Matteo, Marianna, Dario: italiani in missione ai confini della Pace.

AFGHANISTAN
MATTEO, IL BERSAGLIERE CHE HA VISTO LA MORTE IN FACCIA

«Ho visto ferire i miei uomini e morire il caporale maggiore Alessandro Di Lisio. Io stesso sono stato attaccato dai taleban con la mia compagnia. Ma quest’anno sono cresciuto e so che i nostri sacrifici non sono stati inutili». Il 2009 del capitano Matteo Epifani, trent’anni, romano, in forza al Primo Reggimento Bersaglieri di Cosenza, è stato un anno duro ma importante. Di quelli che segnano la vita. Da marzo a ottobre ha partecipato alla missione Isaf in Afghanistan con un compito rischioso: è stato inviato col 187° reggimento paracadutisti Folgore a controllare la zona di Farah, un’area fra le più calde del Paese, nella zona meridionale della provincia sotto responsabilità italiana di Herat. «Le condizioni di vita erano particolarmente dure. Basi in cui mancava tutto, un’area da controllare vasta come Lazio e Abruzzo, l’esercito afghano da riorganizzare – racconta Epifani –. La nostra presenza è risultata essenziale. Lì gli insorti erano dappertutto, i traffici di armi e droga continui. E la ricostruzione è possibile solo se c’è sicurezza».
Il giovane capitano, già abituato ai terreni caldi dell’Iraq e del Libano, si è ritrovato a comandare la compagnia meccanizzata Dardo. Ogni giorno pattugliamenti capillari, controlli sempre più efficaci e, di conseguenza, le prime reazioni. «Siamo riusciti a sventare molti attentati. Ma purtroppo, non sempre è bastato». Lui ha ancora negli occhi immagini che non dimenticherà mai. «Comunque sono scoppiate 7 o 8 mine, ho visto saltare in aria i militari afghani che purtroppo hanno mezzi meno robusti dei nostri Lince. Il 14 luglio dell’anno scorso una di queste ha ucciso il caporale Di Lisio. Era uno sminatore, un ragazzo coraggioso con cui ho condiviso giorno e notte la vita di frontiera, dove nascono e si cementano legami indissolubili». Il 25 luglio, poi, un conflitto di 5 ore con gli insorti ha coinvolto lo stesso Epifani. «Ci hanno attaccato mentre verificavamo l’esistenza di un deposito di esplosivi. Un razzo ha ferito gravemente un soldato della mia compagnia. In quei momenti fai davvero i conti con te stesso e con i motivi per cui sei lì». Anche quando, neanche un mese dopo, altri sei parà della Folgore muoiono in un attentato a Kabul.
A questo punto verrebbe da chiedergli dei dubbi, delle paure, di chi glielo fa fare, di quanto gli manca la famiglia. Ma è il capitano a giocare d’anticipo. Riflette, prende un lungo respiro e spiega: «Questo è stato un anno fondamentale per la mia crescita umana e professionale. Mi è servito a capire cosa vuol dire fare parte delle Forze Armate. Ti si può chiedere di fare il tuo mestiere in posti in cui non è remota la possibilità di mettere a rischio la vita. Ma sai che è un tuo dovere morale. Che c’è una popolazione che vive in uno stato di miseria tale che non puoi girare la testa dall’altra parte, e che tu hai i mezzi per aiutarla».
Che ne pensa del fatto che il 2010 porterà mille militari italiani in più in Afghanistan? «È anche un segno di stima. Stiamo lavorando nell’ambito di un mandato internazionale e gli alleati ci chiedono di più proprio perché la professionalità della nostra forza armata in dieci anni ha fatto passi da gigante. Ecco la mia speranza più grande: che il nostro lavoro e i nostri sacrifici portino un contributo a risolvere la situazione di quel Paese, ad avvicinare l’ora della pace, della riconciliazione e di uno sviluppo vero. Gli afghani, dopo il calvario di tanti anni, se lo meritano. E sarebbe questa la ricompensa più grande per il sacrificio di tanti miei commilitoni».

LIBANO
MARIANNA, IL TENENTE CHE GUIDA LA CACCIA A MINE E CLUSTER BOMB

«Il mio 2009 l’ho passato in buona parte nel Sud del Libano: sette mesi a bonificare terreni minati. Un’opera che sarà utile per il futuro di quel popolo». Il tenente Marianna Calò, 29 anni, in forza al 10° reggimento Genio guastatori di Cremona, è rientrata dalla missione Onu Unifil pochi giorni fa e ha festeggiato il Capodanno con i genitori ad Anzio. Parla con tranquillità del suo difficilissimo lavoro, come fosse cosa da tutti i giorni. Nessun vanto, anche se ne avrebbe più di un motivo: è la prima donna ad avere comandato un plotone Acrt, un pugno di uomini specializzati nella ricognizione dei terreni, dalla viabilità delle strade alla presenza di ordigni, per metterli in sicurezza. Ha comandato la prima attività di bonifica di campi minati effettuata dal Genio militare italiano dai tempi della seconda guerra mondiale. «Con un plotone di 15 uomini siamo stati incaricati dall’Onu di aprire un corridoio in un campo minato piazzato nel 1982 sul confine fra Israele e il Sud del Libano – racconta –. Io dovevo studiare la segnalazione delle bombe sulle piantine e controllare le procedure previste, la larghezza dello scavo, l’attività giornaliera dei ragazzi distribuita su turni di 40 ore di lavoro e 20 di pausa».
Massima concentrazione e sangue freddo, ma anche tanta professionalità per Marianna, che per due mesi ha tenuto d’occhio col fiato sospeso i suoi uomini (ma c’è anche una caporal maggiore sminatrice) che operavano su un campo minato in quella che tecnicamente si chiama attività di “bonifica operativa”. «Gli altri cinque mesi, invece, abbiamo effettuato attività di bonifica umanitaria. Si tratta di andare a sminare i terreni dei civili dalle cosiddette “cluster bomb”, le bombe a pioggia che restano disseminate ed inesplose soprattutto nei terreni agricoli. Sono le più pericolose per la popolazione». Col suo “team minex” (plotone sminatori), questo tosto e biondo tenente è anche andata a controllare l’eventuale presenza di ordigni improvvisati su ponti, sottopassi e strade. «Il 2009 è stato l’anno della mia prima missione. Nel 2010 porterò con me la soddisfazione di avere aiutato i libanesi, una popolazione che con noi italiani ha sempre manifestato stima e affetto». Inoltre festeggerà, insieme alle sue colleghe, un decennale importante, quello dell’entrata delle donne nelle Forze Armate italiane. Figlia di un maresciallo dell’Esercito, Marianna è stata fra le prime ragazze ad essere ammessa all’Accademia di Modena nel 2000 per intraprendere la carriera di ufficiale.

KOSOVO
LE SENTINELLE DEL PATRIARCATO ORTODOSSO

«È è il secondo Capodanno che passo in missione, sempre in Kosovo. È un’esperienza diversa, ma di grande amicizia». Il caporale maggiore scelto Dario Francone, originario della provincia di Lecce, affronta la lontananza da casa e dagli amici di sempre con l’entusiasmo dei suoi 24 anni. Insieme a lui, tanti altri compagni di lavoro della Multinational Task Force West, dislocata nella parte occidentale del Kosovo, passano le feste lì, lavorando per sicurezza e ricostruzione. «Nel Villaggio Italia di Pec si lavora anche la notte di Natale e Capodanno, ma si fa il possibile per creare l’atmosfera delle feste. La base è addobbata, tutti ci siamo sentiti più vicini durante la Messa di Natale. E la notte di San Silvestro si è fatta un po’ di musica invitando anche i militari dei contingenti stranieri. Qui certi valori diventano ancora più importanti». Dopo il brindisi, però, occhi comunque aperti per il caporale Francone e per la sua squadra. «Comando un gruppo di sei persone che il compito di salvaguardare il Patriarcato di Pec».
Prima di arrivare in Kosovo, Dario non conosceva nulla dei luoghi sacri della religione ortodossa, identificati con l’etnia serba e quindi costantemente a rischio. «Qui sto imparando molto, sia sul mio lavoro sia sulla cultura della popolazione. Molti miei colleghi presidiano i monasteri ortodossi, veri gioielli d’arte. La convivenza fra etnie non è semplice, ma proviamo a farla rispettare». Con i religiosi «che tutti i giorni ci ringraziano per essere lì a vegliare sui luoghi sacri». La riconoscenza dei kosovari è quello che colpisce di più i nostri soldati, come conferma anche Giampiero Portincasa, 32 anni, barese, tenente del Genio guastatori, che rimarrà in Kosovo sino a marzo. Dopodiché penserà alle nozze con la sua fidanzata. Laureato in scienze organizzative e gestionali, fa parte della cellula Cimic, si occupa di cooperazione civile e militare. «Mi occupo di progetti umanitari, economici, sociali e di ricostruzione. Da settembre, con gli uomini e le donne del Cimic, tra cui architetti e ingegneri, abbiamo portato avanti progetti sulle infrastrutture, sull’istruzione e sull’agricoltura in collaborazione con le organizzazioni governative e con le ong presenti sul territorio. È un’espeienza umana molto forte. Qui la situazione è ancora molto difficile per la popolazione. In questi giorni stiamo sistemando il riscaldamento in una scuola e stiamo creando i bagni in un’altra che ne era priva. Vedere i bambini in certe condizioni, ci tocca profondamente. Ma il loro grazie è la migliore soddisfazione da portare a casa nel 2010».

Fonte: Avvenire.

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