Archivi del mese: agosto 2009

Le figlie dei dittatori: spesso più crudeli dei padri.

Richard Bruce Cheney è forse il più celebre di tutti i presidenti «mancati». Era l’uomo ideale, a metà anni Novanta, per togliere di mezzo Bill Clinton. Un ruvido custode dei più rigidi principi conservatori. Ma Richard Bruce, per gli amici Dick, non ci provò neppure. Il partito offrì la chance a Bob Dole e andò male. Tutto colpa di una donna. Ma non è come sembra. Quella donna si chiama Mary Cheney, e di Dick è la figlia. Una figlia fidanzata da anni con una guardia forestale di nome Heather. Non esattamente ciò che ispira la chiusa destra americana. Cheney in quegli anni negò persino che la figlia fosse omosessuale. Poi, una volta alla Casa Bianca – come vice – le ha dato un lavoro. E Mary è diventata la stratega della sua campagna. Oggi ci sono molti più gay repubblicani in America, grazie a lei. Tutto bene ciò che finisce bene.
Ma non è questa la regola.
In politica ci si preoccupa tanto di amanti e amiche, ma a volte sono le figlie a costituire un peso. Succede, a differenza di Mary, quando si mettono in testa di superare la fama dei padri, ubriache di potere e gloria.

Prendiamo il caso Aung San Suu Kyi, prigioniera della giunta militare birmana da vent’anni, dopo aver vinto le elezioni. Ebbene, il suo destino fu scritto da una figlia d’arte, Sandra Win, rampolla prediletta di Ne Win presidente a Myanmar prima dell’avvento della giunta. Così amata da papà che appena 37enne ottenne poteri speciali e, sognando di diventare lei la leader del paese, ordinò repressioni brutali. Si sospetta che fu proprio lei a suggerire l’incarcerazione di San Suu Kyi, con cui si sentiva in competizione. Troppo ambiziosa, estremamente vanitosa, si inimicò i militari che finirono per mettere pure lei agli arresti domiciliari. Da circa un anno è di nuovo in circolazione, si è comprata la libertà grazie alle fortune ammassate quando era al governo.

Non manca il denaro neppure a Gulnora Karimova, avvenente figlia di Islam Karimov, presidente-padrone uzbeko. Negli Stati Uniti è considerata una latitante, in patria la futura presidentessa. Non si può dire che Tashkent e Washington abbiano rapporti idilliaci. Gulnora, sposata a un magnate uzbeko-afghano, fuggì coi figli dal marito e dagli Usa dove viveva nel 2001. Lo considerano rapimento da quelle parti. Ma a lei poco importa. La fabbrica di bibite del marito in Uzbekistan fu chiusa in poche settimane. I parenti dello sfortunato, deportati in Afghanistan senza misericordia. Gulnora, che nei suoi giri europei appare nelle riviste glamour assieme a Sharon Stone e a Bono, ha la passione per i bei vestiti e per il té. Ne possiede una fabbrica. I produttori rivali in Uzbekistan hanno chiuso la fabbrica, su consiglio di un piccolo esercito di tizi incappucciati e armati che vi hanno fatto irruzione un anno fa.

A volte però sono le colpe dei padri a ricadere sulle figlie innocenti. Che dire di Raghad Hussein, la figlia del terribile Saddam. La 41enne ha avuto un rapporto burrascoso col paparino. Negli anni Novanta, assieme al marito, scappò in Giordania per i litigi con papà. Si pentì e chiese di tornare due anni dopo. Il padre acconsentì a patto di poter decapitare il genero. Fatto. E famiglia di nuovo riunita e felice. È fuggita di nuovo nel 2003, dopo l’invasione Usa. Ospite d’onore dei reali giordani, scrisse una lettera insolente al governo Usa per ottenere la restituzione dei gioielli di famiglia. Da due anni è scomparsa nel nulla. L’Interpol è sulle sue tracce: finanziava attacchi terroristici in Iraq. Vuole riportare i sunniti al vecchio splendore. Splendida è di sicuro Pinthongta Shinawatra, figlia del magnate ed ex primo ministro thailandese Thaksin. La graziosa 27enne, prima che papà venisse deposto nel 2006, era già ultra milionaria. Facile: comprava a un dollaro azioni della compagnia di comunicazione nazionale, per rivenderle a cinquanta volte il loro valore a Singapore. Una giudice di Bangkok le ha chiesto di restituire un patrimonio di circa 500 milioni di dollari, ma nessuno sa dove siano nascosti. Dalla corruzione e dagli affari sporchi era fuggita Iyabo Obasanjo, figlia di Olesegun, presidente nigeriano. Lo fece andando a studiare in America per cercare un futuro diverso. Laureata in medicina, Iyabo prometteva bene. Poi decise di tornare in Patria nel 2004. Divenne capo della commissione salute e poi senatrice a neppure 40 anni. Oggi è nella bufera: un’azienda austriaca avrebbe vinto un appalto in campo energetico, regalandole un Suv di cui pare andasse matta. Lei dice che sono calunnie, e intanto va in giro per Lagos a bordo di una fiammante Toyota rossa.

Fonte: Corriere della Sera.

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I cristiani possono salvare l’Islam dalla morte culturale.

Più di 70 personalità, da venti diversi Paesi, si sono radunati presso l’isola di san Giorgio a Venezia per l’annuale incontro del Comitato scientifico della rivista Oasis, fondata dal patriarca Angelo Scola per costruire “luoghi comuni” di dialogo fra cristiani e musulmani.

Il raduno di quest’anno, il 22 e il 23 giugno, ha avuto come tema “Interpretare le tradizioni al tempo del meticciato”. Il termine “meticciato”, caro al card. Scola, sottolinea il modo in cui le culture e le religioni dialogano fra loro paragonandosi, copiandosi, integrandosi e scontrandosi, ma in ogni caso facendosi cambiare dall’incontro con l’altro.

Il tema di quest’anno, sulla tradizione ha messo in luce l’importanza della trasmissione della fede e della propria cultura in un mondo sempre più multiculturale. Un aspetto molto importante è la trasmissione della propria tradizione da parte degli emigranti (v. musulmani in occidente) o vivendo in situazione di minoranza (v. cristiani in Medio Oriente). Tutti i relatori – anche alcune personalità islamiche da Francia, Tunisia, Stati Uniti – hanno sottolineato l’importanza delle scuole come ambito di trasmissione e di confronto culturale.
Fra gli interventi più rilevanti vi è stato quello che ha fatto notare la difficoltà dell’islam contemporaneo diviso fra una sclerotizzazione del passato – riproposto come “vero” Islam dall’estremismo musulmano – e le difficoltà di affrontare tutti i temi della modernità. Tale difficoltà è vissuta in parte anche dai cristiani, dato che la modernità è portatrice anche di secolarismo e rifiuto della fede. Ma la tradizione cristiana è in dialogo con il mondo moderno da più tempo e per questo può aiutare l’Islam a paragonarsi con la società contemporanea, disinnescando il pericolo dell’estremismo, che celebra solo “il seppellimento dell’islam”.

1. Tradizione è continuità, identità, rinnovamento

Tradizione (tradere) significa trasmettere un prezioso deposito, perché esso sia a sua volta ritrasmesso ad altri. La tradizione suppone quindi una continuità in vista dell’oggi. Essa non può essere un cammino all’indietro, ma cerca di ritrovare nelle sue proprie radici l’ispirazione per garantire la continuità. Rafforzare l’identità e rinnovare il presente: continuità, identità, rinnovamento.
Se la tradizione si identifica con il passato e cessa di ispirare il presente, allora essa muore. La si sacralizza perché essa non esiste più: è un modo di seppellirla, perché non la si comprende più.
Le nostre società arabe e musulmane si trovano spesso in questa situazione: non abbiamo più avvenire e nemmeno un presente. Non ci resta che il passato. Torniamo al passato per mitizzarlo e sacralizzarlo perché non abbiamo nient’altro.
In tal modo, in realtà noi rafforziamo la nostra morte culturale e spirituale. Nel mondo musulmano attuale, il concetto di tradizione suggerisce in pratica un ritorno agli usi del 7° secolo, che vengono sacralizzati. Ci si ferma agli aspetti esteriori: la barba, il velo o il niqab, il miswak (una specie di lungo stuzzicadenti, preso da una radice usata dal profeta dell’islam), la lunga tunica bianca, ecc…
Al contrario i cristiani (soprattutto nel mondo occidentale) tendono a rifiutare la tradizione. Alcuni pensano che per essere moderni bisogna dimenticare il passato, rifiutarlo. Il rischio è di perdere le proprie radici e l’autenticità: è il pericolo che io constato in Europa. Questa situazione può spingere alcuni a divenire tradizionalisti, a barricarsi su alcuni dettagli (per esempio il latino della messa, la veste, ecc…). Lo sviluppo degli adepti di mons. Lefebvre è parallelo allo sviluppo del rifiuto della tradizione.
La questione non è dunque solo propria al mondo musulmano, anche se oggi essa è più visibile e più vissuta nel mondo musulmano.

2. La paura della modernità che appare anti-religiosa

Una causa evidente di questo atteggiamento è anche la paura della modernità. È quanto si contata nel mondo arabo. La modernità di oggi proviene dall’occidente; nel 9° -11° secolo proveniva dal mondo musulmano.
Oggi l’occidente fa paura e repulsione a causa del suo allontanamento dalla religione e della diffusa secolarizzazione. Di colpo la modernità appare a molti musulmani come una nuova Jâhiliyyah (ignoranza, termine usato nel Corano per i miscredenti), che il Corano e il profeta dell’islam combattono con veemenza. La modernità è un neo-paganesimo.
Di conseguenza, molti musulmani si rifugiano nel passato e nella religione che ad essi appare come capace di offrire valori sicuri e durevoli e comportamenti sicuri. In questo modo a tutt’oggi si è sacralizzato il periodo dei primi quattro califfi (i successori di Maometto), che vengono definiti i “califfi ben guidati” (al-khulafâ’ al-râshidîn) : Abū Bakr il giusto (al-Siddîq) (632-634), ‘Umar Ibn al-Khattâb (634-644), ‘Uthman Ibn ‘Affân (644-656) e ‘Ali Ibn Abî Tâlib (656-661). Questo periodo (dal 632 al 661) è una specie di epoca paradisiaca.
Ciò rappresenta un grave pericolo perchè il paradiso, il modello da imitare e riprodurre, è allora dietro di noi, e non davanti a noi, verso il quale noi tendiamo.
Da notare che, eccetto il primo califfo, gli altri tre sono tutti morti assassinati. ‘Umar è morto assassinato il 4 novembre 644; ‘Uthman nel 656, ‘Ali nel gennaio 661 per mano dei Kharigiti.
Se vogliamo rinnovare l’islam, occorre accettare la sfida che il mondo moderno lancia a tutte le religioni: ebraismo, cristianesimo, islam e le altre. Il cristianesimo (soprattutto in occidente) deve affrontare ogni giorno questa situazione: se si ripiega sul passato, morirà. È lo stesso per l’islam. Più di frequente il mondo musulmano preferisce rinviare il problema a più tardi e questo rende solo più difficile la soluzione.
D’altra parte, non si tratta di adottare ogni novità senza discernimento, solo perché esse sono novità. Il discernimento si impone ed è la condizione per la sopravvivenza.

3. Conclusione

Si tratta di trovare un’armonia fra il passato e il futuro, le tradizioni (che possono ispirare, ma non incatenare) e la modernità (che non è necessariamente simbolo di libertà, né di liberazione).
L’islam ha cominciato a realizzare questa armonia e questo discernimento alla fine del 19° secolo e all’inizio del 20°. Esso si è rinnovato dall’interno confrontandosi con la civiltà e la cultura occidentali, facendosi aiutare in abbondanza dai cristiani arabi che avevano già iniziato questo movimento prima di loro.
Purtroppo, a metà del secolo scorso, questo movimento si è arrestato, trascinato dalle nuove ideologie (nazionalismo, socialismo, pan-arabismo) e ha cominciato a regredire.
Io penso che il cristianesimo, che ha affrontato questa situazione già da qualche secolo, potrebbe aiutare il mondo musulmano a compiere questo discernimento. Ad ogni modo, ciò non può essere fatto che dai musulmani, partendo dalla loro tradizione per criticarla e per trattenere il meglio.
Cristiani e musulmani (e gli altri credenti) siamo messi davanti a sfide comuni. Una collaborazione fra di noi, senza opposizione a nessuno, sarebbe di beneficio per chiunque.
La tradizione deve essere fonte di vita, altrimenti significa che essa è morta. Da qui viene la necessità della critica e del discernimento, per arrivare all’armonia e alla vera libertà.

Autore: Samir Khalil Samir .

Rottura tra Siria ed Iraq: ritirati i rispettivi ambasciatori.

Crisi diplomatica tra Iraq e Siria che ritirano i rispettivi ambasciatori. Baghdad accusa Damasco di ospitare terroristi implicati negli attentati del 19 agosto ai ministeri degli Esteri e delle Finanze nella capitale irachena. Gli attentati fra i più violenti in questi ultimi anni, che hanno causato 95 morti e più di 500 feriti.

Il governo guidato dal premier Nuri al Maliki ha chiesto a Damasco di estradare due iracheni “direttamente collegati” agli attentati: Mohammed Yunis al-Ahmed e Sattam Farhan. I due vivono in Siria e sono esponenti di spicco dell’ex partito Ba’ath. Farhan è stato citato in tv come mandante delle bombe da un ex poliziotto iracheno, coinvolto nell’attentato al Ministero delle finanze.

Ali al-Dabbagh, portavoce del governo iracheno, dando l’annuncio del rientro in patria dell’ambasciatore di Baghdad ha chiesto alla Siria di consegnare pure “tutte le persone ricercate per crimini di omicidio e distruzione commessi contro il popolo iracheno” ed espellere “le organizzazioni terroristiche che usano la Siria come quartier generale e rampa di lancio per pianificare operazioni terroristiche contro il popolo iracheno”.

Le affermazioni di Baghdad e la decisione di richiamare l’ambasciatore hanno suscitato la pronta reazione di Damasco che ha subito ritirato il suo inviato. Tramite un comunicato affidato all’agenzia di stato Sana, il governo di Bashar Assad respinge ogni accusa di coinvolgimento nelle bombe del 19 e di protezione a terroristi implicati negli attentati in Iraq.

La rottura tra i due Paesi arabi, per ora temporanea, giunge a poco meno di tre anni dalla ripresa dei rapporti diplomatici avvenuta nel 2006, dopo 20 anni di gelo.

Fonte: AsiaNews.

Giovani scienziati e fede: un dialogo obbligato per il futuro dell’India.

Ci sono diversi spunti e diverse sfide che la scienza offre alla Chiesa. Nella realtà dell’India questo significa confrontarsi con nuove prove, nuove risposte e nuovi metodi di approccio poiché la società non è solo multi-religiosa, ma anche multi-culturale. È decisivo essere coscienti di questo fatto per rispondere alle nuove scoperte e ai nuovi successi della ricerca scientifica. C’è bisogno infatti di promuovere una ricerca interdisciplinare in cui scienza e fede convivano assieme interrogandosi a vicenda.

Ciò che preoccupa di più è l’idea ormai diffusa di ricerca scientifica. Uno dei maggiori problemi di oggi è che nel mondo le regole sono dettate da principi economici e non etici. In quest’ottica i rapidi cambiamenti che stiamo vivendo possono arrivare a minacciare la stessa vita umana, basta pensare all’utilizzo delle cellule staminali ed alla ricerca nel settore che è sostenuta e favorita da mere ragioni economiche. Istituzioni e aziende che investono in questo campo vogliono risultati immediati e a basso costo. Per questo spingono perché si proceda nella ricerca sulle staminali embrionali invece che sulle cellule adulte che comportano costi più alti, maggiori difficoltà e più verifiche.

Dobbiamo creare una nuova cultura che scalzi questa dittatura dei principi economici. Dobbiamo tornare a pensare secondo principi etici e non di mero profitto. Molte scoperte sono utili e rispondono a veri bisogni, il problema è che, per motivi economici, finiscono per essere utilizzate in modo distorto. Questo genera un meccanismo sviato che porta alla distruzione della vita, quella stessa vita che le stesse scoperte vogliono salvare.

La riconciliazione tra scienza e fede è un punto saldo del’insegnamento del Papa. Benedetto XVI è cosciente che l’unica strada per compiere questo dialogo si basa sul riconoscimento della verità assoluta. La scienza copre solo un aspetto della nostra conoscenza. La nostra vita è molto più complicata di quanto le sole teorie scientifiche possano spiegare . Essa infatti rimane sempre in qualche modo un mistero. La scienza non indaga la dimensione trascendente dell’esistenza e per questo è un errore credere che essa possa fornire la spiegazione esaustiva della vita e dell’uomo.

Per conoscere la realtà abbiamo diverse strade aperte davanti a noi: la scienza è una, ma ci sono anche la teologia e la filosofia. Molte conoscenze ci vengono dall’arte, dalla poesia, dall’estetica. Ci sono cose che non possono essere espresse da formule matematiche eppure sono reali e noi le percepiamo come tali.

Prendiamo le domande sul senso della vita, su cosa essa sia, come si sviluppa, quale sia l’origine dell’uomo; oppure guardiamo al nostro cervello, un meccanismo sofisticato in gran parte ancora inesplorato, e alla domanda sulla relazione che esso ha con la dimensione spirituale dell’esistenza. Tutti questi interrogativi sono vivi ancora oggi nonostante i passi compiuti dal progresso tecnologico e scientifico.

La scienza prova a spiegare questi interrogativi come fenomeni, usando un certo tipo di linguaggio e un certo metodo di ricerca; la teologia invece cerca di rispondere alle stesse domande con una visione in cui è riconosciuto un posto per Dio, in cui è data la possibilità di un significato dell’esistenza e di un valore della vita. Quando questo non avviene teologia e filosofia risultano inutili all’uomo, ed è per questo che oggi molte persone credono che la scienza spieghi molte più cose della vita di quanto non faccia per esempio la teologia.

C’è il rischio che i giovani in India, come nel resto del mondo, si impegnino nella ricerca scientifica e nello sviluppo tecnologico facendoli diventare un credo che sostituisce la fede.

Abbiamo bisogno di investire in giovani scienziati. Dobbiamo creare l’opportunità per i giovani cattolici che sono interessati a intraprendere l’avventura della ricerca scientifica. Abbiamo bisogno di giovani che guardino alla scienza attraverso gli occhi della fede. È ormai diffusa l’idea che fede e scienza siano contrapposte e inconciliabili. Tanti scienziati non credono in Dio. Molti credono che più conosciamo i fenomeni naturali meno abbiamo bisogno di spiegazioni teologiche. Ma ci cono molti problemi essenziali a cui la scienza non può rispondere, molti interrogativi a cui la tecnologia replica offrendo marchingegni di vario tipo che non sono però capaci di risolvere il tema della fede.

Abbiamo bisogno di affrontare in modo molto serio il concetto di sviluppo tecnologico ed i successi scientifici da un punto di vista teologico. Dobbiamo capire cosa sia davvero la realtà. Essa non può essere divisa in due dimensioni, religiosa e scientifica, che non dialogano e interagiscono tra loro. Scienza e fede sono complementari. La prima può offrire molte nuove intuizioni alla riflessione teologica e filosofica così come queste ultime possono aiutare la scienza ad essere molto più umana.

Autore: Tomasz Trafny .

Caro Direttore: io, musulmana, difendo l’ora di religione.

Caro Direttore,

come donna italiana di origine araba e come deputato del Parlamento italiano voglio dire che ritengo assurda la sentenza numero 7076/2009 del 17 luglio del Tar del Lazio.
L’insegnamento della religione ha la dignità delle altre materie e, come tale, ritengo doveroso che debba prevedere la valutazione. Vorrei ricordare a chi parla di discriminazione che, tra le altre cose, non è obbligatoria e la decisione di farla frequentare o meno da uno studente spetta al genitore. Non si tratta, come si potrebbe erroneamente pensare, di una questione secondaria: in gioco ci sono le radici e la storia di un Paese come l’Italia.
Come purtroppo accade da qualche tempo, con il pretesto di tutelare una minoranza, si opera contro la maggioranza, ma questo avviene anche in altre parti dell’Occidente, penso ad esempio all’Inghilterra, dove sono presenti addirittura tribunali sharitici. E allora mi chiedo: perché su argomenti così delicati non viene chiesto un parere agli italiani? Può una sentenza stravolgere la vita di un Paese? Qual è il motivo di questo accanimento contro le radici cristiane?
Non capisco come si possa trattare in questo modo la religione, che rappresenta il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro.
Chiunque è consapevole che recandosi in un paese arabo troverà le radici dell’Islam, mentre in Israele incontrerà quelle dell’Ebraismo. In Occidente le radici rischiano di scomparire in nome di un’idea sbagliata di laicità. Perché la laicità è un’altra cosa, è la difesa di tutte le identità, il laicismo invece è altrettanto pericoloso dell’integralismo.

Vorrei altresì chiarire che la minoranza araba non ha chiesto nulla. Purtroppo in questi casi si rischia di generare confusione e alimentare le contrapposizioni. Non provino a metterci in mezzo, perché nessuno lo ha chiesto. Già in passato ho dovuto intervenire per evitare che la comunità araba venisse strumentalizzata: alcuni insegnanti, appartenenti alla sinistra radicale, impedirono infatti i festeggiamenti natalizi in una scuola, con il pretesto di accogliere un sentimento di disagio degli alunni e delle famiglie appartenenti ad altre religioni.

La cultura araba non integralista è aperta a tutti. Chi vuole eliminare la religione dalla scuola abbia il coraggio delle proprie responsabilità, senza strumentalizzare gli altri.

I miei figli e quelli di molti amici hanno frequentato le ore di religione a scuola. È stata per tutti loro un’occasione di arricchimento, da cui attingere l’amore per gli altri, l’impegno sociale e l’educazione civica.
Ringrazio il Ministro Gelmini per aver presentato ricorso. A settembre presenterò una mozione contro questa sentenza, confidando in un’alleanza trasversale di consensi.

Raccoglieremo altresì le firme all’interno della Confederazione della Comunità Marocchina per dire a voce alta che non ci sentiamo discriminati dall’insegnamento della religione nelle scuole e non condividiamo i contenuti di questa sentenza.

Souad Sbai Deputata del Parlamento taliano-PDL

Fonte: Il Sussidiario.

Libano: dai militari italiani UNIFIL un potabilizzatore per 50 scuole.

I bambini del Libano del Sud potranno presto bere l’acqua a scuola senza paura. Il sistema che la renderà finalmente potabile sta per diventare una realta’ grazie ai militari italiani dell’Unifil. Si parte fine con l’inaugurazione della prima scuola per poi arrivare a quota 50. E’ questo, infatti, il numero di edifici scolastici (situati nelle municipalità del Sector West della missione Unifil) che necessita di un sistema di potabilizzazione. Finora, infatti, ai bambini del Libano meridionale è stato vietato bere l’acqua dai rubinetti nelle scuole. Del nuovo progetto beneficeranno complessivamente 14 mila bambini. Scatterà immediatamente la verifica puntuale della reale potabilizzazione dell’acqua. E a questo scopo sono state già progammate le analisi ex post, necessarie a garantire la massima sicurezza. Per ultimare il progetto saranno necessari 3 mesi, giusto il tempo necessario per consentire al contigente Leonte 6 su base 132esima Brigata Corazzata Ariete di vedere completata la propria opera. A fine ottobre infatti ci sarà il trasferimento di autorità (Toa) ad un’altra brigata, quella Friuli di Bologna. Ma c’è un’altra importante iniziativa del contingente italiano che sembra destinata a lasciare il segno: entro fine agosto prenderà il via la raccolta differenziata all’interno della base di Tibnin grazie alla sinergia tra la Cooperazione italiana (Agenzia del ministero degli Affari esteri che si occupa di sviluppo) e il contingente italiano della Brigata Ariete. Le spese di trasporto verso l’impianto di trattamento rifiuti di Bint Jbeil, ristrutturato dalla Ong italiana Cosv, sarà a carico dei militari italiani, mentre gli introti della vendita dei rifiuti andranno ai libanesi. “Questa scelta – spiega all’ADNKRONOS il tenente Ezio Di Fazio, addetto alla Cellula Cimic del contingente italiano – risponde innanzitutto alla volontà di non contribuire con i rifiuti prodotti dalla base militare di Tibnin ad aggravare il problema della gestione dei rifiuti nella zona. Il nostro desiderio, inoltre, è quello di poter aumentare la consapevolezza dell’importanza dell’ambiente. A questo scopo stiamo anche portando avanti un progetto per le scuole. Sensibilizzare i più piccoli – conclude – ci sembra la strada più efficace da intraprendere”.

Una grigliata sotto le stelle, come da tradizione a ferragosto, è l’unico elemento che rompe la routine dei soldati italiani della base Unifil 1-31, avamposto della missione Onu nel Sud del Libano. Per loro, i giorni di missione sono scanditi delle otto ore di pattuglia sulla Linea Blu, il confine provvisorio fra Libano e Israele. Sulla strada che percorrono regolarmente, qualche scalcinata altana di legno regala un po’ d’ombra ai soldati libanesi, anche loro di guardia nei pressi dei piloni azzurri che segnano la linea di demarcazione fra i due Paesi. Dall’altra parte, sul lato israeliano, si ergono tralicci dotati di moderni strumenti di intercettazione ed ascolto. “Dopo la guerra del 2006, questo è uno dei pochi tratti della linea blu su cui i due Paesi, grazie alla mediazione Onu, sono riusciti a trovare un accordo definitivo”, spiega il tenente colonnello Enrico Barduani, dei Lancieri di Aosta, reggimento inquadrato nella brigata Ariete che fornisce la maggior parte dei circa 2.400 soldati italiani dell’Unifil. ”Ma la Linea Blu – continua Barduani – è lunga più di 120 km”. L’atmosfera e le relazioni tra militari Unifil e popolazione locale sono del resto di cooperazione e fiducia. Anche dopo l’incidente del 18 luglio a Kherbet Salen, quando un gruppo di civili ha dato vita a una sassaiola per impedire a una pattuglia di perquisire un edificio sospettato di contenere armi. Nello stesso villaggio, quattro giorni prima era esploso accidentalmente un deposito di armi di Hezbollah. La sassaiola “non va minimizzata” ha commentato il Generale Graziano, “ma non bisogna neanche generalizzare e considerarla come un cambiamento dell’attitudine della popolazione verso Unifil”. Si è trattato “di una reazione particolare di un gruppo di persone di un certo orientamento ma “le stesse autorità locali, che nel Sud sono tutte Amal o Hezbollah, hanno voluto riaffermare il loro totale supporto a Unifil”, ha detto ancora. I militari italiani sul campo hanno la stessa percezione. “La situazione è tranquilla”, e anche l’anniversario del 14 agosto è trascorso senza dare l’impressione che fosse “una giornata particolare”, dice il caporale Gabriella Borruto. Calabrese di 22 anni, Gabriella è una delle 22 donne del reggimento Lancieri di Aosta. “Magari è una data un pò particolare per noi”, aggiunge, sottolineando che “a ferragosto si sente un po’ più nostalgia di casa”. A breve, il Consiglio di sicurezza dell’Onu discuterà il rinnovo dela mandato di Unifil, che scade il 31 agosto. “Ci aspettiamo che venga rinnovato nei termini esistenti, ribadendo la richiesta del massimo impegno di tutte le parti coinvolte, affinché all’attività di Unifil si affianchi un impegno politico delle parti. Gli incidenti ci sono, ce ne saranno ancora, e siamo nelle condizioni di risolverli. Quello che noi non possiamo supplire è il ruolo che hanno i politici”. Avvicendamento dell’assetto logistico del contingente italiano in Libano: torna in Italia il 24esimo Reggimento di manovra Alpino di Merano guidato dal Colonnello Giuseppe Lucarelli e subentra il Battaglione Logistico ‘Ariete’ di Maniago comandato dal Tenente Colonnello Alessandro Sciarpa. La cerimonia di trasferimento di autorità è stata celebrata presso la base italiana di Shama. All’evento ha presenziato il Generale di Brigata Carmelo De Cicco, Comandante della Joint Task Force ‘Lebanon’- Sector West, su base 132esima Brigata Corazzata Ariete, ed hanno partecipato i Comandanti delle varie Task Force di Unifil ed autorita’ civili e militari locali. “Durante i sei mesi di mandato – si legge in una nota – il 24° Reggimento di manovra Alpino, ha svolto un ruolo fondamentale nella missione ‘Leonte’ assicurando il sostegno logistico per tutte le attività operative e connesse con l’operazione svolta dai militari italiani in Libano sotto l’egida dell’Onu. In particolare, il 24° Reggimento ha distribuito viveri per il finanziamento di 760.000 pasti, riparato circa 600 autoveicoli, rifornito 1.650.000 litri di carburante, organizzato e gestito il trasporto di 14.000 passeggeri da e per l’Italia, percorrendo 250.000 chilometri”. “Soldati siate fieri di quello che avete fatto perché con il vostro silenzioso e infaticabile lavoro avete degnamente assolto il compito affidatovi. E’ a testa alta che facciamo ritorno in Patria”, ha sottolineato il Colonnello Lucarelli. Mentre, il Generale De Cicco, elogiando il lavoro dell’unità uscente, ha rinnovato la personale stima e l’orgoglio di essere il loro Comandante. “Il vostro contributo alla perfetta riuscita della missione Unifil – ha dichiarato – è stato eccellente. Avete svolto un compito delicatissimo che ha consentito di poter assolvere al proprio mandato nel migliore dei modi sia alle Unità di manovra sia a quelle di Supporto al combattimento, oltre che al Comando del Sector West”.Ad oggi sono stati bonificati dalle cluster bomb 57 mila metri quadri dai genieri italiani dell’Unifil nel settore ovest della missione Onu nel Libano del sud. Di questi 57 mila, 25 mila metri quadri sono stati bonificati dal 10° reggimento genio Guastatori Ariete che nella missione ‘Leonte 3′ (ottobre 2007-maggio 2009) ha raggiunto quota 19 mila mq, a cui sono seguiti 6 mila metri quadri bonificati negli ultimi tre mesi (missione Leonte 6). Si tratta di terreni situati a sud di Tiro nella municipalita’ di Al Abs Lyah proprieta’ privata di agricoltori che dallo scoppio del conflitto del 2006 sono stati infestati dalle cosiddette bombe a grappolo lanciate dagli israeliani nel sud del Libano. Terreni che, una volta completata l’opera di bonifica (prevista dal 10° reggimento per fine settembre prossimo) saranno di nuovo occasione di guadagno per i legittimi proprietari e per coloro ai quali danno lavoro contribuendo a ripristinare quel circolo virtuoso economico e sociale piu’ che mai necessario. Le operazioni condotte dal ‘Minex Team’ sono, comeoggi il 10° reggimento ha mostrato ai cronisti coinvolti nelle attività di informazione pubblica realizzata dalla struttura ad hoc della brigata Ariete di Tibnin, sono estremamente impegnative, delicate ed anche rischiose. Ragione per la quale la bonifica richiede moltissimo tempo venendo, inoltre, garantita praticamente al 100%. Le turnazioni sono infatti di 40 minuti al massimo. Un tempo oltre il quale chi conduce l’attività di bonifica non puo’ lavorare, anche considerate le alte temperature e alcune specifiche caratteristiche morfologiche di alcuni tratti. Tra le difficoltà anche la necessita’ di indossare delle tute di protezione ed un casco non solo molto pesanti ma anche difficili da sopportare con il caldo che in questi giorni caratterizza tutto il Libano del sud ed in particolare la zona in questione che viene definita con un acronimo B.A. C. (Battle Area Clearance).

Fonte: Assadakah.

Porta d’Oriente 2009: Ancona, 29/08-06/09 .

Moni Ovaia, Santino Spinelli, Radiodervish, Fabrizio Gatti, Gualtiero Berteli, Piera Lombardi Javier Girotto, Luciano Biondini, Gli Ex, Emir Kusturica & No Smoking Band.
La città di Ancona dal 29 agosto al 6 settembre diventa un grande palcoscenico con il Festival Internazionale Adriatico Mediterraneo, che vede impegnati in 56 appuntamenti tutti ad ingresso libero che in 9 giorni dalle 18.00 alle 24.00 (con 3 / 4 appuntamenti a sera) invadono 21 tra i luoghi più suggestivi della città.

Il festival è promosso dalla Regione Marche, dalla Provincia di Ancona, dal Comune di Ancona, sostenuto dalla Camera di Commercio di Ancona e da Adrion-Adriatic and Ionian Lands. Gode del patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, del Segretariato dell’Iniziativa Adriatico Jonica, del Forum delle Città dell’Adriatico e dello Jonio, del Forum delle Camere di Commercio dell’Adriatico e dello Jonio, dell’Università Politecnica delle Marche e di UniAdrion. Soggetto curatore ed attuatore è l’associazione Adriatico Mediterraneo, affiancata dal Teatro Stabile delle Marche e dalla Fondazione Teatro delle Muse.

Il capoluogo dorico assume la veste di capitale culturale dell’Adriatico, ospitando artisti provenienti da una pluralità di paesi del bacino Adriatico Mediterraneo dall’Albania all’Algeria, dalla Bosnia Erzegovina alla Croazia, dalla Palestina all’Italia poi ancora Libano, Marocco, Malta, Serbia e Tunisia.
Un Festival che coinvolge in modo forte anche il territorio e i suoi operatori culturali, con produzioni ed eventi progettati per l’occasione. Il capoluogo delle Marche, vera porta d’Oriente, nell’anno di presidenza per Ancona dell’Iniziativa permanente Adriatico Ionica con sede al Segretariato dell’Adriatico rafforza la sua posizione.

Dalla Mole Vanvitelliana, alla Chiesa del Gesù, dall’Arco di Traiano al Teatro delle Muse, dalla Sinagoga al porto, musica, poesia, arte, cinema, letteratura e originali appuntamenti in esclusiva per il festival con artisti provenienti dall’area del bacino Adriatico Mediterraneo: tra i protagonisti di questa terza edizione: il regista serbo-bosniaco Emir Kusturica con la sua No Smoking Band, il gruppo croato Afion, quello egiziano Massar Egbari e quello maltese Nafra, gli artisti italiani Moni Ovadia e Santino Spinelli, Javier Girotto e Luciano Biondini, gli scrittori Abdulah Sidran, Tiziano Scarpa, Fabrizio Gatti. E ancora i Tenores de Bitti e i Radiodervish, l’Orchestra Filarmonica delle Marche e tanti altri artisti provenienti da ogni parte del mondo per disegnare nuovi scenari di integrazione e coesione.

Il Festival si aprirà il 29 agosto presso il Teatrino della Mole, con “Yugonostalgia – Emir’s Kusturica’s Stories” e due proiezioni cinematografiche: “Arrivano le spose” (Yugoslavia 1978 – v.o. 70′) e “Bar Titanic” (Yugoslavia 1979 – v.o. 61′). In parallelo avverrà l’inaugurazione del Festival presso la Cittadella di Ancona, sede del Segretariato dell’Iniziativa Adriatico Ionico.

Per ulteriori informazioni:
A.M. Adriatico Mediterraneo
Sede Legale: Via Veneto, 11 – Ancona
Sede Operativa: Via Sacco e Vanzetti, 10 – Ancona
tel. +39 071 8046325
info@adriaticomediterraneo.eu
web: http://www.adriaticomediterraneo.eu

Fonte: Osservatorio Balcani.