Archivi del mese: febbraio 2010

Cos’avete fatto?

Quando arriveremo nell’Aldilà e milioni di ebrei morti nei campi di concentramento ci chiederanno “Cos’avete fatto?”, riceveranno molte risposte.
Tu dirai: “Sono diventato gioielliere”.
Qualcun altro dirà: “Ho costruito case”.
Ma io dirò : “Io non vi ho dimenticati”.

Simon Wiesenthal

Annunci

“Santità, la Polonia sarà libera”

Sono curiosi l’uno dell’altro e diventano amici fin dall’incontro d’esordio, nel 1978, frequentandosi poi al di là dei vincoli di protocollo. Pranzi segreti. Telefonate dirette. Colloqui privati e abbracci in pubblico. Con schermaglie giocose, persino, tanto che in una visita di Stato li si vede baloccarsi su chi abbia la precedenza a varcare le porte dei saloni apostolici: «Prego, prima lei»; «No, prima lei… ubi maior, minor cessat»; «L’ospite è sempre maior, avanti». Una familiarità che li spinge a scappare insieme dai rispettivi palazzi per una gita in montagna, come due studenti che marinano la scuola. «Presidente, vuol venire a sciare con me?». «Santità, non so sciare, mi spiace». «Venga lo stesso, l’aria buona le farà bene». Tre giorni dopo sono sull’Adamello, a tremila metri di altezza, e il vecchio ex partigiano grida al Papa che scende dalle piste: «Ma lei volteggia come una rondine».
Ecco come sono i rapporti tra Sandro Pertini e Giovanni Paolo II quando, tra il 31 marzo e l’8 aprile 1983, i due che hanno reso «più strette le sponde del Tevere» si scambiano un saluto pasquale. L’iniziativa la prende il capo dello Stato, un ateo che, nella memoria della cattolicissima madre, ha «la tentazione della fede». Prende carta e penna e prepara una lettera dove a ogni riga echeggia la questione polacca, aperta dalla prova di forza tra Solidarnosc e il regime comunista, e nella quale pesa molto l’Ostpolitik vaticana. I suoi auguri sono un esorcismo. Infatti, la ricorrenza che si avvicina, diversamente dalla promessa della Pasqua come «liberazione» (dalla schiavitù per gli ebrei d’Egitto, dalla morte a una vita nuova per i cristiani), sembra offrire allora solo incognite e paure. Specie a Varsavia e dintorni.
Pertini scrive di getto, con poche correzioni: «Santità, sia pace all’animo suo, sempre proteso verso quanti soffrono perché privi del necessario per vivere o perché giacciono inermi sotto la prepotenza altrui. Sia pace al suo coraggioso popolo, che tanto io amo e che oggi non è libero come liberi dovrebbero essere tutti i popoli e tutte le umane creature. Non servi in ginocchio siano, ma uomini liberi, in piedi, padroni dei propri pensieri e dei propri sentimenti. Sia pace, Santità, all’umanità intera: fratelli si sentano tutti i popoli, legati ormai dallo stesso destino: o vivere affratellati insieme da comune aiuto reciproco o insieme perire nell’olocausto nucleare…». Risponde il Pontefice, una settimana più tardi, colpito dagli «accenti di intensa commozione » nel ricordo delle «persone e popoli che soffrono perché privi di questo bene umano fondamentale» che è la pace. Quell’augurio, dice Karol Wojtyla, «ha suscitato in me eco profonda. Ancora una volta nelle sue parole ho sentito vibrare la nobiltà di un animo che sa interpretare le ansie e le speranze insieme condivise. Le sono grato per la sua sincera amicizia, che vivamente apprezzo. E la ringrazio altresì per i sentimenti di simpatia e stima per la mia Patria…».
Il Papa sa che quella di Pertini, espressa con la retorica un po’ rétro dell’umanesimo socialista, è una vicinanza vera. Da tempo il Quirinale, incurante delle prudenze diplomatiche, ha messo in mora il cosiddetto socialismo reale: lo testimoniano un’aspra missiva a Breznev in favore dei dissidenti sovietici e il messaggio di «deplorazione» alla Polonia per il golpe di Jaruzelski. Così come è autentico il pacifismo del presidente, testimoniato dai suoi appelli per il disarmo («si svuotino gli arsenali, si colmino i granai»), a cavallo della crisi per gli euromissili. Entrambi hanno visto il celebre film di Andrzej Wajda L’uomo di marmo, e ne hanno discusso considerandolo una premonizione per i Paesi dell’Est sotto il giogo di Mosca: «Un giorno saranno liberi». Il Pontefice gli ha raccontato la sua esperienza di operaio e poi di sacerdote e vescovo perseguitato. Il presidente la sua vicenda di antifascista, esiliato, incarcerato e condannato a morte. Ora insieme si impegnano, ognuno dal proprio versante, a gettare ponti per dialoghi quasi impossibili tra Est e Ovest. Grandi comunicatori, si battono per allargare i margini di speranza che la storia in quel momento concede.
E sarà anche questo modo di affrontare a viso aperto le tragedie dei totalitarismi a farli percepire dalla gente come due autorità morali.
A renderli icone del Novecento.
Al punto che un intellettuale abrasivo e fuori dal coro come Guido Ceronetti ironizza sulla «papagiovannificazione » del presidente della Repubblica eletto con la più larga maggioranza mai registrata: 832 voti su 995. Calore umano, vitalità, fierezza, intransigenza e capacità di resistere, commuoversi e indignarsi. Sentimenti che, nel caso di Pertini, riaffiorano oggi, a vent’anni dalla morte (24 febbraio 1990), da quell’inedito scambio epistolare conservato presso l’Associazione che porta il suo nome. Alle soglie del nuovo millennio, un sondaggio Doxa lo aveva indicato come «l’italiano del XX secolo», con il triplo dei consensi attribuiti al suo persecutore Mussolini, che un certo revisionismo vorrebbe riabilitare alla stregua di un «buon dittatore». In realtà, come spiegò lo scrittore argentino Osvaldo Soriano, «non è necessario essere italiani per essere orgogliosi di lui. Basta appartenere al genere umano».

Fonte: Corriere della Sera.

Afghanistan: il giorno in cui ho perso l’innocenza.

Ricordo molto bene il giorno in cui ho perso l’innocenza. È accaduto sedici anni fa, quando ne avevo solo cinque. Già di prima mattina faceva molto caldo. Mia cugina Roshan era venuta a trovarci e stava aiutando mia madre a preparare il pranzo, mentre io giocavo con le mie due sorelle, una di tre anni e l’altra di appena uno.
Mia nonna si precipitò nella stanza in preda al panico. Era agitatissima. Un gruppo di Mujaheddin stava attaccando Farah, la nostra città. Mia nonna voleva che scappassimo senza indugio. Mia madre non voleva fuggire. Disse alla nonna che saremmo state più al sicuro a casa nostra. Ma mia nonna si fece quasi isterica. “Se non andate via mio figlio e i miei nipoti verranno uccisi. Dovete lasciare subito questa casa e la città”, urlava.
Mia madre aveva paura di mettersi in viaggio. Poco dopo la nascita della sorellina più piccola, era stata operata. Soffriva di mal di schiena e aveva forti dolori ai piedi. Non si era mai rimessa del tutto. Comunque, alla fine, acconsentì a mettersi in cammino. Prese un cesto con qualche vestito per la mia sorellina più piccola e un recipiente di acqua. Noi avevamo solo i vestiti che indossavamo.
Partimmo a piedi, mia madre, mio padre, mia cugina con la bambina più piccola, la mia sorellina di tre anni ed io. Eravamo poveri e non avevamo un mezzo di trasporto. Per raggiungere il deserto da casa nostra impiegammo circa un’ora, ma sembrò molto di più.
Dopo un po’ vedemmo una moschea. Mio padre disse “Andremo alla moschea e Dio ci terrà al sicuro perché è la casa di Allah” Non eravamo entrati da molto quando, guardando fuori dalla finestra, vidi un carro armato con dei soldati, che sembrava avere come obiettivo proprio la moschea. Corsi subito a riferire a mio padre del carro armato che stava per fare fuoco sulla moschea. Mio padre corse a vedere dalla finestra. In pochi secondi fece uscire tutta la famiglia e ci fece allontanare dalla moschea e dal carro armato. Dopo appena qualche minuto, gli uomini sul carro armato fecero fuoco sulla moschea, che venne completamente distrutta. Ringraziammo tutti Allah per averci salvati.
Ricordo i missili e le bombe. Le esplosioni erano le loro voci. Camminare nel deserto era difficile e dovevo andare veloce per rimanere al passo con la mia famiglia. Persi le scarpe. Gli altri presero a correre e correre. Forse trascorsero solo pochi minuti, ma per me, a cinque anni, sembrò molto di più. Rimasi indietro rispetto agli altri. Non era ancora buio ma non so perché, in un secondo, di pomeriggio, persi la mia famiglia. Iniziai a piangere. Piangevo e chiamavo mia madre e mio padre: “Dove siete?”
Poi, tra le lacrime, vidi il fuoco. Ne rimasi sorpresa: non sapevo neppure cosa fosse. All’improvviso, mio padre mi venne accanto. Mi tirò dentro un buco e restammo lì, a terra, per essere al sicuro dai missili che ci passavano sopra la testa.
Erano trascorse solamente cinque ore da quando avevamo lasciato la nostra casa. Non sapevamo quanto ancora saremmo rimasti fuori o come sarebbe finita quella giornata. Mia nonna non era venuta con noi. Era andata a vedere se mia zia – sua figlia più giovane – stava bene e a dirle che avevamo abbandonato casa nostra. Camminavamo nel deserto, eravamo preoccupati per mia nonna. Nonostante la paura, avevamo tutti molta fame. Ricordo che stavo morendo di fame, ma cercavo in ogni modo di non lamentarmi.
Avevamo lasciato la casa al mattino. Gli spari di quella giornata cessarono che era notte. Solo allora riprendemmo il cammino verso casa. Una volta tornati casa, mia madre era molto debole per tutta quella sfacchinata, ma almeno l’intera famiglia era viva.
E io ero cambiata, era bastato un solo giorno. Prima di quel momento non mi rendevo conto di come stavano le cose. Non sapevo di essere nata in un mondo di guerra, o che sarei cresciuta con il suono delle esplosioni o del lancio dei missili, o che ancora oggi avrei sentito parlare di quanti hanno perso la vita in questa guerra. Ma dentro di me c’è la speranza che un giorno anche noi vivremo come la gente di altri Paesi, dove c’è pace invece che guerra.

Fonte: La Stampa.

Il mulo robot dell’Esercito statunitense

Perfetti muli da soma: obbedienti e mai testardi. Li vuole l’esercito americano per il trasporto di materiale bellico durante le ricognizioni di terra e l’impresa Boston Dynamics glieli costruisce. Ovviamente muli robot. Tutti bulloni, circuiti, software e motori. Queste macchine a quattro zampe si chiamano LS3 (Legged Squad Support System) e sono state commissionate dalla Darpa (Defense Advanced Research Project Agency) con un finanziamento di 32 milioni di dollari per 30 mesi. Sono appetibili per la Difesa statunitense perché possono trasportare carichi da 181 chili per circa 32 chilometri, su ogni tipo di terreno: scosceso, innevato e scivoloso. Una pista di ghiaccio, una montagna fangosa, un cumulo di macerie o un bosco fitto di alberi non rappresentano un problema. Insomma, i quadrupedi artificiali possono camminare accanto ai soldati in ambienti difficili, inaccessibili a moto e auto. A sviluppare l’LS3 è Marc Raibert, già professore del Mit di Boston e oggi a capo dell’industria con la commessa, che progetta robot con le zampe dagli anni 80.
Il suo mulo-robot non è altro che l’evoluzione di Big Dog, una specie di cavallo meccanico dalla stazza di 75 chilogrammi, ma più sofisticato: ogni volta che si trova su un terreno difficile mette in azione i sensori di equilibrio per non cadere. «E’ in grado di eseguire camminate instabili come quelle dell’uomo — spiega Giulio Sandini, direttore del dipartimento di robotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) — vuol dire che i suoi motori non si fermano mai e reagiscono istantaneamente agli squilibri. Un esempio per capire meglio? Pensiamo a quando corriamo, c’è un istante in cui tutti e due i piedi sono sollevati da terra e se in quel preciso istante ci fermassimo, cadremmo. La stessa cosa succede alla macchina». A pieno carico il mulo robot deve pesare circa 570 chili (disposizioni del cliente) e camminare in maniera autonoma. «Può seguire un capo con addosso un dispositivo elettronico — dice Raibert — come un cane fedele, oppure essere guidato da un Gps». Al momento la velocità al trotto e al galoppo è limitata, al massimo viaggia a 16 chilometri all’ora. Nessuna difficoltà invece nelle uscite in pattuglia: «Individua fino a cinque persone vicine in movimento e così evita di scontrarsi con loro» dice Sandini. La tecnologia dei motori a benzina che azionano i sistemi idraulici è da perfezionare — Big Dog ne monta uno da 18 cavalli mentre LS3 ne avrà uno da 40 cavalli — cercando di aumentare l’autonomia fino a 24 ore. «Un fattore importante è l’affidabilità: se una parte meccanica si rompe, il robot cade» dice Claudio Semini dell’Iit che sta assemblando HyQ (Hydraulic Quadruped), un cyber-San Bernardo sui 90 chili, progettato per trovare le persone da soccorrere dopo terremoti, tsunami e valanghe. Il prossimo passo per migliorare LS3? Darli la capacità di evitare un numero maggiore di ostacoli in movimento e soprattutto dotarlo di motori non rumorosi, altrimenti addio effetto sorpresa.

Fonte: Corriere della Sera.

Iran: l’Italia è manovrata da altri Paesi.

L’Italia mostra di essere “sotto l’influenza della propaganda di altri Paesi” quando insiste perché vengano adottate sanzioni contro l’Iran per il suo programma nucleare.
Lo ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Ramin Mehman-Parast, riferendosi evidentemente all’influenza degli Usa.
Mehman-Parast, che parlava nella sua conferenza stampa settimanale, ha infatti risposto così a una domanda a proposito delle dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, che in diverse occasioni nelle ultime settimane ha insistito sulla necessità di adottare sanzioni più dure nei confronti di Teheran. In particolare, proprio lunedì, parlando da Bruxelles in occasione di una riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione europea, il capo della Farnesina ha dichiarato che “non si può accettare che l’Iran continui a prendere tempo”.
“I Paesi dell’Unione europea, come l’Italia o la Francia – ha detto il portavoce iraniano – non hanno motivo di essere preoccupati. Le nostre attività nucleari si svolgono sotto la sorveglianza degli ispettori internazionali e servono solo a rispondere ai nostri bisogni interni (di combustibile, ndr)”.
“Ma sembra – ha aggiunto Mehman-Parast – che la propaganda di alcuni Paesi abbia il suo effetto su certi Paesi dell’Unione europea”.
Intanto Pechino ha ribadito il suo invito “a tutte le parti in causa” perché intensifichino i loro sforzi per trovare una soluzione negoziata al problema del programma nucleare dell’Iran. Lo ha detto in una conferenza stampa a Pechino il portavoce del ministero degli esteri Qin Gang.
La scorsa settimana, gli esperti dell’Onu avevano espresso il timore che Teheran stia lavorando allo sviluppo di un missile a testata nucleare. Il governo iraniano ha affermato di essere in grado di produrre uranio parzialmente arricchito, che potrebbe essere usato per costruire bombe atomiche, e di essere pronto a iniziare la costruzione di dieci nuovi impianti per l’arricchimento dell’uranio. A Pechino, il portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang ha affermato che la Cina “ha preso atto” delle preoccupazioni degli ispettori dell’Onu.

Fonte: TGCom.

Donne avvocato in Arabia Saudita: possibile l’ingresso in tribunale e la difesa dei diritti delle donne.

Fino ad oggi le donne avvocato dell’Arabia Saudita hanno esercitato la loro professione soltanto in alcuni servizi giudiziari riservati alle donne, ma tra poco potranno essere autorizzate ad esercitare anche nei tribunali.
E di conseguenza ad estendere la tutela dei diritti a molte più donne.
L’indiscrezione- così come riporta Aljazeera – sembra essere stata riferita alla stampa dal Ministro della Giustizia Mohammed Al-Issa.
La decisione rappresenta una svolta epocale per un paese conservatore come l’Arabia Saudita che applica una netta distinzione tra i diritti di uomini e donne.
Se l’apertura dei tribunali agli avvocati donne diventasse davvero effettiva, le avvocatesse potrebbero difendere cause di Diritto di famiglia, e tutelare donne vittime di soprusi e maltrattamenti domestici di fronte alla legge. Le avvocatesse arabe potrebbero esercitare nelle cause dei divorzio, nelle cause di affidamento di figli e minori alle madri, nelle cause di previdenza sociale.
Un piccolo passo avanti, dato che l’ambito di esercizio rimarrà comunque limitato, ma un grande passo avanti per l’Arabia Saudita ed una svolta per tutte le donne del Paese che forse avranno la possibilità che qualcuno difenda i loro diritti, almeno per quanto riguarda l’ambito familiare.
Diritto negato fino ad oggi, e probabilmente mai dichiarato tale.

Fonte: Pinkblog.

Il potere finanziario dei Guardiani della Rivoluzione

La capacità di controllo sull’economia iraniana dei Guardiani della rivoluzione è evidente non appena si entra nel Paese: gestiscono il principale aeroporto internazionale, e il modo in cui sono riusciti a ottenerne la gestione è stata una chiara dimostrazione di come si svolgano adesso i grandi affari in Iran.
Il contratto per la gestione dell’aeroporto Imam Khomeini, a sud di Tehran, era stato assegnato a un consorzio turco-austriaco nel 2004, ma l’8 maggio, giorno in cui era prevista l’apertura, gli ufficiali della Guardia Nazionale ne hanno preso il controllo, bloccando le piste con i loro veicoli, e chiudendolo. E’ stato necessario dirottare in fretta i voli in entrata.
Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) dichiarò che il coinvolgimento degli stranieri rappresentava un rischio per la sicurezza, per la possibilità di un presunto legame con Israele, ma era chiaro che il più grande errore del consorzio straniero era stato quello di cercare di tagliare fuori l’IRGC dal suo giro di affari. Da allora è stato estremamente difficile, se non impossibile, escluderlo dall’economia nazionale.
Il Corpo, nato come milizia volontaria durante il culmine della rivoluzione del 1979, è ormai irriconoscibile rispetto alle sue origini. È cresciuto a tal punto da diventare un gigante che domina l’economia del Paese, quella ufficiale e non. È impossibile quantificare la sua quota di mercato, ma secondo le stime occidentali si dovrebbe aggirare fra un terzo e quasi i due terzi del Pil iraniano, per un equivalente di decine di miliardi di dollari.
Ma l’economia iraniana ha cambiato i Guardiani della rivoluzione nella stessa misura – se non di più – di quanto essi l’abbiano trasformata a loro volta.
“L’IRGC è una vera e propria corporation. È un conglomerato economico con le pistole”, dice Ali Ansari, esperto di Iran della St Andrews University, secondo il quale è fuorviante definire il Paese una dittatura militare. “Non è una giunta militare. A mio modo di vedere – aggiunge – è un insieme di interessi economici e religiosi, e non penso che abbia la coesione necessaria per agire come un’unità unica”.
Attraverso holding finanziarie, imprese di facciata, e “fondazioni caritatevoli”, il Corpo dei Guardiani della rivoluzione svolge un ruolo di grande protagonista nel business dell’edilizia, del petrolio e del gas, dell’import-export, e delle telecomunicazioni. Subappalta il lavoro a imprese straniere, e le sue controllate partecipano a gare d’appalto all’estero. Il controllo di una serie di moli lungo la costa del Golfo, così come dei terminal degli aeroporti iraniani, gli consente di trasferire merci dentro e fuori dal Paese senza pagare dazi doganali.
“Se si vogliono trasferire beni di qualsiasi genere da e verso l’Iran senza pagare il dazio, è a loro che bisogna rivolgersi”, dice Meir Javedanfar, analista israelo-iraniano, sottolineando che “nessun importante uomo d’affari iraniano è realmente indipendente da loro o dal governo”.
Mohsen Sazegara, un dissidente iraniano in esilio che ha contribuito alla fondazione dell’IRGC, oggi definisce questo apparato come una “organizzazione unica ed estremamente strana”, paragonandola al KGB dell’era sovietica per la vastità del suo braccio di intelligence. “Potremmo dire che è un po’ come un’enorme società di investimenti con un complesso di imperi economici e trading company, oltre a incarnare di fatto il ministero degli Esteri, attraverso le “Forza Quds”, che controlla i rapporti con i Paesi della regione. I Guardiani sono anche coinvolti nel traffico di droga e alcolici. Non conosco nessun’altra istituzione simile ai Guardiani della rivoluzione”.
L’ampliamento del dominio dell’IRGC all’interno dell’economia iraniana ha avuto inizio vero e proprio negli anni Novanta, durante la presidenza di Akbar Hashemi Rafsanjani. Rafsanjani è ancora un protagonista politico, un magnate dell’economia, e il maggior rivale dei Guardiani della rivoluzione, tuttavia, nel periodo successivo alla guerra Iran-Iraq, incoraggiare l’IRGC affinché entrasse nel settore dell’edilizia costituiva un modo per ricostruire il Paese e finanziare il Corpo.
Ansari dice: “Tutto questo è iniziato con Rafsanjani, che ha detto: ‘Andate e fate soldi’, e così è stato, e hanno pensato: è facile. Hanno cominciato a prendere provvigioni, e sono finiti col rilevare intere fabbriche. E’ una pratica che ormai va avanti da anni”.
L’ IRGC opera in parte attraverso i bonyad iraniani, fondazioni caritatevoli di facciata che agiscono come enormi holding finanziarie. Sotto lo Shah, queste rappresentavano il mezzo per destinare ricchezze agli ‘uomini di corte’. Dopo la rivoluzione, i bonyad sono diventati lo strumento utilizzato dagli Ayatollah per arricchirsi. Adesso, riflettendo un’evoluzione continua del regime, l’IRGC è la forza dominante, in particolar modo attraverso la Bonyad e-Mostazafan, la “Fondazione degli oppressi”.
Tuttavia, si potrebbe sostenere che oggi l’organo più potente dell’IRGC è il Khatam al-Anbiya, che all’inizio era il quartier generale nel ramo dell’edilizia del Corpo, ma che oggi è una gigantesca holding che controlla più di 812 società registrate all’interno dell’Iran e fuori, che ha ottenuto 1.700 contratti governativi. La scorsa settimana, il Tesoro americano ha congelato i beni del suo direttore, il generale Rostam Qasemi e di quattro società controllate.
Con il sostegno attivo del presidente Mahmoud Ahmadinejad, che ha passato alla Khatam al-Anbiya una serie di contratti di enorme valore – assegnati senza gara d’appalto – nel corso degli ultimi anni la sua influenza è aumentata in modo esponenziale, ramificandosi all’interno di ogni aspetto della vita economica del Paese.
Le sue credenziali di sicurezza le hanno permesso di accaparrarsi il mercato dei contratti per scavare tunnel, costruire sistemi ferroviari sotterranei, e la gestione del programma missilistico e nucleare. Come se non bastasse, la fondazione ha ottenuto un appalto da 1,3 miliardi di dollari per la costruzione di un gasdotto lungo circa 900 km, dalla provincia del Bushehr al Sistan-Baluchistan. Questo primo passo nel settore energetico è stato consolidato da un altro contratto del valore di 2,5 miliardi di dollari per costruire infrastrutture nel giacimento petrolifero di South Pars.
È impossibile stimare l’entità completa del controllo esercitato dall’IRGC, perché il processo di privatizzazione, previsto ufficialmente dall’art. 44 della Costituzione iraniana, è stato utilizzato per offuscare la questione della proprietà. Molte delle società beneficiarie non sono formalmente proprietà dell’IRGC, ma si ritiene che facciano comunque capo al Corpo, attraverso legami personali con i loro proprietari e amministratori.
Lo scorso settembre, l’Etemad-e Mobin, un consorzio che si dice abbia ampi legami con l’IRGC, ha acquistato una quota del 51% dell’impresa delle telecomunicazioni iraniana, pochi minuti dopo la sua privatizzazione. Con i suoi 5 miliardi di dollari, l’affare è stato considerato come il più grande accordo commerciale di sempre, e, come accadde con l’acquisizione dell’aeroporto, il principale concorrente è stato squalificato all’ultimo momento per motivi di “sicurezza”.
A dicembre, i corpi del presidente del consorzio, Majid Soleimanipour, e di sua moglie sono stati ritrovati senza vita nella loro casa di Tehran. I due sarebbero morti per aver inalato del gas che fuoriusciva da una tubatura. Ma laddove tutti gli affari sono politica, e tutte le grandi imprese vengono viste attraverso il prisma della sicurezza nazionale, il resoconto ufficiale dell’accaduto ha generato scetticismo nell’opinione pubblica.
L’accordo delle telecomunicazioni ha rafforzato la presa – quasi monopolistica – dell’IRGC sull’economia, mettendolo, nello stesso tempo, in condizioni di poter avere accesso a qualsiasi conversazione telefonica nel Paese.
“Facendo leva su tutta la loro base economica, stanno allargando il loro controllo su quelle aree che loro stessi considerano come ‘soft war’, come il settore delle telecomunicazioni”, dice Mark Fowler, ex specialista di Iran per la CIA, che adesso lavora per la società di consulenza americana Booz Allen Hamilton.
Gli Stati Uniti e i loro alleati vogliono inasprire le sanzioni con l’obiettivo di creare disaccordo fra l’IRGC e gli iraniani. L’affermazione di Hillary Clinton – secondo la quale “l’Iran sta andando verso una dittatura militare” – probabilmente mirava a concentrare l’attenzione sul Golfo.
Ma gli analisti affermano che la portata dei Guardiani (conosciuti dagli iraniani con il termine persiano di Pasdaran), e la natura torbida della proprietà aziendale renderanno molto difficile sapere dove andare a colpire. “È il paese dei Pasdaran”, dice Jamshid Assadi, economista iraniano che sta a Digione, in Francia. “ Tutti lo sanno, e nessuno cerca neppure di nasconderlo”.

Fonte: Osservatorio Iraq.