Elif, o la Turchia al plurale.

La scrittrice Shafak racconta perché dopo La bastarda di Istanbul è approdata al Sufismo.
Passando per la tv.

Le nonne musulmane sanno che una donna che ha appena partorito diventa inspiegabilmente malinconica. Per almeno quaranta giorni non deve essere lasciata sola e bisogna proteggerla dai jinn, gli spiriti maligni, con nastrini rossi e semi neri intorno al letto”. Ce lo racconta Elif Shafak, 38 anni, in un lounge bar non lontano dal centro di Istanbul, nella zona residenziale dove vive con marito e due figli piccoli.
Dubitiamo che la scrittrice turca, processata nel 2006 per La bastarda di Istanbul (Rizzoli), il romanzo bestseller che denunciò il genocidio degli armeni, abbia usato davvero questo metodo quando è nata la primogenita Sehrazad Zelda.
Però di depressione post parto ha sofferto davvero, e ne ha parlato nella biografia Black Milk. “Quello che è sempre stato molto naturale per me, sin da quando ero bambina, per un lungo periodo s’è interrotto: non riuscivo a metter giù una sola riga”, dice. Ecco che il latte materno diventa metaforicamente nero, acido. Nel libro Shafak si divide in sei: dalla Donna Cinica e Intellettuale, legata esclusivamente ai libri e alla scrittura, si passa alla Donna Materna, che vorrebbe pensare solo alle faccende di casa e a cucinare. Sullo sfondo, una serie di ritratti femminili presi in prestito dalla letteratura, da Muriel Spark a Sylvia Plath. “Personaggi che hanno indagato la difficile spaccatura tra maternità e scrittura”, dice. “Anche se alla fine quello che ti salva davvero la vita è l’ironia”. La capacità di ridere di sé certo, ma anche una moltitudine di interessi e di progetti. Shafak è una donna multitasking. Oggi, dopo un secondo bimbo di sette mesi, Emir, si divide tra insegnamento universitario, sceneggiature tv e una passione, il Sufismo, a cui ha dedicato il nono libro: Sweet Blasphemy, che sta per uscire in Turchia con una tiratura record di centomila copie (in Italia Cuore blasfemo, uscirà a settembre per Rizzoli) e di cui ci parla in anteprima. Attrazione mistica “È una storia sul mondo Sufi e sull’amore, terreno e divino”, racconta. “Sono molto legata alla filosofia religiosa, dal misticismo islamico a quello cristiano, a quello ebraico. Così come alla filosofia tout court, compresa quella politica, che si pone interrogativi universali e affronta la relazione dialettica tra locale e universale”. Il protagonista del romanzo, Zahara, è un tossicodipendente scozzese che incontra il misticismo islamico nel Nord Africa degli anni Settanta e decide di convertirsi. Poi conosce un’americana e se ne innamora. La storia dell’unione terrena e spirituale tra i due s’intreccia e scorre parallela alla vicenda dell’amore divino ambientata nella Konya del Tredicesimo secolo (Konya, capitale della provincia turca di Konya dove si trova la tomba del poeta persiano sufi Gialal al-Din Muhammad Rumi, che visse proprio in quel secolo e a Konya trascorse gli ultimi 50 anni della sua vita, ndr) . Il misticismo di Shafak però non è un interesse dell’ultim’ora. Dieci anni fa la scrittrice si aggiudicò con Pinhan il premio Rumi per il miglior lavoro sulla letteratura trascendentale, raccontando la storia di un mistico ermafrodita all’interno dell’ordine Sufi. “Quando la società non è pronta ad ascoltare quello che hai da dire, parla esclusivamente alla tua anima e a chi condivide il tuo credo”, ammonisce il pensiero Sufi. Oggi la corrente moderata dell’islam, fondata da Meviana Jalaluddin Rumi, è caduta nell’oblio. Ma per Shafak il legame col sufismo è “intellettuale ed emotivo”. “Per il Sufismo l’amore è alla base di tutto e coinvolge gli esseri umani che ci circondano come ogni cosa intorno a noi, parte dello stesso circolo. Siamo un riflesso del macrocosmo: ciò che succede nell’Universo esiste già all’interno dell’individuo”, dice. Forse nel suo non c’è tutto l’Universo, ma la sua cifra è sicuramente la versatilità. “Finito un libro; mi piace passare ad altro: che si tratti di cucina, fotografia, musica, non importa”, racconta. “Attraverso le sceneggiature per televisione e cinema posso sperimentare qualcosa che non capita mai a uno scrittore: lavorare in team”. Nell’ultimo script la protagonista è Menekse, una ragazza che cresce in una famiglia turca immigrata in Germania, tra violenza domestica, delitti d’onore e disparità nei rapporti uomo-donna. Ma, pur avendo dato un contributo notevole alla letteratura turca femminile, Shafak non si considera femminista. “La critica definisce così il mio lavoro. Io, pur avendo enorme rispetto per le donne del movimento in Europa, Turchia e Stati Uniti, non mi ci riconosco”. “La critica definisce così il mio lavoro. Io, pur avendo enorme rispetto per le donne del movimento in Europa, Turchia e Stati Uniti, non mi ci riconosco”. Rifiuto delle etichette. Il fatto è che Shafak non ama le etichette. “Il mondo editoriale si aspetta che le storie che racconti corrispondano alla definizione che ti è stata assegnata una volta per tutte. Così, se vieni dall’Iran, dall’Egitto, dalla Turchia, questo background ti caratterizza molto. Ho deciso da tempo di sottrarmi”.
Perciò ama variare di volta in volta. I suoi personaggi sfuggono a qualsiasi definizione, cambiando città, nome, politica, lingua, persino sesso. E così la forma e la lingua: si passa disinvoltamente dal romanzo al saggio, dal turco all’inglese, usato per la prima volta in Saint of Incipient Insanities. “Per me l’inglese è la lingua della precisione, una lingua matematica, con un incredibile vocabolario, mentre il turco è la lingua dell’emozione”, dice. “Spostandomi continuamente da un posto all’altro, ho cominciato a prestare più attenzione al linguaggio, a maturare una curiosità nuova. In genere per un romanziere è importante quello che dici, non come lo dici. Io credo che lo stile abbia la stessa importanza del messaggio”. La ricerca di nuovi modi di espressione non ha convinto i nazionalisti che invece la accusano di tradimento culturale. “È del tutto lecito essere multilingue, multiculturale e multireligiosa. A un mondo che ci chiede continuamente di fare una scelta definitiva dobbiamo rispondere: no, non voglio farla. Voglio essere plurale”, ribatte. Ma “vivere” al plurale in Turchia non è così semplice e Shafak l’ha sperimentato sia durante il processo, quando è stata accusata di aver violato l’articolo 301, offendendo l’identità nazionale turca, sia quando il suo editore, nonché carissimo amico, Hrant Dink, è stato assassinato dall’estrema destra. I lettori però le hanno dato molte dimostrazioni di solidarietà. “Sono irrazionale e amo seguire l’istinto, nella vita come nei libri”, racconta. “Bisogna muoversi oltre le categorie di buono e cattivo. La gente è fatta di tanti strati e non si può giudicarla in base a gruppi e associazioni”. Una vita da nomade Nata a Strasburgo nel ’71, dove il padre si trovava per studi, Elif Shafak è stata cresciuta dalla mamma, che iniziò la carriera diplomatica quando lei aveva una decina d’anni. “Non è stato facile per lei essere una divorcée della borghesia di Ankara negli anni Settanta. La gente non aveva una grande opinione delle donne separate e single”, racconta. La Turchia è ancora un Paese dove una ragazza è figlia del padre. “Io invece mi sento la creazione di due generazioni di donne. Osservandole ho realizzato che quelle a cui è stato negato il potere trovano spesso il significato dell’esistenza in un piccolo mondo, fatto di superstizioni, leggende e vecchie storie. Ne diventano le regine, specie quando invecchiano”. Così è stato sicuramente per sua nonna che le ha svelato un patrimonio di storie orali e la spiritualità delle Mille e una notte che Shafak continuamente mescola nei suoi romanzi alla tradizione intellettuale occidentale. Ma la scrittrice ha sempre vissuto un’esistenza nomadica, quasi un esilio volontario: dalla Spagna, dove ha frequentato una scuola internazionale, alla Giordania, dalla Germania agli Stati Uniti. Dopo gli studi in Scienze sociali ad Ankara, è approdata al Dipartimento di Studi mediorientali dell’Università di Tucson, dove insegna per alcuni mesi all’anno Letteratura ed esilio e Politiche della memoria. Ma adesso si dice pronta per un ennesimo trasloco: “Vivere in un campus nel deserto dell’Arizona è formativo. Ora però ho voglia di riprendere la tradizione cosmopolita dell’Europa. La mia prossima tappa? L’Olanda”. Memoria e amnesia Il suo nome è spesso citato accanto a quello del Nobel per la Letteratura Orhan Pamuk. “In Turchia si finisce spesso per discutere non tanto di un libro, quanto del suo autore. Se sei giovane, donna e scrittrice devi combattere molti pregiudizi prima di guadagnare la fiducia della gente”. Per un momento pare che voglia accennare al periodo buio seguito al processo a La bastarda di Istanbul ma Shafak è diventata molto cauta. “Non l’ho mai considerato un libro politico nonostante quello che è successo. Quello che mi interessa da sempre non è la politica ma raccontare le piccole storie, come ne Il palazzo delle pulci, che diventano più importanti delle grandi domande. E come tutti abbiamo più di una faccia”. E più di una connessione. In effetti con La bastarda ci ha lasciato un affresco in cui turchi e armeni hanno molto più in comune di quanto si immagina, a cominciare dai cibi che compaiono sulla tavola pagina dopo pagina. È proprio il sapore del pilaf – un piatto multiculturale – che costringe i protagonisti Asya e Armanoush ad ammettere che le loro famiglie condividono la stessa storia. “Mi sorprende vedere come modi di cucinare simili oltrepassano i confini imposti tra nazioni. In Turchia siamo così, molto mescolati, e non c’è nulla di male in questo, perché l’islam non è monolitico”, dice. Semmai è la velocità dei cambiamenti a turbarla. “A volte penso che la Turchia corra troppo veloce verso il futuro, scordando quello che è stata e che gli armeni invece vivano troppo nel passato. Tutti e due sbagliamo: loro con una memoria che li paralizza, noi con l’amnesia”.

Fonte: D La Repubblica delle donne.

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