Archivi del mese: dicembre 2009

Le conseguenze di una tragedia

Hilmi Samouni spera ancora – “inshallah” – di ritornare al suo vecchio lavoro di assistente di cucina al Palmyra, il ristorante di shawarma più conosciuto di Gaza. Ma a differenza del fratello 22enne Khamiz, che lavora di nuovo nel negozio di vernici per auto, e del cugino 20enne Mousa, in un corso di contabilità di due anni all’università di al-Azhar, Hilmi, che ha 26 anni, quando è tornato al Palmyra dopo la guerra ha scoperto che non riusciva a farcela. “Sono stati tutti molto solidali”, dice, “ma non riuscivo a fare un buon lavoro”. A differenza di Mousa, che pure ha perso i genitori, e di Khamiz, Hilmi ha visto non solo i corpi del padre Talal e della madre Rahme, ma anche della moglie Maha, 20 anni, e del loro unico figlio Mohammed di sei mesi, tra i 21 uccisi nel bombardamento del magazzino in cui le truppe israeliane avevano ordinato loro di radunarsi. A Hilmi dispiace ancora di non avere foto di nessuno di loro; erano state bruciate nel bombardamento della loro casa, il giorno prima.

Ora Hilmi gironzola intorno alla casa, tra frutteti devastati e stie per polli nel distretto di Zeitoun, nella zona meridionale di Gaza City. I graffiti in inglese ed ebraico nelle pareti interne, lasciati dagli uomini della brigata Givati dell’esercito israeliano, sono gli unici resti delle due settimane di occupazione dell’edificio – una lapide disegnata di fianco alle parole “Gaza siamo stati qui”; “Fuori uno, ne mancano 999mila”; “Morte agli arabi”. La famiglia ha lasciato deliberatamente i graffiti in vista? “Sì, ma non avevamo comunque la vernice per coprirli”, risponde. Uno dei compiti di Hilmi è aiutare a badare alla sorella di 11 anni Mona, che gira le pagine di disegni ispirati dai ricordi della mattina del 5 gennaio 2009. “Questa sono io che pulisco il viso della mamma che è morta. Questo è mio padre che è stato colpito alla testa e il cervello è uscito fuori. Questa è mia cognata morta. Questa è mia sorella mentre prende il figlio di mia cognata …”

Il bombardamento del magazzino ricordato nei disegni di Mona è stato uno dei peggiori attacchi su civili a Gaza delle forze israeliane tra il 27 dicembre e il 18 gennaio. L’offensiva militare israeliana doveva arrivare da tempo, ma i molteplici raid di quella domenica pomeriggio con cui iniziò furono comunque una sorpresa. L’obiettivo dichiarato era fermare gli attacchi con razzi e mortai – 470 dei quali hanno diffuso senza dubbio la paura nelle comunità di confine del sud di Israele, dopo che un raid israeliano contro Hamas aveva posto fine nel novembre 2008 a una tregua difficile ma ampiamente efficace che durava da cinque mesi.

Ma se il momento fu una sorpresa, lo fu ancora di più la ferocia senza precedenti dell’attacco sulla regione controllata da Hamas. Dopo più di due settimane di guerra, il ministro degli Esteri Tzipi Livni ostentava in un’intervista radiofonica che “Israele … è un Paese che quando spari ai suoi cittadini risponde diventando furioso – e questa è una cosa positiva”. Sia che il bersaglio di Israele fosse la popolazione civile, come accusa il rapporto commissionato dall’Onu del giudice Richard Goldstone sull’operazione Piombo Fuso, sia che i militari semplicemente mettessero in secondo piano la sopravvivenza dei palestinesi rispetto a quella delle proprie truppe, come alcuni soldati finora hanno testimoniato, le immagini raccontano una propria storia in merito al punto cui arriva “un Paese” quando diventa “furioso”. Sebbene contestata dai militari, una ricerca esaustiva condotta dalla rispettabile organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha indicato il numero totale di morti in 1387, di cui 773 erano civili. Nello stesso periodo quattro israeliani sono stati uccisi in Israele dal lancio di razzi, e nove soldati a Gaza, quattro per fuoco amico. Poiché le frontiere erano chiuse, non c’è stata nessuna ondata di rifugiati fuori da Gaza come sarebbe successo in seguito a un attacco simile in qualsiasi altra parte del mondo.

Il bombardamento mattutino del magazzino quasi finito di Wael Samouni – dove circa un centinaio della sua famiglia allargata, incluso il suo giovane parente Hilmi, si era messo al riparo – è uno dei venti episodi su cui sta indagando la polizia militare israeliana. Il mese scorso, considerato che finora solo un soldato è stato processato per condotta di guerra – per aver rubato una carta di credito palestinese – B’Tselem ha protestato per il fatto che, essendo l’esercito stesso a condurre le indagini, ogni imputazione sarà diretta soltanto contro “i livelli più bassi” e che ci sarebbe bisogno di un’inchiesta indipendente capace di attribuire la colpa agli “alti ufficiali” e al governo che prende le decisioni per quanto riguarda i “livelli politici”.
In ogni caso, non c’è ancora alcun segno di indagine su un incidente separato avvenuto la mattina del giorno precedente, il primo dell’invasione via terra. Soldati israeliani, con i visi mimetizzati in nero, alcuni con dei rami intorno agli elmetti, assaltarono la casa dietro quella di Hilmi, dove suo zio, Atiya Samouni, un agricoltore di 46 anni, si era rifugiato con le due mogli e i 15 figli.

La famiglia dice che la porta principale era stata lasciata aperta deliberatamente così che le truppe potessero vedere mentre avanzavano che c’erano dei bambini all’interno. Secondo il loro resoconto, Atiya, che parlava un po’ di ebraico, camminò con le mani alzate verso la porta aperta della stanza dei bambini – dove la famiglia era ammassata – per mostrarsi ai soldati che ormai erano nel salotto adiacente. Suo figlio Ahmad di quattro anni lo seguì, gridando “Baba, baba” – “papà” – e Atiya gli disse: “Non avere paura”. Ma appena Atiya iniziò a parlare ai soldati venne colpito a morte. Le truppe iniziarono poi a sparare nella stanza dei bambini, mentre gli adulti urlavano “katan” e “ktanim” – “bambini piccoli” in ebraico. Cinque dei bambini furono colpiti; Ahmad fu raggiunto da due spari al petto, fatali.

Undici mesi più tardi, a prima vista la vedova Zeinat Samouni sembra allegra mentre spinge con un sorriso ospitale i visitatori a prendere uno dei dolcetti tondi che sta cucinando per l’imminente festività musulmana di Eid al-Adha nell’unica stanza che adesso divide con i sette figli sopravvissuti. Ma non riesce a smettere di piangere quando descrive come lasciarono la casa – e il cadavere del marito – con uno dei figli più grandi che trasportava il corpo sanguinante di Ahmad verso la casa di un altro parente. Quando venne la sera, diede ad Ahmad, il viso ormai giallo, del pane inzuppato nell’acqua; “Era come dar da mangiare a un uccellino”, ricorda. La famiglia chiamò un’ambulanza ma gli dissero che era troppo pericoloso avvicinarsi a quell’area. Ahmad morì nelle prime ore del lunedì mattina. “Se avessimo potuto raggiungere un’ambulanza, penso che sarebbe ancora vivo”, dice.

La figlia di Zeinat, Amal di 10 anni, porta nella tasca ovunque vada due foto consunte di suo padre e di suo fratello morti. “Voglio guardarli sempre”, dice, quasi un anno dopo che sono stati uccisi. “La mia casa non è bella senza di loro”. Anche Amal è stata ferita e dice che la testa e l’occhio destro le fanno ancora male. Ma il trauma psicologico di Amal è aggravato dal fatto che scappò prima che la madre e i fratelli e sorelle lasciassero la casa dopo gli spari. Quattro giorni dopo fu trovata, semisepolta sotto le macerie, deidratata e in stato di shock, una dei 15 altri sopravvissuti trovati nelle immediate vicinanze quando le ambulanze della Croce Rossa finalmente ottennero il permesso di avvicinarsi abbastanza per tirarli fuori. A scuola, le materie preferite di Amal sono inglese e arabo. “Non conosco molto l’inglese, ma mi piace”, dice la ragazzina, che da grande vuole fare il dottore.

Dei figli di Atiya avuti dall’altra moglie, Zahawa, il più colpito è Kannan, adesso 13enne, che ancora zoppica per il colpo di pistola alla coscia sinistra. Prima della guerra, era un appassionato centrocampista ma ora non gioca più a calcio. Anche per lui, l’impatto non è stato solo fisico. Nei mesi successivi alla sparatoria, ha avuto degli incubi – e fu trovato numerose volte a piangere nel sonno o a gridare “Vogliono uccidere mio padre”. “Non va al bagno da solo”, dice sua madre, aggiungendo che si spaventa facilmente – per esempio al suono dei colpi di pistola del vicino centro di addestramento di polizia di Hamas. Anche Kannan ha un album per gli schizzi – il consulente che lo ha seguito per quattro mesi dopo la guerra lo ha incoraggiato a disegnare. Dipinge la sparatoria contro suo padre … bambini spaventati dagli aerei sopra di loro … una moschea distrutta.

Anche per i Samouni, comunque, la vita va avanti. La famiglia di Kannan dovrebbe riuscire a breve a coltivare sei file di lattuga, peperoni e pomodori su un piccolo appezzamento di terra, grazie al progetto di riparazione dell’irrigazione della Croce Rossa – due pozzi sono stati distrutti durante l’occupazione militare di Zeitoun. Non sono abbastanza per essere venduti, come facevano una volta, ma è un inizio. Anche i cugini hanno avuto in prestito un acro di terra, dove producono olive, fichi e verdure.

Giù in strada, il 22enne Rami Samouni, il cui fratello Hamdi è stato ucciso dalle forze israeliane insieme ai 18mila polli nella stia, sta aiutando a ricostruire la casa distrutta del cugino Arafat. La ricostruzione è in parte finanziata dai 4 mila euro di compensi che il governo di Hamas ha stanziato per chiunque abbia perso del tutto la casa, insieme ai circa 3500 euro dalla rivale Autorità Palestinese di Ramallah, discretamente canalizzati attraverso il programma di sviluppo delle Nazioni Unite per assicurarsi che ai beneficiari non si applichi nessuna discriminante politica. Rami, che si laureerà l’anno prossimo con una laurea in educazione dell’università di al-Azhar, vede la ricostruzione come una metafora. “Bisogna avere speranza. Se ti consideri malato, starai male. Muori se non ricostruisci. I nostri nemici vogliono che ci arrendiamo e smettiamo di vivere. Dobbiamo andare avanti”. Nonostante i suoi discorsi sui “nemici”, Rami dice più di una volta nella nostra conversazione che accetterebbe una soluzione basata sui confini del 1967, con Israele e uno stato di Palestina che vivano fianco a fianco.

Anche altrove, ci sono prove varie ma pervasive della famosa resistenza di Gaza, anche dove i danni sono peggiori. Un anno dopo, ci sono poche viste più tetre delle macerie lasciate nell’inverno scorso dagli attacchi dinamitardi su larga scala e dalle demolizioni delle case dei distretti settentrionali di Gaza di Abed Rabbo e Atatra. Tutti, tranne una piccola minoranza, quelli rimasti senza un tetto a causa della guerra hanno affittato una casa o sono ospitati dai parenti. Ma in Atatra, dove la maggior parte delle distruzioni avvenne negli ultimi giorni di guerra, alcuni vivono ancora nelle tende. Sembra che siano le donne qui a tenere insieme le cose. La casa di Arifa abu Leila, 40enne madre di nove figli, fu distrutta dopo che la famiglia fu costretta ad andarsene dai soldati israeliani. Adesso, sotto i teloni, la famiglia ha solo una manichetta e una larga ciotola di plastica per lavarsi. Dice che la famiglia non ha mai ricevuto i 4 mila euro dalle autorità di Hamas e crede che la ragione possa essere che suo marito “era dentro Hamas ma poi se ne andò molto tempo fa”. Ma quando il marito Saleh arriva, nega categoricamente di essere mai stato dentro Hamas.

Il vicino, il 30enne Majda Ghabin, ha una ragione decisamente più positiva per vivere in una tenda. Con i soldi che ha ricevuto per la sua casa – distrutta dopo che fu costretto a uscire, fu arrestato dalle truppe israeliane, e trattenuto in Israele per cinque giorni durante la guerra – ha recuperato la sua terra e investito in carote, più convenienti da curare rispetto alle fragole che coltivava prima. “Ho pensato che era meglio continuare a lavorare piuttosto che trovare un’altra casa”, spiega. “Così posso fare un po’ di soldi e magari costruire una casa in futuro”.

Su nel distretto di Abed Rabbo, a est di Jalabia vicino al confine israeliano, le rovine hanno persino generato una loro microeconomia. Ogni mattina alle 6.30, Saber Abu Freih e la madre 60enne Ghazala arrivano a quella che una volta era la loro casa, in parte per setacciare – finora invano – le macerie alla ricerca dei gioielli che hanno lasciato indietro 11 mesi fa e in parte per caricare un carro trainato da un asino con la muratura distrutta che serve a costruire nuovi fabbricati isolanti per costruzioni di piccola scala. Un giorno di lavoro può portare 100 shekel [18,28 euro] da dividere con i sei fratelli. “Stiamo pulendo le strade e raccogliendo le pietre che saranno usate per costruire allo stesso tempo”, dice allegramente. “Possiamo raggiungere solo 10 shekel [1,83 euro] al carro. Ma cosa possiamo farci?”

Carri trainati da asini come questo vanno verso i cantieri di al-Shobaki per essere sbriciolati e trasformati in blocchi da costruzione. Qui il proprietario, Abdel Salem al Shobaki, descrive in modo succinto la spirale di affari della sua compagnia da quando i lavori iniziarono durante l’apice dell’Intifada nel 2003 come “da eccellente a buono a cattivo a incredibile”. Il periodo da “cattivo a incredibile”, che è iniziato a metà del 2007, riflette la recente storia politica di Gaza. Avendo vinto le elezioni del 2006 per il parlamento palestinese, con la costernazione praticamente di tutti, probabilmente anche di Hamas, il partito militante islamico si ritrovò rapidamente ai ferri corti non solo con Israele e la comunità internazionale, uniti nel chiedere ad Hamas di riconoscere Israele -cosa che risolutamente non ha fatto – ma anche con Mahmoud Abbas, presidente della Palestina del partito di Fatah, che a differenza dei suoi co-abitanti politici ha da tempo rinunciato alla violenza e abbracciato l’idea di una soluzione a due Stati. Nonostante le crescenti tensioni del 2006, esacerbate dal rapimento del caporale israeliano Gilad Shalit e dal conseguente conflitto militare, una breve coalizione con Fatah, mediata dai sauditi, fu messa in piedi nel febbraio 2007. Nel giugno di quell’anno però la coalizione si ruppe tra selvagge lotte intestine per le strade di Gaza, decisamente vinte da Hamas, che prese il controllo di Gaza. Abbas “licenziò” il primo ministro di Hamas Ismail Haniyeh, lasciando il futuro putativo stato palestinese spaccato tra la Cisgiordania sotto il suo controllo, e Gaza sotto il controllo di Hamas. E Israele impose un assedio economico totale che bloccò in un colpo quelli che una volta erano i vivaci settori manifatturieri e agricoli di Gaza – che spesso esportavano ai partner commerciali israeliani – chiudendo le frontiere a tutti tranne al passaggio verso l’interno di beni umanitari essenziali. È una politica per la quale il milione e mezzo di abitanti di Gaza sta pagando il prezzo da allora.

Tra le tante altre cose, lasciò al-Shobaki a corto di prodotti cruciali che importava regolarmente da Israele. Da giugno 2007, dice, ha avuto “4 mila tonnellate di ghiaia ma niente cemento”. Poi due mesi fa, al-Shobaki – che dice di pagare 15-20 shekel [2,75-3,65 euro] per un buon carro di macerie – riuscì finalmente a procurarsi abbastanza cemento per avviare di nuovo i lavori in corso, grazie ai tunnel attraverso i quali viene contrabbandato dall’Egitto. Gli abitanti di Gaza sono spesso scettici riguardo alla qualità del cemento egiziano – c’è in giro una storiella secondo cui una nuova moschea affiliata di Hamas nella strada sul mare della Città di Gaza è rimasta incompleta perché gli imam stanno resistendo per avere il cemento israeliano. Ma il vero problema è il prezzo. Al-Shobaki paga 1.400 shekel [256 euro] una tonnellata di cemento egiziano proveniente attraverso i tunnel – rispetto ai circa 380 shekel [69,50 euro] che pagava quando i passaggi erano aperti e arrivava da Israele. “Prima di tutto mi piacerebbe vedere una riconciliazione tra Fatah e Hamas”, dice, “poi vorrei vedere i valichi aperti. Chiunque dica che l’economia israeliana e quella di Gaza non sono connesse è stupido. Sono un’economia sola”. Comunque sia, i tunnel gli hanno permesso di ricominciare la produzione – anche se con un profitto vicino allo zero. Per la maggior parte della popolazione di Gaza, al momento sono l’unico contatto tangibile con il mondo esterno.

Una larga tendopoli si estende lungo il bordo meridionale di Gaza, a Rafah, sulla vecchia Philadelphi Road che fino al 2005 era terra di nessuno sotto il controllo israeliano tra Gaza e l’Egitto. Guardati dall’alto delle torri di guardia della sicurezza egiziana che si alzano sopra le palizzate di frontiera sul lato sud e dai blocchi di appartamenti consumati dai bombardamenti israeliani dagli anni dell’Intifada sul lato palestinese, le tende proteggono le entrate delle centinaia di tunnel dove si contrabbanda. Questi tunnel sono stati l’ancora di salvezza di Gaza da giugno 2007 – e hanno continuato a esserlo nonostante i bombardamenti israeliani quasi quotidiani durante l’operazione Piombo Fuso e i 117 lavoratori morti l’anno scorso, soprattutto a causa di collassi naturali dei tunnel. Adesso i tunnel sono tra i primi obiettivi di rappresaglia delle forse aree israeliane ogni volta che un razzo Qassam viene lanciato verso il sud di Israele in violazione di un non dichiarato ma, quasi sempre, effettivo cessate il fuoco.

Oggi, mentre il sole di fine novembre tramonta sul Mediterraneo a ovest e un solitario F16 vola in alto, una macchina per movimenti di terra è al lavoro da molte ore per riparare l’entrata di un tunnel distrutto quel mattino. Mentre sorveglia le macerie, il lavoratore dei tunnel Abu Yusef ricorda di quando una volta guadagnava 300 shekel [54,85 euro] al giorno come giardiniere in Israele quando i passaggi erano aperti, e tornerebbe volentieri a farlo piuttosto che rischiare la vita per un terzo di quello che prendeva. “Se ci fosse un altro lavoro, non guarderei più ai tunnel”, dice.

Uno dei proprietari del tunnel distrutto, che risponde solo al nome di Abu Hassan, stima che riparare il tunnel gli costerà quasi 45 mila euro ma che, alla fine, ne varrà la pena. Sciorinando i prodotti che trasporta attraverso i tunnel – “vestiti e cibo, cioccolata Galaxy, bottiglie di coca-cola vuote, biscotti” – ammette: “Mi ci vorranno cinque mesi per recuperare i costi di riparazione – prima sarebbe bastato un mese”. Gli affari, infatti, sono in crisi, soprattutto perché il mercato è saturato dai tunnel stessi. Mentre supervisiona l’arrivo di una consegna di bambù e spiega che anche il suo tunnel commercia “vestiti e pecore”, Mohammed, 27enne di Khan Younis, dice: “Non è più come era una volta – ci sono un sacco di prodotti a Gaza. Gaza è piena di bambù”.

Ogni diplomatico familiare con la zona crede che Hamas stia in realtà arricchendosi con l’economia dei tunnel creata dall’assedio. Non è solo per i 10 mila shekel [1.828,60 euro] che ogni operatore deve pagare alla municipalità di Rafah controllata da Hamas, apparentemente per “norme e salute e sicurezza” – ma che non hanno evitato la morte di 32 tra bambini e giovani minorenni quest’anno nei tunnel. Un importante uomo d’affari di Gaza dice che anche Hamas introduce beni di consumo attraverso i propri tunnel segreti – quelli che Israele crede siano usati per importare armi – e poi ingaggia commercianti domestici per distribuire i prodotti e dividere i profitti con il partito. Tutto questo non fa che sembrare ridicola l’idea che il blocco imposto da Israele danneggi Hamas piuttosto che la popolazione civile.

Grazie ai tunnel, i negozi non sono mai stati più pieni da giugno 2007, rendendo probabilmente un po’ più allegro dell’anno scorso lo scambio di regali della festività musulmana di Eid al-Adha, con tantissime merci egiziane – almeno per quelli che possono permettersele. Una buona scatola di cioccolatini importati costa circa 150 shekel [27,43 euro] rispetto ad appena 60 shekel [11 euro] quando veniva da Israele, una felpa tre volte il suo vecchio prezzo di 50 shekel [9 euro]. Ma l’Eid di quest’anno significa anche qualcos’altro: una profonda riluttanza da parte di molti abitanti di Gaza a crogiolarsi nel proprio dolore e perdita post-bellici. Certo, un commerciante di bestiame di Jabalya stima che solo il 35 per cento delle famiglie di Gaza potranno permettersi una delle pecore tradizionali per l’Eid – sudanesi, libiche o egiziane quest’anno perché importante attraverso i tunnel. Ma nelle vivaci piume rosa o nei fiori di stoffa sfoggiati tra i capelli da ragazzine perfettamente eleganti tra le rovine di Atatra, o nelle feste delle giovani donne di classe media – con le teste coperte con stile – affollate dentro l’hotel alla moda di al-Deira sul lungomare, è visibile una determinazione a tirar fuori il meglio dalla festività.

Lo stato d’animo celebrativo era certamente rafforzato dalla speranza di un imminente scambio di prigionieri per il rilascio di Gilad Shalit – e la prospettiva, effettiva o meno, che sarebbe stato seguito da una distensione almeno parziale dell’assedio israeliano. Ma quello che nemmeno le celebrazioni dell’Eid né il costante, seppur costoso, flusso di beni di consumo attraverso i tunnel possono mascherare è la portata e l’impatto della regressione di Gaza. Jadwat Khoudary, uno dei più importanti uomini d’affari di Gaza, sottolinea che persino in tempi “normali” – senza l’attuale urgentissimo bisogno di massiccia ricostruzione post-bellica – la richiesta di cemento ogni giorno a Gaza era di circa 1.500 tonnellate. Il cemento costoso che arriva attraverso i tunnel ammonta a circa 150 tonnellate, abbastanza per relativamente poche famiglie individuali per riparare le proprie case danneggiate dalla guerra. E [Khoudary] dà un esempio impressionante dell’economia di Gaza modello “Alice nel Paese delle meraviglie” attraverso una delle sue compagnie, che al contrario di centinaia di altre è – appena – riuscita ad andare avanti. Una volta fabbricava gommapiuma elastica, usata nella produzione di massa di cuscini. Ma poiché le materie prime chimiche non sono più disponibili da Israele, la fabbrica ora produce il 5 per cento di quanto faceva in passato, tagliando e formando gommapiuma elastica già pronta importata attraverso i tunnel. Ha licenziato più di 200 lavoratori; la maggior parte dei quali ha trovato lavoro “nella polizia interna di Hamas, nella polizia [regolare], nel ministero del Lavoro [di Hamas] o nelle municipalità guidate da Hamas. Come posso fargliene una colpa se io non riesco a pagare gli stipendi?”, dice.

Stiamo parlando alla vigilia dell’Eid nel suo frequentato – ma adesso, nel tardo pomeriggio, vuoto – ristorante sul lungomare. “Perché crede che non ci sia nessuno qui?”, gli chiedo. “Perché la maggior parte della gente sta digiunando prima dell’Eid. Vent’anni fa solo l’1 per cento l’avrebbe fatto. Oggi è circa il 90 per cento”. Sebbene Hamas non abbia emanato nessun editto a questo proposito, Khoudary ritiene che il fenomeno sia il risultato di messaggi trasmessi dalle moschee da quando Hamas è salito al potere. Vede questo, e un simile cambiamento nella gente che prega regolarmente nelle moschee, come una prova della “credibilità nelle strade” del partito islamico Hamas, cosa che la guerra dell’inverno 2008-09 non ha assolutamente diminuito.

Certo è visibile un indebolimento del secolarismo tra le strade di Gaza. Più donne si coprono la testa; c’è una diffusione maggiore di quelle che portano il nakab, una volta molto raro, il velo che copre l’intero viso a parte gli occhi. E la più grande pressione interna su Hamas non viene da Fatah, che è stato effettivamente represso a Gaza, ma da gruppi islamisti ancora più estremi. Secondo Khoudary, questi sviluppi sono la conseguenza di quello che lui chiama “un assedio mentale” in cui la mancanza di contatto con il mondo esterno sta ripiegando Gaza su se stessa. Per fare un solo esempio, c’è stato un blocco totale di quello che una volta era un flusso regolare di molte centinaia di studenti all’anno verso l’estero o le università israeliane, spesso per compiere studi post-laurea. Oggi Israele ha usato la chiusura per impedire agli studenti persino di viaggiare verso la Cisgiordania, figuriamoci per andare in Israele o all’estero. Grazie ai tunnel, dice Khoudary, e premesso che tu possa permettertelo, “puoi ordinare qualsiasi cosa tu voglia e averla in 36 ore. Ma l’assedio mentale è quello più pericoloso e più dannoso”. Si chiede perché Israele promuova un clima che a lungo termine non farà che incoraggiare gruppi estremisti “peggio dei talebani”. “Israele è così stupido”, dice. “Stanno punendo la gente sbagliata”.

Nessuno qui ha fatto di più per cercare di allentare questo “assedio mentale”, entro le restrizioni della chiusura totale, di John Ging, direttore dell’Agenzia Onu di sostegno ai profughi palestinesi (Unrwa) e responsabile dell’istruzione e dell’assistenza di quasi un milione di rifugiati a Gaza. Ging, ex ufficiale dell’esercito irlandese, è un uomo coraggioso; era nella sede dell’Unrwa quando il deposito dell’agenzia è stato distrutto dalle bombe al fosforo bianco israeliane durante la terza settimana dell’operazione Piombo Fuso. Nel marzo 2007, quando l’illegalità a Gaza era al suo picco da cui diminuì grazie al servizio d’ordine di Hamas, il convoglio delle Nazioni Unite di Ging fu preso in un’imboscata e il veicolo blindato fu colpito da 18 pallottole di palestinesi armati che cercarono di rapirlo. Due mesi dopo, una delle sue guardie del corpo venne ferito mentre fu aperto il fuoco sulla scuola dell’Onu che stava visitando. Anche elementi più estremi all’interno di Hamas – ma mai il governo de facto di Hamas stesso – hanno rilasciato minacciose critiche verso i riuscitissimi giochi estivi dell’Unrwa cui hanno partecipato 250mila bambini, verso gli avvertimenti di Ging allo staff palestinese dell’Unrwa di lasciare la politica fuori dalla porta quando vanno a lavorare, e – più recentemente – verso la sua forte determinazione di includere studi sull’Olocausto nel curriculum della scuola per i diritti umani dell’Unrwa.

Tuttavia ciò che dà a Ging la sua alta credibilità a Gaza è la sua instancabile difesa della popolazione civile di fronte a quella che ripetutamente chiama la politica “fallita e difettosa” dell’isolamento. La fine della guerra, dice, ha lasciato la popolazione di Gaza “peggio di prima” a causa della “speranza disattesa” che avrebbe segnato anche la fine di “quell’era di punizione collettiva… che è stata la loro vita quotidiana così a lungo”. Poiché la guerra ha finalmente generato una consapevolezza internazionale “che era la popolazione civile a pagare un prezzo devastante non soltanto in termini di perdite di vite ma [anche] nelle loro condizioni di vita”.
Ma invece della fine dell’isolamento, dice Ging, la popolazione traumatizzata di Gaza ha visto che “la vita quotidiana continua a peggiorare e, mentre ascoltano e leggono sempre più discorsi sulla guerra, vedono il processo di pace ulteriormente in pericolo”.

Ging riconosce che questa non è una “tipica emergenza umanitaria” resa visibile da “corpi emaciati e da un servizio medico distrutto” – nonostante sottolinei che l’80 per cento della popolazione di Gaza dipende dagli aiuti alimentari, che i servizi medici sono sovraccarichi ma in qualche modo resistono, e che le infrastrutture di acqua e fognature sono sull’orlo della crisi con 80 metri cubi di litri di acque reflue non trattate pompati ogni giorno nel Mediterraneo, con l’80 per cento dell’acqua potabile sotto gli standard minimi imposti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e con il 60 per cento della popolazione con solo un accesso irregolare all’acqua. Piuttosto, dice, “il problema qui è la distruzione di una società civilizzata con l’impatto che questo avrà sulla soluzione del conflitto”.

Come uomo per il quale la fiducia nel diritto internazionale è una passione trainante, ha cercato di combattere questa tendenza istituendo un corso sui diritti umani nelle scuole delle Nazioni Unite, tutt’altro che di routine, a meno di un anno dalla guerra su cui il rapporto Goldstone ha accusato soprattutto Israele ma anche Hamas di crimini di guerra. Ging è sicuro della risposta positiva dei civili di Gaza. “Bisogna solo parlargli” sostiene, per sapere che “non sono terroristi, non sono persone violente. Sono una popolazione profondamente civilizzata… che non sopporta la natura provocatoria e l’ingiustizia della loro situazione”.

Le loro aspirazioni non sono, dice, “vendetta o rivalsa o violenza o distruzione – le loro aspirazioni sono le stesse di ogni altra persona civilizzata su questo pianeta. Vogliono spazio per vivere, le libertà fondamentali dei diritti umani. Capiscono la differenza tra giusto e sbagliato e le sanzioni contro chi viola la legge, ma la loro richiesta – che ha tutto il mio supporto – è quella che gli innocenti non dovrebbero essere sanzionati”.

Come Jadwat Khoudary, Ging è spaventato dall’estremismo che le devastanti condizioni di Gaza minacciano di nutrire, persino tra gli alunni a scuola. “Come li motiviamo a realizzare il loro potenziale accademico quando le loro madri e padri, fratelli e sorelle non hanno un lavoro né una prospettiva di lavoro? Ascoltano tutti i giorni la retorica, molto distruttiva, che trae vantaggio dalla loro esperienza fisica che è molto negativa – e cerca di collegarla all’attività violenta come se fosse la via d’uscita da questa situazione”.

La scuola superiore A dell’Onu per ragazze a Zeitoun, molto vicino a dove la tragedia colse la famiglia Samouni, aiuta a illustrare il concetto. Tre delle sue studentesse furono uccise durante la guerra, 25 ferite e molte altre senza casa dalla distruzione. Nel mese scorso, è stata realizzata una giornata di attività per rafforzare un’altra iniziativa di Ging – che forse non sarebbe stata male nemmeno in molte scuole britanniche – il programma di Rispetto e Disciplina. Si andava da una parata – “Noi la chiamiamo ‘militare’ perché vogliamo la disciplina dei soldati senza la violenza”, spiega l’insegnante Soha Sohoor – a una scena teatrale ambientata in un tribunale dove le ragazze recitavano le parti di avvocatessa, maestra, medico, ingegnere e casalinga che dovevano difendersi con successo dalla sentenza di un rigorosissimo giudice misogino. Dopodiché, quattro eloquenti 14enni hanno discusso questioni che andavano dalla violenza domestica e l’impatto della guerra di gennaio rispetto alla determinazione di tutte e quattro di andare all’università. Tutti hanno detto di essere d’accordo con una soluzione a due Stati basata sui confini del 1967.

Shaima Remlawi, che sta imparando l’inglese, vuole diventare un’interprete internazionale ma si vede anche battersi per i diritti delle donne – soprattutto contro i matrimoni precoci e i padri che scoraggiano le figlie dal completare gli studi. “Non mi sposerò finché non avrò più di 20 anni”, dichiara. Afrian Naim vuole diventare una giornalista, “così potrò diffondere il messaggio dei palestinesi verso tutto il mondo”. Islam Aqel vuole diventare sia una professoressa che “una scrittrice che può scrivere libri che tutti possono leggere”. E Ahlam Al-Haj Ahmed dice: “Voglio diventare una giornalista e scrivere delle sofferenze del popolo palestinese. Ma voglio essere efficace per la società, diventare membro del Plc [il Parlamento palestinese], non con Fatah o Hamas, ma come indipendente, così posso dire agli altri quando stanno facendo qualcosa di buono e quando non lo stanno facendo”. È difficile non essere impressionati da queste ragazze, colme di sana ambizione. Ma è anche difficile non pensare – senza quel “cambiamento della situazione”, la fine dell’assedio di Gaza, mentale e fisico – quanto tempo dureranno i loro sogni prima di scontrarsi con un’inevitabile delusione.

“Un cambiamento è urgente”, dice Ging, “Perché il tempo è contro di noi. Un’intera generazione sta crescendo”.

Fonte: “The Independent”, traduzione a cura di Osservatorio Iraq.

Obama e l’Europa perduta

Il decennio che si chiude domani, i tormentati Anni Zero, segna l’affermazione definitiva di un mondo nuovo, senza autorità e senza chiare gerarchie, il mondo multipolare.

Proprio ieri, a sottolineare il caos in cui viviamo, sono arrivate tre sfide simboliche all’America e all’Occidente da Russia, Iran e Cina. Tre sfide che mostrano un futuro pieno di incertezze e che richiamano noi europei al dovere di decidere chi siamo, cosa vogliamo e in che mondo desideriamo vivere.

Poco meno di due mesi fa abbiamo celebrato il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, per anni si è teorizzato che la storia era finita allora con la vittoria del modello occidentale, della democrazia e del capitalismo. Non è andata così. Anzi, la storia si è messa a correre, le voci si sono moltiplicate e i nuovi attori sulla scena non sono più per forza gli Stati nazione, ma vanno dalle organizzazioni terroristiche alle multinazionali, passando per le lobby internazionali di ogni genere.

La chiave di questo decennio però resta quella che lo ha aperto con gli attentati dell’11 settembre e che ha sperato di chiuderlo pochi giorni fa su un aereo in atterraggio a Detroit: il tentativo di colpire l’America – l’ultima superpotenza tradizionale – nei suoi punti vitali.

Assistiamo ad una apparente ripresa di vigore del terrorismo islamico e si potrebbe sostenere che la Russia di Putin che alza la voce con Washington, la Cina che mette a morte un cittadino di passaporto britannico e non accetta critiche e il regime iraniano che procede con la sua spietata repressione intimando all’Occidente di non intromettersi, siano tutti galvanizzati dalla debolezza del nuovo Presidente americano.

Ma un anno fa, due o cinque – va bene ognuno degli ultimi nove – accadeva lo stesso: Ahmadinejad minacciava Israele, gli Usa e i loro alleati e progettava l’atomica, Putin prometteva di puntare i suoi missili contro l’Europa sempre per rappresaglia contro il progetto di scudo americano, Al Qaeda faceva stragi e rapimenti, la Corea del Nord lavorava alla sua paranoia nucleare, Pechino non accettava critiche alle sue violazioni dei diritti umani e i vari dittatori, da Castro a Chávez, lanciavano proclami contro l’Occidente.

Anche allora si diceva che la colpa era della Casa Bianca, ma in quel caso che la responsabilità andava addebitata ad un presidente troppo sicuro di sé e muscolare.

Oggi la realtà dei fatti ci racconta un mondo frammentato in cui non c’è più un’autorità riconosciuta, in cui né l’Onu né i nuovi summit internazionali – dal G2 al G20 – sono in grado di indicare strade condivise, imporre regole e codici di condotta o garantire stabilità. L’unica logica riconosciuta sembra essere quella della ricchezza, della forza negli scambi commerciali e del possesso di materie prime. Per questo oggi l’Occidente, colpito in modo devastante dalla crisi, dalla recessione e da una crescente disoccupazione, appare ancora più debole.

Si potrebbe dire che da sempre la logica economica è quella prevalente ma dimenticheremmo il peso della forza militare che per decenni, insieme al dollaro, ha dato all’America e alla Nato la supremazia nel mondo. Oggi il potere dell’esercito a stelle e strisce appare ridimensionato dal fatto che i suoi soldati sono impantanati in due guerre e non hanno energie supplementari da utilizzare in altri scenari. Un quadro che può essere letto come un «liberi tutti», come un invito ad alzare il tiro contro l’Occidente, le sue regole e i suoi valori.

Inoltre, di fronte alle minacce iraniane, cinesi o russe gli europei si muovono in ordine sparso, ognuno preoccupato del suo particolare, delle sue commesse o dei suoi contratti energetici, tanto da non riuscire mai ad avere una posizione comune efficace e capace di farsi sentire. È tristissimo ed allarmante pensare che né la repressione iraniana né la pena di morte cinese siano in grado di indignare l’Europa e renderla protagonista.

Così non ci resta che guardare alla Casa Bianca, perché il progetto di Obama resta l’unico possibile per cercare di immaginare un pianeta più equilibrato e vivibile. Non si vedono oggi altre strade percorribili oltre all’idea obamiana di un mondo multipolare in cui l’America possa avere un ruolo guida e in cui i diritti siano al centro della scena. Il Presidente americano, per risultare più credibile, deve però rafforzarsi innanzitutto in casa sua: varare la riforma della sanità, rilanciare l’economia e ridurre la disoccupazione. Sono questi i tre passaggi cruciali del suo destino. Solo allora sarà un interlocutore più rispettato dai cinesi come dai russi. Inoltre dovrà essere capace di smascherare senza paura ogni bluff, specie quelli – come ci racconta oggi Moises Naim – che servono per nascondere le divisioni interne di Mosca o Teheran.

Il vero buco nero resta l’Europa, con una Gran Bretagna smarrita che attende di sapere da chi sarà guidata e come, una Francia in cui la grandeur di Sarkozy non si è ancora trasformata in nulla di concreto e visibile, una Germania incapace di prendere le redini del Continente e un’Italia che sperimenta alleanze non tradizionali e procede per conto proprio. Così o l’Europa si convince che solo unita può contare qualcosa o è destinata a somigliare sempre più ad una compagnia di nobili decaduti che si svendono e trattano, ognuno per sé, favori e attenzioni dai nuovi ricchi.

Fonte: Mario Calabresi per “La Stampa”.

OLPC XO-3

Forse tutti conosceranno il progetto OLPC (One Laptop per Child) promosso da Negroponte.
Il progetto si prefigge di aiutare le popolazioni in via di sviluppo regalando portatili con connessione ad internet in modo da coinvolgere i bambini in età scolastica.
L’OLPC, però, è diventato quasi un oggetto di culto, tanto da spingere alcuni designer a pensare alle prossime versioni.

La volta scorsa abbiamo visto la seconda generazione, il modello XO 2.0, ma adesso arriva la terza generazione: XO 3.0. Si tratta di un tablet molto sottile con schermo touchscreen, fotocamera, GPS e una struttura che lascia piegarlo in due.
Il prezzo di vendita alle organizzazioni umanitarie dovrebbe essere di 75$, circa 53 €. A un prezzo del genere credo andrebbe a ruba anche nei paesi industrializzati.

Fonte: Gadgetblog.

Il terrore “fai da te” arma i lupi solitari

Un ventitreenne nigeriano, studente d’ingegneria a Londra, ha tentato di far precipitare nel giorno di Natale un Airbus A330 proveniente da Amsterdam ed in fase di atterraggio a Detroit, con 289 persone a bordo. Le notizie sono per ora limitate.
L’aspirante attentatore stava confezionando un ordigno non si sa se esplosivo od incendiario con polvere che teneva stretta alla coscia ed un liquido contenuto in una siringa.
La miscela ha preso fuoco, provocandogli gravi ustioni. Il terrorista è stato bloccato da un altro passeggero, allertato dal lampo di luce.
Poi il fumo e il crepitio di deboli scoppi soffocati, simili a quelli di un mortaretto posto sotto un cuscino. L’aereo è atterrato regolarmente e l’attentatore arrestato dalla polizia.
Non si sa se si tratti di un “lupo solitario” cioè di un terrorista isolato oppure di un affiliato ad al-Qaeda, come ha dichiarato di essere, aggiungendo di aver ricevuto il materiale e le istruzioni per il suo impiego da una cellula operante nello Yemen.
Le autorità sono estremamente caute nel rilasciare ogni notizia, forse anche per evitare panico o polemiche sull’efficienza della sicurezza dei voli, nel periodo di grande traffico delle festività di fine anno. Non si sa se il giovane fosse noto all’antiterrorismo Usa. Secondo le autorità nigeriane, lo studente era sospettato di contatti con organizzazioni terroristiche. Il suo nome sarebbe presente in banche dati dell’antiterrorismo, ma non incluso nelle liste “no-fly”, cioè in quelle che prevedono il divieto di volo. Possedeva comunque un visto biennale per gli Usa. Certamente, vi saranno critiche all’intelligence antiterrorismo, al suo coordinamento internazionale e all’efficienza dei servizi di sicurezza delle compagnie aeree.
È probabile che l’attentatore sia un “solitario”.
Lo confermerebbero sia il suo maldestro maneggio dell’ordigno che stava confezionando, sia il fatto che, se l’attentato fosse stato pianificato da un’organizzazione terroristica, vi sarebbero stati anche altri tentati attacchi in un giorno tanto simbolico per “i crociati in guerra con l’Islam”, come quello di Natale. Le misure di sicurezza negli aeroporti sono state comunque rafforzate.
Al-Qaeda ha subito duri colpi, che ne hanno ridotto le capacità operative, addestrative e logistiche. Ma il pericolo di attentati non è affatto scomparso.
Il contrasto è divenuto per certi versi più difficIle. Frammentandosi, il terrorismo ha perso di potenza, ma è diffuso. Fa leva non solo su cellule regionali, ma anche su elementi radicali senza nessuna struttura. Essi utilizzano però le informazioni trasmesse dai web terroristici per la costruzione di ordigni di circostanza con prodotti largamente in uso, quali concimi chimici, acetone, clorati o olio per freni.
È così divenuto più difficile sia individuare i terroristi poiché i “lupi solitari” non possono essere infiltrati dall’intelligence sia predisporre misure protettive efficaci.
I monitor ed i cani addestrati non riescono ad identificare i componenti degli ordigni improvvisati. Presi singolarmente, essi sono inoffensivi.
Lo diventa il loro mix.
Per l’antiterrorismo la sfida non è più solo individuare i terroristi e prevenirne gli attentati.
È anche quella di adeguare gli apparati tecnici di controllo alle sempre nuove combinazioni per la costruzione di ordigni con componenti inoffensive.
Però, fortunatamente, i nuovi terroristi “fai da te” sono generalmente dilettanti, che commettono errori, come è avvenuto per quello che voleva “festeggiare il Natale”.

Fonte: Generale Carlo Jean per “Il Messaggero”.

L’identikit dei neo-terroristi e la pista yemenita

Il fallito attentato al jet americano conferma un modus operandi dei neo-terroristi, sia che agiscano in modo individuale che in raccordo con gruppi organizzati.

Intanto l’ordigno. Secondo le prime informazioni si tratta di una piccola bomba composta da polvere e liquido (in quantità minima), che è riuscita a superare i controlli di sicurezza. Per fortuna non è esplosa completamente. Era già avvenuto nel 2001 con il mancato attacco con le scarpe bomba e in un secondo episodio che aveva coinvolto un egiziano. Ma, al tempo stesso, è evidente come i terroristi siano alla continua ricerca di strumenti che possano essere introdotti a bordo di jet. Studiano, fanno ricerche e test. Metal detector come i varchi vigilati sono uno scudo contro certi tipi di armi o minacce, ma non hanno un valore universale. Tanto è vero che i qaedisti hanno organizzato un piano per distruggere un gran numero di aerei con l’esplosivo liquido.

Il secondo risvolto, tutto da esplorare, riguarda il protagonista del gesto, Umar Faruk Abdulmutallab. Tre le ipotesi possibili. L’uomo, di nazionalità nigeriana, potrebbe aver fatto tutto da solo, suggestionato o incitato all’azione da qualcuno «all’esterno». Una ripetizione di quanto è avvenuto a Milano con il mancato kamikaze Mohammed Game. In questo caso un mujahed fai-da-te, con un legame puramente intellettuale con l’arena integralista. Abdulmutallab, invece, ha sostenuto di aver ricevuto ordini e bomba da Al Qaeda nello Yemen. Uno scenario da verificare che potrebbe dare al complotto una dimensione ancora più inquietante. Se fosse vero vuol dire che lo hanno scelto perché forse poteva suscitare meno sospetti. Nel paese arabo, poi, è presente una sezione di Al Qaeda, molto attiva e forte di decine di elementi.

Di recente è stato affermato dagli esperti che lo Yemen può diventare il nuovo Afghanistan. E non è un caso che gli americani siano coinvolti, al fianco delle forze locali, nella lotta al terrorismo. Pochi giorni fa c’è stato un raid condotto dagli stessi Usa e alla vigilia di Natale un blitz ha colpito un accampamento. Sembra che tra i bersagli – mancati – ci fosse anche l’imam Anwar Al Awlaki, sospettato di aver ispirato l’autore del massacro a Fort Hood, Texas. La pista yemenita porta poi ad un altro episodio interessante. In agosto un kamikaze proveniente dallo Yemen ha cercato di assassinare il principe saudita Nayaf. La bomba – miniaturizzata – era nascosta nelle mutande o – secondo le autorità – nell’ano. Una ricostruzione presa per buona da alcuni esperti e vista con scetticismo da altri. La terza ipotesi è una combinazione delle prime due. Abdulmutallab è un estremista fai-da-te e si è recato nello Yemen a cercare l’avvallo e magari il supporto tecnico per il suo attacco.

Fonte: Guido Olimpio per “Il Corriere della Sera”.

Piccole e invisibili, così Al Qaeda fabbrica le “bombe perfette”.

È la ricerca cinica e paziente dell’ordigno perfetto, della bomba capace di sfuggire ad ogni controllo ed esplodere in volo, magari su più aerei congelando il mondo in una paralizzante atmosfera di terrore.
Dura da più di dieci anni e stavolta quelli di Al Qaida ci sono andati molto vicino. Il principio è sempre quello dell’esplosivo liquido.
Lo inventò nel 1847 Ascanio Sobrero facendo gocciolare della comune glicerina su una miscela di acido nitrico concentrato e acido solforico concentrato. Nacque così la nitroglicerina, un composto giallastro e oleoso facilmente scambiabile per una lozione.
Ma la vecchia nitroglicerina, capace di esplodere per un semplice urto, non è certo l’esplosivo perfetto per un terrorista costretto a superare complessi controlli.
Gli artificieri di Al Qaida in questi anni hanno lavorato alla ricerca di esplosivi liquidi suddivisi in diversi componenti facilmente miscelabili dopo l’imbarco. La polvere che il nigeriano Abdul Faruk Abdulmutallab tentava, secondo le testimonianze, di miscelare con un esplosivo liquido serviva probabilmente a stabilizzarlo e a rendere possibile un innesco chimico.
Abdul Faruk Abdulmutallab doveva fare i conti con le rigide regolamentazioni introdotte nel 2006 quando si scoprì un altro tentativo di abbattere un certo numero di voli transatlantici con esplosivi liquidi. Per raggiungere la concentrazione critica necessaria ad abbattere l’aereo il nigeriano ha probabilmente dovuto nascondere sotto i vestiti e nel bagaglio diversi contenitori da 100 millilitri, il limite massimo permesso dalle nuove regolamentazioni internazionali. Il nigeriano probabilmente ha tentato di realizzare del triperossido di triacetone. Dai primi accertamenti l’esplosivo utilizzato era pentaeritrite (Petn), della stessa famiglia della nitroglicerina. L’esplosione anticipata o meglio la detonazione che ha provocato la fiammata è stata provocata verosimilmente dalla reazione anticipata dell’innesco chimico inserito dopo la polvere utilizzata per stabilizzare l’ordigno. Lo studente bombarolo verosimilmente intendeva far esplodere la sua bomba liquida in prossimità del pavimento per provocare una rapida depressurizzazione e danneggiare i comandi che passano tra la cabina passeggeri e il vano bagagli.
Il primo terrorista fondamentalista che tentò di abbattere un aereo in volo fu, l’11 dicembre 1994, Ramzi Yousef già ricercato per aver messo a segno nel febbraio 1993 il primo attentato contro le torri gemelle di New York. Per sperimentare il suo ordigno formato da un componente simile alla nitroglicerina Ramzi Yousef s’imbarcò l’11 dicembre 1994 su un volo diretto da Manila a Tokyo. Durante lo scalo a Cebu scese dall’aereo e lasciò la bomba con un innesco a tempo sotto il proprio sedile. Meno di un’ora dopo il congegno esplose tranciando in due uno sfortunato 24enne giapponese e provocando un’ampia falla nel pavimento dell’aereo che riuscì a toccare terra per miracolo. Quella prima prova, parzialmente riuscita, doveva proseguire, nei piani di Yousef con l’abbattimento contemporaneo di più aerei decollati da Bangkok. L’arresto di Yousef sventò il piano a poche settimane della realizzazione. La ricerca della bomba perfetta continuò con la missione di Richard Reid, incaricato da Khaled Sheik Mohammed, lo stratega dell’11 settembre, di utilizzare dell’esplosivo nascosto nella suola delle scarpe per abbattere un Boeing 767 in volo da Parigi a Miami. In quel caso l’esplosivo andava innescato con una miccia, ma il maldestro Reid si fece notare dalle hostess mentre cercava di accendere dei fiammiferi e venne immediatamente bloccato. Il tentativo immediatamente successivo fu quello sventato a Londra nel 2006 e messo a segno da un altro gruppo di terroristi stabilmente residenti in Inghilterra. La vera bomba perfetta, incubo di tutti i responsabili della sicurezza, però esiste già. È quella esplosa il 28 agosto a pochi passi dal ministro dell’Interno saudita il principe Mohammed bin Nayef mentre ascoltava un presunto terrorista pentito. La bomba innescata da un telefonino era nascosta nelle viscere del kamikaze e solo per un miracolo non dilaniò il principe.

Fonte: Gian Micalessin per “Il Giornale”.

“A Kabul per salvare le nostre città”

Il fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit forse è stato un brusco risveglio per l’opinione pubblica occidentale. Non così per i governi che temono sempre la minaccia del terrorismo islamico. «Mai abbassato la guardia. Perciò stiamo in Afghanistan», dice il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Sul tavolo, il bilancio di un anno al ministero: emergenza rifiuti in Campania e a Palermo, terremoto, disastro di Messina, pattuglie nelle città, ora pure la neve a Milano. Non c’è guaio nazionale che non si ricorra alle forze armate.

Scusi, ministro, non è chiaro alla gente perché i soldati stiano in Afghanistan a impedire atti di terrore in Europa o in America. Qual è il collegamento?
«Siamo lì perché vogliamo contribuire alla ricostruzione di quello sfortunato Paese. Ce ne sono molti nel mondo, si dirà, che sarebbero meritevoli di aiuto. Giusto. Ma se ci concentriamo sull’Afghanistan è perché siamo consapevoli che è da lì che si contrasta l’espansione del terrorismo nelle nostre città. Stiamo in Afghanistan per impedire che torni ad essere il trampolino di lancio dei terroristi. E che se così non fosse, sarebbe non del tutto spiegabile il nostro impegno in soldi e in vite umane».

Una consapevolezza che sembra bipartisan, a giudicare dai voti in Parlamento.
«Sì, è un grande orgoglio poter dire, come ho fatto di recente ai paracadutisti schierati nella caserma “Vannucci” di Pisa, rientrati da poco dall’Afghanistan, presenti anche i reparti speciali delle tre forze armate, che la cosa più bella degli ultimi tempi è stato il tabellone del voto elettronico alla Camera dove, per il rifinanziamento delle missioni internazionali, non c’era un solo voto contrario, eccetto gli astenuti di Di Pietro».

Quel discorso di Pisa ha fatto sobbalzare qualcuno. L’hanno ripresa per l’atto di omaggio alla X Mas.
«Mah, l’ignoranza regna sovrana. Forse ai discorsi dovremo aggiungere i sottotitoli. Mi rivolgevo agli incursori di Marina, degni eredi degli eroi della X Mas, le medaglie d’oro che forzarono i porti di Malta, Suda e Gibilterra. Questa è la storia della nostra marina militare. Altro fu la X Mas ricostruita da Junio Valerio Borghese sotto la Repubblica sociale, che combatté a terra e non per mare. E’ come richiamare l’esempio di El Alamein per i parà della Folgore. Ma d’altra parte c’è sempre chi non vuol capire. A Pisa sono comparse ieri delle scritte contro il sottoscritto perché avevo fatto cancellare da un muro altri insulti rivolti ai caduti di Nassiriya e contro gli ebrei».

Tornando all’Afghanistan, ministro, che cosa succederà nel prossimo anno? «Progressivamente a Herat s’innalzerà il numero dei nostri soldati. Come è noto, saranno mille in più. Contestualmente, viste le decisioni degli organismi internazionali, ridurremo l’impegno in altre missioni. Scenderemo di duecento soldati in Libano e forse, entro l’anno, anche del doppio. Nel corso dell’anno, inoltre, ridurremo di mille unità la presenza in Kosovo».

E così avremo tanti soldati in più nel centro dell’Asia come ci ha chiesto il presidente Obama. Ma per fare che cosa?
«Non cambia la missione, né il territorio che ci è stato assegnato. Muta però l’approccio, avvicinandosi al nostro, e cioè un lavoro contestuale tra sicurezza e ricostruzione. Noi italiani abbiamo sempre insistito sulla necessità di farci amici i capivillaggio e le popolazioni. Restiamo dunque nella Zona Ovest, che sarà tutta di responsabilità italiana, salvo una fascia meridionale assegnata agli americani, e ci siamo opposti a nuove enclave americane».

Per sei mesi di missioni internazionali ha appena incassato 750 milioni di euro. Una bella cifra. Diminuisce invece lo stanziamento ordinario…
«Abbiamo accettato il principio che lo Stato deve costare meno ai cittadini».

Avrete però una nuova società, la «Difesa Spa», che ha fatto molto discutere.
«Se abbiamo accelerato l’approvazione è stato per trovare la migliore sinergia con il nostro vero interlocutore, che è il ministero dell’Economia. Dato che siamo stati i primi a dare, vedi le aree concesse per Roma Capitale, abbiamo ottenuto una discussione accelerata per “Difesa Spa”. Con l’Economia è stata trovata una mediazione: la Spa non gestirà la vendita del patrimonio immobiliare, ma la valorizzazione dei marchi e la fatturazione dei servizi che la Difesa offre al resto dello Stato e agli Enti locali. Finora gli introiti andavano all’Erario, ora torneranno a noi e ci serviranno per incrementare la manutenzione dei mezzi e il turn-over degli uomini».

Fonte: La Stampa.