Archivi del mese: gennaio 2010

Opporsi

“Vorrei che i giovani si interessassero a questa mia storia unicamente per pensare, oltre a quello che è successo, a quello che potrebbe succedere e sapere opporsi, eventualmente, a violenze del genere…”

Giorgio Perlasca

Italia-Israele: primo Vertice intergovernativo.

Il Ministro Frattini prenderà parte al primo Vertice intergovernativo fra Italia e Israele, in programma dal 1° al 2 febbraio, che costituisce il coronamento dell’eccellente stato delle relazioni bilaterali. La delegazione italiana sarà guidata dal Presidente del Consiglio Berlusconi. Oltre al Ministro Frattini ci saranno anche i colleghi della Difesa, La Russa, degli Interni, Maroni, della Salute, Fazio, dei Trasporti, Matteoli, e dell’Ambiente, Prestigiacomo.

Tra Italia e Israele c’è una piena concordanza di vedute sui principali temi di politica estera d’interesse comune, oltre a rapporti culturali e tecnico-scientifici di primissimo livello. I rapporti economici conoscono un positivo andamento e mantengono ancora significative potenzialità di crescita. Il Vertice potrebbe essere il punto di partenza per un ampliamento delle reciproche relazioni, non solo dal punto di vista politico ma anche e soprattutto per incrementare gli scambi e le collaborazioni in ambito economico, industriale e tecnologico: è prevista infatti la finalizzazione di intese in numerosi settori e saranno annunciate importanti iniziative congiunte per il prossimo futuro.
In parallelo alla riunione intergovernativa, inoltre, si svolgerà una Tavola Rotonda tra i vertici delle principali agenzie di Ricerca & Sviluppo italiane (CNR ed ENEA in testa) che aprirà la strada al lancio del Biennio Scientifico e Tecnologico italo-israeliano e inaugurerà tre Laboratori Congiunti, resi possibili dagli ulteriori stanziamenti per l’Accordo scientifico tra Italia ed Israele, voluti dal Ministro Frattini: tra ENEA e Università di Beersheva sulle energie alternative e rinnovabili; tra CNR e Università di Tel Aviv sulle neuroscienze; tra LENS di Firenze e Istituto Weizman sugli atomi freddi.
I rapporti tra Italia ed Israele sono contraddistinti da un’intensa consuetudine di incontri ad altissimo livello politico e istituzionale. Dopo la visita di Stato del Presidente Napolitano nel novembre 2007, solo nell’ultimo anno, hanno avuto luogo la visita del Ministro degli Esteri Lieberman in Italia, il 4 maggio 2009, la visita del Primo Ministro Netanyahu, il 23 giugno 2009, la visita in Israele del Ministro della Difesa La Russa, il 17 novembre 2009 e la visita del Ministro Frattini lo scorso 9 dicembre: una dimostrazione della forte amicizia tra i due Paesi e del ruolo svolto dall’Italia nelle dinamiche politiche mediorientali.
E proprio le prospettive di pace in Medio Oriente e il dossier nucleare iraniano faranno da sfondo al Vertice dei prossimi giorni. Il Ministro Frattini, nella sua visita a Gerusalemme e Ramallah lo scorso dicembre, aveva invitato israeliani e palestinesi a tornare a sedersi al tavolo dei negoziati senza precondizioni, nella convinzione che “entrambi vogliono la pace: la vogliono i leader, ma soprattutto i due popoli, perchè non ne possono più”.
Sul fronte iraniano, l’Italia sarà “assolutamente leale” con i suoi partner in caso di nuove sanzioni, ha spiegato il Ministro ieri a Londra in una riunione con i colleghi americano, francese, tedesco e inglese, auspicando però che le nuove misure siano “condivise” da tutti gli attori affinché non diventino “un’arma spuntata”. E in una strategia di “allargamento del consenso”, l’Italia può fare la sua parte, giocando un ruolo di “diplomazia bilaterale” con quei Paesi attualmente presenti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, come Libano e Turchia, con i quali ha un rapporto di partnership privilegiato.

Fonte: MAE.

Comprare i talebani: si, se serve a trattare.

Divide et impera. Il concetto è noto, ma fino ad ora non si è riusciti ad applicarlo in Afghanistan.
Da oggi invece si cambia: la conferenza di Londra, alla quale hanno partecipato una settantina di Paesi, lo ha confermato. Anche gli Stati Uniti, un tempo fautori della abituale «resa senza condizioni», si sono convertiti. Spinti in questo da comandanti militari illuminati come il generale Stanley McChrystal, che comanda le forze in Afghanistan, e il suo superiore, il generale David Petraeus, ma anche dalla constatazione che una diversa soluzione militare diversa non è e non sarà raggiungibile.
I talebani ufficialmente si dicono non interessati a trattare, fino a quando soldati stranieri resteranno in Afghanistan. In realtà i talebani non sono monolitici, trattano eccome, indirettamente, magari attraverso l’Arabia Saudita ed a livello locale accordi sono già stati raggiunti. Anche perché i talebani hanno subito perdite terrificanti.
Non si tratta affatto di “comprarsi” semplicemente il nemico, posto che ciò è sempre accaduto nella storia militare. Ma in questo caso si vuole convincere i talebani meno estremisti che è “conveniente” smettere di sparare o cambiare fronte.
Cose del genere in Afghanistan sono normali, ma gli occidentali non sono riusciti ad approfittarne. Non in modo sistematico. Per farlo occorrono alcuni presupposti: si deve aumentare la pressione militare sul nemico, ma senza compiere stragi di innocenti, accettando quindi di correre più rischi, come prescrive McChrystal. Poi bisogna rendere credibili le forze di sicurezza afghane. A Londra si è confermato l’obiettivo di far crescere l’esercito afghano a 134.000 uomini entro ottobre 2010 e a 171.600 per ottobre 2011. A ottobre 2009 gli organici erano di 94.000 uomini. Stesso discorso per la polizia, che dagli 80.000 inefficienti uomini del 2009 passerà a 109.000 entro ottobre 2010 e a 134.000 uomini a ottobre 2011. Con 300.000 uomini decentemente addestrati ed equipaggiati la situazione potrà cambiare. Tanto più visto che l’Isaf, la forza Nato, arriverà a 130.000 uomini (oggi 85.000), ai quali si aggiungono 30.000 americani di Enduring Freedom. Questi “muscoli” potrebbero bastare, anche se, appena il clima lo consentirà, in Afghanistan si tornerà a combattere, ancora più duramente che in passato. Soprattutto, bisogna passare dalle parole ai fatti, ai talebani che si “convertono” bisogna offrire sicurezza, una prospettiva, un lavoro, un ruolo.
Tutto questo si può realizzare se si evitano i giochetti e la corruzione che piagano il governo centrale, più che quelli locali. Dato che non si può delegittimare ancor di più Karzai e suoi (in)fedeli, bisognerà trovare un accordo. Nella consapevolezza che se i talebani non si faranno convincere, l’Occidente dovrà restare in Afghanistan ben oltre i 10-15 anni di cui finalmente si parla apertamente.

Fonte: Andrea Nativi per Il Giornale.

Karzai: servono aiuti per altri 15 anni.

Faceva un certo effetto ieri ascoltare il presidente afghano Karzai, casacca verde e blu sulle spalle, rivolgersi con condiscendenza agli arcinemici talebani.
«Vogliamo tendere la mano ai nostri fratelli traviati che non sono membri di Al Qaeda e di altre organizzazioni terroristiche» spiega Karzai alle oltre 70 delegazioni riunite nella Lancaster House di Londra per la Conferenza sull’Afghanistan, la sesta in nove anni di guerra.
L’offerta, frutto d’una svolta radicale nella strategia bellica occidentale, vale però solo per i militanti poco politicizzati, quelli disposti «ad accettare la costituzione nazionale che sancisce pari diritti tra uomo e donna». Per gli altri, gli irriducibili che il premier britannico Gordon Brown identifica con «gli elementi di Al Qaeda convinti che l’estremismo violento sia un’espressione di una visione perversa dell’Islam», non c’è alternativa alle armi.
La grande tavola rotonda voluta da Brown per rispondere con un’exit strategy globale al malcontento britannico verso un conflitto sempre più percepito come estraneo, si chiude in attivo per Karzai, che incassa il sostegno della comunità internazionale al piano per la Pace e il Reintegro degli ex combattenti e i primi 140 milioni di dollari destinati al trust fund, il neofondo fiduciario per la ricostruzione del paese.
«La pace non si fa con chi è tuo amico, devi essere pronto a impegnarti con i nemici» commenta a fine giornata il Segretario di stato americano Hillary Clinton. Per questo il governo di Kabul ha invitato i taleban a partecipare alla Loya Jirga, il summit delle tribù afghane che accompagnerà i lavori del consiglio nazionale per pace. La risposta per ora è picche, almeno a giudicare dal comunicato contro «la propaganda dei guerrafondai americani» diffuso in serata dal comando taleban. Ma Karzai non ha fretta: «Avremo bisogno degli aiuti internazionali per 10, 15 anni». Un messaggio rivolto a tutti i delegati ma soprattutto a quelli di Pakistan e Arabia Saudita, i due paesi che avevano riconosciuto il governo taleban prima della cacciata nel 2001.
«L’esito mi sembra positivo, dopo aver criticato gli italiani in Afghanistan siamo arrivati alla conclusione che la pace si può comprare», osserva l’analista pakistano Shahid Qureshi. Certo, quando Gordon Brown ha affermato con enfasi obamiana che la battaglia per i cuori e le menti degli afghani si vince avanzando uniti, gli occhi sono andati al posto vuoto del delegato iraniano che, secondo il ministro degli esteri britannico Miliband, «decidendo di non partecipare si è autoisolato».
Ma al battesimo dell’anno della transizione e della «responsabilità afghana», nessuno ha davvero voglia di sottolineare le mancanze. Neppure le donne come l’attivista Wazma Frogh, arrivata per contestare l’apertura ai taleban e ripartita soddisfatta almeno dal discorso del suo presidente, «per la prima volta ha parlato con piglio che lo legittima». L’appuntamento è a fine 2010 a Kabul, quando i partner internazionali chiederanno conto a Karzai dell’aumento del 50 per cento degli aiuti stanziato per battere la corruzione, che gli afghani temono almeno quanto la guerra.

Fonte: La Stampa.

Colloqui segreti tra Nazioni Unite e talebani

Un inviato delle Nazioni Unite avrebbe condotto segretamente colloqui esplorativi con alcuni comandanti talebani per delineare i termini di un accordo di pace.
Lo rivela in apertura il quotidiano britannico The Guardian. I comandanti regionali della Quetta Shura si sono incontrati con Kai Eide, rappresentante Onu in Afghanistan, l’8 gennaio scorso a Dubai.
«Hanno chiesto un incontro per avviare dei colloqui, vogliono protezione, non vogliono finire in posti come Bagram (il centro di detenzione presso la base militare Usa di Kabul, ndr.)», riferiscono fonti delle Nazioni Unite. Si tratta del primo incontro del genere e a questo livello, precisa il quotidiano britannico, sottolineando come ciò possa rappresentare, per la prima volta in nove anni, una certa fiducia nelle organizzazioni internazionali da parte di alcuni gruppi talebani.

Fonte: Corriere della Sera.

Francia: verso lo stop al velo integrale.

La Francia si prepara a una stretta sul velo integrale in pubblico: una commissione parlamentare si è pronunciata ufficialmente per l’interdizione da uffici e servizi pubblici dell’indumento islamico che occulta il volto della donna. Il burqa, è la conclusione del rapporto, offende i valori nazionali della Francia.

Si tratta degli esiti finali di un iter durato 6 mesi i cui risultati erano molto attesi oltralpe. Molti intenso è stato il dibattito nell’opinione pubblica e nuove polemiche sono attese, nonostante le statistiche dicano che in tutta la Francia siano appena 2.000 le donne che indossano un niqab (velo che lascia spazio solo agli occhi) o un burqa (il viso è interamente coperto). Il rapporto di 200 pagine ha toni prudenti e la commissione, presieduta dal deputato comunista André Gerin, ha stabilito 18 raccomandazioni di vario ordine.

Sul piano strettamente normativo, la proposta faro consiste nell’adozione di una «disposizione che vieti di dissimulare il proprio viso nei servizi pubblici». Il rapporto raccomanda di «optare per uno strumento legislativo» che possa anche essere declinato «per via amministrativa». Questo dispositivo potrebbe in particolare essere applicato nei trasporti pubblici e nei dintorni delle scuole. «La conseguenza della violazione di questa regola non sarebbe di natura penale ma consisterebbe in un rifiuto di corrispondere il servizio richiesto».

La commissione di studio non arriva a suggerire un «divieto generale e assoluto del velo integrale negli spazi pubblici» perché «non esiste al riguardo unanimità». Il rapporto sottolinea come una legge di questa fatta «sollevi comunque questioni giuridiche complesse», poiché comporta una «limitazione dell’esercizio di una libertà fondamentale, la liberta di opinione, nella totalità dello spazio pubblico». Di qui il rischio di una censura da parte del Consiglio costituzionale o di una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Il rapporto sul velo integrale è destinato a riaccendere polemiche in Francia. La tensione è alta e lo dimostrano i fatti di Drancy, dove Hassen Chalghoumi, l’imam della moschea che nei giorni scorsi si era schierato a favore di una legge che vieti l’uso del burqa, è stato colpito da dure minacce. Un commando di circa 80 persone ha fatto irruzione lunedì sera nella moschea guidata da Chalghoumi, pronunciando minacce contro l’imam, grande sostenitore del dialogo interreligioso (soprattutto tra ebrei e musulmani). Al momento del blitz, «nella moschea si trovavano circa 200 fedeli», ha detto all’Agenzia France Presse un consigliere della Conferenza degli imam, presieduta dallo stesso Chalghoumi, che ha richiesto l’anonimato. «Hanno forzato il passaggio e si sono impossessati dei microfoni dopo un tafferuglio. A quel punto hanno indirizzato minacce e anatemi contro l’Imam, trattandolo da miscredente e apostata e affermando: liquideremo il suo caso, a questo imam degli ebrei…».

Fonte: Corriere della Sera.

COPASIR: Massimo D’Alema è il nuovo presidente.

Massimo D’Alema è stato eletto all’unanimità presidente del Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.
Il deputato e dirigente Pd come membro del Copasir era subentrato nei giorni scorsi a Emanuele Fiano. Sostituisce così alla presidenza il dimissionario Francesco Rutelli, che resta componente dell’organismo.

Il Copasir è un organo del Parlamento italiano che svolge funzioni funzioni di controllo sull’operato dei servizi segreti.
È composto da cinque deputati e altrettanti senatori, nominati dal Presidente del Senato e della Camera, in modo da rappresentare proporzionalmente le principali forze politiche che li compongono mentre il Presidente viene eletto tra i componenti appartenenti ai gruppi parlamentari dell’opposizione, per precisa disposizione di legge.

Fonte: Corriere della Sera.