Archivi del mese: novembre 2009

Bin Laden: nel 2001 Usa a un passo dalla cattura.

Nel dicembre del 2001, Osama Bin Laden era accerchiato e le truppe americane vicine alle sua cattura. Il numero uno di Al Qaeda si trovava a Tora Bora, in Afghanistan, ma i vertici militari presero la decisione di non attaccare il suo rifugio con tutte le forze a disposizione. È quanto si legge in un rapporto del Senato degli Stati Uniti che imputa all’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e all’ex comandante del Centcom, Tommy Franks, una decisione dalle conseguenze disastrose, con il riemergere dei talebani e con la Nato impantanata in Afghanistan dopo otto anni di guerra.

LE CONSEGUENZE DELLA MANCATA CATTURA
Nell’introduzione del rapporto che sarà pubblicato lunedì, proprio alla vigilia dell’annuncio del presidente degli Stati Uniti Barack Obama sul «surge» necessario per «finire il lavoro» contro i talebani ed Al Qaeda, John Kerry, presidente della commissione Esteri del Senato, scrive: «Quando siamo andati in guerra meno di un mese dopo gli attacchi dell’11 settembre, l’obiettivo era quello di distruggere Al Qaeda e uccidere o catturare il suo leader, Osama Bin Laden e altri importanti personaggi. La nostra incapacità di concludere il lavoro alla fine del 2001 ha contribuito al conflitto di oggi che mette a rischio non solo le nostre truppe e quelle dei nostri alleati, ma la stabilità di una regione cruciale e instabile».

LE ACCUSE
Ancora, il rapporto commissionato dal senatore Kerry, ex candidato democratico alla Casa Bianca nel 2004 contro George W. Bush e intitolato «Tora Bora rivista: come abbiamo fallito nel prendere Bin Laden e perché questo importa oggi» denuncia: «Rimuovere il leader di Al Qaeda dal campo di battaglia otto anni fa non avrebbe eliminato la minaccia estremista nel mondo. Ma le decisioni che hanno aperto la porta alla sua fuga in Pakistan hanno permesso a Bin Laden di emergere come potente figura simbolica che continua ad attrarre flussi costanti di denaro e ad ispirare fanatici nel mondo. Il fallimento nel completare il lavoro rappresenta un’opportunità persa che ha alterato per sempre il corso del conflitto in Afghanistan e il futuro del terrorismo internazionale». Il documento – basato anche su dati non classificati del governo e su interviste con partecipanti all’operazione – sostiene con certezza che il leader di Al Qaeda si nascondeva tra le montagne di Tora Bora in un momento in cui gli Stati Uniti avevano i mezzi più che sufficienti per dare avvio a un’operazione rapida con migliaia di uomini. «Osama Bin Laden era a portata di mano a Tora Bora – si legge nel rapporto – Accerchiato in uno dei posti più impervi della terra, lui e centinaia dei suoi uomini resistettero instancabilmente ai bombardamenti americani, quasi a 100 raid al giorno». Il leader di Al Qaeda «si aspettava di morire – rivela ancora il dossier – Le sue ultime volontá e il suo testamento scritti il 14 dicembre riflettevano il suo fatalismo. Diede istruzioni alle moglie di non risposarsi e chiedere scusa ai suoi figli per essersi dedicato al jihad».

Fonte: Corriere della Sera.

Annunci

I dirigenti palestinesi minacciano di rinnovare la lotta armata e di lanciare la terza Intifada.

Dopo che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas è riuscito nel considerevole impegno di convocare il sesto congresso generale di Fatah, guadagnandosi la fiducia del movimento, e rafforzando con questo la sua posizione, ha adesso ricevuto tre significativi colpi: la campagna di denigrazione di Hamas contro di lui dopo il ritardo dell’ONU nel votare il rapporto Goldstone; il rifiuto di Hamas di firmare un patto di riconciliazione al Cairo; ed il rifiuto statunitense alla sua richiesta di congelare gli insediamenti come pre-condizione per riprendere i negoziati con Israele. Questi colpi sono forse la ragione per la quale ha annunciato che non si candiderà alle prossime elezioni palestinesi, fissate per il Gennaio 2010. Il suo annuncio potrebbe anche essere un tentativo per spingere gli USA ed Israele a modificare le loro posizioni.
Dopo questi accadimenti, alcuni dirigenti di Fatah e dell’Autorità Palestinese hanno iniziato a fare discorsi minacciosi ed a sottolineare le alternative ai negoziati con Israele, incluso l’opzione di rinnovare la lotta armata e di lanciare la terza Intifada, qualora fallisse l’opzione del negoziato.
Qui di seguito presentiamo alcuni brani tratti da varie dichiarazioni di responsabili palestinesi e tratte dalla stampa palestinese.

Tutte le forme di lotta sono possibili
Nabil Sha’ath, membro del comitato centrale di Fatah, ha detto in un’intervista: “Oggi, abbiamo il diritto di tornare alla lotta armata per ripristinare i nostri diritti. Per 18 anni abbiamo tentato di negoziare, ma Israele ha continuato la sua aggressione, distruzione, massacri e [costruzione di] insediamenti. Oggi, abbiamo il diritto di ritornare a soluzioni alternative… se il negoziato fallisce, torneremo alla lotta armata. Questo, come ho detto, è un nostro diritto… La legge internazionale stabilisce che quando una forza d’occupazione si impadronisce della terra di qualcuno e porta nocumento al suo onore, si ha il diritto di ricorrere alla lotta armata.
Muhammad Dahlan, membro del comitato centrale di Fatah, ha detto che qualora l’Autorità Palestinese non riuscisse ad ottenere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che approvi la creazione di uno stato palestinese indipendente, il comitato centrale e la commissione esecutiva del PLO avrebbero molte idee e proposte alternative, in aggiunta all’adozione di una resistenza diffusa contro gli insediamenti, il muro di separazione, e l’occupazione. Ha detto: “Siamo stanchi dell’occupazione ed abbiamo un diritto naturale e legittimo di opporci a questa con tutti i mezzi legali sanciti dalle leggi internazionali e dalle risoluzioni dell’ONU.”
Lo stesso Mahmoud Abbas ha parlato a favore della resistenza armata durante una manifestazione in occasione del quinto anniversario della morte di Yasser Arafat: “Continueremo la lunga ed estenuante lotta che è stata piena di sangue, sudore e lacrime. La strada che stiamo oggi percorrendo è ancorata su una nobile eredità di lotta che stata condotta da mani coraggiose e da menti illuminate e su un pensiero nazionale basato su una lunga esperienza. Noi abbiamo combinato la lotta armata con l’attività politica. Le nostre armi non erano quelle di briganti di strada. Erano armi politiche che perseguivano un nobile scopo.”

L’opzione della lotta armata non è stata eliminata
Amin Maqboul, segretario generale del consiglio rivoluzionario di Fatah, ha detto che il confronto con Israele “include chiaramente [l’opzione del] conflitto armato. Questa opzione non è stata eliminata; è stata approvata nel sesto congresso generale [di Fatah] ed è una delle nostre opzioni.”
Marwan Al-Barghouthi, membro del comitato centrale di Fatah e che si trova in prigione in Israele, ha detto: “Sono sempre stato a favore di combinare in maniera creativa i negoziati con la resistenza e l’attivismo, politico, diplomatico e popolare. Ho sempre messo in guardia contro il contare esclusivamente sui negoziati, ma qualcuno lo ha scoperto tardi.”
Hafez Al-Barghouthi, direttore del quotidiano dell’Autorità Palestinese Al-Hayat Al-Jadida, ha scritto: “Dobbiamo portare la situazione ad un punto di non ritorno: o otteniamo uno stato pienamente sovrano dentro i confini del 4 Giugno 1968, o arriverà il diluvio…
“Il popolo palestinese non consentirà che la sua tragedia si ripeta di nuovo senza reazione. Se deve scegliere fra una morte rapida ed una lenta, sceglierà la strada più corta e metterà la terra a fuoco in ogni dove.
“Non dobbiamo niente a nessuno. Al contrario, sono gli altri a doverci un grande debito. Se le strade della pace sono bloccate dagli insediamenti e dalle cospirazioni internazionali, ci trasformeremo in esmpi di sacrificio… Quando non avremo più niente da perdere, saranno [gli israeliani] a perdere….”
Il 15 Novembre 2009, nell’anniversario della dichiarazione di indipendenza di Arafat del 1988, i bracci militari di Hamas hanno rilasciato un comunicato, che è stato messo in rete sul sito web del PLO http://www.suqoor.com. In questo, hanno promesso che continueranno la resistenza: “Sottolineiamo il pieno e legittimo diritto a resistere e difendere il nostro popolo palestinese. Condanniamo anche le attività di Hamas, che scandisce slogan di lodi alla resistenza ma che in effetti la impedisce.”
Un membro della commissione centrale di Fatah ha dichiarato al quotidiano qatariota Al-Arab: “Il movimento di Fatah ha preso la decisione di lanciare la terza intifada nella Cisgiordania in risposta alla caparbia di Israele ed al fallimento del processo politico e questa decisione à stata approvata dal sesto congresso di Fatah… La terza Intifada sarà più intensa delle precedenti e sarà ristretta alla resistenza popolare senza uso di armi da fuoco.”
Ha aggiunto che la tattica sarà basata sul circondare gli insediamenti ebraici con migliaia di palestinesi e che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas è stato d’accordo sulla decisione di Fatah che questa Intifada non abbia natura militare.

Fonte: MEMRI.

Questione palestinese: verso il tramonto o verso l’esplosione?

Si è assistito nei giorni scorsi agli ultimi episodi che sanciscono definitivamente il totale stallo dei tentativi di riavviare un negoziato fra israeliani e palestinesi.
L’annuncio della decisione israeliana di costruire 900 abitazioni nel quartiere di Gilo, una zona di Gerusalemme edificata al di fuori dei confini del 1967 (dunque in Cisgiordania), è giunta la scorsa settimana, pochi giorni dopo il varo di un piano palestinese volto a cercare il riconoscimento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a una dichiarazione unilaterale di indipendenza, la quale dovrebbe istituire uno stato palestinese entro i territori occupati da Israele nel 1967.
Entrambe queste notizie confermano – se ancora ce ne fosse bisogno – che il tentativo negoziale avviato dal presidente americano Obama all’indomani del suo insediamento alla Casa Bianca è definitivamente fallito, e che ciascuna delle parti direttamente coinvolte nel pluridecennale conflitto israelo-palestinese ormai agisce per proprio conto, nell’ambito delle possibilità che le sono concesse.
Il dato assolutamente sconsolante è che l’amministrazione Obama è riuscita ad inimicarsi in egual misura la leadership israeliana e quella palestinese. Gli indici di gradimento del presidente americano fra la popolazione israeliana sono a livelli bassissimi. Egli non è riuscito a guadagnarsi la fiducia della classe politica di Israele , e, avendo ritirato la richiesta di un totale congelamento degli insediamenti in Cisgiordania, lungi dal rimediare a questa assenza di fiducia, ha semplicemente convinto gli israeliani della debolezza dell’attuale amministrazione americana.
Washington ha mostrato freddezza di fronte all’iniziativa palestinese volta a chiedere all’ONU il riconoscimento di una dichiarazione di indipendenza unilaterale, ventilando anche la possibilità di imporre il veto americano al Consiglio di Sicurezza se i palestinesi dovessero andare avanti con il loro tentativo.
Sull’altro fronte, la condanna americana del piano israeliano di costruire 900 unità abitative nell’insediamento di Gilo, ritenuto dallo stato ebraico parte integrante di Gerusalemme (che Netanyahu ha affermato di considerare al di fuori dai negoziati), ha suscitato le dure reazioni della stampa di Israele.“L’America parla arabo”, titolava un articolo apparso su “Ynet”, la versione online del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, condannando la decisione di Washington di considerare il quartiere di Gilo “alla stessa stregua degli insediamenti in Cisgiordania”.
Il nodo di questa disputa è tutto racchiuso nello status di Gerusalemme.
Secondo il governo israeliano, l’appartenenza di Gerusalemme “unificata” allo stato di Israele non è negoziabile, e tutti quei quartieri che lo stato ebraico considera appartenenti alla giurisdizione della città non possono essere considerati come “colonie” alla stregua di quelle presenti in Cisgiordania. Anche se sono stati costruiti al di là dei confini del 1967, secondo gli israeliani tali quartieri sono parte integrante di Israele. Questi quartieri sono il risultato di una confisca territoriale compiuta all’indomani della guerra del 1967, che aveva come scopo quello di garantire la superiorità demografica ebraica nell’area di Gerusalemme, e di spezzare la contiguità geografica delle comunità arabe con l’area metropolitana della città. Tale decisione non fu mai riconosciuta a livello internazionale. Ma la volontà del governo israeliano di tenere Gerusalemme fuori dai negoziati non è l’unico ostacolo (anche se è uno fra i più significativi) che si frappone alla ripresa del processo di pace ed al raggiungimento di un accordo finale. Un altro problema è certamente rappresentato dalla volontà della maggior parte della classe politica israeliana di non rinunciare ai principali blocchi di insediamenti in Cisgiordania.
Tuttavia, al di là di questi elementi, vi è certamente un dato di fondo che forse ancor di più preclude la possibilità di riaprire un negoziato, e che è oggetto di discussione e di dibattito sia sulla stampa internazionale che su quella israeliana: si tratta di quella che alcuni commentatori hanno definito “la fosca visione del mondo da parte di Israele”, e che un editorialista israeliano come Eitan Haber ha invece descritto come l’ineluttabilità di dover “fronteggiare un mondo ingiusto”.
Obama non è il solo a non godere della fiducia degli israeliani. All’interno di Israele vi è sfiducia e diffidenza anche nei confronti dell’Unione Europea, da alcuni considerata troppo influenzabile dalle minoranze islamiche presenti al suo interno. Va detto che il ruolo dell’UE nella questione israelo-palestinese è stato pressoché irrilevante negli ultimi anni, ma questo fatto è ugualmente lamentato dai palestinesi, i quali certamente non riescono a capire in che cosa la supposta influenza delle minoranze islamiche in Europa possa averli avvantaggiati.
Anche il rapporto Goldstone sui presunti crimini di guerra commessi da Israele a Gaza è stato in gran parte visto dagli israeliani come un’ulteriore dimostrazione del fatto che essi sono costretti a vivere in un mondo ingiusto e ostile, e non come una logica conseguenza dell’uccisione di 1.400 palestinesi, in gran parte civili, a Gaza.
A rafforzare ulteriormente la sensazione di solitudine di Israele vi sono state le recenti tensioni fra Gerusalemme ed Ankara, rafforzate poche settimane fa da alcune infelici dichiarazioni del primo ministro turco Erdogan, che hanno spinto alcuni commentatori israeliani addirittura a paventare, con una buona dose di esagerazione, un’imminente adesione della Turchia all’alleanza guidata dall’Iran.
Ma, soprattutto, in Israele è fortemente diffusa la convinzione che siano gli arabi stessi a non volere la pace, e a non volere la soluzione dei due stati. Questa convinzione, purtroppo, non tiene conto di molti fattori. La stessa iniziativa palestinese di questi giorni, che punta a giungere a una dichiarazione unilaterale di indipendenza di uno stato palestinese entro i territori occupati nel 1967, è un’ulteriore dimostrazione del fatto che l’orizzonte entro il quale si muovono gli sforzi politici dei palestinesi è proprio quello dei due stati.A chi obietta che l’ANP non sarebbe rappresentativa della volontà del popolo palestinese va ricordato che lo stesso Hamas in più di un’occasione ha implicitamente affermato di puntare a uno stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza, cioè entro i territori occupati nel 1967. Va anche ricordato che, se l’ANP non è rappresentativa del popolo palestinese, d’altra parte non lo è neanche Hamas.
La popolazione palestinese è stanca e prostrata da decenni di lutti e sofferenze, e i suoi obiettivi si riducono in gran parte alla necessità di far fronte alle difficoltà della vita quotidiana, ai problemi della povertà e della disoccupazione. Tali obiettivi non contemplano certamente l’ambizione di creare una grande Palestina “dal mare al fiume”, cancellando lo stato di Israele.Lo dimostra anche il dibattito che in questi giorni sembra prevalere in Cisgiordania, perfino tra la gente comune, in merito alla questione del diritto al ritorno dei profughi. Quello del diritto al ritorno è certamente uno dei temi più spinosi che dovranno essere affrontati in un eventuale negoziato di pace, ed è convinzione della maggioranza degli osservatori che esso non potrà essere applicato in maniera letterale, se si vuole avere una speranza di giungere alla pace.
Tuttavia questo non significa che il problema dei profughi dovrà essere semplicemente lasciato cadere.
Quella dei rifugiati (non solo palestinesi) in Medio Oriente è una delle questioni più drammatiche nella regione, e non potrà non essere affrontata, se si vuole ottenere una pace complessiva. Per quanto riguarda i profughi palestinesi, una soluzione di tale questione dovrà quantomeno prevedere il ritorno di una piccola parte di essi in Israele, di una parte più consistente all’interno del nuovo stato palestinese, e l’integrazione della quota rimanente nei paesi arabi ospitanti, attraverso forme di compensazione, progetti di inserimento nella società, e consistenti aiuti ai paesi che si assumeranno l’onere di assorbire una volta per tutte questa quota di palestinesi.
Tutto questo, evidentemente, non potrà realizzarsi senza uno sforzo complessivo di tutta la comunità internazionale, e senza notevoli concessioni da parte dei paesi arabi interessati.
Ma il fatto stesso che in Cisgiordania esista un dibattito, per quanto controverso, sulla questione dei profughi dimostra che anche fra i palestinesi sta emergendo una consapevolezza sul fatto che una soluzione a questo problema non potrà che essere multidimensionale e composita.
Vi è poi un altro elemento che viene sottovalutato da coloro che all’interno di Israele sono convinti che gli arabi non vogliano la soluzione dei due stati. I cosiddetti regimi arabi “moderati” hanno bisogno di risolvere la questione palestinese, perché il protrarsi della tragedia palestinese, e la loro incapacità di porvi rimedio, rappresentano un potente fattore di delegittimazione per tali regimi, un grave fattore di destabilizzazione per le società da essi governate, e una pericolosa arma in mano alle opposizioni a cui essi non vogliono dar voce.
Per queste ragioni, e per le altre sopra elencate, la soluzione dei due stati sarebbe ben accolta dalla maggioranza degli arabi. Questo però è vero se per “soluzione dei due stati” si intende una soluzione che preveda uno stato palestinese istituito sulla totalità dei territori occupati nel 1967, con Gerusalemme Est come capitale. Se invece come stato palestinese si prevede uno stato senza Gerusalemme Est, uno stato privato di quella porzione di territorio su cui sorgono i principali blocchi di insediamenti israeliani e di quelle zone di cui Israele vuole mantenere il controllo per ragioni di “sicurezza”, uno stato smilitarizzato e depauperato della gran parte delle sue risorse idriche, è evidente che esso non potrà essere accettato da nessun leader palestinese o arabo, per la semplice ragione che uno stato di questo genere non sarebbe realmente indipendente né in grado di sopravvivere.
Tuttavia sembra essere questa l’unica ipotesi sulla quale l’attuale governo israeliano è disposto a trattare, ed è evidente che Abu Mazen non potrà mai impegnarsi in un negoziato su queste basi, se non vorrà perdere definitivamente la propria credibilità di fronte al suo popolo.
Alla luce di questi dati, e della totale sfiducia che la maggioranza della popolazione israeliana sembra nutrire nelle prospettive di un processo di pace, ed anche tenuto conto dell’apparente esaurimento delle opzioni diplomatiche americane, e del relativo disinteresse che, secondo alcuni, sembra farsi strada perfino nel mondo arabo nei confronti della questione palestinese, quest’ultima pare destinata ad entrare in un nuovo tunnel di oblio e di dimenticanza.
La determinazione con cui la leadership israeliana è intenzionata a mantenere lo status quo, l’assenza di una leadership palestinese, e la mancanza di iniziative diplomatiche credibili a livello internazionale, sembrano tutte convergere verso lo scenario di un “congelamento” della questione palestinese.
Tuttavia numerose incognite si frappongono al mantenimento dello status quo. Se la prospettiva di una nuova Intifada, paventata da alcuni, viene ritenuta poco probabile da altri, proprio a causa dello stato di prostrazione in cui si trova il popolo palestinese, vi è un’altra possibilità che potrebbe alterare il precario equilibrio attuale: il collasso totale e lo scioglimento dell’ANP, che costringerebbe Israele ad assumersi nuovamente in pieno le responsabilità della potenza occupante, assicurando l’istruzione, la sanità, l’erogazione di acqua ed elettricità, ecc.. Si tratta di uno scenario tutt’altro che inverosimile, visto l’esaurimento delle opzioni politiche a disposizione di Abu Mazen, e soprattutto considerato il fallimento del progetto su cui egli aveva basato tutta la sua carriera politica: il progetto negoziale.Inoltre, se la Cisgiordania in questo momento sta registrando una buona crescita economica e un relativo miglioramento delle condizioni di vita, la Striscia di Gaza assediata si trova in una situazione umanitaria spaventosa. Questo assedio non potrà essere mantenuto in eterno. Gaza è letteralmente una bomba ad orologeria, destinata prima o poi ad esplodere se la situazione non cambierà.
Infine vi è un ultimo fattore che è destinato ad alterare inevitabilmente lo status quo. E’ il progetto della colonizzazione che, malgrado l’attuale promessa del governo israeliano relativa a un parziale congelamento degli insediamenti, in realtà prosegue senza sosta in Cisgiordania.La promessa di limitare le nuove costruzioni al completamento di 3.000 progetti già approvati (nel cui conto non figurano le 900 nuove abitazioni previste nell’insediamento di Gilo a Gerusalemme) in realtà è puramente nominale.
Molteplici segnali indicano che in Cisgiordania vige la completa anarchia.
Non vi sono controlli efficaci, e le abitazioni illegali nascono ovunque. E’ come se stessimo assistendo a una gara sul terreno, ha scritto un giornalista israeliano, “uno sforzo volto ad accaparrarsi quanto più possibile”. Come ha scritto Israel Harel sul Jerusalem Post, “malgrado il congelamento (incompleto) delle costruzioni negli insediamenti, circa 300.000 ebrei vivono oggi nei territori. Essi sono determinati a raggiungere ben presto il mezzo milione, e lo faranno”.
Alla luce di questi elementi, la soluzione dei due stati è già morta da tempo, ed un’altra soluzione si fa ineluttabilmente strada, anche se in Israele nessuno la vuole: quella dello stato bi-nazionale.
Con il trascorrere del tempo, questa soluzione sembra diventare sempre più inevitabile.

Fonte: Assadakah.

Libano: il nuovo Governo riconosce l’arsenale di Hezbollah.

Hezbollah, il partito-guida del blocco libanese legato a Siria e Iran, ha diritto a utilizzare il suo arsenale contro Israele in nome della “resistenza”.
Il principio, da sempre affermato dal movimento sciita, è stato riconosciuto anche dal nuovo governo di unità nazionale di Beirut, guidato dal leader filoccidentale Saad Hariri, e inserito in un documento programmatico che dovrebbe essere approvato nel corso della prossima settimana.
La bozza è stata elaborata da una apposita commissione creata in seno all’esecutivo e finalizzata dopo lunghe trattative, nonostante l’opposizione di alcuni ministri cristiani della maggioranza.
Il governo, si legge nel documento, “sulla base della sua responsabilità di salvaguardare la sovranità, l’indipendenza, l’unità e la sicurezza territoriale del Libano, ribadisce il diritto del popolo, dell’esercito e della Resistenza, di liberare e riottenere le fattorie di Shebaa, le colline di Kfar Shuba e la parte nord del villaggio di Ghajar”, ossia i territori libanesi occupati da Israele.
L’accordo raggiunto in seno alla commissione è stato accolto con favore dal primo ministro. Parlando al quotidiano as-Safir, Hariri ha sottolineato la necessità di mantenere un clima di consenso all’interno del Paese.
La resistenza – ha detto ancora Hariri – è un elemento di fatto che non si può ignorare e che ha un suo peso all’interno della società libanese.
Nel documento approvato dalla commissione si parla anche di “rafforzamento delle relazioni tra Libano e Siria, come impongono i legami storici e i mutui interessi tra i due popoli e i due Stati”.

Fonte: Osservatorio Iraq.

Il regime di Teheran sta implodendo fra esecuzioni, ostaggi e torture.

Il Presidente dell’Iraq Jalal Talabani è volato domenica a Teheran, e lunedì ha trascorso quasi tre ore in compagnia del Ministro della Giustizia iraniano Mohammed Larijani. Interpellato sulla natura del viaggio, l’Ambasciatore iraniano a Baghdad, Kazemi Qomi, ha dichiarato che Talabani necessitava di cure mediche particolari. In realtà, il Presidente iracheno ha agito da mediatore per conto degli Stati Uniti, cercando di giungere ad un accordo per il rilascio di tre giovani escursionisti americani presi in ostaggio da Teheran mesi or sono.

È molto improbabile che Talabani o chiunque altro riesca a strappare un accordo. Il regime aveva già fatto sapere al Governo americano che avrebbe rilasciato i tre ostaggi solo nell’ipotesi di uno scambio con tre disertori iraniani di altro profilo. Ma anche qualora gli Stati Uniti fossero disponibili a pagare un riscatto così elevato – ed è difficile credere che Washington lascerebbe dei suoi cittadini in balia di morte certa – servirebbe comunque l’assenso dei Paesi dove i disertori risiedono; fatto per niente scontato. In sostanza, gli sfortunati escursionisti continueranno a soffrire.

Nel frattempo, la spirale della morte che investe la Repubblica Islamica continua. C’è una serie impressionante di falliti atterraggi di aerei di proprietà o con a bordo ufficiali delle Guardie Rivoluzionarie. L’ultimo episodio riguarda un volo Teheran-Mashad, che è dovuto rientrare a Teheran e girare in tondo alla pista di volo per circa due ore bruciando carburante finché le fiamme non sono state domate. Non ci sono state vittime.

Lo stesso non si può dire nel caso di due uomini recentemente assassinati dal regime. Il più giovane si chiamava Ramin Pourandarjani, un medico venticinquenne dalla brillante carriera assicurata – si è laureato a Teheran primo della sua classe. Al momento del decesso, il 10 novembre scorso, stava lavorando nell’infame centro di detenzione di Kahrizak a Teheran, il luogo dove il regime ha praticato la tortura di massa a seguito delle proteste anti-governative di giugno. Pourandarjani aveva inizialmente rifiutato di firmare documenti dove si attestava il decesso di un dissidente per cause naturali – quando invece il giovane medico poteva osservare segni evidenti di tortura – per poi sottoscriverli solo dopo un mese di forti pressioni.

Nelle ultime settimane Pourandarjani aveva ricevuto visite da ufficiali dell’intelligence provenienti dall’ufficio della Guida Suprema Khamenei, i quali gli avevano chiesto cosa avesse visto a Kahrizak. Evidentemente aveva visto troppo. I suoi familiari sono stati chiamati e gli è stato raccontato che Ramin aveva subito un incidente stradale. Gli è stato chiesto di concedere l’autorizzazione per un intervento chirurgico, ma questi hanno rifiutato. Il giorno successivo sono stati informati che un attacco di cuore aveva stroncato Ramin, il giorno 10 novembre. Il suo corpo è stato lavato e avvolto in un lenzuolo funebre senza nessun familiare presente; dopo è stato spedito a Shiraz e lì seppellito.

Hanno cominciato a circolare quasi subito le voci di un suicidio, ma documenti recenti indicano una azione criminosa come l’ipotesi più attendibile.La vittima più vecchia si chiamava Ali Kordan, cinquantunenne, per lungo tempo uno dei membri più potenti del regime, molto vicino sia a Khamenei che al Presidente Ahmadinejad. Così come molti altri oggi al vertice dell’apparato statale, Kordan era una Guardia Rivoluzionaria dai molteplici incarichi, fino a raggiungere una breve notorietà nel 2008, quando fu nominato Ministro dell’Interno. L’iniziale opposizione alla nomina di Kordan fu sconfitta quando Khamenei spedì una lettera al Parlamento insistendo per la sua conferma, ma Kordan fu comunque costretto a dare le dimissioni in agosto dopo che emerse lo scandalo della falsificazione della sua laurea honoris causa presso l’Università di Oxford.

La AP riporta che “secondo il resoconto fornito dai giornali iraniani e dalle agenzie di stampa, Kordan è deceduto a causa di un arresto cardiaco domenica dopo settimane di trattamenti per problemi a polmoni e pancreas”, mentre Wikipedia ci dice che “Kordan è morto di mieloma multiplo all’ospedale Masihe Daneshvari di Teheran il 22 novembre. Soffriva inoltre di influenza nonché di emorragia celebrale”. In realtà Kordan è stato assassinato. Non solo sapeva troppo; aveva preparato un devastante dossier contro il regime ed era intenzionato a disertare. Non si conosce la sorte di tutti i documenti che Kordan pensava di portare con sé.

Questi due delitti ci raccontano chiaramente del panico che affligge il regime. La prossima importante dimostrazione dell’opposizione è fissata per il 7 dicembre, e già i tentativi di intimidazione sono ben visibili. Questo venerdì sette milioni di basiji marceranno in occasione della “Settimana dei basiji”. Ora, telefoni cellulari in tutto il Paese hanno ricevuto questo messaggio di testo: “Tu sei stato identificato come uno dei partecipanti ai raduni post-elettorali e devi astenerti dal prendere parte ad altri raduni da oggi in poi”. La campagna intimidatoria non è stata condotta in modo così efficiente, se è vero che anche Ahmadinejad ha ricevuto lo stesso messaggio, così come un panettiere del Khuzestan, nel profondo sud del Paese.

Intanto, cercando disperatamente di ottenere un briciolo di legittimità, Ahmadinejad è volato in Africa e America del Sud. Ma serve molto più di qualche bel discorso pronunciato da leader stranieri – o del finanziamento nelle università americane di studenti simpatizzanti del regime – per salvare la sua posizione. Alireza Zakani, parlamentare di spicco nonché sostenitore del regime, ha pronunciato un discorso che conferma effettivamente le accuse di brogli elettorali che il leader dei Verdi Mir Hossein Mousavi non si stanca di ripetere da giugno.

Secondo Zakani – il cui discorso ha fatto una breve apparizione in un sito ufficiale per poi scomparire – la frode sarebbe stata confermata dal presidente del Parlamento Ali Larijani e dall’ex Presidente Hashemi Rafsanjani nei giorni immediatamente successivi al 12 giugno alla presenza dello stesso Khamenei. Questi sono sviluppi davvero esplosivi, e dei quali siamo certi sentiremo notizie nei giorni a venire.

Fonte: Michael A. Ledeen tradotto da L’Occidentale.

Il nemico da uccidere era anche mio padre.

Sono andato a vedere La Prima Linea, il film di cui «tutti parlano e nessuno ancora ha visto».
È uscito ieri nelle sale e tutti adesso lo potranno giudicare.
Il mio non può essere un giudizio obiettivo: Sergio Segio, il protagonista del film interpretato da Riccardo Scamarcio, il 19 marzo 1980 uccise mio papà, il giudice Guido Galli.
Io avevo dodici anni.
Nel film non c’ è cenno di quell’ omicidio.
Non so dire se per me questo sia stato un bene o un male; so solo che il momento più toccante del film è stata la rievocazione dell’ omicidio del giudice milanese Emilio Alessandrini, collega di mio padre, assassinato nel gennaio del 1979 dopo che aveva appena accompagnato a scuola il piccolo Marco, suo figlio.
In quei gesti di padre affettuoso ho ritrovato mio papà, il suo amore per me, i miei fratelli e le mie sorelle. «Va ucciso perché è uno bravo», dicono i terroristi quando si riuniscono per decidere l’ azione: mio padre, Alessandrini e tanti altri sono stati assassinati perché «bravi», perché facevano bene il loro mestiere, perché davano credito a uno Stato che i terroristi volevano screditare.
Il film non mi è dispiaciuto, i terroristi non ne escono certo bene: i ragionamenti, i discorsi, i comportamenti evidenziano la loro folle ideologia, non danno spazio a giustificazioni di sorta.
Regista e attori sono stati bravi: lo scollamento tra il movimento di Prima linea e le «masse» che i terroristi si fregiavano di rappresentare emerge con chiarezza, loro stessi se ne rendono conto.
Ciò fa risultare ancor più assurda la scelta di andare avanti, di combattere i padroni, di uccidere brave persone, papà, mariti, figli. Sia Giovanna Mezzogiorno, che interpreta la terrorista Susanna Ronconi, che Riccardo Scamarcio non permettono al loro innato fascino di coinvolgere positivamente lo spettatore, di simpatizzare per loro: di questo li voglio ringraziare. Vorrei anche ringraziare Andrea Occhipinti, coproduttore del film, che, con grande senso di responsabilità, ha deciso di rinunciare al contributo ministeriale previsto, che tante polemiche aveva suscitato. Ciò detto, il limite, dal mio punto di vista, è che il film è ispirato alle idee di chi ha ucciso mio papà, di chi ha scelto la lotta armata per combattere la democrazia, di chi, con quella scelta, ha impedito a una generazione che voleva cambiare alcune cose di farlo con il dialogo e gli strumenti democratici. Sicuramente è giusto, trent’ anni dopo quei tragici fatti, cercare di capire le ragioni di quello che è successo. Credo però che ciò vada fatto anche dalla parte delle vittime, dalla parte di chi, in quegli anni, si è trovato in mezzo ad una guerra che guerra non era, a combattere con il Codice, le parole e la penna contro dei vigliacchi che sparavano alle spalle e, nonostante ciò, ha fatto il proprio dovere fino in fondo.
Forse, se una domenica sera di trent’ anni fa, Sergio Segio avesse potuto guardare in un appartamento al quinto piano di una via milanese avrebbe visto un papà che, seduto sul tappeto, assisteva al secondo tempo di una partita di serie A con i suoi tre figli, mangiando toast e ridendo con loro.
Avrebbe visto che dietro il «nemico da uccidere» c’ era un marito e un papà straordinario per la sua normalità, c’ era un magistrato riformatore e garantista che cercava di capire perché ragazzi e ragazze poco più che ventenni avessero scelto di vivere in quel modo la propria vita.
Questo avrebbe visto se, per un attimo, avesse abbandonato la propria folle ideologia.
Purtroppo, così non è stato e oggi, mentre Sergio Segio può uscire con la seconda edizione del libro «Miccia corta», Guido Galli esiste solo perché ha 17 mesi, ed è mio figlio.

Fonte: Giuseppe Galli per “Il Corriere della Sera”.

Lasciare un’impronta contro lo sfruttamento sessuale dei minori.

Venerdì 20 e sabato 21 novembre ECPAT e i volontari saranno a Milano, Firenze e Roma per la campagna contro il traffico di minori a fini sessuali, presso i negozi THE BODY SHOP.
Ogni persona che si recherà potrà aderire simbolicamente alla campagna, imprimendo la forma delle proprie mani e una firma su un grosso cartellone.
Inoltre The Body Shop come partecipazione al progetto :” Stop Sex Trafficking di Bambini e Giovani” darà a ECPAT Italia parte dei proventi dalla vendita della crema mani “ Soft Hands Kind Heart” ( € 10.00) .
Attuando così attraverso i suoi punti vendita una campagna di sensibilizzazione a questa “tratta degli schiavi” del nostro secolo.

Per i recapiti dei negozi contattare fabio.ecpat@gamil.com o tel. 06-97277372.