La fine delle buone maniere

Pensare che un volume di trecento pagine romanzate sia in grado di farci conoscere un popolo ed un’intera nazione è un’idea alquanto pretenziosa. Per il lettore quanto per l’autore.
Francesca Marciano ci propone una visione dell’Afghanistan davvero particolare.
Sceneggiatrice e scrittrice poliedrica, fa intraprendere un viaggio che pare infinito.
Un percorso denso e appiccicoso, dove anche solo un respiro sbagliato può cambiare le sorti di una vita.

Maria è una fotoreporter italo-irlandese.
Dopo una depressione che sembrava inarrestabile torna dietro l’obiettivo, ma questa volta si limita ad immortalare portate d’alta cucina per delle riviste di settore. Non voleva più lavorare in strada, a rincorrere lo scatto unico e s’impatto: sentiva il bisogno di uno spazio chiuso, ovattato, dove cercare la foto perfetta.
Come finisce in Afghanistan?
Per un intreccio di telefonate, messaggi in segreteria ed sms: non vi anticipo nulla. Sarebbe come togliervi l’ultima forchettata di pasta dal piatto.
Carezzevole il ritratto del padre vedovo, anziano professore di Lettere in pensione: appena informato si è messo al pc, scaricando per la figlia tutto il materiale che era riuscito a trovare sulla nazione, sulla Storia antica e contemporanea, scendendo via via in nozioni più tecniche (dall’antropologia spicciola agli equipaggiamenti delle Forze Militari stanziate) ed utili per affrontare la città di Kabul con almeno un minimo di preparazione teorica.
Non è mai stata in zone di guerra: per questo viene spedita a Londra. Corso intensivo di una settimana dove cercare di ricordare pagine e pagine di appunti sui vari tipi di armi, le nozioni di pronto soccorso e, forse la parte più importante, gestire la propria emotività. Il tutto condito da un ambiente più che ostile, dove a durissima prova viene messa la resistenza psicologica prima di quella fisica.
E poi via, quasi senza il tempo di pensare.

Imo, giornalista e reporter esperta e che sembra invincibile. Impossibile non riconoscerla: già da lontano il suo profumo speziato dice molto di lei. Sudamericana, adottata bambina da un’eccentrica coppia londinese, passa da un continente all’altro con la stessa scioltezza che la fa parlare in cinque lingue diverse. Sua appendice: il telefono cellulare.
Si incrociano a Londra grazie a Pierre, il direttore dell’agenzia per la quale lavora Maria.
Ed Imo vuole lei: le è bastato vedere una delle sue fotografie, la più famosa.

Il reportage che devono realizzare per l’allegato domenicale del “The Observer” è delicato: riuscire a fotografare lo strazio delle ragazze afghane che, soprattutto nelle zone rurali, si suicidano piuttosto di essere costrette ad un matrimonio combinato con uomini di un‘età tre volte superiore alla loro, quasi sempre violenti.

L’arrivo a Kabul non è dei migliori.
Ma è forse qui che troviamo la descrizione più vera del paesaggio, del cielo che si apre fino a diventare turchese, delle case e dei palazzi crivellati dai colpi (e non si capisce se siano di questa guerra o di quella degli anni Ottanta), i colori delle montagnole di cibo venduto sulle strade.
Ma quello che stupisce di più la fotografa è la continua operosità delle persone che vede dal finestrino della sua macchina. Piuttosto della vita di un paese colpito a morte aveva davanti agli occhi un soffio vitale che cocciutamente si aggrappa ogni giorno alla pietra più alta per riemergere dalla gola dov’è stata fatta scivolare.
Un esempio di questo ritorno alla vita è il loro autista, Hanif. Interprete ed accompagnatore discreto ma gioviale al tempo stesso. Lavora con loro tutto il giorno, mentre la sera presenta il primo gioco a premi della tv nel periodo del dopoguerra.
Essere accompagnati da questa sorta di celebrità è un piccolo vantaggio per le due donne: spesso i controlli ed i posti di blocco si risolvono con una fotografia degli uomini armati insieme ad il loro idolo.
Gli uomini in fotografia.
Sono decisamente attratti dal farsi immortalare, soprattutto perché con una macchina digitale possono vedere subito lo scatto sul piccolo display.
Maria ed Imo però non vogliono questo genere di ritratti.
E lottano contro l’ottusità delle donne che reggono le strutture di protezione dove sono ricoverate le ragazze che non sono morte per il tentato suicidio.
Si potrebbe scattare al volo una fotografia a Zuleya, una ragazza diciassettenne inchiodata a letto dopo aver tentato di darsi fuoco. Il dito esita: che diritto hanno per “violentare” una donna inerme?
Ma, prima di tutto, lottano contro una legge non scritta, che è diventata prima tradizione poi regola: nessuna donna deve essere fotografata in viso.
Il motivo, poetico ma borioso al tempo stesso, è spiegato da Malik: una sorta di capotribù di un paesucolo arroccato sulle montagne dell’Hindukush, lo stesso da dove proviene Zuleya.
Le due protagoniste restano della loro opinione:
“Siamo venute fin qui perché vogliamo portare nel mio Paese non solo la loro voce ma anche il loro volto, perché non siano più solo dei fantasmi ma delle persone vere. Digli che se le donne afghane resteranno nascoste ancora dietro il velo saranno sempre e solo dei fantasmi, ed i fantasmi non esistono…” .
Poi succede qualcosa che scatena due domande: tutto questo accanimento per le fotografie servirà per un ottimo articolo ed uno splendido reportage, ma a queste donne sarà utile?
E se un afghano che lavora a Londra leggendo distrattamente il giornale ne riconoscesse qualcuna, saranno ancora al sicuro?

Qui il mio racconto si ferma.
Lascio a voi il gusto di scoprire come sia andato il loro viaggio di lavoro.

E’ un libro che si legge velocemente, per un motivo semplice: ad ogni pagina i pensieri ed i visi mutano, si accavallano, a volte si compenetrano.
Il lettore è così strascinato dalla curiosità di scoprire situazioni e sentimenti nuovi direttamente dagli occhi e dall’obiettivo di Maria: le sue paure, la sorpresa e lo strazio sono resi come se si corresse lungo le scale, col respiro corto ed il cuore in gola.
Si fermerà solo un attimo, per reggere la mano, ormai esangue, alla terza donna più importante di tutto il romanzo.
Poi, lo spalancare gli occhi. Il capire che la ricerca spasmodica di volti non aveva permesso loro di vedere le altre tragedie che costellano la vita quotidiana di questo popolo.

Questa avventura è stata pubblicata nel 2007.
“Era una dimensione nella quale non esistevano più regole, dove era impossibile prevedere cosa sarebbe accaduto nei prossimi dieci secondi. Sentivo quest’odore come un animale percepisce la paura nella gente che gli sta intorno. No, niente di ciò che vedevo mi faceva pensare alla pace per le strade di Kabul” .
L’Afghanistan da allora ha conosciuto piccoli miglioramenti. Il lavoro sarà ancora lungo.
In questi giorni si è parlato molto delle “missioni di Pace”
.
Termine inesatto, troppo spesso abusato dai politici e dai giornalisti, complice di fornire una visione distorta di cosa veramente si stia cercando di ottenere in questo Paese.
Sono missioni di stabilizzazione post-conflitto. Periodo nel quale Stato e popolazione sono in una fase delicatissima di transizione verso la democrazia.
Affinché i fantasmi non esistano più.
Davvero.

Francesca Marciano, La fine delle buone maniere, casa editrice TEA, 230 pagg. .

Finebuonemaniere

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