Non restiamo in silenzio.

Marina Nemat aveva 16 anni quando fu arrestata, trascinata in cella, torturata come «sovversiva comunista» per qualche protesta in classe e un paio di articoli sul giornalino del liceo. Era il 1982, a Teheran. E il lugubre carcere dove rimarrà due anni era Evin, che oggi rinchiude la reporter irano-americana Roxana Saberi e molti altri «dissidenti». Marina riuscirà a evitare la morte: già davanti al plotone d’ esecuzione fu salvata da una Guardia della rivoluzione che l’ amava, le impose di convertirsi all’ Islam (lei era ed è cristiana), la sposò. Poi la fuga in Canada, un nuovo marito (il suo primo amore), due figli. E nel 2007 un libro: Prigioniera di Teheran (Cairo Edizioni), proibito in Iran, tradotto in 23 lingue, che presto diventerà un film. Del caso Saberi si sta parlando molto in Occidente. Ma dei prigionieri politici iraniani si sa poco in realtà. Come mai? «Roxana, a cui sono vicina, è un caso speciale: ha doppia nazionalità, è parte del gioco politico tra Iran e Usa, verrà usata, credo, come “merce di scambio”. Per questo staranno ben attenti a non torturarla né ucciderla. Hanno gli occhi del mondo su loro. Ma in Iran ci sono da decenni migliaia di detenuti innocenti, giovanissimi, ragazze, ignorati da tutti in Occidente. Solo negli anni 80 i prigionieri politici erano 40-50 mila. E il 90% di loro erano adolescenti, come me». Eppure anche lei ha aspettato quasi 20 anni per parlare, nemmeno suo marito sapeva tutto. Perché? «È quasi impossibile uscire da simili traumi e parlarne subito. È successo alle vittime delle torture in Cile e in Argentina, quasi tutte restate in silenzio anche con l’ arrivo della democrazia. Dopo quei traumi si vive in una bolla, si diventa come un maratoneta condannato a correre fino alla morte o a cadere. Io sono caduta. Dopo la morte di mia madre, nel 2000, ho capito che lei non aveva mai saputo chi fossi io davvero. Nessuno mi conosceva. Ho iniziato ad avere incubi, flashback, perfino episodi psicotici. Ho capito che il silenzio mi avrebbe ucciso. Mi ero sbagliata sperando di poter rimuovere Evin: era dentro di me. Dovevo farlo uscire». Cos’ è il carcere di Evin per lei e gli iraniani? «L’ orrore in cui entri e sparisci. L’ incubo assoluto. Un tabù nazionale. Se qualcuno sopravvive e ne esce non ne parla: per paura di tornarci, di rappresaglie sui propri cari, perché è “nella bolla”. Evin è parte del sistema dai tempi dello Scià, che lo costruì. Non è cambiato nemmeno con il moderato Khatami: la reporter irano-canadese Zahra Kazemi fu uccisa a Evin sotto la sua presidenza. Ora con Ahmadinejad è peggio. Da poco è morto in cella il blogger Omid Mir Sayafi, uno dei tanti». Qualcosa sta cambiando però: le aperture di Obama a Teheran, le prossime presidenziali in Iran. Siamo a una svolta? «Obama porta una nuova speranza, dopo i disastri di Bush. E credo che in giugno il candidato moderato Mir-Hossein Mousavi abbia buone chance, la gente ma anche i khomeinisti sono stanchi di Ahmadinejad. Ma perché le cose cambino davvero ci vuole la caduta del regime, per ora impossibile. La Storia ci ha insegnato che né l’ islamismo né il marxismo portano alla democrazia. E sarebbe ingenuo illuderci». Che fare, allora? Shirin Ebadi ritiene che sanzioni o, peggio, una guerra sarebbero un disastro per tutti. «Concordo in pieno. Piuttosto, l’ Occidente dovrebbe alzare la voce contro ogni violazione dei diritti umani, non solo di cittadini con doppia nazionalità. E aiutare la nascita di un’ opposizione non ideologica, una vera alternativa. In quanto a me, non posso tornare in Iran, ho subito minacce, ma resto in contatto con il mio Paese. Sto preparando un secondo libro, insegno. E cerco altri ex prigionieri di Evin per convincerli a parlare. Ma è difficile. Quasi tutti scelgono di restare nella loro bolla, in silenzio».

Fonte: Cecilia Zecchinelli per “Il Corriere della Sera”, 25/04/2009 .

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