Archivi del mese: ottobre 2009

Stati Uniti mai più vietati per coloro che hanno contratto il virus dell’HIV.

Il presidente Barack Obama ha firmato un provvedimento che rimuove un divieto di ingresso sul suolo nazionale vecchio di oltre vent’anni. “A causa di una decisione fondata sulla paura, sono 22 anni che negli Stati Uniti è in vigore il divieto di entrare sul nostro territorio per i portatori del virus dell’Aids”, ha commentato Obama.

Dall’inizio del 2010 scatterà dunque negli Stati Uniti il libero accesso per le persone malate di Aids. In pratica, il provvedimento in vigore da 22 anni prevedeva un visto speciale difficilissimo da ottenere. “Quella decisione era fondata sulla paura piuttosto che sui fatti”, ha detto Barack Obama, firmando il Ryan White Hiv/Aids Treatment Act, che riguarda proprio il programma di prevenzione, trattamento e sensibilizzazione dei pazienti da Hiv.

“Siamo stati alla guida del mondo quando ci fu da contribuire a contenere la diffusione dell’Aids. Tuttavia siamo uno degli ultimi Paesi che ancora vietano l’ingresso a coloro che hanno l’Hiv”.

”La mia amministrazione – ha aggiunto Obama – pubblicherà lunedì prossimo l’ultimo regolamento, che sopprimerà il divieto d’ingresso e che avrà effetto subito dopo l’anno nuovo”. La legge firmata da Obama finanzierà anche un programma di trattamento e prevenzione dell’Hiv/Aids.

Obama ha poi spiegato che la norma era stata decisa in un momento in cui i visitatori negli Stati Uniti venivano visti come una “minaccia” e che il divieto è ancora in vigore solo in una decina di Paesi nel mondo e gli Usa sono uno di questi. “Se vogliamo essere leader mondiali nella lotta all’Hiv/Aids, abbiamo bisogno di agire così” senza “marchiare” le persone affette dal virus, ha avvertito Obama.

Il divieto prevedeva che un malato di Aids che avesse voluto entrare negli Stati Uniti avrebbe dovuto richiedere un visto, allegando una lettera del proprio medico, una scheda sulla motivazione del viaggio, un’assicurazione sanitaria e un contratto di lavoro nel Paese di origine. Questo, secondo un’inchiesta pubblicata nel 2007 dal quotidiano britannico “Times”, faceva sì che i sieropositivi entrassero negli Usa “illegalmente”, con il rischio di essere accusati di immigrazione clandestina.

Fonte: TGCom.

RedRibbon

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Russia: verso il ripristino della pena di morte?

La Russia potrebbe tornare alla pena di morte. La Corte Costituzionale sta valutando il ripristino del patibolo, con la possibilità della reintroduzione da gennaio 2010. Scadrebbe così la moratoria sulla pena capitale attualmente in vigore. La notizia ha provocato una accesa discussione nel Paese. In ogni caso Mosca per aderire al Consiglio d’Europa ha firmato la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Tuttavia, il protocollo numero 6, relativo all’abolizione della pena di morte, non è stato ratificato. L’ultima volta che è stata comminata la pena capitale in Russia, è stato nel settembre 1996, a Mosca. Poi l’allora leader del Cremlino Boris Yeltsin ha firmato un decreto “per la riduzione graduale della pena di morte”. Successivamente era stata introdotta la moratoria dalla Corte Costituzionale il 2 febbraio 1999. La ragione principale per la moratoria era stata l’assenza di una giuria in molti tribunali.

Oggi, l’unica zona in cui non c’è giuria è la Cecenia, ma ci sono piani per reintrodurre tale istituto anche nella repubblica caucasica con effetto dal prossimo primo gennaio. In base alle previsioni del regolatore, ogni persona accusata di un reato particolarmente grave, per il quale è prevista la pena di morte, potrà beneficiare di un’audizione davanti a una giuria.

Ora secondo il primo vice presidente del Comitato per la sicurezza della Duma, Mikhail Grishankov, il problema non è tanto legale, quanto politico: “Un sufficiente numero di nostri concittadini sostiene la necessità di applicare la pena di morte. Mentre ci sono avvocati che ritengono la pena di morte incapace di fermare il problema della criminalità. Si tratta di una questione di consenso sociale e di soluzioni politiche”. Ma la reintroduzione della pena capitale di fatto comporterebbe un passo indietro sui diritti umani della Russia e porrebbe un grosso punto interrogativo sulla presidenza Medvedev e sulla reale volontà di difendere lo stato di diritto.

In passato la possibilità di sospendere la moratoria era stata considerata soltanto nel 2006, durante il processo al membro superstite del commando che aveva preso in ostaggio un’intera scuola a Beslan, Nurpashi Kulayev. Allora la pena di morte venne commutata in ergastolo. Ma il processo ha provocato un dibattito molto profondo nella società russa circa la revoca della moratoria. Finché non intervenne l’allora presidente Vladimir Putin, ribadendo che la moratoria non si toccava.

Fonte: TGCom.

Boia_Fragile

Opera dell’artista Marco Abbenda.

Albania: “Eagle Claws 09”

Dal 14 al 28 ottobre 2009 si è svolta in Albania, presso il poligono di Jube (Durazzo), l’attività addestrativa congiunta denominata “Eagle Claws 09”, che ha visto la partecipazione di una unità italiana a livello compagnia inquadrata nel 2° Battaglione di Fanteria della Brigata di Reazione Rapida albanese.

Il 2° Battaglione di Fanteria albanese è l’unità di punta della propria Forza Armata in quanto valutato e totalmente integrato nella NATO secondo i criteri dell’OCC E&F (Operational Capabilities Concept Evaluation and Feedback) per il quale la D.I.E. (Delegazione Italiana Esperti) ha fornito assistenza e supporto.

L’unità italiana, appartenente all’8° Reggimento Alpini (Brigata Julia), dotata di proprio completo sostegno logistico, si è trasferita presso l’area addestrativa ed ha realizzato una base logistica campale insieme all’unità albanese interessata.

L’attività, nuova nel suo genere, è stata patrocinata, finanziata ed assistita dalla Delegazione Italiana Esperti in Albania nell’ambito del progetto congiunto denominato “Battle Group Concept”.

L’esercitazione “Eagle Claws 09”, condotta nei giorni 25 e 26 ottobre, ha segnato il termine dell’attività. In occasione del “Distinguished Visitors Day”, sotto lo sguardo attento di Autorità militari albanesi, sono stati svolti diversi atti tattici tipici delle operazioni facenti capo al “Non-Article 5”.

L’Addetto Militare per la Difesa in Albania, Colonnello Luigi Marucci, ha espresso parole di apprezzamento per il lavoro svolto da entrambe le parti ed ha evidenziando l’importanza che attività rivestono in funzione di operazioni congiunte in Teatro.

Fonte: Ministero della Difesa.

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Conferimento della “Legion d’Honneur” al Capo di Stato Maggiore della Difesa

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Vincenzo Camporini, è stato insignito, nel pomeriggio, della più alta onorificenza attribuita dalla Repubblica Francese: la Légion d’honneur (Legion d’onore).

Tale onorificenza cavalleresca, istituita nel 1802 da Napoleone Bonaparte primo console della prima Repubblica francese, può essere concessa sia a cittadini francesi che a stranieri, per meriti straordinari in campo militare o civile.

La consegna è avvenuta da parte dell’Ambasciatore Francese in Italia, S.E. Jean Marc de la Sablière, alla presenza dell’addetto militare per la Difesa, Generale Jean Sebastien Tavernier, nella splendida cornice di Palazzo Farnese.
Nel discorso di ringraziamento il Generale Camporini ha voluto sottolineare che la scritta “Honneur et Patrie”, incisa sul distintivo della legione d’Onore, “sono valori che ogni uomo e donna, di ogni Stato, riconosce come fondamentali nella propria coscienza civica ed etica, siano essi umili cittadini o persone importanti con grandi responsabilità verso la propria comunità”.

Fonte: Ministero della Difesa.

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Iraq: attacchi dei ribelli sunniti per tenere il Paese nel caos

Siamo nel pieno della lotta per Bagdad. Sarà una battaglia lunga, aspra e sanguinosa. Questo ne è soltanto un episodio».
I due devastanti ordigni che ieri hanno scosso la capitale, frantumando tre edifici governativi assieme alle poderose barriere erette per proteggerli, non paiono cogliere di sorpresa Juan Cole, storico del Medio Oriente all’ Università del Michigan,e uno degli esperti più ascoltati quando si tratta del garbuglio iracheno. Anzi, corregge il professore, «sarebbe meglio chiamarlo il terribile movimento tellurico innescato dall’ America con il beneplacito dell’ Iran. E parlo dell’ insediamento di un potere sciita in un Paese e in una regione tradizionalmente dominati dai sunniti. Si sono rovesciati così secoli di storia araba e irachena. Pochi, perciò, sono disposti a starsene lì, fermi, a guardare».
Professore Cole, dalle bombe esplose ieri si ricavano elementi nuovi rispetto al passato. È così?
«Proprio così. Se io fossi un investigatore, comincerei con l’ analizzare gli esplosivi: sono materiali diversi, sofisticati, costosi, dotati di alte tecnologie. Questo è uno sviluppo importante».
Ce lo spieghi.
«Vede, fino all’ inizio dell’ estate, i guerriglieri impiegavano vecchie armi recuperate dai depositi del Ba’ ath. Adesso, invece, l’ arsenale viene rifornito dall’ esterno».
Da chi?
«Individuare un Paese in particolare è fuori luogo. Basti dire che più d’ uno ha interesse a farlo, a impedire che a Bagdad s’ insedi un governo retto in gran parte da partiti religiosi e per di più sciiti».
Dunque la sua pista porta ai sunniti? alla maggior parte delle nazioni confinanti con l’ Iraq?
«Certo il progetto condiviso, seppure tacitamente, da Stati Uniti e Iran, è avversato dai nazionalisti sunniti. Osservi bene: tutti i ministeri colpiti sono stati assegnati in premio a chi sostiene il governo: al Consiglio supremo islamico, vicino agli ayatollah iraniani; o al Dawa, altrettanto sciita, del premier al-Maliki».
Le sue previsioni, professore, tendono al cupo?
«L’ Iraq è una faglia fondamentale tra il mondo sunnita e sciita. Gli scienziati a volte iniettano lubrificanti nei segmenti per impedire sismi devastanti, innescandone altri di minore intensità. Il fattoè questo: l’ America ha sbagliato dosi, troppo massicce. Non aspettatevi pace sociale in Iraq per lungo, lungo tempo».

Fonte: La Repubblica.

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L’Aja: rinviato il processo a Karadzic

Quattordici anni dopo la fine della guerra di Bosnia, si apre di fronte al Tpi dell’Aja (Tribunale penale internazionale Onu per i crimini di guerra) il processo per genocidio all’ex leader politico dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, che ha già annunciato il boicottaggio.
I giudici del Tpi hanno aggiornato a domani la seduta del processo dando all’imputato 24 ore di tempo per decidere se presentarsi o continuare a disertare l’udienza.

Il giudice ha detto che domani, anche in sua assenza, saranno letti i capi d’accusa. Karadzic, 64 anni, che si difende da solo, aveva annunciato mercoledì di non essere “pronto”.

I giudici sono il sudcoreano O-Gon Kwon, il britannico Howard Morrison e Melville Baird, di Trinidad e Tobago. Karadzic è accusato di essere il cervello della guerra di Bosnia (1992-1995), che ha provocato 100.000 morti e 2,2 milioni di sfollati, per aver tentato di estromettere i musulmani e croati dai territori della Bosnia ambiti dai serbi. Si è dichiarato non colpevole.
Tra i capi di imputazione ce ne sono due per genocidio, in occasione dei primi mesi della guerra e per il massacro di oltre 7.000 uomini a Srebrenica (est della Bosnia) nel luglio 1995.

Deve inoltre rispondere di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, distruzione, omicidi, torture, violenze sessuali commesse in diciannove municipi bosniaci, a Srebrenica e durante l’assedio di Sarajevo, durante il quale morirono 10.000 persone.

Karadzic, arrestato nel luglio 2008 a Belgrado dopo tredici anni di latitanza, è il responsabile del conflitto bosniaco di più alto grado a essere giudicato dal Tpi.
Il suo ex alleato, il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, morì all’Aja prima della fine del suo processo nel marzo 2006. Il suo alter ego militare, il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, è ancora latitante.

L’assenza di Karadzic ha messo i giudici davanti ad una scelta difficile. Perché non vi sono, spiegano i giuristi della Corte, regole per affrontare una tale circostanza. Vi sono stati, in passato, altri casi simili. L’ultranazionalista serbo Vojislav Seselj e il capo dei servizi segreti Jovica Stanisic non si presentarono, avanzando motivi di salute, che quindi rientra nelle procedure previste.
L’assenza “ingiustificata” di Karadzic è quindi una novità per la Corte dell’Aja.

Fonte: TGCom.

Karadzic

I cani sciolti possono essere anche più pericolosi

Terrorismo fai da te.
Questo è quello che parrebbe e a prima vista, dopo una superficiale analisi degli eventi di Milano.

Quello che pare evidente è che comunque nel nostro Paese, in alcune minuscole realtà del mondo islamico, vi sia un forte malessere nei confronti dell’Italia.
Tornando all’attentato di l’altro ieri, malgrado il numero delle persone coinvolte sia aumentato dall’attentatore a due suoi fiancheggiatori, non pare che l’attentato cambi la sostanza dell’evento.
Quello che distingue una cellula integrata in un panorama jihadista da un gruppo di pseudo-terroristi “fatti in casa” non è certo la mera capacità offensiva.

Anche Tim McVeigh, pur operando da solo, fece ad Oklahoma City centinaia di morti.
I terroristi stand-alone sono quindi certamente assai pericolosi, ma non rappresentano il core, l’essenza, del problema. Quello che distingue l’organizzazione da un gruppo isolato di soggetti è la capacità della prima di avviare un complesso e costruttivo dialogo politico con altre realtà similari.
In parole chiare se vuoi fare parte di un movimento radicale hai necessità di accreditarti e di accreditare. Questo significa che le diverse cellule, pur essendo essenzialmente indipendenti, vivono comunque non per colpire obiettivi civili o militari, ma, piuttosto, per divenire parte integrata e riconosciuta di un mosaico salafita.

Al fine di realizzare questa progettualità le diverse entità hanno la necessità di comunicare tra di loro.
Internet, cellulari, lettere, sono solo strumenti, il fine è la costruzione di una solida alleanza transnazionale.
La comunicazione è il loro punto debole, chiunque voglia portare all’esterno di una realtà chiusa le proprie idee trasforma la propria organizzazione, magari non volutamente, in una realtà porosa e vulnerabile alla penetrazione da parte degli organi di intelligence e di polizia.
I tre soggetti implicati nell’attentato di Milano parrebbero più ascrivibili a uno scenario di terrorismo auto referenziato, non integrato in solide realtà, comunque presenti sul nostro territorio, ma piuttosto in una sorta di spontaneismo armato che spesso ha nella frustrazione e nella difficoltà, o impossibilità, all’integrazione, il detonatore delle proprie azioni.

Per questo, senza volere fare i «santini» di nessuno, rileviamo come nell’arco di pochissime ore le forze dell’ordine abbiano individuato i complici.
Questo è stato realizzato perché finalmente in Italia, cosa peraltro non ancora realizzata in molti altri paesi europei, la cooperazione anti-terrorismo tra tutti i soggetti interessati, servizi di intelligence, strutture di sicurezza e forze di polizia, funziona.
Funziona davvero.
L’information sharing e le piattaforme di dialogo comuni hanno permesso di poter continuare ad avere quel quadro sostanzialmente chiaro della minaccia salafita in Italia.
Ma ricordiamoci.
Un po’ di fortuna non guasta mai.

Fonte: Andrea Margelletti per “Il Tempo” .

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