Archivi del mese: gennaio 2009

P.A.M. Foodforce

Il Programma Alimentare Mondiale ha lanciato sul proprio portale una serie di giochi molto interessanti, soprattutto se avete bambini o adolescenti in famiglia.
Utilizzando questi passatempi possono infatti conoscere in modo diverso ed interattivo il problema della fame nel Mondo, le cause e tutte le soluzioni che i vari operatori mettono in atto per tentare di risolvere il problema.

Il link è: http://www.food-force.rai.it/ .

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Il testamento di un giornalista

In Sri Lanka c’è un mestiere, oltre a quello del soldato, che richiede il sacrificio della vita. E’ il lavoro del giornalista. Negli ultimi anni i mezzi di infromazione indipendenti hanno subìto un numero crescente di attacchi. Le loro sedi sono state bruciate, bombardate o chiuse. Molti giornalisti sono stati intimiditi, minacciati o uccisi.

Lavoro nel giornalismo da tanto tempo. Nel 2009 il Sunday Leader compie quindici anni. In questo periodo sono cambiate molte cose nello Sri Lanka, soprattutto in peggio. Siamo nel pieno di una guerra civile combattuta da individui assettati di sangue. Il terrore, che venga dal terrorismo o dallo stato, è all’ordine del giorno. L’omicidio è il principale strumento con cui lo stato tenta di controllare chi difende le libertà civili. Oggi sono i giornalisti, domani saranno i giudici.

Il Sunday Leader è un giornale controverso perché noi chiamiamo le cose con il loro nome. Non usiamo eufemismi. I nostri articoli d’inchiesta si basano su prove documentarie ottenute grazie al senso civico dei cittadini, che ci fanno arrivare il materiale correndo grossi rischi. Ogni giornale ha il suo taglio, e noi non nascondiamo il nostro. Ci impegnamo perché lo Sri lanka diventi una democrazia trasparente, laica e liberale. Trasparente perché il governo deve rispondere al popolo e non abusare della sua fiducia. Laica perché, in una società multietnica, il laicismo è l’unico terreno comune. Liberale perché tutti gli esseri umani sono diversi e vanno accettati per quello che sono. E democratico: se c’è bisogno che vi spieghi perché, è meglio che smettiate di comprare questo giornale.

Il Sunday Leader non si è mai nascosto dietro le opinioni della maggioranza. Abbiamo sostenuto che il terrorismo separatista va debellato ma che è più importante analizzarne le cause. Ci siamo anche battuti contro il terrorismo di stato nella cosiddetta guerra al terrore e non abbiamo taciuto il nostro orrore per il fatto che lo Sri Lanka è l’unico paese al mondo che bombarda regolarmente i suoi cittadini. Per questo siamo stati definiti traditori. Ma se questo è tradimento, allora ne siamo orgogliosi.

La nostra ostilità per la guerra non deve essere confusa con il sostegno alle Tigri. Le Tigri per la liberazione della patria Tamil (Ltte) sono una delle organizzazioni più spietate e sanguinarie del mondo e vanno eliminate. Tuttavia, combatterle violando i diritti dei cittadini tamil, bombardandoli e uccidendoli senza pietà, non solo è sbagliato ma disonora i singalesi. L’occupazione militare del nord e dell’est del paese costringeranno i tamil di quelle zone a vivere per sempre come cittadini di serie B. Non pensate di poterli placare ricoprendoli di “sviluppo” e “ricostruzione” dopo la guerra. Le ferite li segneranno per sempre. Si sa che sono stato brutalmente aggredito in due occasioni e che, in una terza, hanno sparato raffiche di mitragliatrice contro casa mia. Malgrado le ipocrite dichiarazioni del governo, la polizia non ha mai aperto un’indagine seria per scoprire chi fossero gli autori delle aggressioni, ancora a piede libero. Ho motivo di credere che tutti e tre gli episodi siano stati ispirati dal governo. Quando sarò ucciso, il responsabile sarà il governo.

Ricordatevi questo: il Sunday Leader esiste per voi, che siate singalesi, tamil, musulmani, di casta bassa, omosessuali, dissidenti o invalidi. Il suo staff continuerà a lottare, indomito e senza paura, con il coraggio a cui siete abituati. Non date per scontato questo impegno.

Sia ben chiaro che qualunque sacrificio facciamo noi giornalisti, non è per la gloria o l’arricchimento personale: è per voi. Che lo meritiate o meno è un’altra questione. Quanto a me, Dio solo sa se ci ho provato.

Lasantha Wickramatunga

Direttore e fondatore del settimanale srilankese “The Sunday Leader”, è stato assassinato l’ 8 gennaio 2009 mentre si recava al lavoro in automobile.
Questo articolo è uscito tre giorni dopo con il titolo “And then they came for me” .

Fonte: Internazionale.

Vietnam: la testimonianza di madri “derubate” dei loro figli

Arriva da uno studioso americano, Bille Larsen, la denuncia di alcuni casi di adozioni illegali di bambini vietnamiti, all’insaputa delle loro madri. L’esperto riporta nelle colonne del principale portale di informazione sull’infanzia vietnamita – Vietnam News – la testimonianza della sua ultima missione in uno dei Paesi considerati di “nuova frontiera per le adozioni internazionali”.

Larsen ha incontrato un gruppo di madri appartenenti a una minoranze etnica, i Ruc, con una drammatica storia in comune: i figli erano stati adottati all’estero senza il loro consenso. Le madri hanno raccontato a Larsen di aver lasciato i figli in un Centro di assistenza per l’infanzia, in tempi di ristrettezze economiche, per garantire loro un pasto e un tetto. Una volta arrivati nel Centro i bambini sono stati inseriti nella lista dei bambini adottabili e, nel giro di pochi mesi, portati all’estero da coppie straniere.

“Con la disperazione nel cuore, i funzionari del Centro mi hanno detto che ero troppo lontana per essere avvisata della decisione di dare in adozione mio figlio.” Questa è una delle testimonianze raccolte da Larsen da una madre Ruc che vive nella remota provincia di Quang Binh, nel Vietnam centrale. Negli ultimi anni, diverse famiglie Ruc avevano deciso di affidare per qualche mese i loro figli ai Centri di assistenza per l’infanzia. I direttori delle strutture approfittavano dell’analfabetismo dei genitori per fargli firmare la dichiarazione di abbandono. In questo modo le famiglie, senza rendersene neppure conto, rinunciavano ai loro bambini. La scoperta dell’inganno avveniva al ritorno nel Centro, quando le madri scoprivano che il loro figlio viveva all’estero con una nuova famiglia.

Le autorità vietnamite hanno avviato una serie di indagine per far luce su questi episodi. Anche l’ambasciata degli Stati Uniti ad Hanoi ha aperto un’indagine sulla vicenda per capire se e quante famiglie americane hanno adottato bambini vietnamiti ignare degli inganni dei funzionari degli orfanotrofi; le autorità italiane stanno indagando su quattro casi di bambini RUC adottati da famiglie italiane.

Lo scorso giugno la polizia ha arrestato i capi dei Centri sanitari comunali di un’altra provincia vietnamita – Nam Dinh – da cui sono stati adottati illegalmente oltre 300 bambini da famiglie francesi e italiane.

Per frenare i casi di adozioni illegali, il Governo vietnamita ha approvato negli ultimi mesi una serie di politiche tese a rafforzare la legislazione sulla protezione per l’infanzia, centralizzare le attività di adozione e la gestione dei fondi erogati ai Centri di assistenza per l’infanzia e gli istituti.
In un’intervista alla stampa locale, il capo dell’Agenzia per l’Adozione internazionale del Ministero della Giustizia, Vu Duc Long Nam Dinh, ha detto che “i bambini già adottati non rientreranno in Vietnam, ma d’ora in poi violazioni dei diritti dei minori come questa saranno ostacolate”.

Fonte: Ai.Bi.

Eccesso di memoria, eccesso di oblio

Sul monte Kozara, nei pressi di Prijedor (Bosnia Erzegovina), si è tenuta la tavola rotonda dal titolo “Sistemazione museale nel Museo del Parco Nazionale del Kozara” in occasione della quale i direttori di alcuni musei storici di Bosnia, Serbia, Croazia e Italia si sono confrontati e hanno discusso di storia, memoria e di esperienze museali riguardanti la Seconda guerra mondiale.

Il museo del Parco Nazionale del Kozara, nei pressi del quale si è tenuto l’incontro, è nato negli anni ’70 per ricordare e raccontare la storia della celebre battaglia partigiana che si svolse nel 1942 in quei luoghi. Da più di otto anni, il museo ospita invece una mostra “provvisoria” di stampo innegabilmente nazionalista che presenta in maniera parziale e strumentale la persecuzione generale del popolo serbo nel XX secolo. L’incontro che si è tenuto ha rappresentato un primo passo verso la ristrutturazione del museo che fu.

Il Memoriale di Kozara
In una terra dove la storia e la memoria hanno giocato un ruolo così determinante come nell’ex-Jugoslavia, affrontare queste tematiche rappresenta una sfida tanto ardua quanto necessaria. L’impegno dell’Agenzia per la Democrazia Locale (ADL) di Prijedor nell’affrontare la riconciliazione e la memoria in Bosnia Erzegovina è stato costante negli anni e al centro dell’intervento sul territorio bosniaco dove è presente fin dal 2000.

La tavola rotonda giunge al termine di un pluriennale impegno dell’ADL che ha avuto tra i suoi principali obiettivi, nel quadro di una riflessione condivisa sulle tematiche della memoria e della storia e del ripensamento del museo del Monte Kozara. Finalmente, in collaborazione con l’ente Parco Nazionale del Kozara, l’ADL ha potuto realizzare questo primo incontro per dare il via alla ristrutturazione della mostra lì ospitata.

Quale memoria e quale storia nella città di Prijedor?
La storia della città di Prijedor ci racconta di una popolazione martoriata dalla ferocia nazionalista, prima con le persecuzioni della seconda guerra mondiale e poi con quelle della guerra degli anni ’90. Il rapporto che la città conserva con questo passato ricorda la frase del filosofo Paul Ricouer quando afferma che «l’eccesso di memoria come l’eccesso di oblio sono ugualmente nefasti».

Da una parte, infatti, la vicenda del monte Kozara e del suo museo sembrano rappresentare l’esemplificazione della strumentalizzazione della memoria della II guerra mondiale che si è affermato in quasi tutta l’ex-Jugoslavia. Dall’altra, il pesante riduzionismo (fino a non molto tempo fa si poteva parlare anche di negazionismo) sull’esistenza dei campi di concentramento e sulla persecuzione contro i non-serbi durante gli anni ’90, rappresenta l’altra faccia della medaglia, ovvero la strumentalizzazione dell’oblio.

Ma cosa ha segnato così profondamente la popolazione di Prijedor? E quali sono gli effetti dell’uso pubblico della storia in questo caso?

Durante la Seconda guerra mondiale il territorio di Prijedor entrava a far parte dello Stato Indipendente Croato (N.D.H.), stato collaborazionista governato dal capo del movimento ustaša Ante Pavelić. Ideologia e pratica di questo stato portarono ad una violenta politica di sterminio nei confronti di serbi, ebrei, zingari e antifascisti. La popolazione di Prijedor si trovò fin dal principio aggredita dalle bande ustaša provenienti per lo più da altre regioni. In questo contesto si inserì la celebre (e celebrata) Epopea del Kozara. Quasi l’intera popolazione del territorio di Prijedor fuggì e si rifugiò al fianco dei partigiani nei boschi limitrofi. Durante il ’42 si scatenò la battaglia che vide schierati migliaia di partigiani in difesa della popolazione civile contro le forze ustaša e le truppe di occupazione naziste. La battaglia si concluse con la sconfitta partigiana e la deportazione della popolazione, in gran parte serbo-ortodossa, nel campo di concentramento di Jasenovac, dove la maggior parte avrebbe trovato la morte.

Il monumento sul Kozara Quanto accaduto ha segnato profondamente la popolazione di questo territorio e la costruzione del monumento e del museo nel 1972, ha dato pieno riconoscimento istituzionale alla tragedia. Da quel momento sono stati pochi i cittadini della Jugoslavia che non sono andati in “pellegrinaggio”, almeno una volta nella vita, sul monte Kozara per ricordare le vittime di quegli anni. L’allestimento originario della mostra raccontava questa epopea partigiana citando e ricordando il coinvolgimento della popolazione civile senza mai menzionare la suddivisione nazionale. Alle spalle del monumento, immerso tra gli alberi, si trova un luogo silenzioso e suggestivo dove è possibile leggere la lunga lista di nomi (oltre 9000) delle persone cadute su quel territorio (scritta per metà in caratteri latini e per metà in cirillico), divisi semplicemente per Comuni di provenienza.

Il fatto di indicare la provenienza e non l’appartenenza porta con sé un’importante valenza: si evita di collocare le vittime in maniera nazionale e si riconosce la partecipazione di tutti i centri abitati della zona alla lotta di liberazione (vi sono fra l’altro anche due caduti italiani rispettivamente di Roma e Bari). Nel tentativo di offuscare la questione nazionale, che tanto spaventava Tito e la Lega Comunista Jugoslava, il monumento sembra risolvere efficacemente la questione dei caduti e della loro classificazione dando voce esclusivamente alle vittime in quanto individui.

Durante il 1992 Prijedor diventò nuovamente teatro di terribili avvenimenti. Fu sul suo territorio infatti che ricomparvero, per la prima volta in Europa dopo la seconda guerra mondiale, i campi di concentramento. La pulizia etnica che investì Prijedor contro tutti quelli che non erano serbi fu quasi totale. Si trattò di un progetto ordinato e pianificato dall’alto che prevedeva la cattura prima dell’intellighenzia musulmana (il sindaco fu tra i primi a rimanere ucciso) e poi dell’intera popolazione musulmana e cattolico-croata. La ricomparsa dei campi di concentramento in Europa, e in questo territorio così profondamente martoriato, sembrò quasi voler richiamare alla memoria i campi di cinquant’anni prima, in un macabro e terribile gioco di paralleli vendicativi. Si trattò infatti di una pulizia etnica condotta in “senso inverso” contro i non serbi, rispetto alla guerra precedente durante la quale le vittime furono in maggioranza serbe.

Con la chiusura del campo (agosto 1992) e la fine della guerra (dicembre 1995), media e istituzioni di Prijedor si apprestarono a mettere in atto l’operazione oblio che non prevedeva nient’altro che negare o tacere la storia di quegli anni. La memoria di quei luoghi è oggi alimentata quasi elusivamente da parte dei sopravvissuti, che tra il 2000 e il 2002 sono rientrati a migliaia nel territorio di Prijedor. Ufficialmente Prijedor non si dice “pronta” a parlare di questi avvenimenti e fino a questo momento ha negato qualsiasi forma di riconoscimento e di memoria per le vittime dei campi e della pulizia etnica degli anni ‘90.

La mostra provvisoria
Dalla fine degli anni ’90, il museo del Parco Nazionale del Kozara, devastato da atti di vandalismo, ospita una mostra “provvisoria” dal titolo evocativo «Il genocidio dei serbi nel XX secolo: 1914-1918; 1941-1945; 1991 – ?»

La mostra, che prima di approdare sul monte Kozara ha fatto il giro di varie località tra Serbia e Republika Srpska (RS), racconta e “spiega” la persecuzione che durante il secolo XX ha colpito il popolo serbo (come categoria collettiva) durante le due guerre mondiali e che sta o stava per ripetersi. Quel punto interrogativo infatti rappresenta la semplice ma evocativa domanda retorica: “Non sta forse per ripetersi l’ennesimo genocidio contro i serbi?”.

La mostra infatti è stata allestita durante il conflitto con l’evidente effetto di diffondere l’odio e la paura grazie alla potenza esplosiva di una memoria selezionata e strumentalizzata.

Oggi, alla fine del 2008, la mostra continua ad essere visitabile dalle migliaia di persone che passano feste e fine settimana sul monte e, cosa ben più grave, dalle scolaresche del territorio. Ed oggi quel punto interrogativo sembra voler ricordare ai più: “Cosa sarebbe successo se non avessimo…?”

Alla luce dei fatti descritti appare ancora più importante e necessario il pluriennale impegno dell’ADL di Prijedor per far rimuovere la mostra e restaurare quella precedente sulla liberazione dal fascismo condotta dall’intero popolo del Kozara, avviando una riflessione sulla memoria del luogo.

L’attualità
La tavola rotonda, dal titolo freddo e poco intrigante “Istallazione museale per la rivitalizzazione del museo del Parco Kozara”, ricopre in realtà un’importanza che si spiega conoscendo il contesto di riferimento e che il titolo sembra voler vanificare. L’ADL e il Parco Nazionale del Kozara sono riusciti ad organizzare questo primo incontro al fine di scambiare esperienze tra enti museali e avviare un processo di restauro della vecchia mostra sulla Resistenza partigiana. Alla tavola rotonda infatti si sono incontrati direttori e storici provenienti da diversi importanti musei. Oltre ai rappresentanti del parco e dell’ADL-Prijedor, erano presenti i rappresentanti del Museo della Republika Srpska di Banja Luka, del Museo Storico di Sarajevo, del Museo militare di Belgrado, del Museo del genocidio di Belgrado, del Ministero dell’Istruzione e della Cultura della Republika Srpska, del Museo di Jasenovac (impossibilitata a venire, ha spedito una lettera di partecipazione) e dell’Associazione degli ex-combattenti.

Dall’Italia hanno portato il loro ricco contributo Giovanni Contini, come rappresentante del Museo della Resistenza di Fosdinovo (MS); Ersilia Perona Alessandrone, direttrice del Museo diffuso di Torino; Barbara Berruti, coordinatrice del Progetto transfrontaliero “La memoria delle Alpi” tra Istituti storici di Torino, Isère, Lugano e della Val d’Aosta; e Giuseppe Ferrandi, direttore del Museo Storico del Trentino, tra i promotori dell’iniziativa e da tempo attivo negli scambi culturali con il Museo di Prijedor.

Dopo una visita ai locali del museo ospite, ogni partecipante ha presentato il proprio museo o progetto di ricerca al fine di offrire suggerimenti e modelli di modernizzazione per il rifacimento del Museo del Kozara. Lo scambio che si è intessuto è stato positivo e costruttivo per tutte le parti che si sono dette disponibili e interessate a proseguire la collaborazione per ripensare e restaurare il museo.

Non molto tempo fa, infatti, su impulso ministeriale, sono stati riuniti il direttore del Parco, del Museo di Prijedor e del Museo di Banja Luka per formare un gruppo di lavoro e di studio per la rivitalizzazione della mostra. Il gruppo di lavoro, composto dai maggiori istituti della Republika Srpska, si ripromette di non disperdere la disponibilità e l’esperienza che i collaboratori italiani hanno dimostrato durante la tavola rotonda. Qualcosa si muove.

* Delegato dell’Agenzia della Democrazia Locale di Prijedor

Musei
Visita il sito della Fondazione Museo storico in Trento
Visita il sito del Parco naturale del Kozara in cui si trova il museo omonimo.

Fonte: OsservatorioBalcani

Turisti rapiti? Paghino il riscatto

I turisti in cerca di avventure, ma troppo “irresponsabili” rischiano di vedersi recapitare il conto a casa. Presto potrebbe infatti diventare legge il principio secondo il quale chi si recherà “in maniera sconsiderata e disinformata in località a rischio dovrà pagare le spese sostenute da istituzioni dello Stato in caso di intervento di soccorso”. Lo prevede un pacchetto di misure che il presidente del Copasir, Francesco Rutelli, propone al governo.

Attraverso una lettera inviata da Rutelli, al ministro degli Esteri, Franco Frattini, e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti, Gianni Letta. Il titolare della Farnesina il prossimo 28 gennaio sarà ascoltato dal Comitato e si parlerà anche di questo.

“Noi – ha spiegato Rutelli nel corso di una conferenza stampa a San Macuto, sede del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, dove ha illustrato nel dettaglio la proposta – dobbiamo intervenire in tutti i casi in cui nostri concittadini vengono rapiti in zone a rischio del mondo. Ma allo stesso tempo dobbiamo informare il pubblico del fatto che ci sono alcune aree dove non si deve andare per fare delle avventure turistiche salvo poi chiedere allo Stato italiano un soccorso e un intervento costoso. In quei casi le spese sostenute dovranno essere messe a carico di chi ha fatto quel viaggio ‘irresponsabile’ e imprudente”.

Ovviamente queste proposte “non riguardano quei connazionali funzionari di organizzazioni internazionali, né religiosi o membri di Ong che operino in base a progetti nazionali, comunitari o internazionali”, ha aggiunto Rutelli, ribadendo “il principio per cui i riscatti non si pagano”.

Insomma, la vicenda dei cittadini italiani tenuti per oltre 10 giorni in ostaggio nel settembre scorso – e poi rilasciati – al confine tra Sudan, Egitto, Ciad e Libia, ha riproposto la necessità di maggiore cautela da parte dei turisti troppo imprudenti.

Quattro i punti centrali della proposta del Copasir. Primo: “migliorare l’informazione al pubblico, ad esempio collegando il sito ‘viaggiaresicuri’ della Farnesina con portali e siti delle agenzie di viaggio e tour operator”. Non dimentichiamo, rileva Rutelli, che oggi su “molti siti vengono proposti viaggi in luoghi dove degli italiani sono già stati rapiti”.

Secondo punto: “L’obbligo di stipulare un’assicurazione per chi viaggia in aree meno sicure e per coprire le spese di intervento”.

Terzo “l’idea di costituire un Fondo per fronteggiare le spese di situazioni impreviste (come è avvenuto nel caso recente dei 1.200 turisti bloccati nell’aeroporto di Bangkok in Thailandia). Un’ipotesi che va necessariamente concordata con gli operatori turistici, poiché il Fondo sarebbe da alimentare con una pur minima maggiorazione, anche solo di qualche decina di centesimi, dei titoli di viaggio; ipotesi che in nessun modo deve essere confusa con una sorta di nuova tassa sui turisti, che ovviamente nessuno propone”.

Infine, quarto punto, stabilire “attraverso una norma apposita” che “in tutti quei casi in cui il comportamento dei nostri connazionali è stato inescusabilmente imprudente, tutte le spese sostenute dallo Stato per l’assistenza dovranno essere rimborsate”.

Fonte: TGCom

Come Anna Politkovskaya

L’erede di Anna Politkovskaya è stata uccisa in un agguato insieme a un avvocato icona della lotta per i diritti civili in Cecenia. Anastasia Baburova, 25enne praticante giornalista della Novaya Gazeta, è morta per una ferita d’arma da fuoco alla testa. Secondo la polizia è rimasta vittima di un attentato il cui vero obiettivo era Stanislav Markelov, l’avvocato 34enne che si era battuto per condannare i crimini di guerra russi.

Markelov aveva appena finito di parlare con i giornalisti quando un sicario gli ha sparato alla nuca e ha poi fatto fuoco contro la giovane giornalista, autrice di numerosi reportage sul crescente razzismo e ultranazionalismo in Russia. L’avvocato si era battuto contro il rilascio anticipato del colonnello Yuri Budanov, l’ufficiale più alto in grado a essere condannato per crimini di guerra da un tribunale russo.

Nel processo contro il colonnello Budanov, Markelov aveva rappresentato la famiglia di Elza Kungayeva, una 18enne cecena stuprata e uccisa da un gruppo di soldati russi. Nel 2000 l’ufficiale era stato arrestato, incriminato per il delitto e condannato a 10 anni, ma era tornato in libertà nonostante la campagna condotta dall’avvocato contro il rilascio. L’uccisione di Elza era diventata il simbolo degli abusi commessi in Cecenia dalle truppe russe e la liberazione del colonnello era stata accolta con un’ondata di proteste. Il padre dell ragazza, minacciato di morte, è costretto all’esilio in Norvegia.

“Quanto accaduto a Markelov è oltraggioso”, ha detto Tanya Lokshina, vice capo di Human Rights Watch a Mosca, definendo l’omicidio choccante quanto quello di Anna Politkovskya nel 2006, la giornalista crisita del Cremlino che aveva scritto sulle violazioni dei diritti umani in Cecenia. L’associazione per i diritti umani Amnesty International ha esortato le autorità russe a indagare sull’omicidio “prontamente, pienamente e obiettivamente”.

Fonte: TGCom.

Che il Corano si predichi in Italiano

Il Corano venga predicato nella lingua del Paese in cui si trova il musulmano. Quindi, in italiano nelle moschee in Italia. Ciò per evitare il rischio di istigazione all’odio e alla violenza. La proposta viene dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, dagli Emirati Arabi. In visita nella capitale del Paese, Ad Abu Dhabi, Fini ha incontrato il principe ereditario Mohammed Bin Zayed, sostenitore di questa linea.

“Il principe Bin Zayed – ha illustrato il presidente della Camera – è fermamente convinto della necessità in Italia come negli altri Paesi, di una predicazione del Corano nella lingua del Paese che ospita il musulmano. E ciò proprio perché, come avviene negli Emirati, non ci sia alcun tipo di predicazione e di istigazione all’odio durante un momento che deve essere soltanto religioso”.

“Questa notazione – ha sottolineato Fini – va tenuta presente soprattutto in Italia, vista la superficialità con cui qualche volta da noi si affrontano questioni così complesse”.

Da sottolineare che, gli Emirati Arabi Uniti hanno un’autorità dello Stato che verifica che le preghiere pronunciate nelle moschee non contengano istigazioni all’odio.

Fonte: TGCom.

Commento personale.
Mi pare che il vero problema non sia la lingua usata durante le funzioni.
Mi pare che si debba scavare molto più a fondo.
Mi pare, infine, che sia un provvedimento tanto per “far vedere che si fa qualcosa”…