E’ tempo di cambiare marcia. Tutti.

Non che all’italico popolo manchino le attitudini marziali e le annesse capacità, ma diciamolo a noi la guerra piace davvero poco.
Basta infatti vedere la gravità, giusta, e la palese malavoglia con la quale ogni governo nazionale dall’Unità si impegna a mandare i propri figli migliori a combattere.
Poi magari quando lo fa con le fanfare levate, con l’immarcescibile certezza che sarà per poche settimane, si trova ad affrontare un conflitto mondiale che provocherà disastri e lutti per lunghi anni.
In Afghanistan si combattono quotidianamente battaglie che vedono impegnati interi battlegroups alleati in una lotta contro i Talebani che vede la coalizione internazionale vincere ogni battaglia, e non potrebbe essere diversamente viste le capacità addestrative ed i mezzi dispiegati, ma che sul profilo strategico politico non solo segna il passo, anzi… Le forze che combattono contro Karzai ed il suo Esercito, che è in realtà quello Nato visto che le unità dell’Esercito afghano saranno realmente pronte chissà quando, guadagnano terreno.
Da sempre i Governi italiani spronano gli alleati sul fattore ricostruzione, ma orecchie da mercante hanno incontrato i nostri sommessi suggerimenti. Si sa costa di meno, soprattutto con i tempi cupi che tirano, impegnare un contingente militare che rimettere in piedi una Nazione. Non parliamo poi che per farlo occorrebbe anche parlare con i paesi vicini, anche con quelli con i quali abbiamo una certa ritrosia a dialogare. Ecco allora la doppia strategia, da una parte i soldati “buoni” di Isaf e dall’altra le azioni mirate dei commandos di Enduring Freedom. Solo che tanto mirate queste attività non sono visti i risultati, e non solo quelli di stretta attualità.
Occorre cambiare marcia, tutti.
E noi, simpatici italiani che compriamo aerei senza pilota equipaggiabili con missili, ma non lo facciamo. Mica dobbiamo fare male a qualcuno. Gli inglesi il loro trasporto truppe lo chiamano «Guerriero», il nostro «Freccia», mica dobbiamo fare paura a qualche guerrigliero. Quando mettiamo in servizio i nuovi UAV che gli americani chiamano non a caso «Mietitori» noi continuiamo a chiamarli «Predatore», e credetemi questo nome è già stato un problema. Mica vorremmo che la sensibilità talebana si turbi. E quando per una drammatica, tragica fatalità che vede una pattuglia italiana sparare e uccidere incidentalmente una ragazzina invece che riconoscere che purtroppo in guerra queste cose possono accadere, c’è chi si alza e leva il grido di «tutti a casa». Suvvia facciamo gli italiani. Siamo maestri nell’arte della diplomazia palese e non, sarà forse per questo che siamo così bravi nell’intelligence? Perché finalmente possiamo agire senza le nostre sovrastrutture culturali ed i retaggi del passato? La soluzione in Afghanistan è politica e non militare, come i Ministri Frattini e La Russa da consumati politici ben sanno. Cerchiamo allora di imprimere una svolta italiana. Il vero nodo, e non è gordiano, è il Pakistan. Molti dei gruppi che operano contro la coalizione sono stati creati dal Governo pakistano in chiave anti indiana. Per combattere nella zona del Kashmir alcuni, in chiave di controllo di Kabul, vista la tradizionale alleanza tra l’Afghanistan e l’India altri. Sia quindi promotore il nostro paese di un tavolo di discussione tra India e Pakistan per la vicenda Kashmira. Diverremmo attori di riferimento della regione, avremmo un nostro “italian style” e i primi ad essercene grati sarebbero i nostri amici americani. Tentar non nuoce. Ricordiamocelo “santi e nevigatori…”

Fonte: Andrea Margelletti per “Il Tempo”.

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