Archivi del mese: luglio 2009

Kurdistan: l’opposizione avanza e rompe il monopolio dei due partiti di governo

Come era prevedibile, i due maggiori partiti kurdi conservano la maggioranza nel parlamento della regione autonoma del Kurdistan, mentre Mas’ud Barzani, il suo attuale presidente, è stato riconfermato per un secondo mandato.

E tuttavia – per la prima volta – il monopolio che Partito democratico del Kurdistan (KDP), il partito di Barzani, e Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), del presidente iracheno Jalal Talabani, esercitano da 18 anni sulla vita politica della regione è stato rotto.

Lo mostrano chiaramente i risultati delle elezioni – parlamentari e presidenziali – che si sono tenute quattro giorni fa, annunciati oggi dalla Commissione Elettorale indipendente irachena (IHEC).

La lista Kurdistani, la coalizione formata da KDP e PUK, ha vinto con il 57,34% dei voti – la maggioranza, ma non schiacciante.

Goran, ovvero “Cambiamento”, il nuovo gruppo di opposizione che rappresenta la vera novità nel panorama politico della regione autonoma kurda ha avuto una forte affermazione, con il 23,75 % dei voti – che sarebbero stati di più, sostengono i suoi esponenti, se non ci fossero stati brogli e frodi elettorali.

Buono anche il risultato di un’altra lista di opposizione: “Servizi e riforme” – una coalizione improbabile di partiti islamici e laici di sinistra, che ha ottenuto il 12,8 per cento. Anche da qui sono partite accuse di frodi nei confronti dei due partiti di governo, che avrebbero impedito un risultato migliore.

Barzani, come era stato ampiamente previsto, è stato rieletto presidente della regione, ma non si è trattato di un plebiscito. Il leader del KDP ha infatti vinto con il 69,57 % dei voti, mentre l’intellettuale indipendente Kamal Mirawidly ha avuto il 25,32 per cento.

La IHEC ha chiarito che i risultati annunciati oggi sono da considerarsi “iniziali”, perché adesso i partiti hanno un lasso di tempo per contestarli.

Hamdiya al-Husseini, uno dei suoi funzionari, ha detto che sono stati presentati 651 reclami, pari a 135.000 voti che ancora non sono stati conteggiati.

Alto il dato dell’affluenza comunicato dalla Commissione elettorale: il 78,5 % di circa 2 milioni e mezzo di aventi diritto al voto – a livello regionale.

Per quanto riguarda i dati relativi alle tre province che compongono la regione autonoma kurda, a Irbil l’affluenza è stata del 79%, a Dohuk dell’85,93%, e a Sulaimaniya del 74,5 per cento.

Ora bisognerà attendere i cosiddetti risultati “certificati” e la distribuzione dei 111 seggi del Parlamento regionale – 11 dei quali sono riservati alle minoranze. Sembra già chiaro tuttavia, che, per la prima volta da quasi 20 anni, al suo interno potrà esserci una opposizione reale.

Intanto, le due formazioni di opposizione – Goran e “Servizi e riforme” – continuano a lanciare accuse di brogli e di manipolazione del voto da parte di KDP e PUK. Puntando il dito, in particolare, contro Barzani.

Nawshirwan Mustafa, il leader di Goran, che fino a non molto tempo fa era il numero due del PUK, ha chiesto alla comunità internazionale di fare pressioni sul presidente e sulla Commissione elettorale irachena perché “blocchino i risultati falsificati”.

Fonte: Osservatorio Iraq.

elezioni kurdistan voto monopolio

Annunci

Walking Africa deserves a Nobel

Dalle ONG scatta la proposta di assegnare il premio Nobel per la Pace alle donne africane nel 2010.
E’ l’obiettivo di una campagna di raccolta firme del Cipsi, un ”ombrello” che riunisce 42 organizzazioni non governative (ong) italiane operative nel continente.
Per inviare la candidatura alla Commissione Nobel e sensibilizzare ”sul protagonismo delle donne africane in tutti i settori della vita e del loro impegno costante nella costruzione della pace” gli organizzatori della campagna contano di raggiungere almeno due milioni di firme.

Per ogni informazione cliccate su questo url: http://www.noppaw.org/ .

Fonte: MAE .

Shoah: palestinesi allo Yad Vashem per capire Israele.

Nella convinzione che un dialogo di pace debba partire dalla conoscenza dell’avversario, uno studente palestinese di un villaggio della Cisgiordania ha portato ieri un gruppo di 16 giovani connazionali a visitare lo Yad Vashem, il museo che a Gerusalemme raccoglie documenti e testimonianze del genocidio di sei milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale.
Promotore dell’ iniziativa, che lo Yad Vashem ha accolto con entusiasmo, e’ stato il palestinese Mujaied Sarsur, del villaggio di Masha, vicino a Nablus, che da alcuni anni si trova negli Stati Uniti per studi universitari.
Qui la grande quantita’ di libri e documenti sulla Shoah e il contatto con molti ebrei ha destato il suo interesse sull’ argomento.
Poiche’ il maggior centro di studi sull’Olocausto si trova proprio nello Yad Vashem Sarsur, durante la vacanza estiva nel villaggio natale, ha preso l’iniziativa di radunare un gruppo di giovani connazionali, tra i 13 e i 19 anni, e di portarli allo Yad Vashem, d’intesa col museo che ha accolto con grande favore questo gesto animato da una volonta’ di dialogo.
Secondo Sarsur l’ iniziativa non ha suscitato resistenze tra i connazionali anche se vi e’ stato chi si e’ chiesto per qual motivo uno debba conoscere le sofferenze del nemico e se non sarebbe piuttosto meglio vedere quelle dei confratelli a Gaza.
Cosi’, dopo aver superato le iniziali resistenze delle autorita’ militari ad autorizzare l’ingresso in Israele, la comitiva palestinese ha potuto raggiungere lo Yad Vashem dove l’ attendeva uno studioso, Yacov Yaniv, che parla l’ arabo e che ha fatto da guida, spiegando ai giovani il materiale esposto nei vari padiglioni che ricostruiscono la maggiore tragedia che l’ umanita’ ricordi.
”Durante tutte le quattro ore della visita sono stati sempre attenti, seri e pazienti” dice Yaniv, aggiungendo: ”sono arrivati con scarsissime conoscenze sulla Shoah. Ignoravano le cose fondamentali e cio’ che sapevano era distorto”. ”Sicuramente – prosegue – questa visita ha prodotto in molti almeno un’incrinatura nelle convizioni con cui erano giunti. Quali frutti produrra’ lo si vedra’ solo col passare del tempo”. Durante le conversazioni con i giovani, secondo Yaniv, non sono mancati riferimenti al conflitto attuale che contrappone israeliani e palestinesi. Ad esempio, ha riferito, ”mi e’ stato chiesto perche’ invece di vendicarvi con i tedeschi vi vendicate con noi (palestinesi)”. ”Con la mente credo a cio’ che vedo, ma col cuore mi e’ difficile accettarlo (perche’ contrario agli insegnamenti ricevuti)” ha esclamato un giovane, citato da Yaniv.
La fotografia del muro del ghetto di Varsavia ha portato, secondo Yaniv, a paragoni con la barriera di separazione che Israele sta costruendo in Cisgiordania.
L’affermazione di un giovane palestinese di 17 anni: ”Dobbiamo cessare di guardare solo alle nostre sofferenze e riconoscere anche quelle altrui” fa sperare, secondo Yaniv, che il messaggio che era poi il fine dell’iniziativa sia passato.

Fonte: ANSAMed.

yad vashem

Gran Bretagna: poliziotte col velo d’ordinanza.

La polizia dell’Avon e Somerset, in Inghilterra, fornirà tutte le sue agenti di un `velo di ordinanza´ da indossare se in servizio in luoghi di culto o situazioni che lo richiedano (la foto sopra si riferisce all’Iran, ndr). Una decisione presa per migliorare il rapporto con la comunità islamica locale. Il velo farà così parte dell’uniforme in dotazione delle poliziotte e sarà riconoscibile dallo stemma della polizia dell’Avon e Somerset applicati sul foulard. «Dotare il nostro staff del copricapo da utilizzare in luoghi di culto è una decisione che rientra nel nostro impegno di lavorare a stretto contatto con tutte le comunità presenti su territorio», ha spiegato la vice-capo della polizia locale, Jackie Roberts, «è un modo per riconoscere e rispettare le pratiche religiose e culturali delle nostre comunità».
L’iniziativa ha trovato riscontro favorevole da parte della comunità islamica: «Siamo molto contenti per quest’aggiunta nell’uniforme della polizia – commenta Rashad Azami, imam della comunità islamica di Bath – è un gesto che incoraggia un rapporto il fiducia tra la polizia e la comunità islamica. La polizia ha lavorato a stretto contatto con la comunità musulmana in questi ultimi anni, la loro cooperazione è stata molto utile e speriamo che questo nuovo passo la rafforzi ulteriormente». Ma c’è chi vede in questo “apertura” un’avanzata dell’islam in Europa.

Fonte: Liberali per Israele

Dopo l’OSCE, chiude anche UNOMIG.

La Missione degli Osservatori delle Nazioni Unite in Georgia (UNOMIG) ha iniziato a chiudere i battenti dopo oltre quindici anni di lavoro in Georgia e nella regione secessionista dell’Abkhazia. Lo scorso 15 giugno, infatti, la Russia ha posto il veto sulla nuova risoluzione presentata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che avrebbe dovuto estendere il mandato della Missione.

L’UNOMIG fu creata da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza nell’agosto del 1993, in seguito all’accordo di cessate-il-fuoco firmato nel mese di luglio dello stesso anno tra Tbilisi e Sukhumi, de-facto capitale dell’Abkhazia. Il principale compito della Missione, composta da circa 130 osservatori militari ed una ventina di poliziotti internazionali, era quello di monitorare l’armistizio e la situazione sul campo in entrambe le parti del confine amministrativo tra Abkhazia e Georgia e di osservare le operazioni delle forze di peacekeeping della Comunità degli Stati Indipendenti. Le attività di monitoraggio dell’UNOMIG si estendevano, inoltre, nella valle dell’Alto Kodori, l’unica area della regione secessionista rientrata sotto il controllo di Tbilisi nell’estate del 2006 dopo un’operazione da parte del ministero degli Interni georgiano fino alla crisi dello scorso agosto, quando il de-facto governo di Sukhumi ha ristabilito la propria autorità sull’area.

Il veto russo sull’estensione del mandato della missione ONU arriva dopo che Mosca ha bloccato lo scorso dicembre anche le operazioni di monitoraggio dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) nella regione secessionista dell’Ossezia del Sud. La missione OSCE ha chiuso definitivamente le proprie attività il 30 giugno, dopo diciassette anni di lavoro con il mandato di facilitare le negoziazioni e la risoluzione del conflitto tra Tbilisi e Tskhinvali, de-facto capitale dell’Ossezia del Sud.

Prima del conflitto dello scorso agosto la missione OSCE aveva un ufficio ed una presenza di osservatori militari basati a Tskhinvali, che avevano il compito – analogo a quello dell’UNOMIG in Abkhazia – di monitorare il cessate-il-fuoco nella regione. Quando lo scorso agosto sono iniziate le ostilità tra Tskhinvali e Tbilisi, poi estesesi ad un aperto confronto tra Georgia e Russia, gli osservatori OSCE sono stati costretti a lasciare l’area e non hanno più avuto accesso alla regione.

Come nel caso della missione OSCE in Ossezia del Sud, nella discussione sul rinnovo del mandato dell’UNOMIG in Abkhazia, Mosca aveva dichiarato di voler trovare una soluzione che “rifletta le nuove realtà” createsi dopo la guerra dello scorso agosto. La Russia, si riferisce in particolare, al proprio riconoscimento dell’indipendenza delle due regioni secessioniste di Abkhazia e Ossezia del Sud. La proposta russa alle Nazioni Unite, infatti, non conteneva nessun riferimento all’integrità territoriale della Georgia.

Tbilisi, invece, ha sempre affermato la necessità di un esplicito riferimento all’integrità territoriale del Paese nella risoluzione della Consiglio di Sicurezza e nelle settimane precedenti al voto le autorità georgiane hanno dichiarato che non avrebbero accettato nessun documento senza tale esplicito riferimento.

“Abbiamo mantenuto la nostra promessa. Sebbene rincresciuti per la chiusura della missione ONU, la diplomazia georgiana non è stata e non sarà mai dalla parte di una risoluzione che metta anche solo minimamente in questione la nostra sovranità e integrità territoriale” ha affermato il ministro degli Esteri georgiano, Grigol Vashadze.

Gli Stati Uniti ed i membri europei del Consiglio di Sicurezza hanno proposto una mediazione che prevedeva l’estensione della missione UNOMIG di un paio di settimane in modo da permettere ai diplomatici delle varie parti di continuare le consultazioni per l’approvazione di una nuova risoluzione. Nella proposta occidentale, inoltre, si faceva riferimento alla risoluzione 1808 dell’aprile 2008, con la quale si riaffermava indirettamente l’integrità territoriale della Georgia. Ed è proprio su questo punto che la Russia non ha accettato il documento.

Vitaly Churkin, diplomatico russo presso le Nazioni Unite, ha dichiarato che Mosca era pronta ad accettare un “compromesso” adottando una risoluzione tecnica che estendesse il mandato UNOMIG fino alla metà di luglio e che facesse riferimento “a tutte le risoluzioni rilevanti senza però indicarne lo specifico numero di protocollo”. Dopo la crisi di agosto, la Russia, aveva già accettato due estensioni tecniche, una nell’ottobre del 2008 e l’altra lo scorso febbraio, che avevano prolungato il mandato della missione ONU fino al 15 giugno 2009.

Il Presidente georgiano Mikheil Saakashvili ha definito “una nostra vittoria diplomatica, il fallimento della Russia di veder approvata in seno al Consiglio di Sicurezza la propria proposta di risoluzione senza riferimento all’integrita’ territoriale della Georgia”.

Il Ministero degli Affari Esteri georgiano ha inoltre dichiarato che “il veto della Russia condurrà ad una crescente instabilità e ulteriori violazioni dei diritti umani nelle regioni georgiane occupate, dato che è stato rimosso l’ultimo strumento internazionale per monitorare l’incontrollata presenza militare russa nelle regioni georgiane occupate”.

Non è della stessa opinione Sergej Shamba, il de-facto ministro degli Esteri della secessionista Abkhazia, che si è detto convinto che “Sukhumi non soffrirà della chiusura della missione delle Nazioni Unite”. Shamba ha aggiunto che “vediamo le nostre maggiori garanzie in termini di sicurezza nelle relazioni e nella cooperazione militare con la Russia. Noi e la Russia siamo a favore dell’estensione del lavoro delle Nazioni Unite in Abkhazia, ma a condizione che abbia un nuovo mandato con un nuovo nome ed una nuova formula, che non colleghi l’Abkhazia con la Georgia”.

Con la chiusura delle missioni ONU e OSCE l’unica presenza internazionale a rimanere in Georgia con il mandato di monitorare la situazione nelle zone di conflitto è la Missione di Monitoraggio dell’Unione Europea (EUMM), composta da circa 250 osservatori disarmati. La Missione, però, nonostante abbia il mandato di osservare la situazione in entrambe le regioni secessioniste, non ha accesso né in Abkhazia né in Ossezia del Sud e può lavorare solo nelle aree adiacenti al confine amministrativo con le due regioni.

Fonte: Osservatorio Caucaso.

Acqua in cambio di pace

Mentre il processo di pace rimane congelato, insieme a tutte le controversie relative alle terre arabe occupate, è l’acqua che sta man mano emergendo come la questione più urgente dei prossimi anni. I prossimi conflitti mediorientali saranno conflitti per l’acqua, affermano in molti. Eppure l’acqua potrebbe costituire un settore naturale di cooperazione per i paesi dell’area – sostiene Stanley A. Weiss

***

Solo pochi giorni dopo la morte di suo padre, al presidente siriano Bashar Al Assad fu chiesto di esprimere una graduatoria dei problemi relativi alla disputa tra la Siria e Israele. “Israele ordina le sue priorità nel modo seguente: sicurezza, terra e acqua”, egli rispose. “Ma la verità è differente. Gli israeliani considerano l’acqua come la cosa più importante”. Poi aggiunse: “Discutere questo problema ora è prematuro; arriverà il suo turno solo dopo che sarà stata discussa la problematica della terra”.

Nove anni più tardi, la questione della terra rimane congelata, mentre quella dell’acqua sta prendendo una brutta piega. Dopo una siccità di cinque anni, la regione sta andando verso una catastrofe idrica che potrebbe sopraffare tutti gli sforzi di pace.

Il fiume Giordano ha ora ampie parti ridotte a rigagnoli. Il Mare di Galilea ha toccato i livelli più bassi di sempre. La superficie del Mar Morto si è ritirata di un terzo. Le antiche paludi dell’Iraq sono ora segnate da ampie strisce di sterpi e fango solidificato.

Stupisce poco, quindi, che siano in molti a mettere in guarda sul fatto che in futuro le guerre saranno combattute per l’acqua, non per la terra. Ma può una crisi diventare un’opportunità? Potrebbe l’acqua, piuttosto che la terra, rappresentare una strada per la cooperazione e la pace in Medio Oriente?

“Crediamo fortemente nell’acqua come catalizzatore per la pace regionale”, dice Gilead Sher, il capo negoziatore israeliano al vertice di Camp David ed ai colloqui di pace di Taba nel 1999-2001. “In tutti i precedenti round dei negoziati israelo-palestinesi, le questioni legate all’acqua sono arrivate molto vicino ad una conclusione tra le parti, nella cornice dell’accordo”. Altri, come il giordano Munqeth Mehyar, il palestinese Nader Al-Khateeb, e l’israeliano Gidon Bromberg, ritengono che l’acqua possa portare a nuove strade per il dialogo. Insieme, i tre dirigono EcoPeace, un’ organizzazione che riunisce ambientalisti giordani, palestinesi ed israeliani per promuovere lo sviluppo sostenibile e costruire un “buon vicinato idrico” in Medio Oriente.

La stessa Siria sta poi assumendo un ruolo leader. Il primo ministro siriano Mohammed Naji Otri si è recentemente incontrato con il ministro iracheno per l’elettricità Wahid Kareem a Damasco, per discutere di risorse idriche. Ciò è avvenuto a margine di un recente incontro a Baghdad fra i ministri dell’energia di Iran, Iraq, Turchia e Siria per discutere di energia e sicurezza. Questo incontro ha portato a parlare di un accordo regionale – un nuovo “patto di Baghdad, senza gli Stati Uniti”, come lo chiama Zaab Sethna. Sethna, co-fondatore di Northern Gulf Partners, un fondo che lavora per portare investimenti a Baghdad, aggiunge: “l’acqua costituirebbe un settore naturale per la cooperazione.”

È tempo di fare la pace in nome dell’acqua. Per prima cosa, gli USA dovrebbero lavorare con Turchia, Israele, Libano e Siria per convocare una conferenza – ad Istanbul. “Il miglior modo per risolvere la questione della mancanza d’acqua è di trasportarla da fonti sovrabbondanti esistenti al nord – cioè dalla Turchia”, sostiene lo studioso israeliano Bernard Avishai.

In secondo luogo, gli Stati Uniti dovrebbero persuadere Israele a condividere le proprie competenze e tecnologie nel settore idrico con i suoi vicini arabi. L’acqua, piuttosto che la terra, potrebbe formare la base di un accordo tra Israele e Siria, che è la fonte di più del 55% dell’acqua dolce di Israele.

In terzo luogo, le Nazioni Unite dovrebbero mobilitare uno sforzo globale per trovare modi più economici ed eco-sostenibili per convertire l’acqua di mare in acqua potabile. Sebbene sia molto praticata in Israele e nei paesi del Golfo, la desalinizzazione costa il triplo rispetto allo sfruttamento delle risorse tradizionali, e può impiegare una quantità di energia fino a 10 volte superiore.

Qualcuno ha detto che se Israele andasse a fuoco, i suoi vicini arabi non fornirebbero l’acqua per spegnere le fiamme – e viceversa. Ma quando si tratta di acqua, tutte le nazioni sono sulla stessa barca.

Stanley A. Weiss è un uomo d’affari americano; è il presidente fondatore di Business Executives for National Security; ha scritto su giornali come l’International Herald Tribune, il New York Times, il Wall Street Journal, il Washington Post, ecc.

Fonte: MedArabNews.

acqua pace palestina israele

Gli abitanti di Sheikh Jarrah rifiutano di essere cacciati

Fawzieh al-Kurd, 57 anni, vestita di nero, trascorre i suoi giorni su un promontorio che si affaccia sulla tomba di Simone il Giusto, nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme est. Resistendo al freddo dell’inverno e al sole cocente in estate, racconta con dignità e determinazione la tragica storia della sua famiglia ai visitatori provenienti da tutto il mondo.

Per 38 anni Fawzieh, conosciuta da tutti come “Umm Kamel”, ha vissuto in una casa con un patio piastrellato e un giardino che dà sulla tomba di Simone il Giusto. Il quartiere fu costruito dal governo giordano insieme alle Nazioni Unite nel 1956 per fornire degli alloggi temporanei a 28 famiglie di rifugiati palestinesi che erano state costrette ad abbandonare le loro case durante la guerra del 1948. In cambio delle case, le famiglie avevano accettato di non richiedere ulteriori aiuti alimentari all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’ UNRWA. Dopo aver pagato un affitto simbolico di 5 qirsh al governo giordano per un periodo di tre anni, le case sarebbero dovute diventare proprietà delle famiglie.

I residenti hanno tutti i documenti da allora a oggi, e Umm Kamel afferma che è in questa casa che lei e suo marito Muhammad hanno cresciuto 5 figli e hanno visto la luce i suoi 16 nipoti. La donna avrebbe voluto lasciare la casa ai suoi discendenti dopo la sua morte, ma il 9 novembre 2008 i suoi piani sono stati stravolti. Senza alcuna emozione la donna racconta: “La mia vita è stata devastata. Ho perso la mia casa, mio marito, i miei mobili e il mio futuro”.

Nel cuore della notte una forza israeliana appositamente addestrata composta da 500 tra poliziotti e guardie di confine ha circondato il quartiere, bloccando tutti gli accessi e obbligando ogni possibile spettatore a rientrare in casa. Alle 3.30 hanno bussato con insistenza alla porta della casa di Umm Kamel mentre la donna stava sostituendo il catetere al marito, malato di diabete. Il catetere è volato via quando quattro poliziotte israeliane l’hanno immobilizzata, trascinandola fuori dalla sua casa, in giardino.

Muhammad, semi paralizzato, è stato trascinato fuori dalla casa da due poliziotti corpulenti ed è stato lasciato senza tante cerimonie davanti all’ingresso dei vicini, la famiglia al-Sabbagh, dove ha avuto un infarto sul momento. Le donne della famiglia al-Sabbagh hanno cercato di gestire la situazione al meglio, ma, essendo sprovviste dei mezzi necessari, non sono riuscite a evitare che le condizioni di Muhammad sia aggravassero. Hanno chiamato un’ambulanza, alla quale, però, non è stato permesso di superare il blocco di polizia. A quel punto gli uomini della famiglia si sono offerti di trasportare a braccia l’uomo fino all’ambulanza, ma anche questa richiesta è stata negata. Muhammad non ha ricevuto soccorso medico fino alle 10 del mattino seguente, quando ai suoi figli, che vivono in un villaggio a nord di Gerusalemme, è stato permesso di entrare nel quartiere per trasportarlo all’ospedale sulla loro automobile.

Nel frattempo, degli ebrei nazionalisti del complesso di Simone il Giusto sono arrivati in un minivan, e hanno iniziato rapidamente a impacchettare gli oggetti della famiglia al- Kurd per poi caricare il tutto su un camion che aspettava davanti alla casa. Con canti e balli, hanno riconsacrato la casa, e ora sul tetto sventola una bandiera israeliana.

Questo avvenimento è parte della lunga storia di espropri di Umm Kamel, che risale al 1972. Quando arrivò nel quartiere, nel 1970, era una giovane sposa, e nel complesso non vi erano famiglie israeliane. L’unica casa di proprietà di ebrei, precedente alla guerra del 1948 – quando ebrei, cristiani, e musulmani vivevano nello stesso quartiere – era rimasta vuota.

In seguito, il Consiglio delle Comunità Sefardite, utilizzando un documento degli Ottomani risalente al 1887, rivendicò la proprietà dell’area, facendo pressioni sui residenti affinché se ne andassero. Anche se è vero che la comunità sefardita è profondamente legata a questa catacomba dove molti fedeli si recavano per pregare e per chiedere benedizioni prima del 1948, alcuni sostengono che il documento in questione non sia pertinente, in quanto attesta che la comunità sefardita può fare uso della proprietà temporaneamente senza, però, esserne proprietaria. Inoltre, il legale degli attuali residenti afferma che nessun documento simile è stato trovato presso gli archivi turchi di Ankara, dove lui stesso si è recato per controllarne l’autenticità, che rafforza l’opinione secondo la quale il documento sarebbe falso.

Nonostante ciò, nel 1972 il catasto israeliano aveva dichiarato il documento valido. Questa decisione era stata presa nel quadro della Legge sulle proprietà degli assenti del 1950, in base alla quale venivano annullate tutte le rivendicazioni dei “proprietari arabi assenti” ( cioè dei rifugiati palestinesi) precedenti al 1948, ristabilendo il diritto di proprietà da parte degli israeliani. Dopo 10 anni di dure trattative, la corte aveva riconosciuto la rivendicazione terriera fatta dal Consiglio delle comunità sefardite, stabilendo che i residenti di Sheikh Jarrah sarebbero diventati degli “affittuari protetti”. I residenti del posto rifiutarono questa revoca dei propri diritti di proprietà che erano stati riconosciuti loro dal governo giordano. Tale revoca era stata firmata dal loro precedente avvocato israeliano, a quanto sembra senza il loro consenso.

In seguito, la famiglia al Kurd si era rifiutata di pagare l’affitto richiesto dal Consiglio delle comunità sefardite. Dal 1982 questo documento è stato oggetto di un’accesa controversia, con la parte palestinese che ha continuato a fornire prove per dimostrare che la base sulla quale la rivendicazione di proprietà da parte del Consiglio era falsa. Saleh Abu Hussein, attuale legale dei residenti, ha presentato ai tribunali degli atti dell’Ufficio delle tasse sulle proprietà risalenti al 1927 in cui si dichiara che Suleiman Hijazi, palestinese, ha pagato le tasse di proprietà per il proprio terreno diventandone, così, il legittimo proprietario. Questi documenti sembrano essere inattaccabili, tuttavia la corte si è rifiutata di riconoscerli fino a oggi.

Negli anni seguenti il Consiglio delle comunità sefardite ha cercato di acquistare in blocco alcune case di Sheikh Jarrah, offrendo ai residenti ingenti somme di denaro. Alcune famiglie hanno accettato, e così il quartiere ha assistito all’arrivo di un certo numero di coloni religiosi nazionalisti, il cui obiettivo politico è quello di allontanare i residenti rimasti. La giunta comunale di Gerusalemme ha assunto una società di sicurezza privata per sorvegliare le case dei residenti israeliani: da un piccolo osservatorio posto all’inizio Nashashibi Street, una guardia giurata, armata di mitra, pattuglia vicoli e viuzze del quartiere ogni mezzora per controllare che non vi siano disordini o oggetti sospetti. Per questa comunità palestinese, una volta pacifica, la costante sorveglianza equivale all’ennesima intrusione nella vita privata dei suoi membri.

Nel frattempo le abitazioni provvisorie costruite dalla comunità per i rifugiati sono diventate, in alcuni casi, troppo piccole poiché alcune famiglie si sono allargate e hanno ricevuto dal governo giordano il permesso di ampliarle (la Giordania amministrava la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, prima dell’occupazione israeliana del 1967). A seguito del permesso ricevuto dal governo giordano, la famiglia di al-Kurd ha costruito una struttura di cemento annessa perpendicolarmente alla casa. Nel 1999 la famiglia ha presentato alla giunta comunale di Gerusalemme una richiesta di lavori per la pavimentazione della nuova costruzione poiché voleva che uno dei figli ci abitasse con la sua famiglia.

All’epoca un ispettore dell’ufficio aveva detto loro che non c’era bisogno di alcun permesso visto che le fondamenta della nuova costruzione erano già esistenti. Tuttavia, quando le migliorie alla casa erano state portate a termine, un ispettore inviato per rivalutare l’intera abitazione per il calcolo delle tasse sulla proprietà aveva consegnato loro un ordine del tribunale in cui si chiedeva alla famiglia di presentarsi all’udienza che si sarebbe tenuta il giorno stesso in cui la famiglia veniva accusata di aver costruito illegalmente sul territorio israeliano.

Pur sentendosi ingannati, gli al-Kurd comparirono in tribunale. Il giudice decise che la famiglia avrebbe dovuto trovare un accordo privato con il Consiglio sefardita, il quale offrì alla famiglia svariati milioni di dollari per la casa, un prezzo decisamente sproporzionato visto il suo valore di mercato.

Consci delle implicazioni per il popolo palestinese, in generale, e per i residenti di Sheikh Jarrah, in particolare, gli al-Kurd rifiutarono l’offerta. A quel punto il giudice decretò che la famiglia doveva chiudere la nuova struttura costruita che avevano precedentemente occupato, oltre al pagamento di due multe: una, pari a 28.000 shekel (nel 1999 il tasso di cambio era 4.14 shekel = 1 USD) alla giunta comunale, e l’altra, di 120.000 shekel, alla corte – somma che Umm Kamel sta ancora pagando nonostante sia stata sfrattata dalla proprietà.

Nel 2001 Muhammad al-Kurd era in cura presso l’ Hadassah Hospital quando dei coloni religiosi utilizzarono un falso mandato per occupare abusivamente la parte della casa chiusa.

La famiglia ha intentato una causa contro gli occupanti, vincendola, ma durante il processo la famiglia che occupava la casa annessa all’abitazione se ne è andata, e un’altra si è stabilita nell’immobile al suo posto, rendendo nulla la sentenza della corte sebbene, in questo modo, continuasse l’occupazione illegale.

Nel luglio del 2008 gli al-Kurds ricevettero una lettera da parte della Società immobiliare per il patrimonio del rabbino Simone, la Nachlat Shimon, che dichiarava l’acquisto delle proprietà del quartiere dal Consiglio delle comunità sefardite, e invitava la famiglia al-Kurd a lasciare la casa dove tre generazioni avevano vissuto per più di 50 anni. La Nachlat Shimon Corporation – finanziata dal miliardario americano Irving Moskowitz, che ha sostenuto economicamente molti discussi insediamenti israeliani a Gerusalemme est – palesò le proprie intenzioni di ampliare il complesso adibito alle ricerche e al culto, situato nelle catacombe dell’originario complesso di Nachlat Shimon. Il piano prevedeva la demolizione di tutte le abitazioni esistenti sulla proprietà per costruire un nuovo centro residenziale composto da 200 unità abitative e un centro commerciale per le famiglie ebree ultraortodosse che avrebbero rappresentato il nucleo dei fedeli presso la tomba di Simone il Giusto.

A questo punto gli al-Kurd compresero la potenza delle forze che si trovavano a fronteggiare. Umm Kamel diffuse un appello via radio “a tutte le persone di buon cuore nel mondo”, in cui chiedeva aiuto. Galvanizzando la società civile palestinese, molte Ong risposero al suo appello. Una delle organizzazioni più in vista era l’International Solidarity Movement (ISM), che decise di inviare dei volontari internazionali per mantenere una presenza costante sulle proprietà della famiglia al-Kurd, aiutando così Umm Kamel a difendere la sua casa pacificamente.

Se la polizia avesse cercato di sfrattare la famiglia, gli attivisti si sarebbero incatenati alla porta usando delle catene arrotolate sul patio. Nel corso di 6 mesi, più di 200 volontari provenienti da tutto il mondo si sono accampati nel giardino della famiglia.

Durante questo periodo molte persone importanti, tra i quali Kyler Kornweiller, l’attachè politico del consolato americano, hanno fatto visite di solidarietà.

Molto spesso, la sera, il comitato di difesa di Sheikh Jarrah organizzava eventi culturali nel giardino della famiglia al-Kurd; a volte c’erano anche 50 persone sedute a bere tè zuccherato o caffè amaro, ad ascoltare gli interventi dei politici locali, o ad assistere a spettacoli di danza tradizionale palestinese organizzati dai giovani del posto. In ognuna di queste occasioni Muhammad al-Kurd guidava le preghiere della sera seguito da Umm Kamel, che raccontava eloquentemente la lunga battaglia della sua famiglia. In questa atmosfera, carica di festosità e apprensione allo stesso tempo, la famiglia che occupava la struttura annessa all’abitazione si era vista raramente, preferendo chiudersi in casa.

Con l’arrivo dell’inverno, solo cinque attivisti dell’ISM erano rimasti a protezione della casa degli al-Kurds. Una notte, quando le guardie di confine circondarono il quartiere, nessuno li avvertì. Sopraffatti rapidamente dai poliziotti, gli attivisti non ebbero il tempo di incatenarsi alla porta dell’abitazione come avevano pianificato. Così, l’anziana coppia non era riuscita a resistere. Due settimane dopo il sequestro della sua casa, Muhammad al-Kurd morì di infarto. Il suo corpo, riposto in una bara avvolta dalla bandiera palestinese, è stato sepolto in un terreno vuoto dove oggi si trova la tenda di Umm Kamel. Un corteo solenne si è recato a piedi nella moschea di al-Aqsa, nella parte vecchia di Gerusalemme, dove migliaia di persone hanno assistito al funerale.

La storia di Umm Kamel non finisce qui. La polizia di confine israeliana ha cercato di distruggere la sua tenda di protesta in sei diverse occasioni, multando ogni volta la donna. Una volta sono addirittura arrivati con i bulldozer, scavando delle enormi buche nel terreno per evitare che la tenda potesse essere posizionata nuovamente lì. Ma i giovani del quartiere hanno ricoperto le buche, e dopo due settimane era stata montata una nuova tenda, giusto in tempo per festa Eid al-Adha, la festa del sacrificio. Tutto il quartiere ha preso parte alla celebrazione, portando delle stufe alimentate da un generatore per riscaldare la tenda in quella fredda notte di dicembre.

Avendo circondato Gerusalemme est con quartieri ebraici per ostacolare l’espansione palestinese, il governo israeliano ora sta creando degli insediamenti israeliani nei quartieri palestinesi per impedire la divisione della città, come necessario in caso di una soluzione che prevede due Stati separati. Il piano della Nachlat Shimon Corporation di allargare il complesso religioso continua, e di tanto in tanto alcune famiglie del quartiere vengono sfrattate.

Dopo lo sfratto di Umm Kamel, anche ad altre due famiglie è toccata la stessa sorte.

La famiglia Hanoun è formata da tre fratelli, le rispettive mogli, e 10 bambini. La famiglia Gawi ha quattro generazioni sotto lo stesso tetto, 38 persone in tutto. Anche loro sono entrate nella lista degli sfratti il 19 luglio, e le loro cause hanno alle spalle una lunga storia di controversie legali senza successo all’interno del sistema legale israeliano.

Conoscendo bene tutte le contorte macchinazioni legali della battaglia, Maher Hanoun ricorda l’improvviso sfratto della sua famiglia nel 2002, e la confisca di tutti i suoi beni in un’operazione della polizia su larga scala simile a quella intrapresa contro la famiglia al-Kurd. Tutto questo è accaduto nonostante le famiglie Hanoun e Gawi avessero versato una somma di denaro pari all’affitto conteso in un conto destinato a garanzia mentre attendevano la decisione dell’Alta corte israeliana in merito alla disputa sul possesso del terreno. Le famiglie vivevano in affitto da quattro anni quando l’Alta corte aveva stabilito che il documento ottomano a sostegno della rivendicazione presentata dal Consiglio delle comunità sefardite era privo di fondamento legale. Tuttavia, l’Alta corte si era rifiutata di dichiarare chi fosse il legittimo proprietario, affermando che questo doveva essere stabilito dalla corte distrettuale poiché responsabile di decidere in materia. In questo limbo legale una Corte minore aveva stabilito che poiché il legale iniziale delle 28 famiglie aveva accettato il Consiglio sefardita come proprietario dei terreni in cui esse risiedevano, il documento del 1982 era ancora valido, sebbene l’Alta corte l’ avesse invalidato. In seguito, lo scorso agosto Maher Hanoun era stato condannato a tre mesi di carcere per non aver osservato l’ordine di sfratto basato su questa sentenza superata.

Il cuore della questione è se i tribunali israeliani e la Nachlat Shimon Corporation possano continuare a portare avanti questa causa come se si trattasse di un affittuario moroso verso il proprietario, quando in realtà la questione è di tipo politico: il tribunale si rifiuta di riconoscere le famiglie palestinesi proprietarie dei terreni.

Nel frattempo le vite di queste famiglie che hanno semplicemente vissuto nelle loro case per 53 anni, crescendo i loro figli e comportandosi come cittadini modello, sono in sospeso. Ancora una volta il 17 maggio 2009, su ordine del Consiglio sefardita e della Nachlat Shimon Corporation, il tribunale ha stabilito che le famiglie avranno tempo fino alla mezzanotte del 19 luglio per lasciare volontariamente le loro abitazioni se non vogliono incorrere in multe esorbitanti. Inoltre i due capifamiglia, Maher Hanoun, 51 anni, e Abed al-Fateh Gawi, 87, rischiano l’incarcerazione a tempo indeterminato fino a che le loro famiglie non abbandoneranno le case. Sapendo che le famiglie non posso permettersi di pagare delle multe così onerose, e che l’incarcerazione a lungo termine dei capifamiglia, soprattutto quella di Gawi, molto anziano, creerebbero difficoltà intollerabili, le parti in causa israeliane presumono di riuscire a costringere le due famiglie ad andarsene volontariamente. Hanoun sostiene che sente che stanno per prenderlo in ostaggio, e sottolinea che la sua abitazione non è mai stata rivendicata ufficialmente dal Consiglio sefardita.

A seguito del discorso tenuto dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, all’Università del Cairo, l’interesse internazionale su questo caso è cresciuto notevolmente. A metà giugno, una delegazione del Parlamento Europeo composta da 40 membri ha fatto visita alla famiglia Hanoun e ha promesso di riprendere il caso nel corso della prossima sessione del parlamento. Le famiglie sostengono che in nessun caso abbandoneranno le loro abitazioni .

Nel frattempo, il 28 giugno è stato consegnato un avviso della Hotza’ah Lepoal, un’agenzia responsabile di eseguire gli ordini del tribunale, in cui si comunicava alle famiglie che sono passibili di sfratto.

Guardando il suo quartiere tormentato dalla sua tenda, Umm Kamel afferma: “La vittimizzazione non dura che un’ora, ma la verità va avanti fino al Giorno del Giudizio. E io sto cercando la verità”.

Fonte: Osservatorio Iraq

Umm Kamel