Archivi del mese: settembre 2009

VI Festival dell’India

Parco Culturale “LE SERRE” DI Grugliasco (TO).
Dal 2 al 4 Ottobre 2009.

Il solo evento in Europa interamente dedicato alla Cultura Indiana per far vivere l’incantesimo delle leggende, delle danze, delle sonorità ritmiche delle percussioni, l’incanto dei profumi asiatici, il sottile fascino della profonda filosofia.
Dove trovare, in 3 giorni, tutta la magia e l’incanto di questa meravigliosa cultura che affonda le sue radici nei grandi poemi Mahabharata e Ramayana… nelle leggende dei sacri testi agamici e puranici.

Con le danze, la cucina, i riti e la spiritualità, le discipline irresistibilmente affascinanti e seducenti.
E i deliziosi assaggi della cucina profumata e speziata, il rito del tè, l’artigianato, gli spettacoli, le coinvolgenti kermesse di danza e musica.

Senza dimenticare la scienza dello Yoga e la terapia del massaggio Ayurvedico – con gli oli tipici dei centri ayurvedici e la medicina che si sta imponendo anche in Occidente e… ultima ma non ultima la spiritualità a 360 gradi con la riunione delle varie fedi religiose in un simposio interreligioso aperto al dibattito.

RAGGI DI UN’UNICA LUCE

Questo evento non desidera trattare di religioni e dogmi ma di qualcosa super partes: La Spiritualità.
Ma è talmente difficile parlare di Spiritualità, di Essenza o di qualcosa di Trascendente in questi anni così impegnati nello sforzo dell’Apparire e avulsi dall’Essere, che la parola Spiritualità potrebbe anche non essere capita nel suo giusto significato o addirittura derisa.

Questo appuntamento nasce dal desiderio di far comprendere che ogni religione, fede, spiritualità o credo ha una base comune, una piattaforma su cui ogni linea spirituale può camminare. Sono delle fondamenta solide costruite con metodi e canoni comuni; poi sta a chi edifica scegliere se elevare una cattedrale, un tempio oppure un lupanare o una stamberga.
Quindi una piattaforma eterna ed infinita.
Ecco perché il titolo RAGGI DI UN’UNICA LUCE. E ciascuno può percorrere uno qualsiasi di questi Raggi e arrivare così a quell’eterna Luce, comune a tutte le spiritualità. Appoggiarsi ad una Forma per arrivare ad un Informe.
Come i modi per arrivare a comprendere l’Origine sono tanti quanti sono gli individui, anche le forme dell’Informe (che si potrebbe chiamare Dio, Allah, Brahman, Jeova, Manitu, Zoroastro, Buddha, Gesù e così via), lo sono.
La mente, la devozione e la visione limitata, hanno bisogno di appoggiarsi alla Forma, che viene utilizzata come una leva per sollevare la propria consapevolezza al concetto del Principio Senza Forma. L’uomo e le varie forme dell’universo, siano esse piante, animali, minerali, sono un solo unico Essere, un Unico Respiro.
Questa è la peculiarità basilare per riconoscersi come appartenenti ad un’Unica Grande Anima; un concetto che ingloba ogni ideologia, religione, spiritualità rispettando ogni punto di vista e percorso necessari per arrivare al centro, all’Essenza.

Partecipano rappresentanti di:
– SUFISMO
– BUDDHISMO
– CATTOLICESIMO
– ANIMISMO
– UMANESIMO LAICO
– SANATANA DHARMA
– CRISTIANESIMO ORTODOSSO
– SIKHISMO
– ISLAM
– INDUISMO
– EBRAISMO
– SCIAMANESIMO

Ed altre linee spirituali…

FESTIVAL
Siamo sicuri che l’evento, vista la sua natura ed i suoi contenuti, possa catturare l’attenzione di molte persone che già si interessano di:
culture orientali in generale;
discipline tradizionali come lo Yoga, l’Ayurveda, la Meditazione;
discipline olistiche;
danze etniche classiche e moderne;
arte, folclore e tradizioni;
alimentazione naturale;
religione e filosofia;
viaggi.

Crediamo anche però, che possa stuzzicare la curiosità di tutti coloro che, invece, non si sono mai interessati a questi argomenti ma che desiderano “guardarsi intorno”, conoscere altre realtà con altre tradizioni ed abitudini; “toccare con mano” che differenze e diversità possono costituire una ricchezza, diventare risorse fondamentali per crescere e progredire come individui, realizzando, innanzitutto in noi stessi, i cambiamenti che vorremmo vedere nel mondo.

Per Info:
World Events Committee 388.1062946
segreteria@indiafestival.it
www.indiafestival.it

Fonte: Promiseland.

Annunci

Scuole per l’Africa

Spesso mi sento dire “Ci sono tanti bambini bisognosi anche da noi, perché aiutare loro?”.
La risposta è nelle parole di un mio grande, immenso, amico che conosce le realtà di questi Paesi da vicino: “Era arrivato un bambino all’unità medica. Passava le ore a guardare i lampadari e le lampadine. Per lui schiacciare un bottone e vedere la luce era una specie di miracolo…” .

“Scuole per l’Africa” (Schools for Africa – SFA nella versione internazionale) è una campagna straordinaria di raccolta fondi nata grazie all’attivismo del Nobel per la pace e primo Presidente del Sudafrica dopo l’apartheid, Nelson Mandela per favorire l’accesso all’istruzione di base dei bambini africani e per alleviare la povertà, particolarmente nelle comunità rurali del continente.
Oggi, nei paesi dell’Africa a Sud del Sahara, circa un bambino su tre non ha accesso alla scuola primaria.
In particolare, nelle aree rurali le scuole sono poco numerose e scarsamente equipaggiate, spesso sovraffollate o troppo lontane da raggiungere.
La campagna “Scuole per l’Africa” aiuterà le comunità locali a riparare le vecchie scuole e a ricostruirne di nuove.
Gli abitanti dei villaggi coinvolti saranno attori di questo progetto e costruiranno o ripareranno essi stessi le scuole, assumendosi la responsabilità della loro manutenzione, un prerequisito importante per la sostenibilità del progetto nel lungo periodo.
“Scuole per l’Africa” è stata lanciata nel 2005 dall’UNICEF, dalla Nelson Mandela Foundation e dalla Hamburg Society per la promozione della democrazia e del diritto internazionale.
Obiettivo finale di “Scuole per l’Africa” è di permettere a 2 milioni di bambini di andare finalmente a scuola.
Grazie alla formazione degli insegnanti, il numero complessivo di bambini che beneficeranno della campagna toccherà quota 4 milioni.

Qui potete vedere il nuovo video.

Fonte: UNICEF Italia.

I coloni ebrei di Yitzhar temono Dio, non il blocco delle colonie.

“Non smetteremo di costruire, perché questa è la nostra terra”, assicura Nevo Katz, sindaco della colonia ebraica di Yitzhar, il quale afferma di non temere un blocco della colonizzazione israeliana in Cisgiordania.

Yitzhar, bastione ebraico ultra-ortodosso, ha la reputazione di essere l’insediamento più estremista della Cisgiordania occupata. Situato vicino alla città di Nablus, è spesso teatro di scontri fra i coloni e i palestinesi, o le forze di sicurezza isaeliane.

Martedì mattina alcuni coloni provenienti da Yitzhar, hanno ferito a colpi di proiettile un pastore palestinese e sgozzato dieci pecore in villaggio vicino a Nablus, dichiarano gli abitanti della zona. Quattro avamposti della colonia sono sull’elenco degli insediamenti illegali che il governo israeliano ha promesso di smantellare. Senza alcun esito per il momento, nonostante le pressioni degli Stati Uniti che richiedono il blocco totale della colonie.

Il sindaco di Yitzhar non comprende l’interesse dell’amministrazione americana per questi avamposti, e ironizza: “Il fatto che Barack Obama sia interessato ad ogni collina della Giudea-Samaria (Cisgiordania, ndt) prova fino a che punto il popolo ebraico occupa un posto centrale nel mondo”.

A Givat Shalevet, un avamposto localizzato ad alcune centinaia di metri dalla colonia, trattori e spalatrici effettuano lavori di sterramento. “Si tratta di un cantiere per dieci nuove case, grazie a permessi ottenuti da diversi anni. Ad ogni modo, non è la comunità internazionale che può dettar legge su dove e quando costruire”, si difende il sindaco.

Yossef, un aziano che vive sulla collina da sette anni, non comprende perché bisognerebbe distruggere la sua casa, un prefabbricato. “Non so cosa significa illegale, non credo nello Stato, in nessuno Stato”, confida, con le lacrime agli occhi. “Che gli americani si occupino dei loro problemi e non si immischino nei nostri”, aggiunge. La maggior parte dei coloni della regione di Nablus cita la Bibbia per adurre a pretesto il diritto di proprietà. “Abbiamo il diritto di costruire sulla terra dell’Israele perché è Dio che ce l’ha data”.

Ad alcuni chilometri da Yitzhar, Havat Gilad è l’abitato a più alto rischio di smantellamento. Qui, sporadicamente, vi sono scontri con le forze di sicurezza israeliana che tentano di impedire ogni costruzione sul sito. Su questa collina vivono una ventina di famiglie ed una decina di studenti della yechiva (seminario talmudico) Shirou Lamelekh (“Cantare per il Re”). “Dio è il re!”, proclama un graffito sul muro della yechiva, eretta in linea con “lo spirito del re David”.

“Il re David componeva canzoni ma sapeva utilizzare anche la fionda contro i nemici di Dio”, si difende il giovane rabbino Arié Lipo installatosi a Havat Gilad per “vivere come al tempo della Bibbia.” Il blocco delle colonie non lo spaventa perché “la sola legge di Havat Gilad, è la legge divina.” La testa coperta dal talit, lo scialle rituale per la preghiera, e dai tefillin, contenenti le pergamene sacre che gli ebrei praticanti portano durante la preghiera, il rabbino Lipo preferisce evocare “il regno divino a cui spetta regnare su tutta la terra” piuttosto che le pressioni americane o gli scontri con le forze dell’ordine. “Il mondo deve riconoscere che siamo il popolo della Bibbia che ritorna sulla sua terra, come Dio ci aveva promesso”, predica. Non crede che il governo distruggererà la sua casa, ma è pronto ad ogni eventualità. “Se verrano a sloggiarmi, dirò alto e forte che è la mia terra, la terra del popolo ebraico, e che nessuno ha il diritto di costringerci a lasciarla.”

Fonte: Osservatorio Iraq.

Missing

E’ un intero popolo. Comprende bosgnacchi, serbi, albanesi, croati e rom. Non si riconoscono né per la nazionalità, né per la religione, né per il sesso, ma per la lunga angoscia degli anni di ricerca.

Parole grosse come patriottismo, coraggio, onore e patria gli provocano il mal di stomaco. Vanno avanti intorpiditi, le ombre di se stessi. Per loro il presente è una sofferenza costante, le giornate nient’altro che il disperato attendere la notizia che i resti sono stati ritrovati. Desiderano questa notizia, ma allo stesso tempo la temono.

Più di 34.000 persone sono scomparse durante le guerre in ex Jugoslavia. Nella sola Bosnia Erzegovina sono sparite 28.000 persone. Ancora oggi non si conosce il destino di circa 11.000, in Croazia ne mancano 2.283 mentre in Kosovo 1.895. La sorte incerta di ancora 16.000 scomparsi, in totale, tormenta circa un milione di loro famigliari.

I numeri non chiariscono molto, le grosse cifre non impressionano più di tanto. Quelli che cercano i propri cari non vogliono sentire le statistiche, le rifiutano. Si ricordano di dettagli precisi, com’era vestita, cosa si sono detti quando si sono visti l’ultima volta, cosa indossava il primo giorno di scuola, il dente che mancava, i capelli ricci, il giocattolo che portava, le scarpe che indossava, la foto che aveva nel portafoglio, una cicatrice, un gesto della mano, l’orologio regalato, i pantaloni che aveva cucito varie volte.

Selma, dodici anni, era la figlia più grande di Nadja, madre di tre bambine di Višegrad. L’hanno strappata, letteralmente, dalle braccia di sua mamma e l’hanno messa nell’hotel “Vilina Vlas”, dove l’hanno violentata per mesi prima di venderla da uno all’altro. Le tracce di Selma si sono perse nel 1993. Oggi il processo va avanti nei confronti di una persona, accusata per la sorte di Selma. Uno sconosciuto ha telefonato alla madre, promettendo di farle scoprire dove si trova la tomba della figlia se la madre rinuncia a testimoniare.

Munib e Zulehja, coniugi bosgnacchi di Bihać, hanno perso l’unico figlio, Mustafa, nel 1993. E’ scomparso. Una fossa comune, Bezdana, recentemente aperta, potrebbe contenere i suoi resti. La madre ha riconosciuto la maglia a strisce bianche e blu. Per identificarlo serve l’analisi del DNA. Mustafa era figlio adottivo. La madre naturale è in Croazia, si è rifatta una vita, ha cambiato il nome, la religione, e non vuole mettere a rischio quello che ha. Rifiuta di sottoporsi all’esame genetico.

Jasmina, di Mostar, ha già trovato i resti del marito. Dopo la sua morte lei, separata dai due figli, era stata messa in un albergo e violentata ripetutamente. Oggi la sua vita ha un unico scopo: trovare i resti dei due figli: Aila, la femmina di nove mesi, e Amar, il maschio di quattro anni. Sono scomparsi con un gruppo di diciotto bambini vicino a Nevesinje, nel 1992. Segue immancabilmente quelli che perlustrano le fossi comuni in Erzegovina.

In Bosnia si dice sempre che può andare peggio. Infatti, almeno 400 persone tra quelle scomparse in Kosovo sono state trasferite, secondo Human Rights Watch, in Albania, dove si sono perse le loro tracce. La caratteristica di questa storia è che, a quanto pare, queste persone sono state uccise per espiantare loro gli organi.

Sul posto dove li operavano, indicato da alcuni testimoni nel nord dell’Albania, sono state trovate siringhe, fleboclisi, garze… “che sono chiaramente materiale di conferma, ma che come prove sono purtroppo insufficienti”, ha scritto nel suo libro “La Caccia” l’ex procuratore capo del Tribunale dell’Aja, Carla Del Ponte.

Le prime fosse comuni sono state individuate in Croazia e Bosnia, e poi in Kosovo e Serbia, ancora durante la guerra o subito dopo la sua fine. Le indicazioni sono state fornite dai rari sopravvissuti e dai filmati satellitari. Spesso le vittime venivano buttate nei pozzi, nelle foibe, sepolte in luoghi poi minati, talvolta i resti sono stati bruciati. Ci sono testimoni che hanno visto corpi gettati nei grandi forni delle miniere. Sussurrando, si parla di Obilic e Maćkatica, in Serbia, o di Keratem in Bosnia.

Ancora oggi si fanno avanti persone che possono indicare località di fosse comuni. Alcuni sono motivati dalla coscienza disturbata, altri lo fanno per poter patteggiare con la giustizia, altri chiedono soldi. Come uno di Višegrad, che pretendeva di essere pagato cinquanta euro per ogni scheletro trovato in una fossa comune.

Talvolta i resti si scoprono da soli, come nel caso di un camion frigorifero pieno di corpi di albanesi uccisi in Kosovo. Il camion frigorifero si era ribaltato, e galleggiava nel fiume vicino a Belgrado.

L’ex presidente serbo Zoran Đinđić ha confermato ufficialmente quello che in Serbia si mormorava appena: a venti chilometri da Belgrado, a Batajnica, c’erano fosse comuni, con i resti di albanesi uccisi.

I carnefici, spesso, si sono presi la briga di nascondere le tracce dei loro crimini. Gli esecutori hanno spostato i resti dalle fosse primarie in altri luoghi, dopo che gli americani avevano rivelato gli spostamenti di terra con foto satellitari. Hanno rovinato i corpi, spaccato le ossa con i bulldozer, mescolato i resti. Questo è tipico per la Bosnia orientale, per le vittime di Srebrenica.

Così il femore di una persona si trova nella primaria, il teschio nella secondaria, una mano nel terzo posto. E’ per questo che Saliha, una ragazza di Srebrenica, ha detto che “hanno trovato il venti per cento di mio papà”, scomparso a Srebrenica.

All’inizio le fosse comuni venivano cercate ed esaminate per provare che era avvenuto un delitto, per poter incriminare i responsabili. “Le ossa non mentono”, afferma la dottoressa Ewa Klonowski, antropologa, esperta di medicina legale, membro dell’Accademia Americana che ha perlustrato decine di fosse comuni in Bosnia Erzegovina portando alla luce i resti di alcune migliaia di vittime.

Ma i famigliari degli scomparsi cercavano fatti, non prove. Insistevano sulla identificazione dei resti trovati.

“Portami le sue ossa. Lo riconoscerò di sicuro”, ripeteva la Hatidžia Hren, cercando i resti del marito Rudolf.

“Alla fine la giustizia sta nell’identificare le vittime. Solo così uno può essere sicuro che i mariti, le mogli, le sorelle, i fratelli, i bambini e i vecchi non saranno perseguitati per tutta la vita dal non sapere cosa sia successo alla persona che una volta poggiava la sua testa sullo stesso cuscino”, sostiene l’esperto di medicina legale Haglund William.

I politici dell’area ex jugoslava sono riusciti a politicizzare il problema degli scomparsi. Lo usano per trattare, per far pressioni sulla parte opposta, per ottenere un compromesso, per correggere la storia.

I politici si pronunciano sulla questione solo in occasioni particolari, come la giornata mondiale degli scomparsi, il 30 agosto. Ricevono delegazioni di famigliari, li ascoltano, fanno promesse, e poi basta.

In Croazia per due anni non è stata aperta nemmeno una fossa comune, anche se si conosce con certezza l’ubicazione di almeno cinquecento siti. Ufficialmente mancano i soldi.

Così in tutto il Kosovo. Le autorità dicono che non hanno fondi per procedere con l’esumazione e l’identificazione. Per fargli cambiare decisione, le madri degli albanesi scomparsi hanno cominciato lo sciopero della fame.

Varie associazioni e società di famigliari degli scomparsi collaborano in vario modo, intraprendono azioni comuni, serbi e albanesi insieme, bosniaci e serbi, croati e serbi. Ma senza l’appoggio politico e i fondi necessari non possono fare molto di più che rilasciare appelli, completare statistiche, fornire nomi.

Recentemente, la direttrice del Centro per il diritto umanitario di Belgrado, Nataša Kandić, ha sollecitato i politici serbi a smettere di scusarsi per la mancanza di soldi. “Lo Stato deve procurare i fondi per l’esumazione delle fosse comuni”, insiste la Kandić.

Il Centro che dirige ha lanciato una campagna con lo slogan “Che gli scomparsi diventino persone”, invitando tutti quelli che sanno qualcosa a farsi avanti per poter fermare l’agonia delle famiglie.

Un’azione simile l’ha intrapresa anche l’Istituto di Sarajevo per le persone scomparse (INO BiH). Amor Mašović, uno dei direttori dell’Istituto, dice che con il passare del tempo diminuisce il numero delle fosse comuni scoperte, e cala il numero dei testimoni disposti a parlare. E questo è un problema che non riguarda solo il presente, ma anche il futuro.

“Senza risolvere il problema degli scomparsi non si può sperare nella riconciliazione tra i popoli dell’ex Jugoslavia”, sostiene Mašović.

Fonte: Osservatorio Balcani.

Il terrorismo non deve vincere

Squilla il telefonino, guardo il numero: è uno dei miei amici della Folgore che si trova con gli altri a Kabul. Le poche notizie che riesce a dare sono agghiaccianti.
Oggi è una tragica giornata, ho perso degli amici, sono morti i miei ragazzi. Tutto ciò non deve intimorirci, il terrorismo non può e non deve vincere.
Il dovere di tutti noi è di restare vicini ai nostri soldati, dimostrare che il loro sacrificio non sarà vano.

I soldati italiani conoscono i rischi cui vanno incontro e per questo sono addestrati, purtroppo non esiste difesa contro chi in maniera subdola, da veri vigliacchi, attenta alla loro vita mettendo ordigni o facendosi saltare in aria.
Chi, in questi momenti chiede maggiore sicurezza, parla per il solo gusto di farlo.
Chi in queste ore cercherà un colpevole lo farà per il solo piacere di criticare senza capire che non ha senso. Ora più che mai i nostri soldati devono sentire la vicinanza di tutta la nazione.
Operare in un paese straniero, rischiare la vita ogni giorno e poi leggere o sentire che da alcune parti viene messo in dubbio l’efficacia del proprio operato è deprimente, sconfortante per chi rischia in prima persona.

Prima di giudicare andiamo sul campo, rendiamoci realmente conto dell’aiuto che i nostri militari danno ad una popolazione più sfortunata di noi e solo dopo possiamo dare un giudizio. Verrà fuori il discorso della sicurezza dei nostri mezzi: il Lince in questo momento è il mezzo più sicuro. Se poi una macchina carica con 150 chili di esplosivo ti viene contro non vi è difesa possibile.

Oggi ci sarà chi chiederà il ritiro del contingente italiano senza capire che sarebbe una sconfitta per tutti: i nostri soldati non amano le sconfitte.
Conosco molto bene tutti i ragazzi che operano in quel territorio, se si potesse chiedere loro se restare o rientrare la risposta sarebbe unica: restiamo, FOLGORE.

Gianfranco Paglia , Medaglia d’oro al valor militare.

Fonte: Il Tempo.

Il burqa non fa parte dell’Islam.

A seguito del divieto di indossare il burqa ed il velo nei college dell’India del sud, un giurista islamico indiano dice: ‘Il burqa non fa parte dell’Islam – fa parte della cultura’ .

Nello stato dell’India del sud di Karnataka, lo Sri Venkatarama Swamy (SVS) College di Bantwal ed il college governativo del distretto di Appanagri hanno vietato il velo islamico ed il burqa nel campus, secondo un giornale in lingue urdu.
Il college governativo ha impedito a 50 ragazze mussulmane di frequentare le lezioni per avere indossato il burqa, mentre il college SVS ha impedito ad una studentessa in Economia di 19 anni di frequentare le lezioni fino a che non si adeguerà alle regole del college, vale a dire non mettere in mostra la sua identità religiosa, portando il velo.

Qui di seguito si riportano le reazioni al divieto da parte due giuristi islamici indiani:

Il giurista Maulana Wahiduddin Khan: “Il burqa non fa parte dell’Islam, fa parte della cultura”
L’eminente giusrista islamico indiano Maulana Wahiduddin Khan, che ha scritto più di duecento libri sull’Islam, ha detto: “Il burqa non fa parte dell’Islam. Fa parte della cultura, una cultura che la gente del subcontinente indiano ha seguito per secoli. Nessuno può imporre un modo di vestire in nome dell’Islam. E’ categoricamente anti-islamico.”
Ha aggiunto, “Se un college ha come regola di non portare il burqa o il velo, allora questo deve essere seguito e rispettato. Se non sei d’accordo, lasci il college.”

La giurista Fareeda Khan: “Il burqa è diventato simbolo di rigidità e non ha niente a che vedere con l’Islam”
Fareeda Khan, una giurista islamica che lavora presso l’università Jamia Millia Islamia a Nuova Delhi, ha fatto eco alle opinioni di Maulana Wahiduddin Khan, affermando: “Il burqa è diventato simbolo di rigidità e non ha niente a che vedere con l’Islam.”
Ha aggiunto: “Dovete accettare il fatto che il burqa, parte della cultura del subcontinente indiano, è stato usato anche negli attacchi suicidi.
Perché non evitare il burqa? Il burqa non fa parte del modo di vestirsi islamico… Io suggerisco alle mie studentesse di non portare il burqa all’università.”

Fonte: Memri.

“L’Occidente mette il velo per paura di toglierlo all’Islam”

Ammettiamo la nostra sconfitta: in Europa abbiamo a tal punto paura dell’islam, di Allah, del Corano, di Maometto e della sharia che abbiamo già accettato una condizione di sudditanza ideologica e di arbitrio giuridico che già oggi ci rende incapaci di essere pienamente noi stessi a casa nostra.
Tanto è vero che noi stessi consideriamo religiosamente un peccato mortale e civilmente un reato penale sostenere liberamente e pubblicamente che siamo contrari all’islam, ad Allah, al Corano, a Maometto e alla sharia, pur non avendo alcun pregiudizio nei confronti dei musulmani come persone, mentre al tempo stesso ci vergogniamo di identificarci laicamente nella civiltà europea riconoscendo la verità storica delle radici giudaico-cristiane e credendo nei valori non negoziabili che sostanziano l’essenza della nostra comune umanità.Siamo diventati a tal punto islamicamente corretti che quando ci opponiamo alla penetrazione della sharia, la legge coranica, lo facciamo arrampicandoci sugli specchi adducendo ragioni di ordine pubblico che tuttavia vengono facilmente confutate dalla magistratura nostrana, ammalata di laicismo e relativismo nonché infatuata del formalismo giuridico, in quanto sarebbero norme discriminatorie, mentre sono le stesse istituzioni laiche e democratiche a legittimare la sharia attribuendo acriticamente valenza positiva alle prescrizioni vere o presunte del Corano anche se sono in flagrante contraddizione con i più elementari diritti della persona.Questo atteggiamento pavido, servile e connivente è riemerso con il riproporsi in Europa della questione del velo integrale islamico, noto come burqa nella versione afghana o niqab nella versione mediorientale. Si tratta di fatto di una gabbia di stoffa che avvolge integralmente la donna dalla testa ai piedi con un’unica fessura all’altezza degli occhi, occultandone il corpo in quanto oggetto intrinsecamente peccaminoso e annullandone la personalità in quanto essere inferiore da sottomettere. Il caso più recente è quello del Belgio. In una dichiarazione pubblicata il 3 settembre scorso dal quotidiano Le Soir, Christine Defraigne, capogruppo del Movimento Riformista nel Senato belga, ha annunciato la presentazione di una proposta di legge che vieta di indossare gli indumenti che coprono totalmente il viso ostacolando il riconoscimento o l’individuazione dell’identità nei luoghi pubblici, in cui si cita espressamente il burqa e il niqab. Ebbene dopo aver dichiarato che “il codice penale deve sanzionare l’uso del burqa”, specificando che “si tratta di una questione di pubblica sicurezza ma anche di rispetto dei nostri valori, la Defraigne ha ritenuto doveroso discolpare e quindi legittimare il Corano, come libro sacro, e l’islam, come religione, sostenendo che “nel Corano non se ne fa alcuna menzione. Rifiutare di indossarlo non significa rifiutare l’islam come religione, bensì opporsi ad una deriva riconosciuta. Il burqa e il niqab incarnano l’asservimento dell’individuo e la disumanizzazione sociale”. Va chiarito che in Belgio si sono creati dei ghetti islamici in cui non solo gli autoctoni ma persino le forze dell’ordine non vi si avventurano.
Una realtà che nella Francia laicista è ad un livello peggiore, con dei quartieri dove anche le donne non musulmane si ritrovano costrette ad uscire di casa indossando il velo per non essere importunate, fino ad oltrepassare quello che finisce per diventare uno stato islamico all’interno di uno stato di diritto che ha scoperto tardivamente la centralità dei doveri e delle regole che devono valere per tutti, indistintamente, musulmani compresi.
Lo scorso 22 giugno il presidente Nicolas Sarkozy in un discorso ad una sessione speciale delle Camere riunite nella reggia di Versailles, ha detto coraggiosamente che il burqa è “un segno di avvilimento, non è il benvenuto sul territorio francese”, e “non è un problema religioso ma un problema di libertà”. Al Parlamento è stata depositata una proposta per vietare il burqa in Francia. Ma intanto il radicalismo islamico continua a diffondersi e a occupare spazi territoriali e di potere.La Bavaria ha assunto un atteggiamento singolare con una legge del novembre 2004 che vieta alle insegnanti islamiche di indossare il velo integrale nelle scuole pubbliche perché “incompatibile con i valori fondanti della Costituzione e i suoi scopi educativi comprendenti l’educazione e i valori culturali occidentali e cristiani”.All’opposto la Svizzera, nei cui forzieri sono depositati ingenti capitali arabi, il 16 febbraio 2007 si è pronunciato contro il divieto di indossare il velo integrale islamico nei luoghi pubblici. “Molti musulmani praticanti deducono dal Corano l’obbligo religioso per le donne di coprire il loro corpo e la loro testa”, è la tesi del governo svizzero, “ma la libertà religiosa può essere limitata soltanto se esiste una base legale, se un interesse pubblico o la tutela di un diritto fondamentale altrui lo giustificano, se la restrizione è proporzionata e se l’essenza della libertà religiosa resta intatta”.In Italia le prefetture, in rappresentanza del ministero dell’Interno, e la magistratura si sono mossi per annullare le iniziative di vietare il velo integrale islamico prese principalmente diversi sindaci leghisti. E’ successo a Varallo Sesia nel Vercellese con un’ordinanza del 21 agosto scorso del sindaco Gianluca Buonanno; a Fermignano, in provincia di Pesaro e Urbino, con un annuncio del 24 aprile scorso del sindaco Giorgio Cancellieri; ad Alassio nell’ottobre 2008 con un’ordinanza del sindaco Marco Melgrati; a Treviso con un’ordinanza del 2004 del sindaco Giancarlo Gentilini, confermata dal suo successore Gian Paolo Gobbo; a Camerata Cornello nel Bergamasco nel luglio 2007 su iniziativa del consigliere comunale di minoranza della lista Rinnovamento e Trasparenza Alex Galizzi; dal sindaco di Cantù nella Brianza, Tiziana Sala, nel giugno 2005; dal sindaco di Drezzo, in provincia di Como, Cristian Tolettini, nel luglio 2004.L’intervento dei prefetti a favore del velo integrale islamico si basa sulla circolare del Dipartimento della polizia di Stato del dicembre 2004, interpretativa dell’articolo 5 della legge 152 del 1975 che vieta di fare uso in luogo pubblico o aperto al pubblico, salvo giustificato motivo, di caschi o di qualsiasi altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona. Nella circolare del dicembre 2004 si afferma che l’utilizzo del burqa, in quanto «segno esteriore di una tipica fede religiosa» non costituisce reato. Si specifica che il burqa può essere utilizzato camminando per la strada o in prossimità di una moschea, ma non per entrare in banca, in una scuola, in un ufficio postale e in tutti quei luoghi chiusi frequentati dal altre persone. In una circolare del 24 luglio 2000 del ministero dell’ Interno si afferma che «il turbante, il chador o anche il velo come nel caso delle religiose, sono parte integrante degli indumenti abituali e concorrono a identificare chi li indossa, purché mantenga il volto scoperto». Dal canto sua la magistratura ha sostanzialmente legittimato il diritto delle donne musulmane a far riferimento alla prescrizione della sharia islamica in materia di abbigliamento. Con la sentenza definitiva numero 11919 della Terza sezione penale della Corte di Cassazione di Roma del 4 aprile 2006, si è deliberato che «la religione musulmana impone alle credenti» di portare il velo. Il Consiglio Di Stato, Sesta sezione, con una pronuncia n. 3076 del 19 Giugno 2008, ha legittimato il burqa affermando che “il Sindaco, in funzione di Ufficiale di Governo, non può, mediante un atto generale in materia di pubblica sicurezza, quale l’ordinanza interpretativa inserire il burqa, o il generico velo, fra le “maschere” vietate dall’articolo 85 del TULPS poiché costituisce un capo di abbigliamento tradizionale con riflessi religiosi”.Concludo con una domanda e un appello al ministro dell’Interno Maroni. E’ consapevole che alla base dell’iniziativa dei prefetti in tutt’Italia contro le ordinanze dei sindaci, peraltro leghisti come lui, contro l’uso del burqa e del niqab vi è una circolare del dicembre 2004 che legittima espressamente il velo integrale islamico? Ebbene, in ogni caso, chiedo a Maroni di provvedere con urgenza a rettificare quella circolare affinché si ponga fine alla collusione ideologica dello Stato con l’estremismo islamico che impone alle donne musulmane di portare il velo per sottometterle al suo potere. Basta con l’islamicamente corretto che ci porta ad essere più islamici degli stessi islamici, ad essere accondiscendenti nei confronti dell’islam, di Allah, del Corano, di Maometto e della sharia più di quanto non lo siano gli stessi islamici.

Fonte: Magdi Cristiano Allam per “Libero” .