La poesia dell’inviato speciale.

Con uno dei tanti vezzi che amava coltivare, Igor Man aveva scelto «Il vecchio cronista» come titolo della sua ultima rubrica nel nostro giornale. Sapeva bene d’essere un personaggio pubblico, uno di quei nomi di immediata riconoscibilità, figure e caratteri cui una dimensione mitica finisce per attribuire doti, valori, forza morale, che la quotidianità del vissuto privato non sempre è pronta a sostenere; e allora, in quella volontaria riduzione di un ruolo (il Grande Giornalista, invece) conquistato con la sapiente costruzione della propria vita professionale, questo titolo modesto, da leggersi quasi con voce sommessa, piana, finiva per condensare il recupero di una autenticità difficile da vendere al grande pubblico.

Ma era, comunque, un recupero orgogliosamente consapevole che la modestia se la possono concedere soltanto coloro che di aristocratica immodestia possono vivere. Man è stato uno degli ultimi interpreti d’un mondo che era scomparso con il secolo che finiva, il mondo degli «inviati speciali» cui di diritto spettava il grande reportage nella Terza Pagina (anch’essa sparita da tempo, travolta dalla mutazione genetica dell’editoria). Oggi che i giornali sono fatti di notizie rapide, immediate, bruciate nella voracità insaziabile dei bit affastellati freneticamente dentro le modalità hertziane, un mestiere come quello degli inviati è un lusso che nemmeno un museo della comunicazione riuscirebbe più a proporre al consumo del sistema mediale.

Era un lavoro affascinante e privilegiato, questo degli inviati, un lavoro nel quale dovevano sapersi fondere qualità di scrittura, capacità investigativa, forte personalità, e una insaziabile voglia di viaggiare dentro la vita del mondo. E Man queste doti le aveva certamente, forse non tutte di pari forza ma ugualmente le sapeva utilizzare al meglio, costruendo con una meticolosa cura della loro qualità fascinatrice l’identità pubblica del proprio personaggio (a cominciare dalla stessa sua firma: da Manzella a «Man», che ha questo suono netto e forte, di vite misteriose, esotiche, evocatrici di geografie impossibili e di grandi intrighi internazionali).

È stato, quel tempo ormai chiuso, il mondo di Luigi Barzini e di Virgilio Lilli, di Paolo Monelli, di Malaparte, di Max David, di Montanelli, dei nomi, insomma, che hanno fatto la storia del giornalismo italiano preso ancora a mezzo tra le radici elitarie delle sue ascendenze letterarie e l’urgenza, sempre più forte, più pressante e angosciosa, del racconto di una realtà che andava sottraendosi alle sue dimensioni mitiche. Di suo, Igor Man aggiungeva due carature che sempre lo hanno accompagnato, e anche distinto, alla fine, dai suoi compagni di storia: la prima era quella intensa visionarietà che stava dentro il suo racconto di cronaca, una dimensione nella quale vita e immaginazione si trasfiguravano a comporre un tessuto espressivo fortemente partecipato, denso di connotazioni emotive, di sentimenti e parole che si rifiutavano al ritegno del pudore e del distanziamento che dovrebbero sostenere il rigore del giornalismo; la seconda era la sua stessa figura, quel volto così nobile e altero, i segni profondi e marcati delle rughe d’una vita vissuta davvero, i baffi scuri e sicilianazzi sotto le ciocche elegantemente bianche, quell’anello mostrato sempre in evidenza a evocare misteriosi geroglifici sottratti alla comprensione comune.

Il suo lavoro professionale lo ha portato in ogni angolo del pianeta, viaggiatore nelle guerre dell’Asia e del Levante e osservatore attento e sensibile delle convulsioni che agitavano le mezze democrazie dell’America Latina. Ha raccontato anche storie italiane, storie di un paese che veniva fuori dalle ossessioni amare del dopoguerra, ma la sua attenzione si era concentrata soprattutto sulle latitudini inquiete del pianeta, là dove in un tempo ormai lontano passavano i loro giorni di vita gli inviati di prestigio dei grandi giornali, il Corriere della Sera e La Stampa, e l’amicizia e la solidarietà si incrociavano spesso con i tranelli professionali, la concorrenza più spietata, anche il furto del lavoro dei colleghi più ingenui (ci sono storie che Fabrizio Del Noce e il povero Egisto Corradi hanno consegnato alla storia del giornalismo).

Della sua carattere profondamente umano, della sua sicilianità, Man aveva fatto anche una chiave si comprensione e di interpretazione di quella parte del mondo che più lo ha reso noto al grande pubblico: il Medio Oriente, tagliato dentro dal drammatico conflitto tra mondo arabo e Israele e segnato dalla complessa trama religiosa e politica dei popoli della Mezza Luna. Come siciliano, come figlio di una storia che ha intrecciato culture e memorie calate lungo i secoli di vicende e di contaminazioni mai sedimentate fino alla loro ultima acquisizione, Man avvertiva con particolare sensibilità le tensioni di questa lotta nella quale si scontravano, e ancora si misurano, i destini non soltanto di due popoli ma della stessa umanità del nostro tempo, per ciò che ha di comune questo tempo con i principi conflittuali della intolleranza e della integrazione, della identità segregazionista e del riscatto culturale, della spiritualità della fede e della capacità manipolatrice della religione.

Il suo «Diario arabo», quelle notazioni quotidiane che sulle pagine del nostro giornale hanno accompagnato e spiegato le complesse filiere nelle quali s’andava dipanando la preparazione – fino a poi lo scontro sul terreno – della guerra del Golfo tra Saddam Hussein e il resto del mondo guidato dai marines di Schwarzkopf, quel diario giornaliero gli aveva dato alla fine la popolarità che solo il giornalismo televisivo riesce altrimenti ad attribuire; e il merito, com’egli stesso ha riconosciuto, stava nell’aver saputo legare la cronaca quotidiana di un’inquietante confronto politico con le motivazioni culturali e religiose che inevitabilmente stavano ripiegate dietro l’apparenza del conflitto geostrategico.

Prendendo a spunto i versetti del Corano, e leggendone con cura e rispetto il senso profondo, Man offriva ogni giorno al lettore strumenti nuovi e «altri» per la comprensione di fatti e di personaggi che si mostravano inaccettabili nella semplificazione mistificatrice di tipizzazioni di comodo. E da questa vicinanza all’Islam come religione (ma anche come struttura identitaria, sempre riproposta e offerta all’attenzione del lettore) Man era passato progressivamente a vivere con una partecipazione intensa la dimensione cattolica della sua propria storia privata; è stata però, la sua, una religiosità laica, mai perduta dentro le anse difficili del fideismo, ma ugualmente intensa, verrebbe da dire pubblicamente intensa, in quello spazio nel quale un personaggio popolare finisce per essere obbligato a consumare anche i momenti più intimi del proprio vissuto quotidiano.

E il racconto dei suoi incontri privati con gli ultimi due Pontefici lo coinvolgeva e lo emozionava anche al di là dei doveri che il cronista deve sapersi dare. In questo, come in tutti gli aspetti della sua biografia, Man mostrava alla fine quale sia stata la sua scelta di vita: una integrazione – voluta e ricercata con costanza – tra dimensione pubblica e orizzonti privati, un terreno nel quale il racconto della storia del mondo non poteva mai prescindere dagli occhi, e verrebbe da dire dal cuore, di chi quel racconto lo sta facendo, e lo sta vivendo, non solo pestando la tastiera della macchina per scrivere o, poi, con il computer, ma anche mettendoci la propria pelle, la carne, le emozioni, la sensibilità fino alle lacrime.

Fonte: Mimmo Candito per “La Stampa” .

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2 risposte a “La poesia dell’inviato speciale.

  1. Quoto Fausta: un grandissimo, che non si perdeva in inutili giri di parole…

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