Obama e l’Europa perduta

Il decennio che si chiude domani, i tormentati Anni Zero, segna l’affermazione definitiva di un mondo nuovo, senza autorità e senza chiare gerarchie, il mondo multipolare.

Proprio ieri, a sottolineare il caos in cui viviamo, sono arrivate tre sfide simboliche all’America e all’Occidente da Russia, Iran e Cina. Tre sfide che mostrano un futuro pieno di incertezze e che richiamano noi europei al dovere di decidere chi siamo, cosa vogliamo e in che mondo desideriamo vivere.

Poco meno di due mesi fa abbiamo celebrato il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, per anni si è teorizzato che la storia era finita allora con la vittoria del modello occidentale, della democrazia e del capitalismo. Non è andata così. Anzi, la storia si è messa a correre, le voci si sono moltiplicate e i nuovi attori sulla scena non sono più per forza gli Stati nazione, ma vanno dalle organizzazioni terroristiche alle multinazionali, passando per le lobby internazionali di ogni genere.

La chiave di questo decennio però resta quella che lo ha aperto con gli attentati dell’11 settembre e che ha sperato di chiuderlo pochi giorni fa su un aereo in atterraggio a Detroit: il tentativo di colpire l’America – l’ultima superpotenza tradizionale – nei suoi punti vitali.

Assistiamo ad una apparente ripresa di vigore del terrorismo islamico e si potrebbe sostenere che la Russia di Putin che alza la voce con Washington, la Cina che mette a morte un cittadino di passaporto britannico e non accetta critiche e il regime iraniano che procede con la sua spietata repressione intimando all’Occidente di non intromettersi, siano tutti galvanizzati dalla debolezza del nuovo Presidente americano.

Ma un anno fa, due o cinque – va bene ognuno degli ultimi nove – accadeva lo stesso: Ahmadinejad minacciava Israele, gli Usa e i loro alleati e progettava l’atomica, Putin prometteva di puntare i suoi missili contro l’Europa sempre per rappresaglia contro il progetto di scudo americano, Al Qaeda faceva stragi e rapimenti, la Corea del Nord lavorava alla sua paranoia nucleare, Pechino non accettava critiche alle sue violazioni dei diritti umani e i vari dittatori, da Castro a Chávez, lanciavano proclami contro l’Occidente.

Anche allora si diceva che la colpa era della Casa Bianca, ma in quel caso che la responsabilità andava addebitata ad un presidente troppo sicuro di sé e muscolare.

Oggi la realtà dei fatti ci racconta un mondo frammentato in cui non c’è più un’autorità riconosciuta, in cui né l’Onu né i nuovi summit internazionali – dal G2 al G20 – sono in grado di indicare strade condivise, imporre regole e codici di condotta o garantire stabilità. L’unica logica riconosciuta sembra essere quella della ricchezza, della forza negli scambi commerciali e del possesso di materie prime. Per questo oggi l’Occidente, colpito in modo devastante dalla crisi, dalla recessione e da una crescente disoccupazione, appare ancora più debole.

Si potrebbe dire che da sempre la logica economica è quella prevalente ma dimenticheremmo il peso della forza militare che per decenni, insieme al dollaro, ha dato all’America e alla Nato la supremazia nel mondo. Oggi il potere dell’esercito a stelle e strisce appare ridimensionato dal fatto che i suoi soldati sono impantanati in due guerre e non hanno energie supplementari da utilizzare in altri scenari. Un quadro che può essere letto come un «liberi tutti», come un invito ad alzare il tiro contro l’Occidente, le sue regole e i suoi valori.

Inoltre, di fronte alle minacce iraniane, cinesi o russe gli europei si muovono in ordine sparso, ognuno preoccupato del suo particolare, delle sue commesse o dei suoi contratti energetici, tanto da non riuscire mai ad avere una posizione comune efficace e capace di farsi sentire. È tristissimo ed allarmante pensare che né la repressione iraniana né la pena di morte cinese siano in grado di indignare l’Europa e renderla protagonista.

Così non ci resta che guardare alla Casa Bianca, perché il progetto di Obama resta l’unico possibile per cercare di immaginare un pianeta più equilibrato e vivibile. Non si vedono oggi altre strade percorribili oltre all’idea obamiana di un mondo multipolare in cui l’America possa avere un ruolo guida e in cui i diritti siano al centro della scena. Il Presidente americano, per risultare più credibile, deve però rafforzarsi innanzitutto in casa sua: varare la riforma della sanità, rilanciare l’economia e ridurre la disoccupazione. Sono questi i tre passaggi cruciali del suo destino. Solo allora sarà un interlocutore più rispettato dai cinesi come dai russi. Inoltre dovrà essere capace di smascherare senza paura ogni bluff, specie quelli – come ci racconta oggi Moises Naim – che servono per nascondere le divisioni interne di Mosca o Teheran.

Il vero buco nero resta l’Europa, con una Gran Bretagna smarrita che attende di sapere da chi sarà guidata e come, una Francia in cui la grandeur di Sarkozy non si è ancora trasformata in nulla di concreto e visibile, una Germania incapace di prendere le redini del Continente e un’Italia che sperimenta alleanze non tradizionali e procede per conto proprio. Così o l’Europa si convince che solo unita può contare qualcosa o è destinata a somigliare sempre più ad una compagnia di nobili decaduti che si svendono e trattano, ognuno per sé, favori e attenzioni dai nuovi ricchi.

Fonte: Mario Calabresi per “La Stampa”.

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