I coloni ebrei di Yitzhar temono Dio, non il blocco delle colonie.

“Non smetteremo di costruire, perché questa è la nostra terra”, assicura Nevo Katz, sindaco della colonia ebraica di Yitzhar, il quale afferma di non temere un blocco della colonizzazione israeliana in Cisgiordania.

Yitzhar, bastione ebraico ultra-ortodosso, ha la reputazione di essere l’insediamento più estremista della Cisgiordania occupata. Situato vicino alla città di Nablus, è spesso teatro di scontri fra i coloni e i palestinesi, o le forze di sicurezza isaeliane.

Martedì mattina alcuni coloni provenienti da Yitzhar, hanno ferito a colpi di proiettile un pastore palestinese e sgozzato dieci pecore in villaggio vicino a Nablus, dichiarano gli abitanti della zona. Quattro avamposti della colonia sono sull’elenco degli insediamenti illegali che il governo israeliano ha promesso di smantellare. Senza alcun esito per il momento, nonostante le pressioni degli Stati Uniti che richiedono il blocco totale della colonie.

Il sindaco di Yitzhar non comprende l’interesse dell’amministrazione americana per questi avamposti, e ironizza: “Il fatto che Barack Obama sia interessato ad ogni collina della Giudea-Samaria (Cisgiordania, ndt) prova fino a che punto il popolo ebraico occupa un posto centrale nel mondo”.

A Givat Shalevet, un avamposto localizzato ad alcune centinaia di metri dalla colonia, trattori e spalatrici effettuano lavori di sterramento. “Si tratta di un cantiere per dieci nuove case, grazie a permessi ottenuti da diversi anni. Ad ogni modo, non è la comunità internazionale che può dettar legge su dove e quando costruire”, si difende il sindaco.

Yossef, un aziano che vive sulla collina da sette anni, non comprende perché bisognerebbe distruggere la sua casa, un prefabbricato. “Non so cosa significa illegale, non credo nello Stato, in nessuno Stato”, confida, con le lacrime agli occhi. “Che gli americani si occupino dei loro problemi e non si immischino nei nostri”, aggiunge. La maggior parte dei coloni della regione di Nablus cita la Bibbia per adurre a pretesto il diritto di proprietà. “Abbiamo il diritto di costruire sulla terra dell’Israele perché è Dio che ce l’ha data”.

Ad alcuni chilometri da Yitzhar, Havat Gilad è l’abitato a più alto rischio di smantellamento. Qui, sporadicamente, vi sono scontri con le forze di sicurezza israeliana che tentano di impedire ogni costruzione sul sito. Su questa collina vivono una ventina di famiglie ed una decina di studenti della yechiva (seminario talmudico) Shirou Lamelekh (“Cantare per il Re”). “Dio è il re!”, proclama un graffito sul muro della yechiva, eretta in linea con “lo spirito del re David”.

“Il re David componeva canzoni ma sapeva utilizzare anche la fionda contro i nemici di Dio”, si difende il giovane rabbino Arié Lipo installatosi a Havat Gilad per “vivere come al tempo della Bibbia.” Il blocco delle colonie non lo spaventa perché “la sola legge di Havat Gilad, è la legge divina.” La testa coperta dal talit, lo scialle rituale per la preghiera, e dai tefillin, contenenti le pergamene sacre che gli ebrei praticanti portano durante la preghiera, il rabbino Lipo preferisce evocare “il regno divino a cui spetta regnare su tutta la terra” piuttosto che le pressioni americane o gli scontri con le forze dell’ordine. “Il mondo deve riconoscere che siamo il popolo della Bibbia che ritorna sulla sua terra, come Dio ci aveva promesso”, predica. Non crede che il governo distruggererà la sua casa, ma è pronto ad ogni eventualità. “Se verrano a sloggiarmi, dirò alto e forte che è la mia terra, la terra del popolo ebraico, e che nessuno ha il diritto di costringerci a lasciarla.”

Fonte: Osservatorio Iraq.

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