Archivi del mese: aprile 2009

Dalla Politkovskaja allo Schindler arabo: i cinque «eroi» tra i Giusti di Milano.

Quella che verrà celebrata il 5 maggio a Milano, e che si ripeterà ogni anno, è una giornata che rende onore non soltanto alla città, ma ai veri cultori della memoria.
Sei alberi saranno piantati sul Monte Stella, accanto al cippo per ricordare i 440 Giusti italiani che salvarono gli ebrei, strappandoli alla deportazione nei lager nazisti.
Un albero sarà dedicato a loro.
Gli altri cinque porteranno i nomi di eroi di altrettanti Paesi, che abiurando vigliaccherie e convenienze non hanno ceduto al silenzio, salvando così migliaia di vite e restituendo dignità all’essere umano.
Ci ricorderanno ogni giorno che nella vita si può sempre dire un sì o un no.

Prende forma il prezioso messaggio di Moshe Bejski, ideatore del giardino dei Giusti di Gerusalemme, il quale sosteneva con rocciosa convinzione che occorresse allargare il riconoscimento di giusto all’«élite dell’intera umanità». Non sono pochi i Paesi che hanno imparato e apprezzato la lezione, dedicando spazi pubblici al ricordo dei loro eroi. A Milano, grazie al Comune e alle comunità ebraiche, ma soprattutto grazie all’appassionato impegno dello storico Gabriele Nissim, presidente del Comitato per la Foresta dei Giusti, l’obiettivo è stato raggiunto. Si lasceranno cullare dal vento gli alberi che portano il nome di Anna Politkovskaja, giornalista che ha pagato con la vita il coraggio di denunciare le brutalità commesse dai russi in Cecenia; di Hrant Dink, il giornalista armeno che — come dice Nissim — «è stato ucciso per aver lottato contro l’assassinio della memoria e il negazionismo turco»; di Dusko Kondor, professore di filosofia, che è stato ammazzato per aver testimoniato sulla strage, avvenuta sotto casa sua, di 26 musulmani trucidati dai serbi durante la guerra in Bosnia; del console italiano a Kigali Pierantonio Costa, che durante i massacri nel Rwanda salvò 2.000 persone, tra cui 375 bambini. E infine di Khaled Abdul Wahab, il tunisino che salvò decine di ebrei, nascondendoli in casa durante l’occupazione nazista del suo Paese.

Quest’ultimo è un caso davvero emblematico. Tra i Giusti di Gerusalemme si contano infatti numerosi musulmani che, in Europa, nascosero, protessero e strapparono alla morte centinaia di ebrei. Ma mai era stata analizzata la figura di un coraggioso arabo delle ex colonie francesi. Il dipartimento dei giusti dello Yad Vashem, come ha ricordato polemicamente l’ex direttore Mordecai Paldiel su Haaretz, non ha ancora deciso se onorarlo, in quanto non vi sarebbero le prove che Khaled mise in pericolo la propria vita. Tesi respinta dallo storico americano Robert Satloff, che nel suo libro «Storie perdute dell’Olocausto nei Paesi arabi», racconta la vita di quel tunisino trentaduenne, ricco e affascinante, che faceva da tramite tra la popolazione e gli occupanti nazisti, offrendo a questi ultimi-per ingraziarseli-pranzi, vino e divertimenti, ma impedendo che gli aguzzini colpissero gli ebrei. Ne nascose una trentina nella sua residenza di campagna fino all’arrivo dei britannici, che cacciarono i tedeschi dal Paese.

Certo, è curioso il denominatore comune di molti eroi, che salvarono gli ebrei dall’Olocausto. Khaled Abdul Wahab, come Oskar Schindler, come lo svedese Raoul Wallemberg, come il bulgaro Dimitar Peshev, erano amanti dei piaceri della vita. Fu questa, probabilmente, l’inconsapevole copertura che, tranquillizzando i nazisti, consentì di impedire lo sterminio di migliaia di persone. A Monte Stella, martedì prossimo, ci saranno la vedova di Hrant Dink, il console Costa, la figlia della Politkovskaja, i familiari di Kondor, ma anche una coraggiosa donna tunisina, Faiza, che non ha ceduto alla convenienza del silenzio su quanto fece suo padre per salvare gli ebrei, in un momento assai teso nelle relazioni fra gli arabi e Israele. Non soltanto Faiza vuol testimoniarlo con la sua presenza, ma sta girando un documentario per far conoscere Khaled a tutto il mondo. Splendido esempio di fede nella convivenza e nei suoi valori. Tanto di cappello.

Fonte: Antonio Ferrari per “Il Corriere della Sera”

Auschwitz, messaggi dall’inferno.

Una bottiglia contenente un messaggio firmato da otto prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau è stata trovata per puro caso durante i lavori di ristrutturazione di un edificio che faceva parte del lager.
Datata 20 settembre 1940, la lettera era stata nascosta dai deportati mentre costruivano un rifugio antiaereo.
Presto verrà consegnata proprio al Museo che sorge proprio nell’ex luogo di sterminio.

Oltre ai loro nomi e cognomi, i prigionieri hanno scritto il loro numero di matricola nel campo, la loro età e la loro città di provenienza.
“Sappiamo che due dei firmatari sono sopravvissuti ma non sappiamo che ne è stato di loro dopo al fine della guerra – ha spiegato un portavoce del museo di Auschwitz, Jerzy Mensfelt – Se sono ancora vivi avranno 80 anni circa”.

La bottiglia è stata scoperta mentre gli operai stavano abbattendo un tramezzo della scuola superiore di Auschwitz, che durante la guerra era servita da magazzino per le guardie tedesche del campo.
Nel messaggio viene scritto che i suoi firmatari, un francese e sette polacchi, tutti tra i 18 e i 20 anni, erano impegnati nella costruzione di un rifugio anti-aereo.
Secondo quanto riporta l’agenzia Pap, si chiamavano: Albert Veissid di Lione, Bronislaw Jankowiak, Stanislaw Dubla, Jan Jasik, Waclaw Sobczak, Karol Czekalski, Waldemar Bialobrzeski.

Tra il 1940 e il 1945 la Germania nazista aveva smistato nel campo di Auschwitz-Birkenau circa 1,1 milioni di persone, quasi tutti ebrei di diversi paesi. Gli altri erano soprattutto polacchi non ebrei, rom e prigionieri sovietici.

Fonte: TGCom.

Non restiamo in silenzio.

Marina Nemat aveva 16 anni quando fu arrestata, trascinata in cella, torturata come «sovversiva comunista» per qualche protesta in classe e un paio di articoli sul giornalino del liceo. Era il 1982, a Teheran. E il lugubre carcere dove rimarrà due anni era Evin, che oggi rinchiude la reporter irano-americana Roxana Saberi e molti altri «dissidenti». Marina riuscirà a evitare la morte: già davanti al plotone d’ esecuzione fu salvata da una Guardia della rivoluzione che l’ amava, le impose di convertirsi all’ Islam (lei era ed è cristiana), la sposò. Poi la fuga in Canada, un nuovo marito (il suo primo amore), due figli. E nel 2007 un libro: Prigioniera di Teheran (Cairo Edizioni), proibito in Iran, tradotto in 23 lingue, che presto diventerà un film. Del caso Saberi si sta parlando molto in Occidente. Ma dei prigionieri politici iraniani si sa poco in realtà. Come mai? «Roxana, a cui sono vicina, è un caso speciale: ha doppia nazionalità, è parte del gioco politico tra Iran e Usa, verrà usata, credo, come “merce di scambio”. Per questo staranno ben attenti a non torturarla né ucciderla. Hanno gli occhi del mondo su loro. Ma in Iran ci sono da decenni migliaia di detenuti innocenti, giovanissimi, ragazze, ignorati da tutti in Occidente. Solo negli anni 80 i prigionieri politici erano 40-50 mila. E il 90% di loro erano adolescenti, come me». Eppure anche lei ha aspettato quasi 20 anni per parlare, nemmeno suo marito sapeva tutto. Perché? «È quasi impossibile uscire da simili traumi e parlarne subito. È successo alle vittime delle torture in Cile e in Argentina, quasi tutte restate in silenzio anche con l’ arrivo della democrazia. Dopo quei traumi si vive in una bolla, si diventa come un maratoneta condannato a correre fino alla morte o a cadere. Io sono caduta. Dopo la morte di mia madre, nel 2000, ho capito che lei non aveva mai saputo chi fossi io davvero. Nessuno mi conosceva. Ho iniziato ad avere incubi, flashback, perfino episodi psicotici. Ho capito che il silenzio mi avrebbe ucciso. Mi ero sbagliata sperando di poter rimuovere Evin: era dentro di me. Dovevo farlo uscire». Cos’ è il carcere di Evin per lei e gli iraniani? «L’ orrore in cui entri e sparisci. L’ incubo assoluto. Un tabù nazionale. Se qualcuno sopravvive e ne esce non ne parla: per paura di tornarci, di rappresaglie sui propri cari, perché è “nella bolla”. Evin è parte del sistema dai tempi dello Scià, che lo costruì. Non è cambiato nemmeno con il moderato Khatami: la reporter irano-canadese Zahra Kazemi fu uccisa a Evin sotto la sua presidenza. Ora con Ahmadinejad è peggio. Da poco è morto in cella il blogger Omid Mir Sayafi, uno dei tanti». Qualcosa sta cambiando però: le aperture di Obama a Teheran, le prossime presidenziali in Iran. Siamo a una svolta? «Obama porta una nuova speranza, dopo i disastri di Bush. E credo che in giugno il candidato moderato Mir-Hossein Mousavi abbia buone chance, la gente ma anche i khomeinisti sono stanchi di Ahmadinejad. Ma perché le cose cambino davvero ci vuole la caduta del regime, per ora impossibile. La Storia ci ha insegnato che né l’ islamismo né il marxismo portano alla democrazia. E sarebbe ingenuo illuderci». Che fare, allora? Shirin Ebadi ritiene che sanzioni o, peggio, una guerra sarebbero un disastro per tutti. «Concordo in pieno. Piuttosto, l’ Occidente dovrebbe alzare la voce contro ogni violazione dei diritti umani, non solo di cittadini con doppia nazionalità. E aiutare la nascita di un’ opposizione non ideologica, una vera alternativa. In quanto a me, non posso tornare in Iran, ho subito minacce, ma resto in contatto con il mio Paese. Sto preparando un secondo libro, insegno. E cerco altri ex prigionieri di Evin per convincerli a parlare. Ma è difficile. Quasi tutti scelgono di restare nella loro bolla, in silenzio».

Fonte: Cecilia Zecchinelli per “Il Corriere della Sera”, 25/04/2009 .

Elif, o la Turchia al plurale.

La scrittrice Shafak racconta perché dopo La bastarda di Istanbul è approdata al Sufismo.
Passando per la tv.

Le nonne musulmane sanno che una donna che ha appena partorito diventa inspiegabilmente malinconica. Per almeno quaranta giorni non deve essere lasciata sola e bisogna proteggerla dai jinn, gli spiriti maligni, con nastrini rossi e semi neri intorno al letto”. Ce lo racconta Elif Shafak, 38 anni, in un lounge bar non lontano dal centro di Istanbul, nella zona residenziale dove vive con marito e due figli piccoli.
Dubitiamo che la scrittrice turca, processata nel 2006 per La bastarda di Istanbul (Rizzoli), il romanzo bestseller che denunciò il genocidio degli armeni, abbia usato davvero questo metodo quando è nata la primogenita Sehrazad Zelda.
Però di depressione post parto ha sofferto davvero, e ne ha parlato nella biografia Black Milk. “Quello che è sempre stato molto naturale per me, sin da quando ero bambina, per un lungo periodo s’è interrotto: non riuscivo a metter giù una sola riga”, dice. Ecco che il latte materno diventa metaforicamente nero, acido. Nel libro Shafak si divide in sei: dalla Donna Cinica e Intellettuale, legata esclusivamente ai libri e alla scrittura, si passa alla Donna Materna, che vorrebbe pensare solo alle faccende di casa e a cucinare. Sullo sfondo, una serie di ritratti femminili presi in prestito dalla letteratura, da Muriel Spark a Sylvia Plath. “Personaggi che hanno indagato la difficile spaccatura tra maternità e scrittura”, dice. “Anche se alla fine quello che ti salva davvero la vita è l’ironia”. La capacità di ridere di sé certo, ma anche una moltitudine di interessi e di progetti. Shafak è una donna multitasking. Oggi, dopo un secondo bimbo di sette mesi, Emir, si divide tra insegnamento universitario, sceneggiature tv e una passione, il Sufismo, a cui ha dedicato il nono libro: Sweet Blasphemy, che sta per uscire in Turchia con una tiratura record di centomila copie (in Italia Cuore blasfemo, uscirà a settembre per Rizzoli) e di cui ci parla in anteprima. Attrazione mistica “È una storia sul mondo Sufi e sull’amore, terreno e divino”, racconta. “Sono molto legata alla filosofia religiosa, dal misticismo islamico a quello cristiano, a quello ebraico. Così come alla filosofia tout court, compresa quella politica, che si pone interrogativi universali e affronta la relazione dialettica tra locale e universale”. Il protagonista del romanzo, Zahara, è un tossicodipendente scozzese che incontra il misticismo islamico nel Nord Africa degli anni Settanta e decide di convertirsi. Poi conosce un’americana e se ne innamora. La storia dell’unione terrena e spirituale tra i due s’intreccia e scorre parallela alla vicenda dell’amore divino ambientata nella Konya del Tredicesimo secolo (Konya, capitale della provincia turca di Konya dove si trova la tomba del poeta persiano sufi Gialal al-Din Muhammad Rumi, che visse proprio in quel secolo e a Konya trascorse gli ultimi 50 anni della sua vita, ndr) . Il misticismo di Shafak però non è un interesse dell’ultim’ora. Dieci anni fa la scrittrice si aggiudicò con Pinhan il premio Rumi per il miglior lavoro sulla letteratura trascendentale, raccontando la storia di un mistico ermafrodita all’interno dell’ordine Sufi. “Quando la società non è pronta ad ascoltare quello che hai da dire, parla esclusivamente alla tua anima e a chi condivide il tuo credo”, ammonisce il pensiero Sufi. Oggi la corrente moderata dell’islam, fondata da Meviana Jalaluddin Rumi, è caduta nell’oblio. Ma per Shafak il legame col sufismo è “intellettuale ed emotivo”. “Per il Sufismo l’amore è alla base di tutto e coinvolge gli esseri umani che ci circondano come ogni cosa intorno a noi, parte dello stesso circolo. Siamo un riflesso del macrocosmo: ciò che succede nell’Universo esiste già all’interno dell’individuo”, dice. Forse nel suo non c’è tutto l’Universo, ma la sua cifra è sicuramente la versatilità. “Finito un libro; mi piace passare ad altro: che si tratti di cucina, fotografia, musica, non importa”, racconta. “Attraverso le sceneggiature per televisione e cinema posso sperimentare qualcosa che non capita mai a uno scrittore: lavorare in team”. Nell’ultimo script la protagonista è Menekse, una ragazza che cresce in una famiglia turca immigrata in Germania, tra violenza domestica, delitti d’onore e disparità nei rapporti uomo-donna. Ma, pur avendo dato un contributo notevole alla letteratura turca femminile, Shafak non si considera femminista. “La critica definisce così il mio lavoro. Io, pur avendo enorme rispetto per le donne del movimento in Europa, Turchia e Stati Uniti, non mi ci riconosco”. “La critica definisce così il mio lavoro. Io, pur avendo enorme rispetto per le donne del movimento in Europa, Turchia e Stati Uniti, non mi ci riconosco”. Rifiuto delle etichette. Il fatto è che Shafak non ama le etichette. “Il mondo editoriale si aspetta che le storie che racconti corrispondano alla definizione che ti è stata assegnata una volta per tutte. Così, se vieni dall’Iran, dall’Egitto, dalla Turchia, questo background ti caratterizza molto. Ho deciso da tempo di sottrarmi”.
Perciò ama variare di volta in volta. I suoi personaggi sfuggono a qualsiasi definizione, cambiando città, nome, politica, lingua, persino sesso. E così la forma e la lingua: si passa disinvoltamente dal romanzo al saggio, dal turco all’inglese, usato per la prima volta in Saint of Incipient Insanities. “Per me l’inglese è la lingua della precisione, una lingua matematica, con un incredibile vocabolario, mentre il turco è la lingua dell’emozione”, dice. “Spostandomi continuamente da un posto all’altro, ho cominciato a prestare più attenzione al linguaggio, a maturare una curiosità nuova. In genere per un romanziere è importante quello che dici, non come lo dici. Io credo che lo stile abbia la stessa importanza del messaggio”. La ricerca di nuovi modi di espressione non ha convinto i nazionalisti che invece la accusano di tradimento culturale. “È del tutto lecito essere multilingue, multiculturale e multireligiosa. A un mondo che ci chiede continuamente di fare una scelta definitiva dobbiamo rispondere: no, non voglio farla. Voglio essere plurale”, ribatte. Ma “vivere” al plurale in Turchia non è così semplice e Shafak l’ha sperimentato sia durante il processo, quando è stata accusata di aver violato l’articolo 301, offendendo l’identità nazionale turca, sia quando il suo editore, nonché carissimo amico, Hrant Dink, è stato assassinato dall’estrema destra. I lettori però le hanno dato molte dimostrazioni di solidarietà. “Sono irrazionale e amo seguire l’istinto, nella vita come nei libri”, racconta. “Bisogna muoversi oltre le categorie di buono e cattivo. La gente è fatta di tanti strati e non si può giudicarla in base a gruppi e associazioni”. Una vita da nomade Nata a Strasburgo nel ’71, dove il padre si trovava per studi, Elif Shafak è stata cresciuta dalla mamma, che iniziò la carriera diplomatica quando lei aveva una decina d’anni. “Non è stato facile per lei essere una divorcée della borghesia di Ankara negli anni Settanta. La gente non aveva una grande opinione delle donne separate e single”, racconta. La Turchia è ancora un Paese dove una ragazza è figlia del padre. “Io invece mi sento la creazione di due generazioni di donne. Osservandole ho realizzato che quelle a cui è stato negato il potere trovano spesso il significato dell’esistenza in un piccolo mondo, fatto di superstizioni, leggende e vecchie storie. Ne diventano le regine, specie quando invecchiano”. Così è stato sicuramente per sua nonna che le ha svelato un patrimonio di storie orali e la spiritualità delle Mille e una notte che Shafak continuamente mescola nei suoi romanzi alla tradizione intellettuale occidentale. Ma la scrittrice ha sempre vissuto un’esistenza nomadica, quasi un esilio volontario: dalla Spagna, dove ha frequentato una scuola internazionale, alla Giordania, dalla Germania agli Stati Uniti. Dopo gli studi in Scienze sociali ad Ankara, è approdata al Dipartimento di Studi mediorientali dell’Università di Tucson, dove insegna per alcuni mesi all’anno Letteratura ed esilio e Politiche della memoria. Ma adesso si dice pronta per un ennesimo trasloco: “Vivere in un campus nel deserto dell’Arizona è formativo. Ora però ho voglia di riprendere la tradizione cosmopolita dell’Europa. La mia prossima tappa? L’Olanda”. Memoria e amnesia Il suo nome è spesso citato accanto a quello del Nobel per la Letteratura Orhan Pamuk. “In Turchia si finisce spesso per discutere non tanto di un libro, quanto del suo autore. Se sei giovane, donna e scrittrice devi combattere molti pregiudizi prima di guadagnare la fiducia della gente”. Per un momento pare che voglia accennare al periodo buio seguito al processo a La bastarda di Istanbul ma Shafak è diventata molto cauta. “Non l’ho mai considerato un libro politico nonostante quello che è successo. Quello che mi interessa da sempre non è la politica ma raccontare le piccole storie, come ne Il palazzo delle pulci, che diventano più importanti delle grandi domande. E come tutti abbiamo più di una faccia”. E più di una connessione. In effetti con La bastarda ci ha lasciato un affresco in cui turchi e armeni hanno molto più in comune di quanto si immagina, a cominciare dai cibi che compaiono sulla tavola pagina dopo pagina. È proprio il sapore del pilaf – un piatto multiculturale – che costringe i protagonisti Asya e Armanoush ad ammettere che le loro famiglie condividono la stessa storia. “Mi sorprende vedere come modi di cucinare simili oltrepassano i confini imposti tra nazioni. In Turchia siamo così, molto mescolati, e non c’è nulla di male in questo, perché l’islam non è monolitico”, dice. Semmai è la velocità dei cambiamenti a turbarla. “A volte penso che la Turchia corra troppo veloce verso il futuro, scordando quello che è stata e che gli armeni invece vivano troppo nel passato. Tutti e due sbagliamo: loro con una memoria che li paralizza, noi con l’amnesia”.

Fonte: D La Repubblica delle donne.

Trans e islam. Viaggio in Indonesia a Yogyakarta, dove l’imam accoglie i travestiti nella sua casa-moschea.

Il tahajud, la preghiera della notte, è un momento di particolare introspezione. La giornata è quasi finita e i devoti ad Allah di Pompea Waria riflettono su quanto hanno fatto e su ciò che si apprestano a fare, chiedendo a Dio la forza per andare avanti.
Nella piccola stanza di questa casa alla periferia di Yogyakarta trasformata in moschea, l’unica per travestiti e gay di tutta l’Indonesia, Rully Wallay recita a bassa voce le formule del Corano.

Ha il capo coperto dal velo, ma non si cura di abbellirsi e nascondere – come quando si era abbigliata per la festa del giorno prima – la sua accentuata calvizie.
Dietro di lei – all’anagrafe lui – pregano altri due waria, i travestiti nella lingua indonesiana: indossano larghi abiti bianchi che ne coprono perfino i volti e si prostrano verso la Mecca fino a toccare il pavimento con il viso.

Tra queste quattro pareti nel borgo di Notoyudan, pavesato di bandiere dai diversi colori dei numerosi partiti politici in competizione elettorale, l’intensità della preghiera dei devoti waria non sembra affatto distolta dagli scatti dei fotografi, che saltano come cavallette, cercando di riprendere le concentrate espressioni dei loro visi effeminati e virili allo stesso tempo.

Il più frenetico è lo studente di una delle cento università di Yogya, la capitale intellettuale dell’Indonesia: il ragazzo deve preparare una tesi di laurea sul tema dell’unica moschea per waria in questo Paese che conta dodicimila isole e duecento milioni di abitanti a maggioranza musulmana.

Altri studenti del suo stesso ateneo stanno invece realizzando un documentario: sebbene siano videomaker alle prime armi, hanno ottenuto il sostegno per realizzare il loro sogno da una televisione e da una fondazione giapponesi: il loro film-verità low budget è basato sulla storia di Maryani, del Maestro, e della comunità di variopinti personaggi che in quest’angolo della città ne costituisce la Corte.

Hadith e maquillage

È Maryani che, con i proventi del suo negozio di maquillage ricavato dallo stesso appartamento che ospita Pompea Waria, paga l’affitto e i costi dei corsi.
Ma il merito di aver aperto la prima scuola coranica per travestiti dell’Indonesia, con annessa moschea, va senz’altro a uno speciale imam dal corpo sinuoso e dinoccolato, che mentre parla gesticola come un italiano.

Il suo nome è Hamrolie Harun, ma tutti lo chiamano mister Ham, e conosce Maryani da quando, a dieci anni, aveva cominciato a vestirsi da donna, con l’approvazione del padre vedovo, che ancora la aiuta nei lavori domestici.

“A quel tempo vivevamo nel villaggio di Pa tuk e lei si chiamava Paryono, un nome da maschio”, racconta ridendo l’imam, “ma ora è femmina anche all’anagrafe”.
Sembra parlare di tempi remotissimi: infatti oggi è difficile immaginare la Maryani di allora, con il suo viso largo e la voce addolcita dal lungo uso del linguaggio femminile, ma pur sempre un po’ baritonale.

L’imam che le ha insegnato i primi rudimenti del Corano, a dispetto delle discriminazioni degli altri abitanti del villaggio, si rivela come un uomo aperto e colto, con una laurea in economia e venti assistenti sparsi tra la provincia e la capitale.

Mister Ham è un tenace nemico dei fondamentalisti e segue i principi della Via dell’amore universale, resa celebre dal poeta e maestro Rumi.
“I Sufi amano i cani, gli altri musulmani li uccidono”, dice con un sorriso amaro che sottintende il suo pensiero sull’argomento.
“Secondo i principi Sufi un essere umano che disseta un cane va in paradiso. E se ama i cani, a maggior ragione ama i waria che sono esseri umani come lui”.

Ma è vero che in uno degli hadith si sollecita a uccidere gli omosessuali e coloro i quali sono “sessualmente deviati”? “Sì, però nel Corano non c’è alcun cenno a questo, e se al Corano possiamo far fede, è invece ancora oggetto di discussione il fatto che anche gli hadith corrispondano alla parola del Profeta”.

Le affettuose zie di Rizky

Esiste dunque una diversità apparentemente marginale nell’interpretazione delle sacre scritture dell’Islam, ma per mister Ham questa differenza concentra il senso dell’antica divisione tra il pensiero wahabita, base dell’integralismo arabo, e la Via dei maestri del sufismo d’origine persiana, ai quali lo stesso Maometto si ispirò visitando le semplici grotte dove vivevano e meditavano, assistendo alle trance dei dervisci.

Ma la festa di Maryani alla quale siamo invitati non sembra avere niente a che fare con i lunghi e plastici movimenti dei danzatori rotanti persiani.
Gli artisti waria, con il loro trucco pesante e i vestiti sgargianti, si esibiscono muovendo i fianchi con gesti ampi e ritmati, come cantanti della celebre e popolare mujra dance, severamente proibita ma in gran voga nei circoli più o meno clandestini del mondo islamico.

Prima dello spettacolo, guidati da giovani imam, hanno pregato tutti insieme: con il velo sul capo, a nascondere cipria, rossetto e lunghissime ciglia coperte di brillantini.
Ines, venticinquenne artista di strada con una piccola corona in testa, non si associa alle esibizioni perché sul palco oggi salgono i waria più anziani, giunti da ogni angolo di Giava, soprattutto da Surabaya, nell’est dell’isola, per condividere con Maryani la gioia del compleanno di sua figlia, la piccola Rizky Aryani che oggi festeggia il suo nono compleanno.

Pare un conclave di vecchie zie affettuose, che prima di lanciarsi nelle danze condotte da un antiquato piano elettrico con base ritmica incorporata, portano alla piccola nipotina scatole piene di regali. Maryani è per loro più di una sorella, e a sua volta Maryani è per la piccola Rizky un po’ padre e un po’ madre, da quando l’ha presa in braccio e adottata praticamente orfana a poche ore di vita.

La donna che l’aveva messa al mondo, infatti, se n’era voluta sbarazzare al più presto. Prima, durante e dopo la festa parliamo a lungo con waria che lavorano per Ong o come truccatrici.
E sì, anche da prostitute di strada: meno che ventenni come Hanna, che si guadagna da vivere nei vicoli bui dietro l’edificio della Bank of Indonesia. Poi ci sono artiste come Ines, un filo di trucco e i jeans attillati sui fianchi ermafroditi.

Dicono tutte che la fiammata di spiritualità risvegliatasi con l’apertura della scuola-moschea ha intrecciato i loro percorsi con quello di Maryani, a un livello più profondo e intenso della semplice solidarietà umana tra diversi.

Eppure talvolta un filo di tensione attraversa i giudizi di qualcuna di loro, che considera la scuola anche un modo di fare soldi. Maryani è consapevole dei rumors, ma sostiene che altri sono i problemi.
“Il proprietario di questa casa vuole venderla e nessuno di noi sa se troveremo altrove un vicinato così tollerante. Inoltre non so se potrò permettermi di pagare un affitto più alto: la crisi si fa sentire anche nel mio lavoro di estetista”.

Quando torniamo il giorno dopo la festa a trovare Maryani il salone ha riaperto affiancando al cartello “Pompea Waria”, ovvero moschea per i waria, quello di “Salone Aryiani: trucchi e maquillage”.
Il casco asciugacapelli da parrucchiera fa ora bella mostra alle spalle dell’imam Hamrolie e della discepola prediletta che siede ai suoi piedi.

Su un mobile sono incollate alcune foto di Maryani da giovane con il viso vistosamente imbellettato – mentre ora non porta alcun trucco – oltre a immagini di clienti che sono attrici o modelle.
Sul muro c’è un’istantanea dell’imam quando aveva meno di trent’anni, coi capelli lunghi e lo stesso sorriso gioviale di oggi che ne ha più di cinquanta e il pizzetto ben curato.

“Il problema del mondo islamico”, dice mister Ham, “è che si pensa troppo alla religione e meno al resto della società, al confronto con l’erudizione di altri Paesi e culture. I miei fratelli dovrebbero visitare realtà come la Cina, l’America, l’Europa.

Forse rifletterebbero sul fatto che grazie alla scienza c’è un mondo di valori valido per tutti, e forse capirebbero che per i waria esistono ragioni anatomiche e biologiche nel sentirsi donna.
A leggere attentamente le scritture comunque si capisce che l’anatema, la fatwa, si riferisce a chi adotta certi atteggiamenti come stile di vita, e non come manifestazione di un sentire naturale.

E adesso registriamo come positivamente il fatto che l’iniziativa della nostra scuola sia stata accolta con favore anche dai leader dei partiti religiosi fondamentalisti locali e nazionali. Oltretutto, grazie alla natura pacifica dei nostri vicini di casa, viviamo in pace e armonia con tutti, così come deve essere”.

Il Dio che accetta

Gli speciali studenti dell’imam (“tutti i waria vogliono ricevere lezioni da me, non dai miei sostituti”, spiega lui) durante i fine settimana sono spesso raccolti attorno alla sua sedia. Dalle cinque del pomeriggio alle cinque della mattina.

“Spiego loro i rudimenti del Libro, perché in grandissima parte non hanno alcuna educazione, vengono da villaggi di campagna dove non esistono nemmeno scuole degne di questo nome. Quasi tutti hanno avuto il coraggio di sfidare i tabù e rivelare i propri veri sentimenti, comportandosi con naturalezza, a dispetto di tutto. Certo, qualcuno può non farcela.

E lontano dalla grazia di Dio molti si sono suicidati per non aver incontrato alcuna comprensione negli altri. Però in maggioranza i waria hanno avuto genitori tolleranti: non dei fanatici ultrareligiosi, ma semplici contadini che discendono dalle antiche tribù induiste, animiste e buddiste del passato. Lasciano vivere i figli come vogliono.

Ora, grazie al Corano, quei waria si sentono in intimo contatto con il Dio che si voleva negare loro”. Maryani conferma: “Dio è entrato nella mia vita e mi ha accettato”, ci spiega, accarezzando la testa di sua figlia.

“Perché non dovrebbero accettarmi gli esseri umani? Quando prego non esistono barriere, e la forza della mia devozione mi mette in comunicazione con il Signore di tutti. Per questo continueremo ad andare avanti, qualunque cosa Allah abbia in serbo per noi”.

Fonte: Raimondo Bultrini da “D la Repubblica delle Donne” .

Libano: il governo italiano dona 1.200.000 euro per i progetti UNICEF.

Il rappresentante dell’UNICEF in Libano Roberto Laurenti e l’Ambasciatore italiano Gabriele Checchia hanno firmato un accordo di attuazione per l’iniziativa “Adotta un villaggio”, finanziata dal governo italiano per un importo di 1.200.000 euro.

La cerimonia di firma ha avuto luogo presso la sede dell’Ambasciata d’Italia a Beirut, alla presenza dei rappresentanti dei ministeri libanesi, delle agenzie delle Nazioni Unite e delle ONG italiane presenti sul campo.

L’obiettivo del progetto è ridurre la povertà e fornire un modello di programmazione decentrata e di gestione delle risorse per affrontare l’emarginazione socio-economica nelle aree più svantaggiate del Libano.
L’iniziativa “Adotta un villaggio” verrà lanciata in tre villaggi pilota della regione di Akkar e mira a offrire un modello di programmazione partecipata per la lotta contro l’emarginazione socio-economica a livello decentrato.

I bambini nella regione di Akkar della fascia d’età 0-14 sono particolarmente a rischio per la povertà, decisamente più alta rispetto alla media nazionale. La deprivazione economica delle famiglie è strettamente collegata con gli elevati livelli di abbandono scolastico, analfabetismo, lavoro e devianza minorile.

I giovani della regione soffrono anche di un elevato tasso di disoccupazione, il doppio della media nazionale del gruppo di età 15-29.

Un processo di consultazione attiva precederà il lancio del progetto in ogni villaggio. La formazione del personale locale, a partire dall’avvio dei lavori, fornirà agli abitanti del villaggio le competenze di cui hanno bisogno per sostenere interventi di lungo periodo. La formazione di responsabili decisionali e di erogatori di servizi, la riabilitazione delle infrastrutture di base, le piccole dimensioni dei progetti comunitari, la creazione di reti e massicce campagne di comunicazione, costituiscono l’essenza del progetto. Assicurare che i villaggi siano in linea con i più ampi piani nazionali di sviluppo, con la protezione dei bambini e con l’accordo sulle reti di condivisione dei costi fin dall’inizio, garantisce che i governi saranno partner a pieno titolo nello svolgimento del progetto.

Gabriele Checchia, Ambasciatore italiano in Libano, nel suo annuncio di ieri ha dichiarato che «l’iniziativa lanciata oggi con l’UNICEF a beneficio della popolazione libanese residente nella regione di Akkar dà un ulteriore attestato dell’impegno che l’Italia sta fornendo per garantire che tutte le regioni del Paese e tutti i settori di intervento prioritario siano riconosciuti, con una particolare particolare attenzione verso gruppi più vulnerabili ed emarginati della società».

Roberto Laurenti, Rappresentante UNICEF in Libano, ha ringraziato il governo italiano per il suo generoso contributo e ha dichiarato: «Durante l’emergenza e il processo di ricostruzione, il governo italiano, con il generoso annuncio di oggi, ha contribuito con l’importo di 3,2 milioni di euro al lavoro dell’UNICEF, e mantiene il suo impegno per il Libano con l’organizzazione di iniziative per migliorare il benessere e le necessità urgenti dei bambini e dei giovani nelle zone più povere del paese».

In queste attività, l’UNICEF lavorerà in stretta collaborazione con i ministeri e le autorità locali e l’iniziativa “Adotta un villaggio” sarà attuata in stretta collaborazione con il programma dell’UNDP “ART GOLD”, inteso a istituire reti locali di sviluppo con la partecipazione di progettisti qualificati e manager provenienti dalle autorità locali, ONG e leader della società civile.

Fonte: Unicef Italia.

Terre e Libertà di…volontariato.

Sono aperte le iscrizioni al progetto di volontariato internazionale “Terre e Libertà” dell’ONG IPSIA – Istituto Pace Sviluppo Innovazione ACLI, esperienza altamente formativa rivolta soprattutto ai giovani, per conoscere, condividere e rendersi utile in diversi paesi del mondo, secondo un’ottica di attenzione alle persone coinvolte e ai beneficiari diretti del progetto.

IPSIA promuove da più di dieci anni questo tipo di esperienze: nel 1998 si tenne il primo campo di volontariato in Bosnia Erzegovina, da cui seguirono tutte le successive esperienze che hanno portato ai 17 campi che IPSIA propone per l’estate 2009.

Per quest’estate IPSIA organizza campi di animazione tradizionale, campi di animazione sportiva e campi di lavoro in diverse località di Bosnia Erzegovina, Kosovo, Albania, Brasile, Argentina, Palestina/Israele, Mozambico e Kenya.
Equipe di volontari italiani, con una partecipazione media degli ultimi anni di oltre 130 persone per ogni estate, si recheranno divisi in turni da 2 settimane in circa 15 diverse località dei Balcani (divise tra Bosnia, Kosovo, Albania) per realizzare campi di animazione tradizionale e campi di animazione sportiva con la collaborazione dell’Unione Sportiva delle Acli di Milano.
Altri volontari invece si recheranno per circa 20 giorni a Santiago del Estero in Argentina, a Salvador de Bahia e Recife in Brasile, a Meru in Kenya, a Inhassoro in Mozambico e a Betlemme in Palestina/Israele, per attività di animazione, condivisione di attività lavorative, turismo responsabile.

Per i campi europei l’età minima di partecipazione richiesta è di 16 anni, mentre per i campi extra-europei si richiede l’età di 23 anni compiuti. Tutte le attività previste in questi territori del sud set Eruopa, si svolgono tra luglio e agosto.
Per poter partecipare ai campi è richiesto l’invio della scheda di iscrizione entro la scadenza e ai riferimenti indicati e sulla pagine web dedicata al progetto. Per coloro che scelgono una meta fuori dall’Europa è previsto un colloquio di selezione e sarà obbligatorio per tutti coloro che parteciperanno ai campi europei ed extra-europei la partecipazione a tre week end di formazione che si svolgeranno tra giugno e luglio.

La copertura delle spese vive della partecipazione al campo sono a carico del volontario e oscillano tra i 500-600 Euro per i Balcani, ai 1000-1600 Euro per Palestina e Kenya ai 1900-2000 Euro per l’America Latina.

Ai volontari non vengono richieste pregresse esperienze ma buona capacità di adattamento e di operare in gruppo.

Per informazioni:
IPSIA – Progetto Terra e libertà
Responsabile Volontariato internazionale IPSIA
Silvia Maraone
tel: 02 7723285
e-mail: terre.liberta@acli.it
web: www.terreliberta.org

Fonte: Osservatorio Balcani.