Gli abitanti di Sheikh Jarrah rifiutano di essere cacciati

Fawzieh al-Kurd, 57 anni, vestita di nero, trascorre i suoi giorni su un promontorio che si affaccia sulla tomba di Simone il Giusto, nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme est. Resistendo al freddo dell’inverno e al sole cocente in estate, racconta con dignità e determinazione la tragica storia della sua famiglia ai visitatori provenienti da tutto il mondo.

Per 38 anni Fawzieh, conosciuta da tutti come “Umm Kamel”, ha vissuto in una casa con un patio piastrellato e un giardino che dà sulla tomba di Simone il Giusto. Il quartiere fu costruito dal governo giordano insieme alle Nazioni Unite nel 1956 per fornire degli alloggi temporanei a 28 famiglie di rifugiati palestinesi che erano state costrette ad abbandonare le loro case durante la guerra del 1948. In cambio delle case, le famiglie avevano accettato di non richiedere ulteriori aiuti alimentari all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’ UNRWA. Dopo aver pagato un affitto simbolico di 5 qirsh al governo giordano per un periodo di tre anni, le case sarebbero dovute diventare proprietà delle famiglie.

I residenti hanno tutti i documenti da allora a oggi, e Umm Kamel afferma che è in questa casa che lei e suo marito Muhammad hanno cresciuto 5 figli e hanno visto la luce i suoi 16 nipoti. La donna avrebbe voluto lasciare la casa ai suoi discendenti dopo la sua morte, ma il 9 novembre 2008 i suoi piani sono stati stravolti. Senza alcuna emozione la donna racconta: “La mia vita è stata devastata. Ho perso la mia casa, mio marito, i miei mobili e il mio futuro”.

Nel cuore della notte una forza israeliana appositamente addestrata composta da 500 tra poliziotti e guardie di confine ha circondato il quartiere, bloccando tutti gli accessi e obbligando ogni possibile spettatore a rientrare in casa. Alle 3.30 hanno bussato con insistenza alla porta della casa di Umm Kamel mentre la donna stava sostituendo il catetere al marito, malato di diabete. Il catetere è volato via quando quattro poliziotte israeliane l’hanno immobilizzata, trascinandola fuori dalla sua casa, in giardino.

Muhammad, semi paralizzato, è stato trascinato fuori dalla casa da due poliziotti corpulenti ed è stato lasciato senza tante cerimonie davanti all’ingresso dei vicini, la famiglia al-Sabbagh, dove ha avuto un infarto sul momento. Le donne della famiglia al-Sabbagh hanno cercato di gestire la situazione al meglio, ma, essendo sprovviste dei mezzi necessari, non sono riuscite a evitare che le condizioni di Muhammad sia aggravassero. Hanno chiamato un’ambulanza, alla quale, però, non è stato permesso di superare il blocco di polizia. A quel punto gli uomini della famiglia si sono offerti di trasportare a braccia l’uomo fino all’ambulanza, ma anche questa richiesta è stata negata. Muhammad non ha ricevuto soccorso medico fino alle 10 del mattino seguente, quando ai suoi figli, che vivono in un villaggio a nord di Gerusalemme, è stato permesso di entrare nel quartiere per trasportarlo all’ospedale sulla loro automobile.

Nel frattempo, degli ebrei nazionalisti del complesso di Simone il Giusto sono arrivati in un minivan, e hanno iniziato rapidamente a impacchettare gli oggetti della famiglia al- Kurd per poi caricare il tutto su un camion che aspettava davanti alla casa. Con canti e balli, hanno riconsacrato la casa, e ora sul tetto sventola una bandiera israeliana.

Questo avvenimento è parte della lunga storia di espropri di Umm Kamel, che risale al 1972. Quando arrivò nel quartiere, nel 1970, era una giovane sposa, e nel complesso non vi erano famiglie israeliane. L’unica casa di proprietà di ebrei, precedente alla guerra del 1948 – quando ebrei, cristiani, e musulmani vivevano nello stesso quartiere – era rimasta vuota.

In seguito, il Consiglio delle Comunità Sefardite, utilizzando un documento degli Ottomani risalente al 1887, rivendicò la proprietà dell’area, facendo pressioni sui residenti affinché se ne andassero. Anche se è vero che la comunità sefardita è profondamente legata a questa catacomba dove molti fedeli si recavano per pregare e per chiedere benedizioni prima del 1948, alcuni sostengono che il documento in questione non sia pertinente, in quanto attesta che la comunità sefardita può fare uso della proprietà temporaneamente senza, però, esserne proprietaria. Inoltre, il legale degli attuali residenti afferma che nessun documento simile è stato trovato presso gli archivi turchi di Ankara, dove lui stesso si è recato per controllarne l’autenticità, che rafforza l’opinione secondo la quale il documento sarebbe falso.

Nonostante ciò, nel 1972 il catasto israeliano aveva dichiarato il documento valido. Questa decisione era stata presa nel quadro della Legge sulle proprietà degli assenti del 1950, in base alla quale venivano annullate tutte le rivendicazioni dei “proprietari arabi assenti” ( cioè dei rifugiati palestinesi) precedenti al 1948, ristabilendo il diritto di proprietà da parte degli israeliani. Dopo 10 anni di dure trattative, la corte aveva riconosciuto la rivendicazione terriera fatta dal Consiglio delle comunità sefardite, stabilendo che i residenti di Sheikh Jarrah sarebbero diventati degli “affittuari protetti”. I residenti del posto rifiutarono questa revoca dei propri diritti di proprietà che erano stati riconosciuti loro dal governo giordano. Tale revoca era stata firmata dal loro precedente avvocato israeliano, a quanto sembra senza il loro consenso.

In seguito, la famiglia al Kurd si era rifiutata di pagare l’affitto richiesto dal Consiglio delle comunità sefardite. Dal 1982 questo documento è stato oggetto di un’accesa controversia, con la parte palestinese che ha continuato a fornire prove per dimostrare che la base sulla quale la rivendicazione di proprietà da parte del Consiglio era falsa. Saleh Abu Hussein, attuale legale dei residenti, ha presentato ai tribunali degli atti dell’Ufficio delle tasse sulle proprietà risalenti al 1927 in cui si dichiara che Suleiman Hijazi, palestinese, ha pagato le tasse di proprietà per il proprio terreno diventandone, così, il legittimo proprietario. Questi documenti sembrano essere inattaccabili, tuttavia la corte si è rifiutata di riconoscerli fino a oggi.

Negli anni seguenti il Consiglio delle comunità sefardite ha cercato di acquistare in blocco alcune case di Sheikh Jarrah, offrendo ai residenti ingenti somme di denaro. Alcune famiglie hanno accettato, e così il quartiere ha assistito all’arrivo di un certo numero di coloni religiosi nazionalisti, il cui obiettivo politico è quello di allontanare i residenti rimasti. La giunta comunale di Gerusalemme ha assunto una società di sicurezza privata per sorvegliare le case dei residenti israeliani: da un piccolo osservatorio posto all’inizio Nashashibi Street, una guardia giurata, armata di mitra, pattuglia vicoli e viuzze del quartiere ogni mezzora per controllare che non vi siano disordini o oggetti sospetti. Per questa comunità palestinese, una volta pacifica, la costante sorveglianza equivale all’ennesima intrusione nella vita privata dei suoi membri.

Nel frattempo le abitazioni provvisorie costruite dalla comunità per i rifugiati sono diventate, in alcuni casi, troppo piccole poiché alcune famiglie si sono allargate e hanno ricevuto dal governo giordano il permesso di ampliarle (la Giordania amministrava la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, prima dell’occupazione israeliana del 1967). A seguito del permesso ricevuto dal governo giordano, la famiglia di al-Kurd ha costruito una struttura di cemento annessa perpendicolarmente alla casa. Nel 1999 la famiglia ha presentato alla giunta comunale di Gerusalemme una richiesta di lavori per la pavimentazione della nuova costruzione poiché voleva che uno dei figli ci abitasse con la sua famiglia.

All’epoca un ispettore dell’ufficio aveva detto loro che non c’era bisogno di alcun permesso visto che le fondamenta della nuova costruzione erano già esistenti. Tuttavia, quando le migliorie alla casa erano state portate a termine, un ispettore inviato per rivalutare l’intera abitazione per il calcolo delle tasse sulla proprietà aveva consegnato loro un ordine del tribunale in cui si chiedeva alla famiglia di presentarsi all’udienza che si sarebbe tenuta il giorno stesso in cui la famiglia veniva accusata di aver costruito illegalmente sul territorio israeliano.

Pur sentendosi ingannati, gli al-Kurd comparirono in tribunale. Il giudice decise che la famiglia avrebbe dovuto trovare un accordo privato con il Consiglio sefardita, il quale offrì alla famiglia svariati milioni di dollari per la casa, un prezzo decisamente sproporzionato visto il suo valore di mercato.

Consci delle implicazioni per il popolo palestinese, in generale, e per i residenti di Sheikh Jarrah, in particolare, gli al-Kurd rifiutarono l’offerta. A quel punto il giudice decretò che la famiglia doveva chiudere la nuova struttura costruita che avevano precedentemente occupato, oltre al pagamento di due multe: una, pari a 28.000 shekel (nel 1999 il tasso di cambio era 4.14 shekel = 1 USD) alla giunta comunale, e l’altra, di 120.000 shekel, alla corte – somma che Umm Kamel sta ancora pagando nonostante sia stata sfrattata dalla proprietà.

Nel 2001 Muhammad al-Kurd era in cura presso l’ Hadassah Hospital quando dei coloni religiosi utilizzarono un falso mandato per occupare abusivamente la parte della casa chiusa.

La famiglia ha intentato una causa contro gli occupanti, vincendola, ma durante il processo la famiglia che occupava la casa annessa all’abitazione se ne è andata, e un’altra si è stabilita nell’immobile al suo posto, rendendo nulla la sentenza della corte sebbene, in questo modo, continuasse l’occupazione illegale.

Nel luglio del 2008 gli al-Kurds ricevettero una lettera da parte della Società immobiliare per il patrimonio del rabbino Simone, la Nachlat Shimon, che dichiarava l’acquisto delle proprietà del quartiere dal Consiglio delle comunità sefardite, e invitava la famiglia al-Kurd a lasciare la casa dove tre generazioni avevano vissuto per più di 50 anni. La Nachlat Shimon Corporation – finanziata dal miliardario americano Irving Moskowitz, che ha sostenuto economicamente molti discussi insediamenti israeliani a Gerusalemme est – palesò le proprie intenzioni di ampliare il complesso adibito alle ricerche e al culto, situato nelle catacombe dell’originario complesso di Nachlat Shimon. Il piano prevedeva la demolizione di tutte le abitazioni esistenti sulla proprietà per costruire un nuovo centro residenziale composto da 200 unità abitative e un centro commerciale per le famiglie ebree ultraortodosse che avrebbero rappresentato il nucleo dei fedeli presso la tomba di Simone il Giusto.

A questo punto gli al-Kurd compresero la potenza delle forze che si trovavano a fronteggiare. Umm Kamel diffuse un appello via radio “a tutte le persone di buon cuore nel mondo”, in cui chiedeva aiuto. Galvanizzando la società civile palestinese, molte Ong risposero al suo appello. Una delle organizzazioni più in vista era l’International Solidarity Movement (ISM), che decise di inviare dei volontari internazionali per mantenere una presenza costante sulle proprietà della famiglia al-Kurd, aiutando così Umm Kamel a difendere la sua casa pacificamente.

Se la polizia avesse cercato di sfrattare la famiglia, gli attivisti si sarebbero incatenati alla porta usando delle catene arrotolate sul patio. Nel corso di 6 mesi, più di 200 volontari provenienti da tutto il mondo si sono accampati nel giardino della famiglia.

Durante questo periodo molte persone importanti, tra i quali Kyler Kornweiller, l’attachè politico del consolato americano, hanno fatto visite di solidarietà.

Molto spesso, la sera, il comitato di difesa di Sheikh Jarrah organizzava eventi culturali nel giardino della famiglia al-Kurd; a volte c’erano anche 50 persone sedute a bere tè zuccherato o caffè amaro, ad ascoltare gli interventi dei politici locali, o ad assistere a spettacoli di danza tradizionale palestinese organizzati dai giovani del posto. In ognuna di queste occasioni Muhammad al-Kurd guidava le preghiere della sera seguito da Umm Kamel, che raccontava eloquentemente la lunga battaglia della sua famiglia. In questa atmosfera, carica di festosità e apprensione allo stesso tempo, la famiglia che occupava la struttura annessa all’abitazione si era vista raramente, preferendo chiudersi in casa.

Con l’arrivo dell’inverno, solo cinque attivisti dell’ISM erano rimasti a protezione della casa degli al-Kurds. Una notte, quando le guardie di confine circondarono il quartiere, nessuno li avvertì. Sopraffatti rapidamente dai poliziotti, gli attivisti non ebbero il tempo di incatenarsi alla porta dell’abitazione come avevano pianificato. Così, l’anziana coppia non era riuscita a resistere. Due settimane dopo il sequestro della sua casa, Muhammad al-Kurd morì di infarto. Il suo corpo, riposto in una bara avvolta dalla bandiera palestinese, è stato sepolto in un terreno vuoto dove oggi si trova la tenda di Umm Kamel. Un corteo solenne si è recato a piedi nella moschea di al-Aqsa, nella parte vecchia di Gerusalemme, dove migliaia di persone hanno assistito al funerale.

La storia di Umm Kamel non finisce qui. La polizia di confine israeliana ha cercato di distruggere la sua tenda di protesta in sei diverse occasioni, multando ogni volta la donna. Una volta sono addirittura arrivati con i bulldozer, scavando delle enormi buche nel terreno per evitare che la tenda potesse essere posizionata nuovamente lì. Ma i giovani del quartiere hanno ricoperto le buche, e dopo due settimane era stata montata una nuova tenda, giusto in tempo per festa Eid al-Adha, la festa del sacrificio. Tutto il quartiere ha preso parte alla celebrazione, portando delle stufe alimentate da un generatore per riscaldare la tenda in quella fredda notte di dicembre.

Avendo circondato Gerusalemme est con quartieri ebraici per ostacolare l’espansione palestinese, il governo israeliano ora sta creando degli insediamenti israeliani nei quartieri palestinesi per impedire la divisione della città, come necessario in caso di una soluzione che prevede due Stati separati. Il piano della Nachlat Shimon Corporation di allargare il complesso religioso continua, e di tanto in tanto alcune famiglie del quartiere vengono sfrattate.

Dopo lo sfratto di Umm Kamel, anche ad altre due famiglie è toccata la stessa sorte.

La famiglia Hanoun è formata da tre fratelli, le rispettive mogli, e 10 bambini. La famiglia Gawi ha quattro generazioni sotto lo stesso tetto, 38 persone in tutto. Anche loro sono entrate nella lista degli sfratti il 19 luglio, e le loro cause hanno alle spalle una lunga storia di controversie legali senza successo all’interno del sistema legale israeliano.

Conoscendo bene tutte le contorte macchinazioni legali della battaglia, Maher Hanoun ricorda l’improvviso sfratto della sua famiglia nel 2002, e la confisca di tutti i suoi beni in un’operazione della polizia su larga scala simile a quella intrapresa contro la famiglia al-Kurd. Tutto questo è accaduto nonostante le famiglie Hanoun e Gawi avessero versato una somma di denaro pari all’affitto conteso in un conto destinato a garanzia mentre attendevano la decisione dell’Alta corte israeliana in merito alla disputa sul possesso del terreno. Le famiglie vivevano in affitto da quattro anni quando l’Alta corte aveva stabilito che il documento ottomano a sostegno della rivendicazione presentata dal Consiglio delle comunità sefardite era privo di fondamento legale. Tuttavia, l’Alta corte si era rifiutata di dichiarare chi fosse il legittimo proprietario, affermando che questo doveva essere stabilito dalla corte distrettuale poiché responsabile di decidere in materia. In questo limbo legale una Corte minore aveva stabilito che poiché il legale iniziale delle 28 famiglie aveva accettato il Consiglio sefardita come proprietario dei terreni in cui esse risiedevano, il documento del 1982 era ancora valido, sebbene l’Alta corte l’ avesse invalidato. In seguito, lo scorso agosto Maher Hanoun era stato condannato a tre mesi di carcere per non aver osservato l’ordine di sfratto basato su questa sentenza superata.

Il cuore della questione è se i tribunali israeliani e la Nachlat Shimon Corporation possano continuare a portare avanti questa causa come se si trattasse di un affittuario moroso verso il proprietario, quando in realtà la questione è di tipo politico: il tribunale si rifiuta di riconoscere le famiglie palestinesi proprietarie dei terreni.

Nel frattempo le vite di queste famiglie che hanno semplicemente vissuto nelle loro case per 53 anni, crescendo i loro figli e comportandosi come cittadini modello, sono in sospeso. Ancora una volta il 17 maggio 2009, su ordine del Consiglio sefardita e della Nachlat Shimon Corporation, il tribunale ha stabilito che le famiglie avranno tempo fino alla mezzanotte del 19 luglio per lasciare volontariamente le loro abitazioni se non vogliono incorrere in multe esorbitanti. Inoltre i due capifamiglia, Maher Hanoun, 51 anni, e Abed al-Fateh Gawi, 87, rischiano l’incarcerazione a tempo indeterminato fino a che le loro famiglie non abbandoneranno le case. Sapendo che le famiglie non posso permettersi di pagare delle multe così onerose, e che l’incarcerazione a lungo termine dei capifamiglia, soprattutto quella di Gawi, molto anziano, creerebbero difficoltà intollerabili, le parti in causa israeliane presumono di riuscire a costringere le due famiglie ad andarsene volontariamente. Hanoun sostiene che sente che stanno per prenderlo in ostaggio, e sottolinea che la sua abitazione non è mai stata rivendicata ufficialmente dal Consiglio sefardita.

A seguito del discorso tenuto dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, all’Università del Cairo, l’interesse internazionale su questo caso è cresciuto notevolmente. A metà giugno, una delegazione del Parlamento Europeo composta da 40 membri ha fatto visita alla famiglia Hanoun e ha promesso di riprendere il caso nel corso della prossima sessione del parlamento. Le famiglie sostengono che in nessun caso abbandoneranno le loro abitazioni .

Nel frattempo, il 28 giugno è stato consegnato un avviso della Hotza’ah Lepoal, un’agenzia responsabile di eseguire gli ordini del tribunale, in cui si comunicava alle famiglie che sono passibili di sfratto.

Guardando il suo quartiere tormentato dalla sua tenda, Umm Kamel afferma: “La vittimizzazione non dura che un’ora, ma la verità va avanti fino al Giorno del Giudizio. E io sto cercando la verità”.

Fonte: Osservatorio Iraq

Umm Kamel

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