Yemen: tra guerra, fame e terrorismo.

Bambini che corrono ovunque tra le tende, leggeri, quasi senza peso, arrivati qui dopo marce forzate tra le alture yemenite e il confine con l’Arabia Saudita, denutriti e malati: questo è il campo di al-Mazraq, prima 7mila, poi 10mila, ora almeno 20mila profughi, che si aggiungono agli altri 150mila provocati da una guerra araba quasi dimenticata se a darle una dimensione internazionale non fossero intervenuti, a novembre, i soldati e gli aerei dei sauditi.
Eppure sorridono all’obiettivo questi bambini, sfuggiti non solo alle battaglie tra il governo e le milizie Huthi ma anche a una fame endemica. A Camp Mazraq ci sono le razioni del World Food Program, l’assistenza sanitaria, una scuola, e anche le loro madri, sempre avvolte nei burqa, le ultime nella scala sociale, incrociano qui uno sguardo compassionevole. Metà degli yemeniti, 23 milioni, è cronicamente denutrito, un bambino su dieci non raggiunge i cinque anni: ma ad al-Mazraq non servono statistiche per capire come un popolo è stato abbandonato.
«Anche se la guerra finisse oggi, servirà almeno un anno per farli rientrare a casa: ma siamo sicuri che vorranno tornare nei loro villaggi, sperduti e senza luce elettrica, a lottare per la sopravvivenza?», si chiede Ali al-Hesbhi, 34 anni, iracheno, che ha lasciato Baghdad nel 2006 per lavorare al Programma alimentare mondiale. Ha passato mesi a Sa’ada, la roccaforte della guerriglia, e da esperto fotografa così la situazione: «In Yemen ci sono tre fattori esplosivi: tanta povertà, il 50% vive con meno di due dollari al giorno, molta ignoranza – la metà è analfabeta – e venti milioni di kalashnikov. Ecco perché la sesta guerra in cinque anni tra i governativi e gli Huthi potrebbe non essere l’ultima».
Ma chi sono gli Huthi? Eccoli, una trentina, apparire sulla strada per Sa’ada, la roccaforte storica del movimento, dove nella città vecchia sta combattendo per snidarli la Guardia repubblicana al comando di Ahmed, il figlio del presidente Saleh. Si fanno avvicinare ad Harf Surfian, sullo sfondo di montagne con rocce nere e taglienti che preludono alla frontiera saudita, mentre ripiegano nelle ultime sacche di resistenza, braccati dai soldati ma anche dalle milizie tribali fedeli al presidente. Un portavoce dice che riprenderanno la città «molto presto», mentre «altri gruppi di guerriglieri – afferma – sono lanciati all’attacco dei sauditi». L’obiettivo sembra poco credibile con la Guardia repubblicana decisa a consolidare le ambizioni di Ahmed di succedere al padre.

Gli Huthi, come il presidente Ali Abdullah Saleh, sono sciiti zayditi – il 40% della popolazione, il resto è costituito da sunniti – ma appartengono a una corrente che vuole restaurare l’Imamato, affidando il governo alla discendenza della famiglia del Profeta.
Sono indeboliti, stanchi, ma non in disarmo. All’ospedale di Harad, al confine con l’Arabia Saudita, più tardi vedremo arrivare dei militari feriti: la guerriglia, anche se sporadicamente, continua a colpire. Gli Huthi di Harf Surfian non portano però segni evidenti della battaglia, come se fossero usciti indenni da questi santuari di roccia scura, crateri e fortificazioni millenarie, che conoscono alla perfezione e dove possono applicare la tattica del “mordi e fuggi”: è stato questo negli ultimi cinque anni il loro grande vantaggio sui governativi.
Portano a tracolla gli Ak 47, con bandoliere colorate e giberne militari. Ma non si vedono armi pesanti, solo qualche lanciagranata Rpg appoggiato su pick up Toyota quasi lucenti rispetto a quelli malandati che viaggiano sulle strade yemenite. Le kefiah a scacchi incorniciano volti duri, provati: ci sono combattenti esperti ma anche ragazzi di 14-15 anni, e forse meno. Per il governo di Saleh sono terroristi come quelli di al-Qaeda, loro negano qualsiasi rapporto con Bin Laden ma anche con l’Iran, sospettato invece, attraverso ayatollah e fondazioni religiose, di essere il loro sponsor in nome della comune bandiera dello sciismo e dell’espansione dell’influenza di Teheran nel Golfo. Per questo sono scesi in campo i sauditi che temono l’estendersi della rivolta Huthi alla loro minoranza sciita.

Gli Huthi hanno ucciso, terrorizzato la popolazione, arruolato centinaia di bambini soldato e qualche migliaio di disperati, pescando pure tra il milione di profughi dalla Somalia, distante soltanto 35 chilometri nello Stretto di Bab el-Mandeb. In passato furono anche manovrati da Saleh per contrastare l’ascesa dei predicatori sunniti wahabiti appoggiati dai sauditi. Poi, quando acquisirono un certo potere contrattuale, insoddisfatti dalla ripartizione tribale delle risorse petrolifere, si ribellarono facendo adepti nel Nord.
Ma chi governa davvero lo Yemen delle tribù? Fuori da al-Mazrak c’è la risposta meno politica che ci si può attendere: ecco il mercato del qat, la pianta che occupa il 60% delle terra arabile e assorbe il 90% dell’acqua. Anche qui, dove la gente a stento placa la fame, tutto ruota intorno alle foglie di quest’erba euforizzante, con effetti simili all’anfetamina, che mastica l’80% della popolazione, donne e bambini compresi. Nove milioni vivono sul qat: 3-4 lo coltivano, altri ancora lo distribuiscono e lo vendono. Un’attività frenetica perché le foglie devono essere consumate entro due-tre giorni dalla raccolta, una settimana al massimo.

Gli yemeniti ruminano in continuazione.
Mastica il qat Saleh Henash, che ad al-Mazraq stringe il figlio ancora più forte al petto quando sente il rombo di un caccia.
Mastica Hani Saleh, il soldato ferito seduto su una branda dell’ospedale di Hadrad che mi mostra il suo tesserino militare: è la foto di un adolescente imberbe che si è arruolato quando aveva 14 anni, a conferma che i bambini soldato non sono un’esclusiva delle tribù.
L’anno scorso il governo per calmierare i prezzi, raddoppiati dai cattivi raccolti, ha deciso di importarlo dall’Etiopia.
Nella città di confine di Hadrad si mastica di giorno pure durante il Ramadan, il mese del digiuno.
E quando gli altri musulmani rimproverano agli yemeniti di violare le leggi coraniche loro rispondono: «Si vede proprio che da voi il vero Islam non è ancora arrivato».

Fonte: Alberto Negri per “Il Sole 24 ore” .

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