Trans e islam. Viaggio in Indonesia a Yogyakarta, dove l’imam accoglie i travestiti nella sua casa-moschea.

Il tahajud, la preghiera della notte, è un momento di particolare introspezione. La giornata è quasi finita e i devoti ad Allah di Pompea Waria riflettono su quanto hanno fatto e su ciò che si apprestano a fare, chiedendo a Dio la forza per andare avanti.
Nella piccola stanza di questa casa alla periferia di Yogyakarta trasformata in moschea, l’unica per travestiti e gay di tutta l’Indonesia, Rully Wallay recita a bassa voce le formule del Corano.

Ha il capo coperto dal velo, ma non si cura di abbellirsi e nascondere – come quando si era abbigliata per la festa del giorno prima – la sua accentuata calvizie.
Dietro di lei – all’anagrafe lui – pregano altri due waria, i travestiti nella lingua indonesiana: indossano larghi abiti bianchi che ne coprono perfino i volti e si prostrano verso la Mecca fino a toccare il pavimento con il viso.

Tra queste quattro pareti nel borgo di Notoyudan, pavesato di bandiere dai diversi colori dei numerosi partiti politici in competizione elettorale, l’intensità della preghiera dei devoti waria non sembra affatto distolta dagli scatti dei fotografi, che saltano come cavallette, cercando di riprendere le concentrate espressioni dei loro visi effeminati e virili allo stesso tempo.

Il più frenetico è lo studente di una delle cento università di Yogya, la capitale intellettuale dell’Indonesia: il ragazzo deve preparare una tesi di laurea sul tema dell’unica moschea per waria in questo Paese che conta dodicimila isole e duecento milioni di abitanti a maggioranza musulmana.

Altri studenti del suo stesso ateneo stanno invece realizzando un documentario: sebbene siano videomaker alle prime armi, hanno ottenuto il sostegno per realizzare il loro sogno da una televisione e da una fondazione giapponesi: il loro film-verità low budget è basato sulla storia di Maryani, del Maestro, e della comunità di variopinti personaggi che in quest’angolo della città ne costituisce la Corte.

Hadith e maquillage

È Maryani che, con i proventi del suo negozio di maquillage ricavato dallo stesso appartamento che ospita Pompea Waria, paga l’affitto e i costi dei corsi.
Ma il merito di aver aperto la prima scuola coranica per travestiti dell’Indonesia, con annessa moschea, va senz’altro a uno speciale imam dal corpo sinuoso e dinoccolato, che mentre parla gesticola come un italiano.

Il suo nome è Hamrolie Harun, ma tutti lo chiamano mister Ham, e conosce Maryani da quando, a dieci anni, aveva cominciato a vestirsi da donna, con l’approvazione del padre vedovo, che ancora la aiuta nei lavori domestici.

“A quel tempo vivevamo nel villaggio di Pa tuk e lei si chiamava Paryono, un nome da maschio”, racconta ridendo l’imam, “ma ora è femmina anche all’anagrafe”.
Sembra parlare di tempi remotissimi: infatti oggi è difficile immaginare la Maryani di allora, con il suo viso largo e la voce addolcita dal lungo uso del linguaggio femminile, ma pur sempre un po’ baritonale.

L’imam che le ha insegnato i primi rudimenti del Corano, a dispetto delle discriminazioni degli altri abitanti del villaggio, si rivela come un uomo aperto e colto, con una laurea in economia e venti assistenti sparsi tra la provincia e la capitale.

Mister Ham è un tenace nemico dei fondamentalisti e segue i principi della Via dell’amore universale, resa celebre dal poeta e maestro Rumi.
“I Sufi amano i cani, gli altri musulmani li uccidono”, dice con un sorriso amaro che sottintende il suo pensiero sull’argomento.
“Secondo i principi Sufi un essere umano che disseta un cane va in paradiso. E se ama i cani, a maggior ragione ama i waria che sono esseri umani come lui”.

Ma è vero che in uno degli hadith si sollecita a uccidere gli omosessuali e coloro i quali sono “sessualmente deviati”? “Sì, però nel Corano non c’è alcun cenno a questo, e se al Corano possiamo far fede, è invece ancora oggetto di discussione il fatto che anche gli hadith corrispondano alla parola del Profeta”.

Le affettuose zie di Rizky

Esiste dunque una diversità apparentemente marginale nell’interpretazione delle sacre scritture dell’Islam, ma per mister Ham questa differenza concentra il senso dell’antica divisione tra il pensiero wahabita, base dell’integralismo arabo, e la Via dei maestri del sufismo d’origine persiana, ai quali lo stesso Maometto si ispirò visitando le semplici grotte dove vivevano e meditavano, assistendo alle trance dei dervisci.

Ma la festa di Maryani alla quale siamo invitati non sembra avere niente a che fare con i lunghi e plastici movimenti dei danzatori rotanti persiani.
Gli artisti waria, con il loro trucco pesante e i vestiti sgargianti, si esibiscono muovendo i fianchi con gesti ampi e ritmati, come cantanti della celebre e popolare mujra dance, severamente proibita ma in gran voga nei circoli più o meno clandestini del mondo islamico.

Prima dello spettacolo, guidati da giovani imam, hanno pregato tutti insieme: con il velo sul capo, a nascondere cipria, rossetto e lunghissime ciglia coperte di brillantini.
Ines, venticinquenne artista di strada con una piccola corona in testa, non si associa alle esibizioni perché sul palco oggi salgono i waria più anziani, giunti da ogni angolo di Giava, soprattutto da Surabaya, nell’est dell’isola, per condividere con Maryani la gioia del compleanno di sua figlia, la piccola Rizky Aryani che oggi festeggia il suo nono compleanno.

Pare un conclave di vecchie zie affettuose, che prima di lanciarsi nelle danze condotte da un antiquato piano elettrico con base ritmica incorporata, portano alla piccola nipotina scatole piene di regali. Maryani è per loro più di una sorella, e a sua volta Maryani è per la piccola Rizky un po’ padre e un po’ madre, da quando l’ha presa in braccio e adottata praticamente orfana a poche ore di vita.

La donna che l’aveva messa al mondo, infatti, se n’era voluta sbarazzare al più presto. Prima, durante e dopo la festa parliamo a lungo con waria che lavorano per Ong o come truccatrici.
E sì, anche da prostitute di strada: meno che ventenni come Hanna, che si guadagna da vivere nei vicoli bui dietro l’edificio della Bank of Indonesia. Poi ci sono artiste come Ines, un filo di trucco e i jeans attillati sui fianchi ermafroditi.

Dicono tutte che la fiammata di spiritualità risvegliatasi con l’apertura della scuola-moschea ha intrecciato i loro percorsi con quello di Maryani, a un livello più profondo e intenso della semplice solidarietà umana tra diversi.

Eppure talvolta un filo di tensione attraversa i giudizi di qualcuna di loro, che considera la scuola anche un modo di fare soldi. Maryani è consapevole dei rumors, ma sostiene che altri sono i problemi.
“Il proprietario di questa casa vuole venderla e nessuno di noi sa se troveremo altrove un vicinato così tollerante. Inoltre non so se potrò permettermi di pagare un affitto più alto: la crisi si fa sentire anche nel mio lavoro di estetista”.

Quando torniamo il giorno dopo la festa a trovare Maryani il salone ha riaperto affiancando al cartello “Pompea Waria”, ovvero moschea per i waria, quello di “Salone Aryiani: trucchi e maquillage”.
Il casco asciugacapelli da parrucchiera fa ora bella mostra alle spalle dell’imam Hamrolie e della discepola prediletta che siede ai suoi piedi.

Su un mobile sono incollate alcune foto di Maryani da giovane con il viso vistosamente imbellettato – mentre ora non porta alcun trucco – oltre a immagini di clienti che sono attrici o modelle.
Sul muro c’è un’istantanea dell’imam quando aveva meno di trent’anni, coi capelli lunghi e lo stesso sorriso gioviale di oggi che ne ha più di cinquanta e il pizzetto ben curato.

“Il problema del mondo islamico”, dice mister Ham, “è che si pensa troppo alla religione e meno al resto della società, al confronto con l’erudizione di altri Paesi e culture. I miei fratelli dovrebbero visitare realtà come la Cina, l’America, l’Europa.

Forse rifletterebbero sul fatto che grazie alla scienza c’è un mondo di valori valido per tutti, e forse capirebbero che per i waria esistono ragioni anatomiche e biologiche nel sentirsi donna.
A leggere attentamente le scritture comunque si capisce che l’anatema, la fatwa, si riferisce a chi adotta certi atteggiamenti come stile di vita, e non come manifestazione di un sentire naturale.

E adesso registriamo come positivamente il fatto che l’iniziativa della nostra scuola sia stata accolta con favore anche dai leader dei partiti religiosi fondamentalisti locali e nazionali. Oltretutto, grazie alla natura pacifica dei nostri vicini di casa, viviamo in pace e armonia con tutti, così come deve essere”.

Il Dio che accetta

Gli speciali studenti dell’imam (“tutti i waria vogliono ricevere lezioni da me, non dai miei sostituti”, spiega lui) durante i fine settimana sono spesso raccolti attorno alla sua sedia. Dalle cinque del pomeriggio alle cinque della mattina.

“Spiego loro i rudimenti del Libro, perché in grandissima parte non hanno alcuna educazione, vengono da villaggi di campagna dove non esistono nemmeno scuole degne di questo nome. Quasi tutti hanno avuto il coraggio di sfidare i tabù e rivelare i propri veri sentimenti, comportandosi con naturalezza, a dispetto di tutto. Certo, qualcuno può non farcela.

E lontano dalla grazia di Dio molti si sono suicidati per non aver incontrato alcuna comprensione negli altri. Però in maggioranza i waria hanno avuto genitori tolleranti: non dei fanatici ultrareligiosi, ma semplici contadini che discendono dalle antiche tribù induiste, animiste e buddiste del passato. Lasciano vivere i figli come vogliono.

Ora, grazie al Corano, quei waria si sentono in intimo contatto con il Dio che si voleva negare loro”. Maryani conferma: “Dio è entrato nella mia vita e mi ha accettato”, ci spiega, accarezzando la testa di sua figlia.

“Perché non dovrebbero accettarmi gli esseri umani? Quando prego non esistono barriere, e la forza della mia devozione mi mette in comunicazione con il Signore di tutti. Per questo continueremo ad andare avanti, qualunque cosa Allah abbia in serbo per noi”.

Fonte: Raimondo Bultrini da “D la Repubblica delle Donne” .

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