’opera, quella della bugia: tutti sono stati ingannati prima dalla Storia, poi dagli uomini.

E’ interessante notare i due tipi ti tempi narrativi utilizzati nelle diverse dimensioni:
Vettoriale: lineare e progressivo dal ’41 al ’92 con didascalie ed immagini di repertorio;
Circolare (che prevale): il film si apre e si conclude con la frase “…c’era una volta un Paese…” e con due azioni analoghe, Il Nero che entra nel Partito e lui nella vita adulta.

Altrettanto interessante è la struttura a triade che viene usata spesso dal regista (anche in altre sue opere):
Guerra -> Guerra Fredda -> Guerra dei Balcani
Vitalità -> Disastro -> Resurrezione

Per tutto il film è poi presente il “ritorno all’identico” (Ivan che si impicca, i matrimoni con la fuga della sposa, i tradimenti di Marko e la sua punizione, dove deve sempre fare il cavallo) che serve a creare una sorta di tempo immobile. E questo si ritrova anche quando si vede il sotterraneo: il tempo vissuto li è simile a quello vissuto durante il regime comunista.
Questo gioco di ripetizioni è usato anche sul piano musicale. Il regista usa la canzone “Lili Marlene” sia per il montaggio delle immagini dell’arrivo dell’Esercito tedesco che per i funerali di Tito.
La tecnica cambia per il finale.
Qui il regista decide di utilizzare la favola, per non doversi confrontare con la Storia: la guerra nei Balcani era terminata da poco tempo, si può dire che Kusturica non ha il tempo materiale per elaborare il lutto, per osservare con il necessario distacco quanto sia avvenuto.
Questa scelta della narrazione in forma di favola però avviene già leggendo i cartelli iniziali: oltre alla forza della paternità viene iterata la frase “…c’era una volta…” come se tutta la storia venisse raccontata oralmente, peculiarità appunto delle fiabe tradizionali.

Le immagini di repertorio non sono state usate soltanto per motivi economici (che hanno comunque travagliato la produzione del film) ma, soprattutto, per ottenere un composito, un’opera indicativa rispetto alla questione del racconto filmico attraverso le rappresentazioni che in un regime giocano (molto spesso) tra propaganda ed inganno.
“Underground” può essere a pieno titolo definito un film sullo statuto delle immagini e di come queste vengano manipolate, distorte durante le dittature.
I trucchi, le contraffazioni ed i colori falsati dei fotomontaggi riflettono l’uso che le varie dittature hanno fatto delle immagini. Queste sono manipolate così come Marko gestisce a suo piacimento (e per suo lucro personale) la vita nel sotterraneo, i copioni che la moglie deve recitare, i finti allarmi e spiando tutti con una sorta di telecamera.
Inganni e bugie.
Ci sono i mentitori, ma c’è sempre anche un pubblico pronto ad ascoltarli e a credere loro.
E questo vale sia per gli spettatori a teatro che per i rinchiusi nel sotterraneo.

E’ però anche un film sugli intellettuali di regime: Marko e Natalja sono infatti la brutta copia dell’opulenza occidentale (tentano di ricalcare maldestramente le orme di Miller e della Monroe in America), magistralmente sottolineata in uno dei passaggi dal “twist balcanico” “Ringe ringe raya” composto da Bregovic.
Tornando all’uso delle immagini, è interessante notare come dalla prima parte dell’opera la violenza sia legata al repertorio o sia in qualche modo fuori dal contesto: sotto i bombardamenti non vengono fatti vedere uomini morenti, ma a perire sono gli animali dello zoo che vengono resi in qualche modo antropomorfi.

Una delle sequenze più colta e densa di citazioni è senza dubbio quella che si svolge nel teatro.
Il regista ricalca a piene mani dall’inizio del film “Vogliamo Vivere!” di Ernst Lubitsch (1942): lo spettatore non riesce subito a capire dove sia la realtà e dove inizi la sua rappresentazione.
Viene rappresentato un dramma borghese ottocentesco (ricalcando Ibsen, Tchecov…) ma il regista non cerca il semplice filmare una scena di teatro colto, vuole invece rendere una sorta di caricatura, una presa in giro di una cultura che lui rifiuta. Ripudia anche alcuni aspetti del Cinema americano classico, la cui canzonatura si trova invece nella scena del set nella terza parte della pellicola.
Si utilizza qui il meccanismo (che poi tornerà in altre sequenze) della finzione nella finzione.
Sia a teatro che sul set del film ci sono artisti venduti al potere.
In palcoscenico Il Nero esegue un vero e proprio “one man show” sulla falsariga di quelli anni Quaranta, mentre Marko sul set non riesce a distinguere tra finzione e realtà.
Gli attori a teatro recitano in lingua tedesca: si vuol sottolineare come Natalja si sia assoggettata agli invasori (anche se in un passaggio dirà che la sua lingua natale è il russo…), così come hanno fatto molti intellettuali.

Proseguendo nella narrazione Kusturica propone (qui come in altre sue opere) una parodia della Jugoslavia degli anni Sessanta.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, a differenza degli altri Paesi dell’Est, questa nazione si aprì subito all’economia e all’opulenza occidentale diventandone però la brutta copia, proprio come già esposto per Marko e Natalja.
E’ interessante come questi due non abbiano figli.
I veri personaggi del film sono i padri, e lo si capisce dai primi cartelli di apertura. Il Nero si impegna per il figlio, Ivan cerca la scimmia che allattava con un biberon all’inizio del film.
La questione della paternità include il rapporto tra le generazioni durante il Regime: da una parte c’è Tito, dall’altra una generazione che vuole finalmente uscire.

Interessante è analizzare la sequenza del set cinematografico.
Qui abbiamo sia la visione Titoista che propagandistica della vicenda.
Il regista è una caricatura pura dei suoi colleghi anni Sessanta.
Inizia tutto con il solito fluire tra finzione e realtà: gli attori recitano in modo decisamente caricaturato proprio come quelli a teatro; quello che impersona Marko non riesce ad uccidere Frantz nemmeno nella finzione e l’arrivo del Nero con il figlio ci fa avere anche i doppi personaggi, con un gioco di ciclicità e ritorno tenuto in equilibrio perfetto.

Altro momento clou è sicuramente quello dei funerali di Tito.
Kusturica qui prende ispirazione dalla sequenza dei funerali di Togliatti (avvenuti nel 1964) inclusi da Pier Paolo Pasolini in “Uccellacci Uccellini” (1966). Anche questo del regista italiano può essere inteso come favola dato che l’elemento narrante è un corvo parlante.
In entrambe le opere durante la scena del funerale tre sono gli elementi cardine:
la bara con il corpo del leader morto;
le autorità;
la folla che si divide in due tipi di inquadrature: la massa con le bandiere e i singoli uomini, ognuno con un dolore privato.

C’è però da specificare che la colonna sonora scelta da Pasolini enfatizza maggiormente il momento.

Nella terza parte di “Underground” la favola viene meno.
Si vedono i veri morti e le vere esplosioni.
Si piange sulla perdita della mescolanza culturale.
Tuttavia la fiaba ritorna nell’ultima parte in una sorta di palingenesi storica che non può che avere tratti onirici.
Grazie all’acqua sembra quasi che tutti si siano purificati per la rinascita. Una visione sicuramente tratta da “L’Atalante” di Vigo.
In un finale che mescola Fellini al Kantor di “Classe Morta”, durante la festa di nozze tutti sono felici e ballano su una porzione di terra che lentamente va alla deriva, segno di una Jugoslavia che non tornerà più.

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3 risposte a ““Underground”

  1. Non conoscevo questo film. Dopo una recensione così devo assolutamente vederlo!!!
    Grazie
    Fausta

  2. Troppo buona Fausta ^.^ .
    E’ un film decisamente impegnativo e lungo: ma vedrai che le oltre tre ore della durata passeranno in un lampo…

  3. Avevo visto questo film qualche anno fa.
    Dopo questa recensione volo a comprarne una copia: devo assolutamente rivederlo!
    Grazie ancora.

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