“Via gli italiani da Hebron”: l’offensiva di Lieberman.

Italiani go home.
Loro e tutti gli altri.
Ha cominciato a pensarci qualche mese fa, quando al ministero degli Esteri cercavano un segnale forte per un’Unione europea considerata sempre più ostile: adesso, il governo Netanyahu va oltre. E sta considerando la possibilità di non estendere più il mandato della missione internazionale Tiph, sigla che sta per «Temporary international presence in Hebron» ed è il contingente militare che da dodici anni assicura una precaria tranquillità a una delle più turbolente città dei Territori, la Hebron divisa metro per metro fra palestinesi ed ebrei. L’idea di cacciare la Tiph è di Avigdor Lieberman, il ministro, ma a spiegarla è il suo vice, Danny Ayalon. Che chiacchierando con un giornalista di Gerusalemme si lascia scappare la confidenza: «Questi militari hanno superato i limiti del loro incarico. Nei loro rapporti, ci sono solo le denunce di violenze sui palestinesi. Non c’è mai una riga su quelle subìte dagli israeliani».

Il mandato della forza multinazionale va rinnovato ogni sei mesi e la prossima scadenza è a fine gennaio.
Ne fanno parte una dozzina di funzionari italiani, per lo più carabinieri, e poi norvegesi, danesi, svedesi, svizzeri e turchi. Un lavoro difficile, che negli anni è costato più d’una vita: ogni settimana, disordini e tensioni scaldano l’aria di quest’angolo di Cisgiordania, dove la pace è più fragile dei famosi vetri che vi si producono. Non è la prima volta che il governo israeliano minaccia di non rinnovare il mandato dell’«international presence»: da quando fu firmato il protocollo di Hebron per la protezione di 700 ebrei in un mare di 120mila arabi, le provocazioni e le accuse reciproche di violazioni degli accordi hanno spesso fatto precipitare la situazione, costringendo qualche anno fa i carabinieri a sospendere la presenza. Stavolta, spiegano dall’entourage di Lieberman, a far precipitare la missione potrebbe essere una considerazione più politica. Esclusa l’Italia, ancora considerato il governo europeo forse più vicino alle posizioni di Netanyahu, a disturbare è che la mediazione sia garantita da Paesi considerati assai meno amici: la Svezia, con la quale s’è aperta una profonda crisi diplomatica; la Norvegia e la Danimarca, da sempre più sensibili alle ragioni palestinesi; la Turchia, in aperta rottura da un anno a questa parte, con la clamorosa contestazione pubblica che mesi fa il premier Erdogan riservò al presidente israeliano Peres. «Sono governi che non ci tutelano», dice ora Lieberman. Minacciando di mettere un nuovo sasso nell’ingranaggio, inceppatissimo, del processo di pace.

Fonte: Corriere della Sera.

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