L’identikit dei neo-terroristi e la pista yemenita

Il fallito attentato al jet americano conferma un modus operandi dei neo-terroristi, sia che agiscano in modo individuale che in raccordo con gruppi organizzati.

Intanto l’ordigno. Secondo le prime informazioni si tratta di una piccola bomba composta da polvere e liquido (in quantità minima), che è riuscita a superare i controlli di sicurezza. Per fortuna non è esplosa completamente. Era già avvenuto nel 2001 con il mancato attacco con le scarpe bomba e in un secondo episodio che aveva coinvolto un egiziano. Ma, al tempo stesso, è evidente come i terroristi siano alla continua ricerca di strumenti che possano essere introdotti a bordo di jet. Studiano, fanno ricerche e test. Metal detector come i varchi vigilati sono uno scudo contro certi tipi di armi o minacce, ma non hanno un valore universale. Tanto è vero che i qaedisti hanno organizzato un piano per distruggere un gran numero di aerei con l’esplosivo liquido.

Il secondo risvolto, tutto da esplorare, riguarda il protagonista del gesto, Umar Faruk Abdulmutallab. Tre le ipotesi possibili. L’uomo, di nazionalità nigeriana, potrebbe aver fatto tutto da solo, suggestionato o incitato all’azione da qualcuno «all’esterno». Una ripetizione di quanto è avvenuto a Milano con il mancato kamikaze Mohammed Game. In questo caso un mujahed fai-da-te, con un legame puramente intellettuale con l’arena integralista. Abdulmutallab, invece, ha sostenuto di aver ricevuto ordini e bomba da Al Qaeda nello Yemen. Uno scenario da verificare che potrebbe dare al complotto una dimensione ancora più inquietante. Se fosse vero vuol dire che lo hanno scelto perché forse poteva suscitare meno sospetti. Nel paese arabo, poi, è presente una sezione di Al Qaeda, molto attiva e forte di decine di elementi.

Di recente è stato affermato dagli esperti che lo Yemen può diventare il nuovo Afghanistan. E non è un caso che gli americani siano coinvolti, al fianco delle forze locali, nella lotta al terrorismo. Pochi giorni fa c’è stato un raid condotto dagli stessi Usa e alla vigilia di Natale un blitz ha colpito un accampamento. Sembra che tra i bersagli – mancati – ci fosse anche l’imam Anwar Al Awlaki, sospettato di aver ispirato l’autore del massacro a Fort Hood, Texas. La pista yemenita porta poi ad un altro episodio interessante. In agosto un kamikaze proveniente dallo Yemen ha cercato di assassinare il principe saudita Nayaf. La bomba – miniaturizzata – era nascosta nelle mutande o – secondo le autorità – nell’ano. Una ricostruzione presa per buona da alcuni esperti e vista con scetticismo da altri. La terza ipotesi è una combinazione delle prime due. Abdulmutallab è un estremista fai-da-te e si è recato nello Yemen a cercare l’avvallo e magari il supporto tecnico per il suo attacco.

Fonte: Guido Olimpio per “Il Corriere della Sera”.

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