Il nemico

«Nella valle dell’Aisne le mattine d’autunno erano sovente nebbiose. Poiché molti tiravano di fucile, ma nessuno era cacciatore, si era sviluppata una ricca fauna di piccoli animali selvatici. Il nostro Maggiore era ghiotto di pernici. Si era fatto portare il suo equipaggiamento da caccia e nelle mattine di nebbia andava a caccia fra i reticolati. Invece del berretto da ufficiale egli portava, con grande spasso dei suoi soldati, un cappellaccio e in mano aveva un bastone; alla spalla teneva appesi il fucile e il carniere. Non c’è dubbio che, abbigliato in quel modo, avesse l’aria di un cacciatore.

Per noi le sue spedizioni di caccia erano una questione delicata. Non volevamo perdere il nostro Comandante e perciò, di nascosto, avevamo piazzato due mitragliatrici per proteggerlo nel caso che un colpo di vento improvviso disperdesse la nebbia.
Una mattina avvenne ciò che temevamo: si alzò il vento.
La nebbia scomparve in pochi secondi, proprio nel momento in cui il maggiore si trovava davanti al reticolato francese, a pochi metri dalla trincea nemica.
La cosa più ovvia sarebbe stata che egli si fosse gettato a terra, su quel suolo un po’ ondulato e coperto di erba alta, e avesse cercato di tornare indietro ino a noi, ma con nostra sorpresa il maggiore non lo fece.
E noi dimenticammo di sparare.

I francesi dovevano essere ben più sbalorditi di noi.
Con cautela spiarono oltre il parapetto; nessuno sparò.
Forse uno alzò il fucile, ma il maggiore lo minacciò col bastone da caccia, come avrebbe fatto Federico il Grande.
E d’un tratto dieci o dodici soldati francesi uscirono dal riparo, ridendo e gridando: “Bonne chasse, Colonell! Bonne chasse!”.
Il Maggiore li salutò amichevolmente con la mano e poi, con una lepre in spalla, tornò lentamente verso la nostra trincea.
Se in quei pochi minuti in cui egli aveva costituito un ottimo bersaglio fosse stato colpito da una pallottola mortale, tanto i francesi quanto i tedeschi l’avrebbero considerato un assassinio. Dopo altri cinque minuti, uccidere un nemico già non era più un assassinio. Quale segreto si annida in questa contraddizione?».

Tratto dall’opera di Peter Bamm “Eines Menschen Zeit“, ed.1972.

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