Archivi del mese: giugno 2009

Voglio restare una giornalista

Majnat Abdulaeva è una giornalista cecena che per anni è stata corrispondente da Grozny per Novaja Gazeta (il giornale per cui scriveva Anna Politkovskaja) e per Radio Free Europe/Radio Liberty.
In seguito ad esplicite e ripetute minacce, nel 2004 ha abbandonato la Cecenia grazie all’aiuto di un’organizzazione tedesca e da allora risiede in Germania, continuando a lavorare come giornalista.
Majnat ha recentemente raccontato la sua storia e la storia della sua Cecenia in un incontro con PeaceReporter

Qual è la sua opinione sull’esito del processo per l’omicidio di Anna Politkovskaja?

Innanzitutto credo che sin dall’inizio sia stato lampante il fatto che questo processo è stato concepito come una farsa per dimostrare al mondo, e in primo luogo all’Occidente, ai politici e ai giornalisti occidentali, che le autorità russe avrebbero fatto di tutto per trovare il mandante e l’esecutore dell’omicidio.

Negli ultimi anni ci sono state numerose falsificazioni che mi autorizzano a dubitare delle autorità russe. Per quanto riguarda le persone arrestate e poi prosciolte per l’omicidio di Anna Politkovskaja, persino nelle condizioni in cui viene amministrata la giustizia in Russia, dove la mistificazione è normale amministrazione, non si è riuscito a condannarli. Le accuse sono cadute e i giovani sono stati liberati. Fra di loro non c’erano né il mandante né l’esecutore materiale del delitto. Anche nel caso in cui effettivamente fossero stati collusi e condannati, avremmo comunque avuto solo qualche arrestato per motivi non chiariti.
È stato un bene che non li abbiano condannati, che non siano diventati dei capri espiatori solo perché si potesse dire all’Occidente “Ecco, abbiamo preso i colpevoli!” Sono assolutamente sicura che sotto l’attuale potere della Federazione Russa non sapremo mai i nomi del mandante e dell’esecutore, non verranno mai chiamati alla sbarra a rispondere. Al momento non è opportuno, non è vantaggioso per le autorità russe, far sapere chi è il mandante dell’omicidio, e finché ci sarà al potere l’attuale regime, la verità sull’omicidio di Anna Politkovskaja sarà tenuta nascosta. Fra venti, forse trenta anni, sapremo chi l’ha ordinato, perché e a chi è stato fatto un regalo il giorno del compleanno di Putin. Ma non adesso…

Qual è la situazione attuale in Cecenia?

La mia risposta è univoca. La situazione è quella di una dittatura della repubblica delle banane, una dittatura fondata sulla paura e sulla violenza, dove tutto dipende da un tiranno. Non esiste libertà di stampa, non può esistere libertà di espressione e opinione, qualsiasi parola pronunciata incautamente può condurre alle torture, all’arresto. La stabilità e l’ordine di cui si parla tanto oggi assomigliano a un castello di carta che ha per fondamento molti anni di crudeltà, terrore e violenze. Non so quanto possa ancora durare una costruzione basata sulla paura, ma ho seri dubbi sulla qualità di una tale struttura.

Lei quattro anni fa ha abbandonato la Cecenia a causa di minacce ricevute, e adesso non può farvi ritorno. Perché non può farvi ritorno, cosa l’aspetta in caso dovesse rientrare? Come vive la sua condizione in Germania?

Il motivo per cui ho abbandonato la Cecenia è stato uno solo: lavoravo come giornalista, scrivevo articoli e reportage su quello che succedeva, raccoglievo materiali per le inchieste giornalistiche, inclusi i materiali di omicidi di civili, soprattutto sugli omicidi dei civili. All’inizio della seconda guerra è stata introdotta una censura totale. Le inchieste indipendenti in Cecenia sono state proibite. Questa è stata la ragione per cui sono stata minacciata e costretta ad andarmene.

In Germania adesso più o meno mi sono ambientata, ho imparato la lingua, ma vivo praticamente nell’attesa delle telefonate da casa, la mia è una vita sospesa fra una telefonata e l’altra, per sentirmi dire che i miei cari sono vivi, stanno bene, e non è successo loro niente. Non posso rientrare in Cecenia, perché da quando me ne sono andata, i cambiamenti sono stati solo in peggio.

La persecuzione contro la stampa i giornalisti che parlano di Cecenia e della guerra in Cecenia si è acuita, così come quella contro gli attivisti per i diritti umani. Tutto lo spazio è stato “statalizzato”. La stampa esistente è esclusivamente statale. Gli attivisti per i diritti umani sono sottoposti a continui controlli, minacciati, eccetera. Per questo io non posso tornare. In Cecenia si può tornare solo come collaborazionisti dell’attuale potere. Io voglio restare una giornalista.

Conosceva Stanislav Markelov, attivista per la difesa dei diritti umani ed avvocato che si occupava di crimini del conflitto ceceno ucciso lo scorso gennaio nel centro di Mosca?

Sì, lo conoscevo personalmente, è stato l’avvocato difensore della famiglia Kungaev, per il caso dell’omicidio di Elsa Kungaeva, la ragazza uccisa da Budanov. Ci siamo incontrati in quel periodo. Rappresentava gli interessi della famiglia Kungaev, è subentrato all’avvocato ceceno Chamzaev. Markelov è riuscito a portare attenzione su questo omicidio, e la condanna di questo assassino difeso dai generali e dall’esercito russo. Durante i giorni del processo c’era gente, in Russia, che manifestava con striscioni del tenore “Budanov è un Eroe della Russia”. Budanov è stato assolto tre volte prima della condanna definitiva che Markelov è riuscito ad ottenere. Era un avvocato brillante…

Anche Sulim Jamadaev era Eroe della Russia, ma ha ricevuto un altro trattamento…

La Russia è fatta così: usa le persone di cui ha bisogno, e poi le getta via. Jamadaev non è il primo Eroe tradito dalla Russia. Del resto è diventato Eroe della Russia dopo aver tradito il proprio paese, passando dalla parte filorussa, e infine è stato lasciato solo. La stessa cosa è successa con Ruslan Bajsarov, ucciso in pieno centro a Mosca. Se l’Fsb [i servizi di sicurezza russi, ndr] avesse voluto proteggerlo avrebbe potuto farlo. Lo stesso dicasi per Sulim Jamadaev e per i suoi fratelli. Ecco come la Russia tratta i suoi eroi.

Adesso la situazione in Cecenia pare più o meno essersi “stabilizzata”, mentre il grosso delle violenze sembra essersi spostato in Inguscezia. Omicidi, rapimenti… Perché proprio in Inguscezia? Cosa sta succedendo in questa repubblica?

La violenza sta crescendo non solo in Inguscezia ma anche in Daghestan, dove è iniziata ancora prima. Già qualche anno fa, quando le azioni di guerra erano massicce, già allora si capiva che il conflitto non sarebbe rimasto entro i confini della repubblica cecena. La guerra cecena ha contagiato all’inizio il Daghestan, successivamente l’Inguscezia, la Kabardino-Balkaria… Andrebbe fatto un discorso a parte sul perché non se ne parli e non circolino informazioni sulla situazione in queste repubbliche [Osservatorio ha recentemente riassunto la situazione del conflitto nelle singole repubbliche del Caucaso settentrionale basandosi su un rapporto di Caucasian Knot].

I rapimenti e i sequestri sono una piaga particolarmente grave in Inguscezia e Daghestan. In Inguscezia il livello di disoccupazione è altissimo, la situazione economica pessima. Qualunque possa essere la versione ufficiale dei mezzi di informazione russi, l’idea della lotta all’occupante, della lotta contro la Russia esercita un’attrazione fortissima sui giovani, che la identificano con eroismo, romanticismo e coraggio. A questo va aggiunto il fattore religioso, e la violenza degli uomini dei servizi speciali e dei militari russi.

Non solo in Cecenia durante i combattimenti, ma anche in Inguscezia le persone sono state regolarmente sequestrate o assassinate, magari dai militari ubriachi che alla guida di un carro armato investivano una donna che stava attraversando la strada. Naturalmente questi casi alimentano lo scontento, ed è questo scontento che porta i giovani alla decisione di imbracciare le armi contro i russi. È un circolo vizioso.

La violenza dei servizi speciali e dei militari stimola la resistenza armata. La resistenza armata suscita una nuova spirale di violenza, in seguito alla quale altri giovani decideranno di imbracciare le armi. È una particolarità della politica russa, risolvere i problemi con la violenza. Tuttavia la violenza non risolve i problemi, al contrario, contribuisce a crearli.

Il contributo dato a livello politico dai Paesi occidentali è stato discutibile, se non deludente. A livello di società civile, quale può essere il contributo da dare?

La società civile occidentale può aiutarci in molti modi, a partire dal semplice interesse e desiderio di informarsi che va al di là di quello che succede sotto il tuo naso. Il non essere indifferenti è il primo passo. Anche da un punto di vista pratico si può fare moltissimo. Invitare i giovani, gli studenti, dare loro la possibilità di studiare in Europa, di vedere come le persone vivono, studiano e lavorano in una società democratica.

In Germania, ad esempio, di recente sono in sciopero gli educatori degli asili nido, che chiedono un aumento della retribuzione. Un flusso di persone ingente che manifesta e sciopera pacificamente. Un quadro del genere in Cecenia è impensabile. Tutta quella gente sarebbe stata immediatamente annientata…

È fondamentale che i nostri giovani, che vivono oggi in un’atmosfera di dittatura, abbiano la possibilità di venire qui e studiare da vicino l’esperienza della democrazia, e la vita della società democratica, per poi tornare in Cecenia con questo bagaglio. Chi ha visto anche una sola volta come si vive e si lavora in un paese democratico, in Germania, Italia, America, ne rimane colpito, come infettato da un virus, di cui diventa portatore sano, conserverà per sempre dentro di sé il rispetto per i valori democratici, per i diritti umani. Poi queste persone, con tale esperienza, ritornano in Russia, in Cecenia, in Caucaso… per cui invitate i nostri studenti a venire qui, date loro una chance!

Ancora un’altra cosa che si può fare è sostenere i progetti delle organizzazioni non governative in Cecenia, mantenere rapporti di partenariato. Per chi vuole davvero fare qualcosa, le opportunità sono innumerevoli. Non è realistico, certo, pensare di salvare il mondo o la Cecenia, ma è possibile incidere concretamente su una vita, su dieci, su venti, e mutare qualcosa nel destino di alcune persone. Non si può cambiare il mondo, ma si può prendere parte al destino di una persona, per fare questo le possibilità ci sono.

Adesso dopo quattro anni di lavoro, grazie alla cooperazione di associazioni straniere [partner del progetto è l’associazione altoatesina Mondo Sud, nda] è stata inaugurata una scuola materna a Samaški, il primo giugno. Io vorrei che ci fosse il sostegno, il supporto, e l’adozione di questo tipo di progetti. Non che semplicemente si mandino fondi e il giorno dopo tutto finisca nel dimenticatoio, ma che si partecipi alla vita del progetto in sé. Questo asilo non cambierà la Cecenia, ma cambierà la vita di alcuni bambini. Dare l’opportunità ai nostri giovani di venire a studiare in Europa, nelle vostre università, secondo me dovrebbe essere prioritario.

Fonte: Osservatorio Caucaso.

giornalista

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FAO: oltre un miliardo di affamati nel Mondo.

Oltre un miliardo di persone in tutto il mondo sono sottonutrite. A lanciare l’allarme è la Fao, che ha rivisto al rialzo le stime per il 2009 sul numero di persone che soffrono la fame. E’ la prima volta nella storia che tale soglia supera quota un miliardo. Stando ai dati diffusi, rispetto al 2008, quest’anno il numero degli affamati è cresciuto di oltre 100 milioni e rappresenta circa un sesto della popolazione mondiale.

Quasi l’intera popolazione sottonutrita vive nei paesi in via di sviluppo. In Asia e nel Pacifico circa 642 milioni di persone; nell’Africa Sub-Sahariana 265 milioni; in America Latina e nei Caraibi 53 milioni; nel Vicino Oriente e nel Nord Africa 42 milioni; nei paesi sviluppati la stima è di 15 milioni in totale.

L’aumento della fame a livello mondiale non è, secondo l’agenzia dell’Onu, la conseguenza di raccolti non soddisfacenti, ma della crisi economica mondiale che ha ridotto i redditi e aumentato la disoccupazione. Il che ha ulteriormente ridotto le possibilità di accesso al cibo per i poveri.

“La pericolosa combinazione della recessione economica mondiale e dei persistenti alti prezzi dei beni alimentari in molti paesi ha portato circa 100 milioni di persone in più rispetto all’anno scorso oltre la soglia della denutrizione e della poverta’ croniche – ha detto il direttore generale della Fao, Jacques Diouf – Questa silenziosa crisi alimentare, che colpisce un sesto dell’intera popolazione mondiale, costituisce un serio rischio per la pace e la sicurezza nel mondo. Abbiamo urgentemente bisogno di creare un largo consenso riguardo al totale e rapido sradicamento della fame nel mondo, ed intraprendere le azioni necessarie ad ottenerlo. L’attuale situazione dell’insicurezza alimentare nel mondo non ci può lasciare indifferenti”.

Fonte: TGCom.

Bloggers: nessun diritto all’anonimato.

Il diritto all’anonimato in rete subisce un duro colpo nel Regno Unito. Con quella che potrebbe essere una storica sentenza per tutto il web, la Corte Suprema britannica ha rifiutato di proteggere l’identità di un ufficiale di polizia, attivo online come blogger in modo anonimo.

IL CASO – Come spiega il Times Online, il poliziotto 45enne Richard Horton era infatti autore del blog NightJack (ora sospeso), incentrato essenzialmente sulle indagini svolte dalla polizia, di cui Horton rivelava aneddoti e particolari che solo un insider conosce, talvolta anche criticandone aspramente l’attività. Talmente famoso nel Regno Unito (arrivava a collezionare oltre mezzo milione di visite a settimana), da essersi guadagnato, lo scorso aprile, l’Orwell Prize per la scrittura politica. Quando un giornalista del Times ha scoperto la vera identità dell’autore, il blogger ha immediatamente diffidato il giornale dal renderla nota, sottolineando come per lui fosse importante mantenere l’anonimato al fine di non incorrere in sanzioni disciplinari sul lavoro.

IL RIFIUTO – Ma per il giudice che ha seguito il caso “non c’è nessun valido motivo per restare anonimi”, poiché il postare messaggi su un blog è da considerarsi un’attività tutt’altro che privata. E comunque sia – ha spiegato ancora il giudice – la necessità di rivelare le generalità del blogger risponde in questo caso anche al diritto dei cittadini di conoscere l’identità di chi ha scelto di criticare pubblicamente l’attività della polizia. Quindi, in base a quanto stabilito dalla Corte, il semplice fatto che Horton avesse espresso il desiderio di restare nell’anonimità non rappresentava un obbligo per il quotidiano inglese a rispettarne la volontà. Perché in questo caso l’interesse pubblico ha la precedenza.

Fonte: Corriere della Sera.

Procurade ‘e moderare

Procurad’e moderare,
Barones, sa tirannia,
Chi si nono, po’ vida mia,
Torrades a pe’s in terra!
Decclarada es’ giaj sa gherra
Contra de sa prepotentzia,
Incomintza’ sa passensia
In su pobulu a mancare.

Mirade ch’est’atzendende
Contra de bois su fogu;
Mirade chi no e’ zogu
Chi sa cosa andat ‘e veras;

Mirade chi sas aeras
Menathana temporale;
Zente cunsizzada male,
Iscurtade sa ‘oghe mia.

No apprettedas s’isprone
A su poveru runzinu,
Si non’ in mesu caminu
S’arrempellat appuradu;

Minzi ch’es lanzu e cansadu
E no nde pode’ prusu;
Finalmente a fundu in susu
S’imbastu nd’hat a ghettare.

Su pobulu chi in profundu
Letargu fi’ sepultadu,
Finalmente despertadu,
S’abbizza’ ch’est in cadena,

Ch’ista’ suffrende sa pena
De s’indolentzia antiga:
Feudu, lezze inimiga
A bona filosofia.

Che ch’esseret una inza,
Una tanca, unu cunzadu,
Sas biddas hana donadu
De regalu o a benedissione;

Comente unu cumone
De bestias Berveghinas
Sos homines e femìnas
Han bendidu cun sa cria.

Pro pagas mizas de liras,
E tale olta pro niente,
Isclavas eternamente
Tantas pobulassiones,

E migliares de persones
Servint a unu tiranu.
Poveru generu humanu,
Povera sarda zenia!

Deghe o doighi familias
S’han partidu sa Sardigna,
De una manera indigna
Si nde sun fattas pobiddas;

Divididu s’han sas biddas
In sa tzega antighidade:
Però sa presente edade
Lu pensat rimediare.

Nasche’ su Sardu soggettu
A milli cumandamentos:
Tributos e pagamentos
Chi faghet a su Segnore

In bestiamen e laore
In dinari e in natura;
E paga’ pro sa pastura,
E paga’ pro laorare.

Meda innantis de sos feudos
Esistiana sas biddas,
Et issas fini pobiddas
De saltos e biddattones.

Comente a bois, Barones,
Sa cosa anzena es passada?
Cuddu chi bos l’ha’ dada
Non bos la podia’ dare.

No es mai presumibile
Chi voluntariamente
Happa’ sa povera zente
Zedidu a tale derettu;

Su titulo ergo est’infettu,
De infeudassione,
E i sas biddas reione
Tenen de l’impugnare.

Sas tassas in su prinzipiu
Esigiazis limitadas,
Dae pustis sunu istadas
Ogni die aumentende,

A misura chi creschende
Sezis andados in fastu,
A misura chi in su gastu
Lassezis s’economia.

No bos balet allegare
S’antiga possessione;
Cun minettas de presone,
Cun castigos e cun penas,

Cun zippos e cun cadenas,
Sos poveros ignorantes,
Derettos esorbitantes
Hazis fortzadu a pagare.

A su mancu s’impleerent
In mantenner sa giustissia,
Gastighende sa malissia
De sos malos de su logu;

A su mancu disaogu
Sos bonos poterant tenner,
Poterant andare e benner
Seguros per i sa via.

Es cussu s’unicu fine
De ogni tassa e derettu,
Chi seguru, e chi chiettu
Sutta sa lezze si vivat;

De custu fine nos privat
Su Barone pro avarissia.
In sos gastos de giustissia
Faghe’ solu economia.

Su primu chi si presentat
Si nominat offisiale,
Fatta’ bene o fatta’ male
Basta non chirche’ salariu:

Procuradore o Notariu,
O camareri o lacaju,
Sia’ murru o sia’ baju,
E’ bonu pro guvernare.

Basta chi preste sa manu
Pro fagher crescher sa rènta,
Basta’ chi fatta’ cuntenta
Sa buscia de su Segnore;

Chi aggiuet a su fattore
A crobare prontamente,
E s’algunu es renitente
Chi l’iscat esecutare.

A boltas, de podattariu,
Guverna’ su cappellanu
Sas biddas cun una manu
Cun s’attera sa dispensa.

Feudatariu, pensa,
Chi sos vassallos non tener
Solu pro crescher sos benes,
Solu pro l’iscorzare.

Su patrimoniu, sa vida,
Pro difender, su villanu
Con sas armas a sa manu
Chere’ ch’iste’ notte e die;

Già ch’hat a esser gasie,
Proite tantu tributu?
Si non si nd’hat haer fruttu
Es locura su pagare.

Si su Barone non faghet
S’obligassione sua,
Vassallu, de parte tua,
A nudda ses obbligadu;

Sos derettos ch’ha’ crobadu
In tantos annos passados,
Sunu dinaris furados
E ti los deve’ torrare.

Sas rentas servini solu
Pro mantenner cicisbeas,
Pro carrozzas e livreas,
Pro inutiles servissios,

Pro alimentare sos vissios,
Pro giogare a sa bassetta,
E pro poder sa braghetta
Fora de domo isfogare.

Pro poder tenner piattos,
Bindighi e vinti in sa mesa,
Pro chi potta’ sa marchesa
Sempre andare in portantina;

S’iscarpa istrinta, mischina,
La faghet andare a toppu,
Sas pedras punghene troppu
E non pode’ camminare.

Pro una littera solu
Su vassallu, poverinu,
Faghe’ dies de caminu
A pe’, senz’esser pagadu,

Mesu iscurzu e isporzadu,
Espostu a dogni inclemenzia;
Eppuru tene’ passienzia,
Eppuru deve’cagliare.

Ecco comente s’implea
De su poveru su suore!
Comente, Eternu Segnore,
Suffrides tanta ingiustissia?

Bois, Divina Giustissia,
Remediade sas cosas,
Bois, da ispinas, rosas
Solu podides bogare.

O poveros de sas biddas,
Trabagliade, trabagliade
Pro mantenner in zittade
Tantos caddos de istalla,

A bois lassan sa palla,
Issos regoglin su ranu:
E pensan sero e manzanu
Solamente a ingrassare.

Su Segnor Feudatariu
A sas undighi si pesa’:
Da e su lettu a sa mesa,
Da e sa mesa a su giogu:

E pustis, pro disaogu
Andat a cicisbeare;
Giompid’a iscurigare:
Teatru, ballu, allegria.

Cantu differentemente
Su vassallu passa’ s’ora!
Innantis de s’aurora
Già es bessidu in campagna;

Bentu o nie in sa muntagna,
In su paris, sole ardente.
O poverittu! Comente
Lu podet agguantare?

Cun su zappu e cun s’aradu
Pelea’ tota sa die;
A ora de mesu die
Si ziba’ de solu pane.

Mezzus paschidu e’ su cane
De su Barone, in zittade,
S’es’ de cudda calidade
Chi in falda solen portare.

Timende chi si reforment
Disordines tantos mannos,
Cun manizzos et ingannos
Sas Cortes hana impediu;

Et isperdere han cherfidu
Sos patrizios pius zelantes,
Nende chi fin petulantes
E contra sa Monarchia.

Ai cuddos ch’in favore
De sa patria han peroradu,
Chi s’ispada hana ‘ogadu
Pro sa causa comune,

O a su tuju sa fune
Cherian ponner, meschinos!
O comente a Giacobinos
Los cherian massacrare.

Però su Chelu ha’ difesu
Sos bonos visibilmente,
Atterradu ha’ su potente,
Ei s’umile esaltadu.

Deus, chis ‘es declaradu
Pro custa patria nostra,
De ogn’insidia bostra
Isse nos hat a salvare.

Perfidu Feudatariu!
Pro interesse privadu
Protettore declaradu
Ses de su Piemontesu.

Cun issu ti fist’intesu
Cun meda fazilidade;
Isse pà pada in zittade,
E tue in bidda a porfia.

Fi’ pro sos Piemontesos
Sa Sardigna una cuccagna;
Che in sas Indias d’Ispagna
Issos s’incontrant inoghe;

Nos alzaia’ sa ‘oghe
Finzas unu camareri;
O plebeu o cavaglieri,
Si deviat umiliare.

Issos da e custa terra
Ch’hana ‘ogadu miliones
Benian senza calzones
E si nd’andaian gallonados.

Mai ch’esserent istados
Chi ch’hana postu su fogu!
Malaitu cuddu logu,
Chi creia’ tale zenia!

Issos inoghe incontràna
Vantaggiosos imeneos
Pro issos fin sos impleos,
Pro issos fin sos onores,

Sas dignidades mazores
De cheia, toga e ispada:
E a su Sardu restàda
Una fune a s’impiccare.

Sos disculos nos mandàna
Pro castigu e curressione,
Cun paga e cun pensione,
Cun impleu e cun patente.

In Moscovia tale zente
Si mandat a sa Siberia,
Pro chi morza’ de miseria,
Però no pro guvernare.

Intantu in s’Isula nostra
Numerosa giuventude
De talentu e de virtude
Oziosa la lassàna:

E si alguna nd’impleanàna
Chircaian su pius tontu,
Pro chi lis torrat a contu
Cun zente zega a trattare.

Si in impleos subalternos
Algunu Sardu avanzàda
In regalos no bastàda
Su mesu de su salariu,

Mandare fi’ nezessariu
Caddos de casta a Turinu,
E bonas cassas de binu,
Muscadellu e malvasia.
Tirare a su Piemonte
Sa prata nostra e i s’oro
Es de su governu insoro
Massima fundamentale.

Su Regnu, ande’ bene o male,
No lis importa niente,
Antis, creen incumbeniente
Lassarelu prosperare.

S’Isula hat arruinadu
Custa razza de bastardos;
Sos pivilegios sardos
Issos nos hana leadu,

Da e sos Archivios furadu
Nos hana sa mezzus pezzas,
E che iscritturas bezzas
L’has hana fatta’ bruiare.

De custu flagellu, in parte,
Deus nos ha’ liberadu;
Sos Sardos ch’hana ‘ogadu
Custu dannosu inimigu;

E tue li ses amigu,
O sardu Barone indignu;
E tue ses in s’impignu
De nde lu fagher torrare!

Pro custu, iscaradamente,
Preigas pro Piemonte,
Falzu! Chi portas in fronte
Su marcu de traitore;

Fizas tuas tant’honore
Faghent a su furisteri,
Mancari sia’ basseri,
Basta chi Sardu no sia’.

S’accas’andas a Turinu,
Inie basare dès
A su Ministru sos pes,
E ater su …, già m’intendes,

Pro ottenner su chi pretendes
Bendes sa patria tua,
E procuras forsi a cua
Sos Sardos iscreditare.

Sa buscia lassas inie,
Et in premiu nde torras
Una rughitta in pettorras,
Unu giae in su traseri;

Pro fagher su quarteri
Sa domo has arruinadu,
E titulu has acchistadu
De traitore e ispia.

Su Chelu no lassa’ sempre
Sa malissia triunfare;
Su mundu dee’ reformare
Sas cosas ch’andana male;

Su sistema feudale
Non pode’ durare meda,
Custu bender pro moneda
Sos Pobulos, dee’ sensare.

S’homine chi s’impostura
Haia’ già degradadu,
Pare’ chi a s’antigu gradu
Alzare cherfa’ de nou;

Pare’ chi su rangu sou
Pretenda s’humanidade …
Sardos mios, ischidade
E sighide custa ghia.

Custa, pobulos, e’ s’ora
D’estirpare sos abusos!
A terra sos malos usos,
A terra su dispotismu!

Gherra, gherra a s’egoismu,
E gherra a sos oppressores,
Custos tirannos minores
Es prezisu umiliare.

Si no, calchi die a mossu
Bo nde segade’ su didu:
Como ch’e’ su filu ordidu
A bois toccat a tessere;

Minzi chi poi det essere
Tardu s’arrepentimentu;
Cando si tene’ su bentu
Es prezisu bentulare.

Inno antifeudale e antipiemontese della “rivoluzione sarda” della fine del ‘700. Fu composto nel 1795 da Francesco Ignazio Mannu in lingua sarda logudorese e consta di 47 strofe di versi ottonari.

Feminas sardas semus istracas de fagher galu sas teracas
Donne sarde siamo stanche di essere ancora delle serve.

L’economia dei petrodollari.

L’Azerbaijan ha mantenuto negli ultimi anni uno dei tassi di crescita più alti al mondo grazie al suo potenziale di idrocarburi ma i settori non petroliferi vengono trascurati

La situazione dell’economia azera: una crescita alimentata dai petrodollari

Quando, nel 1991, la repubblica socialista sovietica azera dichiarò la sua indipendenza dall’Unione Sovietica, nessuno si sarebbe aspettato un aumento dello sviluppo economico da allora sempre crescente. Il paese era alle prese con un’economia al collasso, in guerra con l’Armenia e con una politica interna nel caos, 18 anni più tardi ha dimostrato uno dei tassi di crescita più alti al mondo, lasciando dietro a sé perfino giganti economici come USA e Cina.
Oggi l’Azerbaijan sta prosperando grazie al suo potenziale di idrocarburi, resta ora da vedere se il suo attuale sviluppo economico alimentato dai petrodollari e guidato da un regime corrotto si trasformerà in una crescita sostenibile nel lungo periodo.

Gli inizi

In Azerbaijan è stato trivellato il primo pozzo petrolifero del mondo nel 1848. Ha attirato nomi come Rotschild e i fratelli Nobel, venuti per controllare le riserve petrolifere esistenti, modernizzare l’industria e attrarre più capitale straniero in questo piccolo paese che si affaccia sul Mar Caspio. Fino agli anni ’70 l’Azerbaijan forniva il 70% della produzione mondiale di petrolio. La crescita del settore degli idrocarburi ha subìto un rallentamento all’inizio degli anni ’90 con la caduta dell’Unione Sovietica, ma l’Azerbaijan ha presto riguadagnato la sua antica immagine con l’accordo di produzione congiunta del 1994, noto come “Contratto del secolo”. Questo ha dato il via ad una nuova fase dell’economia azera, in quanto prevedeva il controllo dei giacimenti del Mar Caspio, che in precedenza non erano stati sfruttati dall’Unione Sovietica. Nel 2006 l’Azerbaijan ha avuto una crescita del Pil del 34,5%.

Lo sviluppo delle ricche riserve di idrocarburi ha trasformato questo paese di 8,6 milioni di abitanti in una importante fonte alternativa di petrolio e gas. Sebbene principalmente nel settore energetico, l’Azerbaijan ha registrato una forte crescita nell’edilizia, nello sviluppo industriale e nel commercio

Proprio il risultato della crescente quantità di materie prime in Azerbaijan ha reso possibile a Baku il moltiplicarsi di luoghi di ritrovo, bar e ristoranti moderni, di edifici altissimi che affollano l’orizzonte, così come uno stile di vita lussuoso. Tuttavia, mentre la crescita economica si è resa visibile soprattutto nella capitale, dove stanno avvenendo gran parte dei cambiamenti, la redistribuzione del capitale procede a rilento.

Secondo l’analisi di Nations in Transit [Report annuale a cura dell’ong Freedom House, ndt] “negli ultimi dieci anni l’Azerbaijan è retrocesso rispetto ad ogni parametro preso in considerazione dal report”. Questa regressione è avvenuta in modo sistematico e in diversi settori, colpendo anche il processo elettorale, la società civile, la governance nazionale, i media e la giustizia indipendenti”.

Tuttavia, il governo azero sostiene che le cose non stanno così. Nel 2006 il presidente Aliyev affermava che l’Azerbaijan “deve sfruttare l’opportunità unica di risolvere i suoi problemi sociali ed economici. Noi puntiamo a costruire uno stato solido, indipendente, economicamente autonomo e politicamente libero”.

Tre anni più tardi, il presidente sembra essere della stessa opinione. Secondo APA news, come risultato dello sviluppo economico e di solide misure portate avanti in questa direzione, finora sono state aperte più di 27.500 imprese, sono stati creati più di 547.500 posti di lavoro e la povertà nel paese è stata ridotta del 13.2%. In un’intervista a Davos, il presidente azero Ilham Aliyev ha assicurato che “anche con il prezzo del petrolio a 40-45 dollari a barile, come quello di oggi, l’economia dell’Azerbaijan funzionerà con successo e sarà capace di sostenere questo livello di prezzi”.

Inoltre, sembra che la crisi finanziaria non abbia realmente colpito l’Azerbaijan, o quanto meno così dice il capo dello State Oil Fund of Republic of Azerbaijan (SOFAZ), Shahmar Mohrumov. Secondo il direttore, citato da Radio Azadliq (RFE/RL), “anche un paese con più esperienza come la Norvegia ha perso 91 miliardi di dollari a causa della crisi finanziaria, mentre l’Azerbaijan è riuscito a farcela: quest’anno il Fondo ha realizzato 300 milioni di dollari di profitti. Tutto questo come risultato di serie misure adottate dal governo”.

Dove non c’è traccia dei petrodollari

Mentre il settore del petrolio e del gas è il motore principale del Pil del paese, il numero degli impiegati in questo settore è minimo, circa l’1%. Lo stato assegna una buona percentuale del suo budget annuale allo sviluppo di questo settore, trascurando l’agricoltura, il settore con maggiore impiego (39%). Esiste anche un problema di sviluppo delle infrastrutture, specialmente nelle regioni, dove c’è mancanza di elettricità e di forniture di gas, e c’è un sistema d’irrigazione arretrato.

La rete di protezione sociale è in crisi: l’assistenza sanitaria e l’educazione sono sotto-finanziati (rispettivamente 1% e 2,7%). Il World Bank’s Doing Business Report 2009 ha collocato l’Azerbaijan in cima alla lista dei paesi riformatori nel settore degli affari. Secondo le valutazioni del World Economic Forum per il 2008 si trova invece molto più indietro nella classifica per quanto riguarda salute e aspettative di vita (al posto 129) e l’istruzione (al posto 91).

Con obbiettivi di sviluppo a lungo termine programmati in modo insufficiente e con riforme che procedono lentamente, il settore energetico dell’Azerbaijan in espansione è stato discusso da molte organizzazioni internazionali come l’Asian Development Bank. Secondo quest’ultima, ora che l’Azerbaijan ha accumulato un sostanziale ammontare di utili, deve affrontare la sua sfida principale, ovvero assicurare una crescita economica sostenibile. Attualmente l’economia e il potere dell’Azerbaijan sono concentrati nelle mani di pochissimi clan, la stampa è imbavagliata e la corruzione dilaga: è evidente che il paese ha bisogno di prendere fermamente in mano la situazione per non rimanere vittima della sua ricchezza di materie prime.

Segni di speranza o condanna al fallimento?

Non c’è dubbio che, data l’attuale dipendenza dell’Azerbaijan dalle risorse naturali, la visione della leadership al potere diverrà sempre meno trasparente e invece di concentrarsi sullo sviluppo democratico, su priorità di istruzione, innovazione e sviluppo di prodotti alternativi, gran parte dell’attenzione politica sarà rivolta a chi controlla il rubinetto del petrolio, e a quanto riesce a ottenerne.

Si stima che col finire dell’anno 2009, la produzione petrolifera azera inizierà a diminuire. Senza un’efficace gestione della spesa in Azerbaijan, è molto improbabile che negli anni a venire ci sarà una crescita sostenibile, specialmente dal momento che negli ultimi tempi i settori non petroliferi nel paese hanno vissuto una crescita minima. Date le attuali condizioni di vita in Azerbaijan, sembrano esservi poche speranze.

Fonte: Osservatorio Caucaso.

Ossezia del Sud: elezioni non riconosciute.

Per la prima volta dopo il conflitto dello scorso agosto, in Ossezia del Sud hanno avuto luogo le elezioni parlamentari. I dati ufficiali parlano di un’alta affluenza alle urne, l’opposizione denuncia brogli
Secondo i dati ufficiali, il partito “Unità” guidato dal presidente sudosseto Eduard Kokoity ha ottenuto il 46,38 percento dei voti e la metà dei 34 deputati del parlamento locale. Gli altri mandati sono stati ripartiti tra il “Partito Popolare” (22,53 percento, 9 mandati), fedele al presidente, e il “Partito Comunista” (22,25 percento, 8 mandati). Non è riuscito invece a raggiungere la soglia di sbarramento del 7 percento l’unico partito di opposizione presente sulle schede elettorali, “Patria”, che ha ottenuto il 6,37 percento dei voti. In seguito alle riforme approvate lo scorso dicembre, la legge elettorale dell’Ossezia del Sud è diventata nei suoi tratti fondamentali simile a quella russa: sistema proporzionale con liste di partito fisse e soglia di sbarramento al 7 percento.

Queste sono le prime elezioni dopo il conflitto di agosto ad avere luogo in questo territorio la cui indipendenza è stata riconosciuta solo dalla Russia e dal Nicaragua. I leader dell’opposizione hanno espresso dubbi riguardo alla democraticità di queste elezioni già prima del giorno del voto.

La commissione elettorale centrale ha rifiutato la candidatura di Vjačeslav Gabozov, leader del partito di opposizione “Patria”, in quanto non aveva soddisfatto uno dei requisiti della legge elettorale: l’obbligo di risiedere in modo continuativo nella repubblica per almeno cinque anni prima delle elezioni. Il corrispondente di Nezavisimaja Gazeta Jurij Simonjan in un suo articolo del 20 maggio aveva giustamente previsto che senza di lui il suo partito non avrebbe superato la soglia di sbarramento del 7 percento.

È curiosa la storia che ha portato all’esclusione dal voto di un partito di opposizione, il “Partito Popolare”. Durante il mese di aprile hanno avuto luogo due congressi del “Partito Popolare”, uno guidato da un deputato di opposizione già presente nel parlamento precedente, l’altro invece guidato da un deputato del partito filo-governativo “Unità”. Entrambi i partiti hanno presentato una propria lista a nome “Partito Popolare” alla commissione elettorale centrale, la quale ha confermato la lista pro-presidenziale mentre ha escluso dalle elezioni quella guidata da rappresentanti dell’opposizione.

Una settimana prima del giorno del voto rispondendo alle domande del canale televisivo russo Vesti, Sergej Naryškin, capo dell’amministrazione presidenziale russa, aveva comunque espresso la propria convinzione che le elezioni del parlamento osseto avrebbero confermato la scelta democratica osseta. Nello stesso intervento, Naryškin aveva sottolineato che proprio questa scelta democratica “determina l’impossibilità di modificare la Costituzione per determinati scopi politici.” Questo riferimento alla Costituzione inserito all’interno di un discorso in cui Naryškin confermava l’ampio supporto della Russia alla regione non è affatto casuale.

La Costituzione osseta non consente infatti al presidente di mantenere la carica per più di due mandati consecutivi (una norma presente, tra gli altri, anche nelle Costituzioni di Russia e Stati Uniti), e l’attuale de facto presidente osseto Eduard Kokoity è già al suo secondo mandato, che si concluderà nel novembre del 2011. Secondo la maggior parte degli osservatori, Kokoity avrebbe intenzione di modificare l’attuale Costituzione in modo da poter continuare a guidare il paese per altri cinque anni; anche per tale ragione il presidente era particolarmente interessato a garantirsi una maggioranza costituzionale nel neoeletto parlamento (almeno i due terzi dei deputati).

Ricordiamo che Eduard Kokoity era stato eletto per la seconda volta presidente della repubblica dell’Ossezia del Sud, all’epoca non riconosciuta da alcuno stato, nel novembre del 2006, ottenendo il 98,1 percento delle preferenze in elezioni che avevano visto un’affluenza alle urne superiore al 95 percento.

Per i rappresentanti dell’opposizione, anche la conduzione stessa del voto il 31 maggio non avrebbe soddisfatto gli standard democratici. Secondo Albert Dzhussoev, importante uomo d’affari ed uno dei leader dell’opposizione, i dati forniti dalle autorità riguardo all’affluenza alle urne sarebbero infatti del tutto inverosimili. “Se nella nostra repubblica non vivono più di ventimila persone contando topi, mucche e uccelli, come possono aver trovato 56.000 votanti? Tra l’altro, avevano dichiarato di aver predisposto 52.000 schede. Ne hanno forse fotocopiate altre per portarle ai seggi?” – ha dichiarato Dzhussoev, intervistato da Kavkazskij Uzel.

Secondo il rappresentante dell’opposizione Gobozov sarebbero particolarmente sospetti i 18.000 voti provenienti dall’Ossezia del Nord, anche perché per quanto riguarda i seggi dislocati nella capitale di questa regione, Vladikavkaz, non erano state predisposte liste di elettori, ma chiunque con un valido passaporto osseto avrebbe potuto votare. In questo modo è particolarmente difficile accertarsi che non si verifichino casi di voto multiplo, cioè che un cittadino si rechi a votare in più di un seggio.

D’altra parte, fino ad oggi le autorità ossete hanno reso pubblici solo i valori percentuali e i dati numerici approssimativi disponibili, riguardanti l’affluenza alle urne, provengono da interviste a politici o osservatori. Il presidente della Commissione elettorale centrale russa Vladimir Čurov, tra gli osservatori presenti in Ossezia del Sud, ha sostanzialmente confermato ai microfoni di Echo Moskvy le cifre sopra citate, ma ha evitato di fornire dati più precisi anche in seguito ad una domanda diretta di una ascoltatrice. Presumibilmente, i dati verranno resi pubblici solo il 7 giugno durante una conferenza stampa ufficiale.

Se l’opposizione ha accusato le autorità di falsificazioni e di aver obbligato con la forza le persone ad andare a votare, alcuni esponenti vicini al presidente Kokoity hanno accusato un businessman vicino all’opposizione di non aver concesso ai propri lavoratori di andare a votare e hanno dichiarato che le guardie di confine georgiane hanno impedito a numerosi osseti di ritornare in Ossezia per esercitare il proprio diritto al voto.

Alle elezioni non erano presenti missioni ufficiali di Osce o Unione Europea per effettuare monitoring elettorale e queste organizzazioni hanno definito illegittime le elezioni, il ché non può sorprendere visto che non riconoscono neppure l’indipendenza dell’Ossezia del Sud. Erano comunque presenti numerosi osservatori internazionali provenienti sia da paesi dell’ex-Unione Sovietica, sia dall’Europa che hanno definito “libere e democratiche” le elezioni del 31 maggio. Dichiarazioni di questo tipo sono state ampiamente diffuse sia su media locali che su media russi.

D’altra parte, le reciproche accuse di governo e opposizione e le scontate dichiarazioni di benevoli osservatori internazionali sono ormai diventate parte integrante del processo elettorale in Russia e nei territori de facto indipendenti della regione. Molti osservatori, tra i quali lo stesso Vladimir Čurov, hanno però sottolineato la povertà della regione e le carenze infrastrutturali (“Provate ad immaginarvi, 10 km in un’ora e mezza sulle jeep!”). Appena finiti i festeggiamenti per il successo elettore, legittimo o meno che esso sia, non vi è dubbio che la nuova leadership osseta dovrà presto rimettersi al lavoro.

Fonte: Osservatorio Caucaso.

Si vis pacem, para pacem.

La prevenzione del conflitto, l’educazione alla pace, il ruolo della scuola. Kai Brand Jacobsen, direttore dell’ONG romena Patrir, racconta a Osservatorio la cooperazione transnazionale fra Romania e Moldavia
Poco dopo l’inizio delle proteste dello scorso 5 aprile in Moldavia, Patrir (Peace Action Training and Research Institute of Romania) ha rilasciato un comunicato stampa proponendo degli interventi per prevenire ulteriori violenze e invitando gli attori coinvolti a supportare concretamente l’integrità del processo democratico e garantire il rispetto dei diritti fondamentali. Ma quali sono gli elementi e le cause del conflitto? E come si può tutelare e costruire la pace in situazioni di conflitto come quella moldava? Osservatorio ha incontrato il direttore dell’ONG romena Kai Brand Jacobsen.

Da molti anni Patrir guida un programma paese per Moldavia e Transnistria. Qual è l’obiettivo generale di tale programma?

Il programma che siamo stati invitati a guidare comprende diversi aspetti. In primo luogo, proponiamo degli interventi di formazione per rafforzare la trasformazione del conflitto, la mediazione e le capacità di negoziazione di ONG, media e autorità. Inoltre, ci impegniamo con i principali esperti e analisti su un progetto comune che si propone di individuare l’impatto sociale, economico e politico del conflitto dal 1992 ad oggi. Siamo anche stati coinvolti in un progetto che ha portato alla produzione di un documentario sul tema e di un libro che verrà lanciato nelle prossime settimane.

Esiste un’iniziativa regionale di cooperazione nell’area del Mar Nero?

Stiamo lavorando da due anni ad un progetto regionale in collaborazione con istituzioni e organizzazioni di tutta l’area per sostenere l’iniziativa di rafforzamento delle capacità di allerta e prevenzione. Il punto di partenza è riconoscere i conflitti irrisolti, ognuno con le sue dinamiche, ma anche con delle caratteristiche comuni. I programmi principali sviluppati sono due: il primo è la creazione di una piattaforma che collegherà le iniziative della società civile su peace-building, mediazione, giornalismo di pace e trasformazione del conflitto. Il secondo è lo sviluppo di un sistema regionale di allerta e prevenzione, a cui speriamo di lavorare con istituzioni locali e nazionali. Si tratterebbe del primo sistema di questo tipo all’interno dello spazio europeo e dovrebbe coinvolgere analisti e professionisti per monitorare le dinamiche dei conflitti, guardando ai possibili sviluppi, dando raccomandazioni pratiche e proposte a ONG, media, comunità economica e governo, e intraprendendo delle iniziative per colpire le cause originarie, trasformare il conflitto in modo costruttivo e prevenire la violenza.

Come costruite le infrastrutture per le pace?

In primo luogo attraverso l’educazione alla pace nelle scuole. Se ci pensiamo, tutti impariamo la matematica, non importa se diventeremo giornalisti o medici, perché ogni essere umano ne ha bisogno. Tutti noi viviamo dei conflitti, quindi avere l’educazione alla pace nelle scuole significa insegnare a tutti come agire in modo efficace in situazioni di conflitto. In secondo luogo, avere un ministero o un dipartimento per la pace vuol dire riconoscere la necessità di competenze specifiche per governare i conflitti ed educare dei professionisti come avviene nell’ambito del business o in altri campi. La Romania e gli altri nuovi stati membri UE hanno bisogno di incrementare i loro programmi internazionali di cooperazione e di sviluppo, ma al momento non hanno persone formate per poterlo fare. Una delle nostre proposte è di fornire dei servizi di pace nazionale e di sviluppo che possano formare professionisti e supportare organizzazioni locali e nazionali così come le istituzioni. In Romania abbiamo l’International Peace and Development Training Center, con sede a Cluj Napoca, i cui corsi sono stati frequentati da persone provenienti da oltre 100 paesi – leader politici, ministri, capi area delle Nazioni Unite provenienti da tutto il mondo così come da organizzazioni varie, e persone direttamente coinvolte in accordi di negoziazione per porre fine alle guerre nei loro paesi.

È stata discussa in Romania la necessità di istituire un Ministero della Pace?

In Romania stiamo ancora attraversando un periodo di transizione, e talvolta l’idea di creare nuovi dipartimenti governativi e nuovi ministeri e burocrazie non verrebbe molto apprezzata. Sarebbe ideale creare all’interno del Ministero degli Affari Esteri un settore specializzato di peace-building, prevenzione della crisi e stabilizzazione post-conflitto. In pratica, all’interno della cooperazione allo sviluppo si potrebbe dare la priorità al supporto di questo settore. Già ora, possiamo notare come tutti i paesi a cui è stata assegnata la priorità da parte della Romania come paesi target per la cooperazione allo sviluppo (Moldavia, Georgia, Serbia, Iraq, Afghanistan) sono paesi colpiti da conflitto.

Il comunicato stampa era rivolto agli attori principali coinvolti nella situazione, ovvero partiti politici, organizzazioni della società civile e media, oltre che l’Unione Europea, gli stati membri, le organizzazioni locali e nazionali moldave e altri che volevano impegnarsi per prevenire l’aggravarsi della situazione. Abbiamo fatto una serie di proposte: tra le più immediate, lo smorzamento dei toni e la responsabilizzazione di leader politici e mass media, il cui linguaggio crea un contesto decisamente polarizzato. Abbiamo suggerito alle organizzazioni di società civile e alle leadership politiche di riconoscere i legittimi diritti alla partecipazione politica democratica, ma anche che questa resti uno spazio libero dalla violenza sia dei dimostranti che della polizia. Noi come Istituto siamo del tutto imparziali, non sosteniamo nessun attore in particolare, e il nostro obiettivo principale è cercare di incoraggiare il multipartitismo, trattenere dal demonizzare, invitare a fronteggiare la violenza e fornire informazioni accurate a tutte le parti coinvolte.

Le elezioni sono un motivo comune di conflitto?

Molto spesso sono ciò che noi chiameremmo “detonatore”. Uno studio realizzato all’interno del Commonwealth mostra che circa il 60% dei conflitti armati si sviluppano sulle elezioni o su temi collegati. Che si stia parlando di Moldavia, Transnistria o perfino di Kenya, si può vedere che le elezioni che avvengono in comunità colpite da conflitti sono spesso delle micce per aumentare tensioni e violenze. Poiché le elezioni si organizzano con largo anticipo, dovremmo concentrarci – cosa che al momento non avviene – sulla preparazione: individuare gli scenari possibili, le reali opzioni in campo, le dinamiche sociali, politiche ed economiche. Ciò che noi facciamo come Istituto in queste situazioni è cercare di impegnarci con gli attori principali, prepararli in anticipo e creare un contesto in cui si possano tenere elezioni libere da ogni violenza. Una delle cose che abbiamo caldeggiato nel caso della Moldavia è stato assicurare uno spazio democratico per tutti i partiti. Questo non solo per i dimostranti, ma anche per coloro che hanno votato per gruppi differenti, per garantire il rispetto di tutte le posizioni e opinioni.

Fonte: Osservatorio Balcani.