Il Libano rinuncia al sogno di libertà

Cinque anni dopo l’assassinio di Rafik Hariri, le commemorazioni per la sua morte segnano l’eclissi del movimento popolare che avrebbe voluto trasformare il lutto nel riscatto dell’indipendenza nazionale e la separazione finale dall’abbraccio siriano.
Ieri gli organizzatori della grande manifestazione a «Piazza dei Martiri», nel cuore della capitale ricostruito negli anni Novanta per volere dello stesso Hariri con la volontà di seppellire una volta per tutte il quindicennio della guerra civile (1975-1990), non si sono neppure sforzati di annunciare la stima del numero di partecipanti. Il 14 marzo 2005, un mese dopo l’attentato che uccise l’ex premier, sette guardie del corpo e altre 14 persone, era stato per tutti fondamentale sbandierare al mondo, e soprattutto in sfida a Damasco, che «oltre un milione di persone» erano scese in piazza.
Quasi un terzo della popolazione aveva voluto così dire «basta» ai 29 anni di presenza militare siriana, ai crimini della polizia segreta, alle minacce letali contro giornalisti, politici e intellettuali, al peso oppressivo di un’occupazione che condizionava pesantemente la tradizione di libertà e pluralismo nel Paese dei Cedri.
Nei quattro anniversari seguenti la coalizione del «Blocco del 14 marzo»—composto per lo più da sunniti, larga parte dei cristiani e drusi—aveva sempre enfatizzato la sua capacità di mobilitazione contro le componenti filo-siriane e gli sciiti dell’Hezbollah (il Partito di Dio) pro-iraniano.

Ma negli ultimi tempi quell’impulso profondo di libertà ha segnato il passo. «Il movimento è stato penalizzato inizialmente dal fallimento del tribunale internazionale dell’Aja voluto dall’Onu, che avrebbe dovuto individuare e processare i responsabili della morte di Hariri», sostiene tra i tanti Michael Young, coraggioso editorialista del quotidiano di Beirut in lingua inglese The Daily Star. In un volume di prossima pubblicazione, Young esamina le vicende controverse della Corte internazionale: dai primi passi nel settembre 2005, quando l’allora pubblico ministero, il giudice tedesco Detlev Mehlis, decise di arrestare e mettere in cella d’isolamento quattro generali libanesi legati a filo doppio ai servizi segreti di Damasco (il capo dei servizi di sicurezza, Jamil al Sayyad; quello della polizia, Ali Hajj; il responsabile dell’intelligence militare, Raymond Azar; e il capo della Guardia Repubblicana, Mustafi Hamdan), sino alla scelta di liberarli un anno fa e de facto al congelamento dell’inchiesta. «Il tribunale dell’Aja ha perso il treno. La comunità internazionale ha tradito la necessità di stabilire la verità», ha scritto ieri Young anche sul New York Times.

A tutto questo si sommano altri fattori più squisitamente geo-strategici. «Con l’arrivo dell’Amministrazione Obama, gli Stati Uniti hanno imposto una nuova scala di priorità. Nel tentativo di dialogare con l’Iran e migliorare lo scenario iracheno hanno aperto alla Siria. Poi anche l’Arabia Saudita, che più di ogni altro potere regionale aveva sostenuto il movimento del 14 marzo, si è riavvicinata a Damasco. Ciò ha condotto persino il figlio dell’ex premier assassinato, l’attuale primo ministro quarantenne Saad Hariri, a cercare un compromesso con il presidente siriano Bashar Assad», spiegano fonti diplomatiche occidentali a Beirut. Lo stesso tragitto ha percorso il leader druso Walid Jumblatt, che pure aveva scelto la via dello scontro frontale con la Siria ben prima del 2005.

La svolta più radicale è poi giunta a metà dicembre scorso, quando Saad è andato personalmente a Damasco per incontrare Assad. Un passo controverso. «Ha fatto male. È andato a legittimare l’assassino del padre», sostenevano ieri in tanti tra le migliaia di manifestanti sunniti arrivati da Saida, la roccaforte storica degli Hariri. Il giovane premier, che ancora meno di un anno fa non esitava ad accusare i massimi vertici siriani per la morte del padre, ieri è tornato a spiegare le sue mosse in nome dell’unità nazionale. «Stiamo trattando alla pari. Lo faccio in verità e piena onestà, tengo aperta la finestra alla Siria per il bene del Libano», ha ribadito alla folla. «La sua è la strategia realista del premier che si sente isolato. E in difesa dell’unità nazionale sceglie il male minore», commenta Giselle Khouri, giornalista locale e vedova di Samir Kassir, noto intellettuale assassinato pochi mesi dopo Hariri. La conclusione è amara: «Ma così Saad uccide lo spirito della speranza scaturita dal 14 marzo 2005 e rilanciata con la nostra vittoria elettorale contro Hezbollah nel giugno scorso. Difficile mobilitare le piazze e il sogno di libertà in nome della Realpolitik».

Fonte: Corriere della Sera.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...