Ripensare il Mediterraneo

Il Mediterraneo, un luogo geografico che, nella storia, ha avuto momenti d’ombra e di splendore.
Ma è solo con la Rivoluzione Industriale che, la divisione tra Nord e Sud, ha reso più visibile e marcata la dicotomia tra “mondo sviluppato” e “mondo in via di sviluppo”.
L’evoluzione in forma dualistica delle economie dell’area mediterranea ha fatto sì che tra i paesi della sponda nord, appartenenti all’Unione Europea, e quelli della sponda sud vi siano forti differenze sostanziali che hanno conferito ai Paesi mediterranei della sponda settentrionale una posizione dominante all’interno dell’area.
Oggi si parla di dipendenze dalle monoculture del petrolio e dell’agricoltura: il settore petrolifero e quello agricolo sono le principali fonti, rispettivamente di entrata e di occupazione, per le economie dei Paesi mediterranei.
I Paesi che fanno maggior leva sulle risorse petrolifere sono Algeria, Libia, Siria, ed Egitto e se il petrolio e i minerali hanno un’importanza strategica per la formazione del PIL, poiché circa il 90% delle esportazioni di greggio è diretto ai mercati della sponda nord, in testa l’Italia seguita da Germania e Francia, il settore agricolo invece rappresenta una delle principali fonti di occupazione e benessere, contribuendo dal 10 al 20% del PIL e interessando almeno il 40% della popolazione.
Gli effetti della globalizzazione e della modernizzazione tecnologica dei sistemi produttivi hanno portato però, da un lato ad un debole aumento delle esportazioni e, dall’altro ad una forte dipendenza alimentare, aumentandone così il debito estero.
In particolare i Paesi mediterranei sono importatori nei comparti dei cereali, dei latticini, dello zucchero e delle carni e solo nel caso di frutta fresca e ortaggi diventa più favorevole la bilancia commerciale.
Queste asimmetrie economiche sono dovute anche alla dipendenza dai fattori climatici, dalla scarsità delle risorse idriche e dai problemi socio-politici.
Ecco perché i PAS (Piani di aggiustamenti strutturali) proposti dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, con l’obiettivo di raggiungere l’equilibrio nei Paesi in via di sviluppo attraverso la riduzione delle spese governative e l’eliminazione degli ostacoli all’iniziativa privata e al commercio, hanno ancora fallito lasciando irrisolta la questione economica nell’area mediterranea e in quelle del Terzo mondo.
All’accusa di fallimento è possibile dare due interpretazioni: da una parte la colpa è stata addossata alla mancanza di impegno da parte dei governi nell’attuare le politiche di liberalizzazione e alla scarsa capacità amministrativa degli Stati di intraprendere le riforme istituzionali; dall’altra l’assenza di una conoscenza reale della condizione politica, sociale ed economica ha indebolito i processi decisionali.
Difatti i dati dimostrano che il perseguimento di queste politiche, che nella maggior parte dei casi prendono in considerazione solo alcuni aspetti, ha aggravato le condizioni socioeconomiche senza offrire una risposta reale ai bisogni della popolazione.
La povertà, la forte dipendenza alimentare, e i movimenti migratori non dipendono solo da una cattiva gestione economica, bisogna considerare la necessità di attuare precisi piani di intervento su diversi fronti: sanità, urbanizzazione, politiche occupazionali privilegiando la crescita della produttività e dei redditi.
Se oggi la dicotomia tra area sud e nord del bacino mediterraneo persiste è perché non si è ancora riusciti a trasferire quel “sano” processo di modernizzazione che i Paesi della sponda nord hanno sostenuto attraverso il know how, l’informazione e gli investimenti.
Ripensare il Mediterraneo non significa solo inaugurare una zona di libero scambio ma ripartire proprio dalle diversità valorizzandone i mercati e le economie, solo così si riuscirà a parlare di crescita delle società mediterranee.

Fonte: Assadakah.

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