Archivi del mese: maggio 2009

Hamas deve riesaminare le sue politiche.

In un articolo sul sito web affiliato a Hamas, il giornalista Mu’min Bsiso lancia un appello affinché Hamas riesamini le sue linee politiche e militari alla luce di quella che chiama la grave condizione del popolo palestinese. Dice che Hamas deve mostrare maggiore flessibilità, adattare le sue politiche alle circostanze esistenti, e dare il suo accordo alla formazione di un governo palestinese che sia accettabile per il resto del mondo. Nel discutere la situazione militare, critica i vertici di Hamas per la guerra di Gaza e, seppure implicitamente, condanna il lancio di razzi verso Israele.

Qui di seguito si riportano alcuni brani dell’articolo:

Hamas deve mostrare flessibilità ed adattarsi alla realtà

“Il problema palestinese non è mai stato così complicato come oggi. I palestinesi hanno toccato il fondo del loro deterioramento e del loro disaccordo interno. I rapporti [fra le differenti fazioni] della nazione non sono mai stati cos’ cattivi come oggi. Ricostruire Gaza è una delle sfide più importanti del governo di Hamas e la chiave del successo per la creazione di un governo palestinese che sia accettabile per la comunità internazionale…

“L’ascesa al potere di Hamas e la sua presa di Gaza, hanno reso legittimo, per Israele, il lancio di una guerra contro Hamas e la situazione creatasi nella recente guerra [di Gaza] potrebbe portare ad un’altra guerra se Hamas continua a governare [Gaza] in assenza di ogni possibilità di avere una tahdiah con l’occupante. Se scoppiasse un’altra guerra, le strutture e le istituzioni di Hamas, per costruire le quali ci sono voluti molti anni, potrebbero ricevere un colpo diretto da Israele e disintegrarsi.

“L’ascesa di Hamas al potere, il suo predominio nel governo dopo le elezioni del 2006 per il Consiglio Legislativo, e la sua vittoria militare [i.e. il colpo do stato di Gaza] sono costati cari dal punto di vista diplomatico, economico ed organizzativo, così come sul terreno. [Il dovere di] governare [Gaza] ha distratto Hamas da alcuni dei compiti e problemi ai quali si sarebbe sempre dovuto dare alta priorità – specialmente la resistenza e la ristrutturazione del movimento in maniera da facilitare le attività di governo e di diplomazia.

“Questi fatti obbligano Hamas a riesaminare le sue opzioni diplomatiche e la sua tattica e trovare l’opzione che meglio si adatti ai fatti politici ed alla realtà. Deve mostrare maggiore flessibilità diplomatica che porti dei risultati [anche se] non omnicomprensivi.

“mettersi d’accordo su un governo di rappresentanti indipendenti, secondo il piano politico messo a punto nell’Accordo della Mecca, è una delle opziono accettabili da parte della comunità internazionale ed è l’opzione che meglio si adatta al periodo attuale – che è pieno di ostacoli, trappole e sfide. Questa opzione è la piena risposta alle sfide politiche interne ed esterne ed alla sfida della ricostruzione di Gaza. Allo stesso tempo conserva il programma politico di Hamas ed impedisce la messa a repentaglio [di questo programma]

“La creazione di un governo di indipendenti, come era stato convenuto [in passato], farà respirare un’aria nuova alla causa palestinese. [Inoltre] libererà Hamas dal peso di sostenere l’alto costo e le conseguenze dell’essere al governo, e di dovere rendere conto alla gente della crisi economica. Toglierà anche ad Israele ogni pretesto per reiterare la sua violenta aggressione [contro Gaza].

“Questo darà ad Hamas il tempo per ricostruire le sue infrastrutture ed istituzioni organizzative e sociali e di potere fare un’analisi più accurata della resistenza – il giusto modo per mantenerla, alimentarla e rafforzarla, basato su un approccio innovativo ed avanzato che sarà sviluppato per rispondere alla sfide cui il popolo palestinese deve far fronte…”

Ci sono stati errori nella conduzione delle Guerra di Gaza

Mentre enumerava gli aspetti positivi del funzionamento di Hamas durante la guerra, Bsiso ha anche elencato gli errori della sua politica: “In generale, la prontezza militare di Hamas è stata insufficiente ed è stata incapace di resistere ad un attacco di questa portata, [sebbene l’attacco sia stato preceduto] da innumerevoli minacce da parte di Israele [dando un lungo avvertimento di quello che stava per succedere].

“Contando unicamente sui metodi presi a prestito da Hezbollah, [Hamas ha perso] l’elemento soprpresa, sul quale contava. L’esercito d’occupazione, [per contro] era ben preparato ed è riuscito ad evitare molte di queste tattiche e metodi. C’era bisogno di metodi differenti e creativi, con i quali l’esercito di occupazione non si fosse precedentemente confrontato.

“La mancanza di armi contraeree ha lasciato il fronte palestinese vulnerabile [agli attacchi degli aerei e degli elicotteri israeliani], ed ha notevolmente ridotto le possibilità di manovra dei combattenti di Hamas sul campo.

“[Per di più, Hamas] non aveva armi anticarro i lunga gittata (i.e. superiori ad 1 Km) che lo hanno privato di ogni capacità di affrontare i convogli di carri armati e di veicoli blindati israeliani, dando alle forze israeliane una superiorità sul campo di battaglia..

“prima delle Guerra, il movimento aveva completamente escluso la possibilità di un confronto aperto e di una massiccia invasione israeliana [di Gaza. In altre parole] aveva stimato in modo errato la probabilità di un confronto con l’occupante. Non c’era un piano strategico per una guerriglia in caso di invasione israeliana all’interno delle zone abitate [di Gaza]. [Per di più] prima della guerra, la capacità del movimento di scoprire la rete dei collaboratori era scarsa – il che significa che l’esercito di occupazione aveva un fiume di informazioni che lo hanno aiutato a colpire molti obiettivi palestinesi.”

L’articolo enumera il problemi “cronici” che affliggono la resistenza, come le “operazioni spontanee di resistenza portate avanti dalle fazioni palestinesi, specialmente gli attacchi con razzi; in alcuni casi le posizioni contrastanti ed i differenti programmi delle fazioni della resistenza e la mancanza di coordinamento fra di loro…”

Bsiso conclude che c’è bisogno di imparare la lezione e di “formulare un piano strategico, in vista della possibilità che ci sia un’altra guerra, prendendo in considerazione tutte le opzioni, alternative e fabbisogni – in modo che il piano sia pronto per essere applicato senza ritardi. Allo stesso tempo” aggiunge, “Il movimento deve mostrare più cautela e mettere a punto i meccanismi della resistenza sul fronte di Gaza. Le fazioni della resistenza devono raggiungere un accordo, incluso soluzioni adeguate per i vari fenomeni negativi.

“Hamas ha imparato molte lezioni dalla guerra – ma l’ostacolo che si frappone all’implementazione di queste lezioni ha a che fare con fattori esterni che vanno oltre il suo controllo.”

Fonte: MEMRI.

Sri Lanka peggio di Srebrenica.

La guerra in Sri Lanka è finita.
I singalesi festeggiano la vittoria.
I tamil sopravvissuti, rinchiusi nei campi profughi dell’esercito, piangono i loro morti: almeno 12 mila solo negli ultimi 140 giorni di conflitto (oltre 9.300 civili e 2.500 combattenti), forse addirittura 15 mila secondo fonti mediche locali citate dal quotidiano britannico Guardian. E si domandano se potranno mai fare ritorno nei loro villaggi al nord, distrutti o occupati dall’esercito, o se invece si dovranno rassegnare a vivere una vita da profughi, o se addirittura saranno costretti a lasciare un Paese in cui sono considerati una razza inferiore e pericolosa.

Arrestati i medici che hanno denunciato i massacri. Il governo nazionalista di Mahinda Rajapakse continua a vantarsi di aver “liberato” e “salvato” la popolazione tamil, ma intanto è impegnato a impedire alla Croce Rossa Internazionale, alle Nazioni Unite e alla stampa straniera l’accesso ai campi profughi, e a fa sparire i dottori che nelle ultime settimane avevano denunciato i massacri di civili provocati dai bombardamenti governativi sull No Fire Zone. Amnesty International, Physicians for Human Rights e Reporter Senza Frontiere hanno espresso preoccupazione per la sorte del dottor Shanmugarajah e dei suoi colleghi Sathiyamoorthy e Varatharajah: tutti dipendenti del servizio sanitario nazionale che erano coraggiosamente rimasti, fino all’ultimo, ad assistere i civili tamil nella zona dei combattimenti, presso l’ospedale da campo allestito nei locali dell’ex scuola elementare di Mullivaikal. Tutti e tre sono stati arrestati sabato dai soldati e attualmente detenuti presso la Divisione Investigativa sul Terrorismo (Tid) a Colombo.

Francis Boyle: “Peggio del massacro di Srebrenica”. “In queste ore l’esercito sta conducendo esecuzioni sommarie, sta impedendo l’arrivo di aiuti umanitari ai sopravvissuti rinchiusi in campi di concentramento, sta rimuovendo sul terreno le prove dei suoi crimini: diecimila civili massacrati in quattro mesi! Peggio che a Srebrenica, dove morirono ottomila persone”. Il professor Francis Boyle, tra i massimi esperti mondiali di diritto internazionale, parla senza peli sulla lingua in un’intervista alla Kpfk, emittente radio Californiana. “Il governo dello Sri Lanka sta violando il diritto umanitario internazionale, dopo essersi macchiato di gravi crimini di guerra e contro l’umanità. Rajapakse dice di aver salvato i civili, ma la realtà è che prima li ha indotti a rifugiarsi in massa nella No Fire Zone, poi ha tagliato i rifornimenti di cibo, acqua e medicine e infine li ha bombardati. Tutto questo è accaduto con il benestare degli Stati Uniti, che grazie ai loro satelliti e alla loro intelligence sapevano in ogni momento cosa stava accadendo, e con quello della Gran Bretagna, dell’Europa, dell’India e anche della Cina, che ha garantito a Rajapakse il suo sostegno in cambio del permesso di costruire un grande porto commerciale nel Paese” (sulla costa meridionale di Hambantota, ndr).

“Decenni di apartheid e razzismo contro i tamil”. “Fin dall’indipendenza del 1948 – continua il professor Boyle, studioso di questo conflitto – i governi singalesi hanno portato avanti nei confronti della minoranza tamil una politica di apartheid ispirata dalle peggiori pulsioni razziste: dopo la seconda guerra mondiale, in Sri Lanka come in India, le classi dirigenti appartenenti alla maggioranza della popolazione di origine ariana hanno sempre considerato come inferiori i tamil, popolazione indigena di origine dravidica e dalla pelle più scura. Un razzismo che in Sri Lanka è stato fortemente sostenuto anche dal potente clero buddista singalese, ultranazionalsita e tutt’altro che pacifista. La guerra civile è stata scatenata dalle politiche e dalle violenze razziali anti-tamil. Nei primi anni duemila, l’Ltte aveva accettato di rinunciare all’indipendenza e di trattare sull’autonomia nell’ambito di uno Stato federale, ma Rajapakse, approfittando della guerra globale al terrorismo, ha affossato il processo di pace e ha ripreso la guerra con lo scopo ultimo di eliminare la popolazione tamil dallo Sri Lanka incoraggiandola a lasciare il Paese. E’ prevedibile che i massacri e la crisi umanitaria provocata dal governo di Colombo negli ultimi mesi spingeranno molti tamil a fuggire”.

Fonte: Peace Reporter.

Neorealismo all’irachena.

L’uomo di latta sembra uscito dalle pagine del Mago di Oz. E, come il compagno di viaggio di Dorothy, è senza cuore. Al suo posto bossoli, proiettili, puntatori. Le membra sono scheletri di obice. La Prigione rossa, il quartier generale della “mukhabarat”, la polizia segreta, il luogo che per ogni abitante di Suleimania, Kurdistan iracheno, è stato per decenni sinonimo di terrore, ora è un museo. E quel che resta delle guerre che qui si sono combattute – metallo contorto, munizioni, schegge – è stato trasformato in sculture e installazioni. Tortore e piccioni sono i nuovi residenti delle stanze che furono del direttore del carcere dove gli oppositori del regime venivano rinchiusi senza capi d’imputazione e senza processo. I laboratori dei torturatori di Saddam sono diventati un cinema. Il primo della città simbolo della modernità nella regione autonoma. Stabile, laico, moderato, filoccidentale, con genuine aspirazioni capitalistiche, il Kurdistan è stato per anni l’unico porto sicuro dal caos e dalla violenza, «il modello democratico per il paese» ancora in attesa di pacificazione, qualcuno azzardava persino «per l’intero Medio Oriente». Un sogno che si è infranto: impantanato nelle sabbie mobili di una gestione feudale e familistica del potere, in cui i due clan rivali, quello del presidente Talabani e quello di Barzani, a capo della regione, si spartiscono quote di budget e competenze, il Kurdistan ha smesso di vagheggiare una rinascita politica. Ma insiste a inseguire quella culturale. Suleimania – 750mila abitanti ancora in gran parte dipendenti dagli aiuti internazionali, da 4 a 9 milioni di mine concentrate lungo il vicino confine con l’Iran, una selva di antenne paraboliche – non rinuncia a guardare al futuro. La rivoluzione si progetta anche nelle stanze dell’Institut kurdo-français, un luogo dove di solito si tengono corsi di lingua o conferenze. Qui, per la terza volta in un biennio, un team di documentaristi francesi insegna, accompagna e – per dirla con le parole di Baudouin Koenig, fondatore di Alterdoc, Ong il cui obiettivo è, semplicemente, quello di dare la parola e l’accesso all’immagine «agli esclusi del pianeta» – fa venire voglia di fare cinema. A chi, non solo un film non l’ha mai fatto, ma molto spesso non l’ha nemmeno mai visto.

Quest’anno sono otto team. Ognuno con una storia da raccontare sulla “generazione del ’91”, l’anno dell’intifada, della rivolta contro il regime di Saddam, e degli eccidi. Ysser Sabhi Rashyd, regista della troupe araba di Tikrit, che punterà il proprio obiettivo sul disastro ambientale provocato dalla centrale termoelettrica di Beiji a nord di Bagdad (e che durante le riprese verrà arrestato) ricorda solo Via col vento e Il vecchio e il mare. «In Iraq quando cominci a lavorare in tv ti dicono: “Campo lungo, primo piano e, se piange, stringi sugli occhi, poi taglia”». Karwan Ali – che ha scelto di filmare la storia di un ragazzo innamorato del calcio, ad Halabja, la città martire dove, nel 1988, cinquemila persone vennero uccise dai gas di Saddam – il primo documentario della sua vita l’ha visto nel 2004. Sei équipe curde, di cui una femminile, «che ha lavorato ogni giorno fino a mezzanotte, in un paese dove le donne dopo le sei di sera si chiudono in casa», una legata a Utv, la combattiva emittente degli islamisti, un’altra di curdi iraniani, oppositori in esilio e due arabe, una da Tikrit, sunnita, una da Najaf, sciita: lo specchio di un paese. Più che un workshop di cinema, questo assomiglia a un laboratorio politico e culturale dell’Iraq intero. Dove Baudouin e la sua équipe – registi e tecnici che lavorano per Arte, Bbc, Channel 4, la moglie Fulvia Alberti, italiana, documentarista come lui, una montatrice francese, una tecnica del suono libanese, un ricercatore dell’Université de Provence, una blogger – proiettano, davanti alle pupille sbarrate di stupore e di piacere degli stagisti, spezzoni di grandi classici.

A partire da L’homme à la camera di Dziga Vertov, 1929, muto, bianco e nero, resoconto dell’uomo alle prese con la modernità. E raccolgono in cambio proposte di racconto sul presente. In un paese dove la violenza contro le donne è in crescita, l’équipe femminile intitola Il/elle il proprio film: storia di una ragazza battuta dalla matrigna e responsabilizzata dal padre morente a essere “l’uomo di casa”, che uomo decide di diventare davvero. Ma anni di cure ormonali e travestimenti non mettono a tacere il senso di colpa verso Dio e la natura. Ritorna il desiderio di essere donna. Il documentario verrà mostrato ai cittadini di Suleimania nella serata conclusiva del workshop. Ma l’identità di Lui/lei verrà protetta. Come quella di Hapsa, la donna che vive oggi al sicuro, mutilata dalla famiglia per aver solo guardato un ragazzo, protagonista di uno dei film della passata edizione. Non ci sono temi scabrosi da queste parti. Zmnako Karim gira Danse avec la nuit, la vita di un Billy Elliot curdo, figlio dei due anziani e religiosissimi guardiani dell’unica scuola di danza della città. Il giovane regista parla del ballo come unica via alla scoperta del corpo, alla relazione con il femminile e si guadagna l’ostracismo dei colleghi durante la presentazione collettiva: il tabù è confermato. Ancora oggi. Anche qui. Awat Ali e il suo gruppo indipendente, in cambio, racconta – in Le temps n’attend pas – il sofferto ingresso del paese nella modernità attraverso la musica. Rap naturalmente. Hamarapper, la Tshirt come carta d’identità, tatuaggi a coprire le braccia (fatti appena in tempo, il governo ha chiuso l’unico tattoo-shop della regione), trasforma in hip hop la musica tradizionale curda.

Lo zio peshmerga, guerrigliero della lotta di liberazione, non approva. La star, per tutta risposta, disegna graffiti tra gli applausi dei fan. Con il pennello e la vernice per auto. È quel che passa il convento. Qui una bomboletta non l’hanno ancora vista. È dal 1991 che, Fulvia e Baudouin, tenacemente, tornano da queste parti. «Cercando di riprodurre nelle stanze dell’atelier la società irachena, anche dove essa stessa non si riconosce» spiega lui. «Il problema maggiore è che le équipe curde e arabe non si capiscono. L’arabo qui è la lingua del nemico e questa è la generazione che ha rifiutato di impararlo. Ma c’è un paese che si chiama Iraq che sta cercando di ricostruirsi e il pericolo più grande adesso è incoraggiare i nazionalismi. Noi lavoriamo per andare nella direzione opposta». E seminano il contagio. Prima che le camere di tortura diventassero cinema, hanno chiesto a uno degli allievi di fermare su pellicola la memoria del luogo. Si intitolò La prison rouge, la rievocazione della vita tra le mura dell’orrore da parte di una delle vittime, uno dei documentari più forti delle passate edizioni. Film che lasciano il segno qui e portano conoscenza altrove. Quattro dei lavori prodotti l’anno scorso sono approdati in Francia. A Figra, il Festival international du grand reportage d’actualité. E a ottobre si taglierà il nastro del primo festival del cinema di Suleimania. Ci saranno i film nati qui. E altri arriveranno dall’Europa, magari accompagnati da qualche coraggioso realizzatore. All’enclave si può arrivare da tanti corridoi. Le rinascite cominciano così.

Qui potete vedere il video del servizio.

Fonte: Paola Piacenza per “IO Donna”.

Brescia e la disfida del cricket.

Ci mancava so­lo la disputa del cricket. Dopo le moschee, il kebab, i phone center, i bonus bebè, l’ultimo punto di attrito tra italiani ed extracomunitari è diventato il gioco che gli inglesi esportaro­no nel XIX secolo nelle loro co­lonie asiatiche. Il nuovo rego­lamento di polizia urbana in discussione a Brescia, se appli­cato alla lettera, renderebbe impraticabile nelle aree verdi della città il cricket. Il detta­glio nella stragrande maggio­ranza delle città italiane fini­rebbe nella cartelletta delle no­tizie bizzarre; non a Brescia, dove la comunità straniera più numerosa è quella dei pa­chistani, per i quali il cricket è l’equivalente del nostro cal­cio.

A Campo Marte, nel quartie­re di San Polo, al parco Tarello e in qualunque area verde di Brescia l’immagine di giocato­ri con la pelle scura impegnati a lanciarsi la pallina e a respin­gerla con la caratteristica maz­za piatta è ormai una consue­tudine. Consuetudine che il puntiglioso regolamento co­munale in gestazione rischia di cancellare. Su tutta la penisola soffia un vento di divieti e prescri­zioni, di sindaci dall’ordinan­za facile e il documento in di­scussione a Brescia sta nel bel mezzo di questo mainstream. Viene vietato l’uso delle altale­ne ai maggiori di 14 anni, vie­ne regolamentato il modo di parcheggiare la bicicletta e vie­ne vietata la pratica di qualun­que sport (tutti, anche il cal­cio) in ogni area non apposita­mente attrezzata.

Messa così sembra una norma equanime e inattaccabile, se non fosse che a Brescia abbondano cam­pi di calcio, di tennis, di palla­volo, ma non ci sono spazi per il cricket. E questo ha messo in subbuglio la comunità dei 2.200 pachistani residenti in città, ai quali occorre aggiun­gere 1.200 cittadini del Bangla­desh e 1.000 dello Sri Lanka, tutti accomunati dalla passio­ne per il medesimo sport. Il contestato articolo sem­bra dettato da un criterio di buon senso, ma Fabio Rolfi, vi­cesindaco leghista con delega alla sicurezza, fa intendere che il cricket c’entra parec­chio: «I nostri vigili ricevono decine di telefonate di perso­ne nei parchi infastidite dai praticanti del cricket o che vengono colpite dalla pallina. Ma non c’è nulla di discrimi­natorio: il regolamento proibi­sce anche il gioco della lippa che era un divertimento mol­to in voga a Brescia tanti anni fa». Non si lascia convincere da queste parole Sayad Shah, por­tavoce dei pachistani di Bre­scia: «È l’ennesimo schiaffo in faccia che riceviamo dalla giun­ta di centrodestra. L’alloggio, il rilascio di certificati, la possi­bilità di pregare: fan­no di tutto per render­ci difficile il raggiungi­mento dei nostri diritti fino a farci desistere. Per il cricket abbiamo più volte chiesto che ci mettessero a disposizione un’area, non ci hanno mai ri­sposto. Ma fosse solo un pro­blema sportivo…». «Il divieto di fare sport nei parchi — prova a mediare Emilio Del Bono, capogruppo Pd in Comune — è dettato dal buon senso: il problema è semmai quello degli impianti sportivi, che devono tener conto anche delle nuove esi­genze ». Il 3 giugno prossimo il nuovo regolamento verrà approvato in commissione, il sì del consiglio comunale arri­verà prima dell’estate. Poi per far pace tra italiani e pachista­ni, si può sempre sperare in una partita di cricket riconci­liatrice. In fondo anche Nixon e Mao ricominciarono a parlar­si davanti a un tavolo da ping-pong.

Fonte: Claudio del Frate per “Il Corriere della Sera” .

Artèfoto. Ancona ed il Festival Internazionale di Fotogiornalismo.

Perché un festival di fotogiornalismo? Perché in Italia non ci sono festival dedicati esclusivamente al fotogiornalismo? Queste sono le domande ricorrenti che ci chiedono in molti. Proviamo a rispondere.

Questo festival nasce come risposta ad un bisogno di capire e conoscere le realtà del mondo in maniera più approfondita. Volevamo conoscere e capire meglio la situazione dei migranti che da Lampedusa raggiungono l’Europa e trovano lavoro nelle campagne italiane, la situazione dell’infanzia nel mondo, le molteplici realtà dell’India e quelle nascoste della Cina, saperne di più sulla realtà delle donne afgane e sul patriottismo statunitense, sulla vita delle bande dell’america centrale.

Per far questo abbiamo invitato 7 fotografi pluripremiati che appreziamo molto, Francesco Zizola, Christian Poveda, Ami Vitale, Lana Slezic, Lorenzo Maccotta, Axelle de Russè, Nina Berman e abbiamo coinvolto alcune associazioni nella promozione di questi temi come l’associazione italiana Carlo Urbani, Medici Senza Frontiere, Amnesty International e Terra!

Alla seconda domanda non siamo ancora riusciti a dare una risposta!

Sul sito http://www.artefotofestival.org/ trovate tutte le informazioni necessarie sia per visitare il festival che per partecipare ai workshop.

Memorie di solidarietà

È possibile parlare di memoria e riconciliazione in Bosnia Erzegovina? È possibile conciliare due termini che a volte sembrano invece contrapporsi? È possibile farlo in una città simbolo della pulizia etnica e dell’odio come Prijedor, dove le memorie sembrano rigidi blocchi separati e non comunicanti?

Il cammino di elaborazione del conflitto per la ricerca di una memoria condivisa e condivisibile è uno dei temi affrontati dal Forum civico di Prijedor, associazione nata nel 2002 con il sostegno dell’Agenzia della democrazia locale, in una serie di incontri con scrittori, giornalisti e intellettuali. Tra gli ospiti del mese di aprile Svetlana Broz, autrice del libro Dobri ljudi u vremenu zla (I giusti al tempo del male), che raccoglie testimonianze sui gesti di solidarietà durante i conflitti degli anni Novanta in ex-Jugoslavia.

A Prijedor la scrittrice (che è anche fondatrice dell’ONG Gariwo – Gardens of the righteous worldwide, La foresta dei giusti – con sede a Sarajevo) ha incontrato due classi della scuola di economia, instaurando un dialogo sul coraggio civile e sulla cittadinanza responsabile – concetti teoricamente condivisi da ragazze e ragazzi, che trovano tuttavia difficile prendere posizione contro l’arroganza e la corruzione diffuse nella società che li circonda. Di qui, secondo Svetlana Broz, l’importanza degli incontri con chi non ha vissuto gli anni della guerra, ma sente solo storie di odio. Racconta infatti di come sia stata accolta da un’atmosfera di ostilità in una scuola di Bijeljina, per essere poi ‘travolta’ dal calore degli alunni (e dalle richieste di autografo sulle copie del libro) al termine dell’incontro. “Poche settimane dopo – continua – il professore mi ha chiamata entusiasta, dicendomi che l’incontro aveva prodotto una sorta di rivoluzione”. I giovani avevano infatti letto il libro con grande interesse e avevano costretto anche i genitori a parlare di quegli anni. Anche a Prijedor i 58 alunni hanno ricevuto una copia del libro, nella speranza così di svegliare le coscienze e rompere pian piano il muro di diffidenza e paura che ancora esiste in città.

Il libro di Svetlana Broz rappresenta uno strumento che l’autrice utilizza per fare “educazione sul coraggio civile” e riflettere sulla natura dei conflitti cosiddetti “etnici”. Dal punto di vista del percorso di elaborazione del conflitto, infatti, le memorie di solidarietà tra civili di ogni appartenenza, derivanti dalla quotidiana abitudine alla convivenza precedente i conflitti etnici, possono rappresentare la chiave per un’interpretazione condivisa degli eventi bellici – un’interpretazione forse più autentica di quella che vorrebbe la Bosnia Erzegovina vittima di eterne e inevitabili pulsioni violente basate su contrapposizioni etniche. Dalle testimonianze raccolte nel libro emerge il ritratto di una realtà divisa fra aggressori armati e società civile impaurita, ma anche capace di scoprirsi unita e solidale contro le aggressioni nazionaliste.

Lo spiega il moderatore Mladen Grahovac, sottolineando come il libro si apra proprio con la testimonianza raccolta a Baljevine, “forse l’unico villaggio della zona che durante quella guerra non è stato incendiato, proprio perché ci si proteggeva reciprocamente” – una testimonianza diretta che spiega come le unità militari dell’HVO (Consiglio croato di difesa) non comprendessero il comportamento dei cittadini croati che difendevano le altre comunità. Appare evidente come i cittadini di Baljevine si sentissero tutti aggrediti come abitanti del luogo, senza riguardo per l’appartenenza religiosa o nazionale, e che quindi il meccanismo di solidarietà fosse spontaneo e reciproco verso i propri vicini e non verso gli aggressori, appartenenti alla stessa nazionalità ma estranei al luogo.

Nel libro si trovano racconti che i cittadini più anziani sembrano aver dimenticato e che i giovani alunni non hanno molte occasioni di ascoltare – migliaia di testimonianze che ancora si celano in ogni villaggio e città della Bosnia Erzegovina, ma che le persone hanno paura di rendere pubbliche, perché non rispondenti alla versione ufficiale o per paura di essere esclusi dalla loro stessa comunità. E anche dagli interventi dei membri del Forum civico emergono numerose testimonianze di gesti di solidarietà, aprendo in maniera spontanea un piccolo percorso pubblico di rielaborazione del conflitto, rivolto soprattutto alle nuove generazioni. Sono queste, afferma Svetlana Broz, che – come succedeva in Germania negli anni Sessanta – dopo aver letto e ascoltato queste testimonianze, si chiederanno e chiederanno ai genitori dove si trovavano in quegli anni, magari scoprendo che non esisteva alcun odio verso i vicini di casa costretti a fuggire.

Fonte: Osservatorio Balcani.

Clochard italiano ricercato. “Gli dobbiamo 3.000 euro” .

Ha il cognome illustre, Filangieri, del giurista e filosofo Gaetano, vissuto nel ’700 alla corte di Ferdinando IV di Borbone, ma — per ora—meno fortuna: Giampiero, esattamente un anno fa, era un giovane italiano senza tetto che vagabondava per Granada, viveva alla giornata e dormiva sotto le stelle. L’8 giugno, otto adolescenti locali decisero di far pagare proprio a lui il vuoto di quella loro domenica pomeriggio. Insulti, risate, poi l’assalto. Soltanto una ragazzina del gruppo si tirò indietro per dedicarsi al lavoro più pulito: le riprese con il videofonino.

Un film già visto. Che potrebbe però avere un finale imprevisto e vagamente lieto: i 3.000 euro di risarcimento che le famiglie degli aguzzini minorenni sono state condannate, dal tribunale, a pagare alla vittima. Di Giampiero Filangieri, però, non c’è più traccia. Gli ultimi a ricordarsi di averlo incontrato sono i medici dell’ospedale traumatologico che avevano cercato di riaccomodargli la faccia e le ossa, stilando una sconfortante prognosi di 90 giorni. Ma non lo hanno mai visto guarito, ammesso che si sia curato.

Non si è più presentato nemmeno per la revisione della ferula, un presidio ortopedico flessibile, che gli era stato applicato a un dito fratturato. Come un animale ferito e selvatico, appena si è sentito di nuovo autosufficiente, è sparito. Al tribunale, la direzione sanitaria ha potuto fornire soltanto la sua impressionante cartella clinica, asettico riassunto di un linciaggio mancato per poco; e tutto ciò che della sua vita è rimasto impresso a Granada sono le sue origini: nato a Reggio Calabria nel 1980. Senza fissa dimora. Ovunque sia finito, Giampiero Filangieri non sa di aver diritto a una piccola fortuna che, ben impiegata, potrebbe aiutarlo magari a cambiare il suo destino. E che, in ogni caso, potrebbe regalargli qualche settimana o addirittura qualche mese di agi insperati. Probabilmente nemmeno sospetta che, in meno di 12 mesi, la giustizia abbia fatto il suo corso, individuato e processato i colpevoli, stabilito un prezzo per quel pestaggio gratuito.

Se n’è andato, senza interessarsi alla sorte di chi aveva ridotto il suo volto a una maschera di sangue. Senza recriminare, senza accusare, senza nulla pretendere. Neppure una risposta al perché di tanta crudeltà. Una risposta che non c’è stata, né poteva esserci: i colpevoli hanno ammesso, la condanna è stata patteggiata, senza arrivare al dibattimento. Tutti condannati. Ma Giampiero, a quanto pare, non lo sa. Non sa e forse non gli importerebbe di sapere che nemmeno la regista in erba, quella che filmava l’impresa dei compagni e i suoi fiotti di sangue, se l’è cavata. Secondo un quotidiano di Granada, la ragazzina aveva poi cercato di difendersi sostenendo di averlo fatto per poter mostrare l’accaduto a un parente, agente di polizia.

I giudici non le hanno creduto; e ora quelle immagini, le ultime di Giampiero, sono di scarso o di nessun aiuto agli investigatori andalusi, che si accingono o dovrebbero accingersi a cercarlo, senza sapere bene da dove partire. Dal luogo in cui l’avevano trovato l’8 giugno dell’anno scorso? È in una zona popolosa di Granada, non lontana dal centro, la rotonda modernista di Arabial. Filangieri si stava lavando da solo le ferite in una fontana, quando le guardie si avvicinarono per soccorrerlo e cercare di ricostruire i fatti. Oppure dai centri di accoglienza per girovaghi squattrinati? Alla Casa «Luz Casanova», dove un lettore dell’Ideal di Granada scrive di averlo incrociato, non lo ricordano e non risulta mai registrato. Da quando la sua storia è stata pubblicata, gli avvistamenti a Granada si sono moltiplicati. C’è chi lo descrive come un uomo alto, rapato, con cicatrici visibili, un enorme zaino e sandali raffazzonati. Altri sostengono di averlo riconosciuto in uno squilibrato. È una caccia alla rovescia, al vincitore di un piccolo tesoro, da consegnargli per elementare senso di giustizia. Come sarebbe piaciuto all’altro Filangieri.

Fonte: Corriere della Sera