Su Bhopal c’è ancora una nube…

All’asilo che mio figlio frequentava a Mumbai i bambini non dovevano mai pulire quello che sporcavano: ci pensava la servitù.
Per questo mi è piaciuta molto la scuola dove l’ho mandato quando ci siamo trasferiti a Brooklyn: li le maestre, a fine giornata, dicevano ai bambini di mettere in ordine. “E’ ora di fare le pulizie!”, cantava mio figlio a sei anni mentre raccoglieva allegramente le sue porcheriole. Meravigliosa tradizione americana, quella di pulire sempre dove hai sporcato.

E’ passato da poco il venticinquesimo anniversario del disastro di Bhopal, l’epica porcheria che cominciò una notte in cui una nube di gas velenoso fuoriuscì da una fabbrica di pesticidi di proprierà della Union Carbide, il gigante americano della chimica.
Prima del sorgere del sole, quasi quattromila persone morirono.
Se ne ammalarono oltre cinquecentomila, molte delle quali di gravi patologie polmonari ed oculari.
Altre quindicimila sono morte per le conseguenze di quella fuga di gas, e sembra che continuino a morirne tra le dieci e le trenta al mese, semplicemente per essere state esposte alle centinaia di tonnellate di scorie tossiche rimaste nello stabilimento abbandonato.

Ma la cosa che lascia attoniti è che il sito del disastro non è ancora stato ripulito perché la Dow Chemical, che in seguito ha compreso la Union Carbide, declina ogni responsabilità in merito.
La falda idrica è contaminata, i figli dei superstiti soffrono di anomalie genetiche e le vittime sono ormai costrette a chiedere la carità per strada, perché i magri risarcimenti ricevuti sono finiti da un pezzo.

L’isocianato di metile è una sostanza chimica letale che si usa contro gli insetti.
Per i sopravvissuti, la notte che ne uscirono quaranta tonnellate dall’impianto sotto forma di nube tossica è la pietra miliare che segna un “prima” ed un “dopo” nella loro vita. Parlano ancora del gas come di un’entità che conoscono bene: ricordano che uccise i bufali e i maiali, ma risparmiò i polli; che imboccò la direzione di Jahangirabad road e di Hamidia road, ignorando altri quartieri della città; che in certi punti rimase attaccata alla terra bagnata, mentre in altri rimase sospesa in aria all’altezza della vita. Ricordano che la videro attraversare la strada e scendere giù dall’altra parte, come quando stai in un punto dove c’è il sole e osservi una nube carica di pioggia.
Gli abitanti di Bhopal tentarono di fuggire tenendo i figli stretti a se.
Ogni tanto un bimbo cadeva a terra boccheggiante e i genitori dovevano scegliere quale dei figli portare in spalla.

Nel 2001 la Dow Chemical ha comprato la Union Carbide per 11 miliardi e 600milioni di dollari e si è affrettata a prendere le distanze del disastro.
La Union Carbide è colpevole? Peccato, non esiste più.
L’anno seguente l’azienda ha accantonato due miliardi e duecento milioni di dollari per affrontare le possibili richieste di risarcimento legate all’amianto prodotto dalla Union Carbide nei suoi stabilimenti negli Stati Uniti.
Il totale dei risarcimenti versati a Bhopal, invece, fu di 470 milioni di dollari:
– 2.200$ in media ai familiari dei morti;
– 550$ ai feriti.
“Una bella sommetta per un indiano”, ha commentato una portavoce della Dow Chemical.

Ciò che ha permesso alla Union Carbide e alla Dw Chemical di farla franca è il sistema giuridico internazionale, che protegge le multinazionali dalle proprie responsabilità.
Warren Anderson, che all’epoca era amministratore delegato della Union Carbide, oggi vive in un esilio dorato negli Hamptons, rinomata località marittima ad est di New York, benché sul suo capo penda un mandato di arresto internazionale per omicidio colposo.
Il governo indiano non ha ancora avanzato nessuna richiesta di estradizione e, temendo di disincentivare gli investitori stranieri, non ha fatto pressioni sulle autorità statunitensi per la bonifica dell’impianto.

Quello che manca, in tutta questa triste vicenda, è un minimo di comprensione nei confronti delle vittime.
I superstiti di Bhopal chiedono solo di essere trattati da esseri umani che hanno diritto a un po’ di dignità, e a delle scuse.

Un’altra bellissima cosa che mio figlio ha imparato nella scuola di Brooklyn è che quando hai fatto qualcosa di brutto, ti devi scusare.
Adesso è ora di fare le pulizie.

Fonte: Internazionale.

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