Archivi del mese: marzo 2010

G8 in Canada: lotta al terrorismo e la questione del disarmo

Terrorismo, non proliferazione e situazioni di crisi che minacciano la sicurezza internazionale. Sono questi i principali temi su cui si confronteranno, il 29 e il 30 marzo prossimi a Gatineau, in Quebec, i Ministri degli Esteri del G8 riuniti sotto la Presidenza canadese..
Il G8 Esteri di Ottawa sarà l’occasione, in tema di terrorismo, per fare il punto sull’Afghanistan, tra la Conferenza di Londra del gennaio scorso e la prossima, prevista a Kabul per l’inizio di giugno.
Ma anche sulla situazione in Yemen e Somalia, che vedrà il Ministro Franco Frattini aprire la discussione, in considerazione del ruolo propulsivo dell’Italia nella costituzione del gruppo ‘Friends of Yemen’, così come per la parte attiva svolta nelle riunioni dell’International Contact Group per la Somalia..
L’Italia, con la Presidenza del G8 nel 2009, ha dato forte impulso alla lotta al terrorismo (Vertice de L’Aquila, Ministeriale Esteri di Trieste, riunioni del Counter Terrorism Action Group-CTAG a Nairobi e a Sana’a) ed è stata il primo Paese ad evidenziare i rischi globali connessi con questo e con altri fenomeni destabilizzanti, dalla pirateria al contrabbando, ai traffici di armi, di droga e di esseri umani.
Per quanto riguarda la non proliferazione i lavori, in vista della Conferenza di Riesame del Trattato (TNP), vedranno la partecipazione del presidente della Conferenza, il filippino Libran Cabactulan e particolare attenzione sarà data alle specifiche situazioni di Iran e Corea del Nord. Sarà inoltre discusso il tema dell’annunciata firma dello Start 2 tra Usa e Russia, attesa per l’8 aprile prossimo.
Sul fronte dei colloqui sulle aree di crisi (“Security Vulnerabilities”), la Presidenza canadese ha deciso di riservare un’attenzione specifica al possibile contributo del G8 per rimediare alle “fragilità istituzionali” – foriere anche di effetti destabilizzanti per la sicurezza internazionale – ad Haiti, in America Latina e in Medio Oriente..

Fonte: MaE.

Le “vedove nere” ed il ritorno al terrore puro

L’azione terroristica di Mosca è attuazione sanguinosa e pratica degli ordini del leader ceceno Doku Umarov.
Il gruppo separatista aveva annunciato nuove azioni oltre i confini del Caucaso. Per gli esperti la strage – se dovesse essere confermata la pista cecena – è poi il segnale di come gli estremisti abbiano deciso di adottare tattiche jihadiste. Fortemente ridimensionata sul piano militare, la guerriglia ha optato per il ritorno al terrore puro. Fonti di intelligence hanno segnalato un’intensificazione della propaganda in questa direzione e il ricorso alle donne-kamikaze è come una firma.
Sul web ci sono decine di video dedicati ai «martiri» e alle operazioni anti-russe.
Altro risvolto interessante, in questo senso, il sostegno religioso di Abu Mohammed Al Maqdisi, influente predicatore giordano che è stato il padre spirituale – poi rinnegato – del famigerato Al Zarkawi, il tagliatore di teste in Iraq. Al Maqdisi, in persona, ha scritto una lettera a Umarov esprimendo tutto il suo appoggio ai mujahedin. Un gesto non secondario vista la grande influenza che lo «sheikh» ha nell’arena islamista. Sempre fonti della sicurezza indicano un intensificarsi degli aiuti da parte di associazioni o privati del mondo musulmano. Risorse sufficienti ad alimentare la ribellione nel Caucaso. Minore ma costante l’afflusso di volontari islamici: molti di loro sono caduti in battaglia oppure caduti in agguati. Il regime filo-russo di Kadyrov ha, infatti, condotto una lotta spietata riuscendo ad assassinare all’estero – da Vienna a Dubai – una mezza dozzina di figure importanti della ribellione.
A questo punto non è da escludere che i separatisti abbiano deciso di lanciarsi in una nuova campagna di terrore affidandosi alle «vedove nere».

Fonte: Guido Olimpo per Corriere della Sera.

Preparavano attentati contro i musulmani in America: l’FBI arresta miliziani cristiani.

Dopo il terrorismo islamico, il terrorismo cristiano? Nel timore che preparassero attacchi e attentati contro i musulmani in America, l’Fbi, la polizia federale, ha arrestato alcuni leader di una milizia, la Hutaree (il nome significherebbe “Guerrieri di Dio”) che afferma di combattere gli anti Cristo. La Hutaree, che si definisce “milizia cristiana”, è basata nella cittadina di Adrian nel Michigan e ha iscritti in Ohio e in Indiana. Secondo l’Fbi, predicherebbe una crociata contro l’Islam.
La polizia federale ha fatto una retata dei suoi leader in tutti e tre gli stati, la prima del genere. Gli arresti andrebbero da otto a dieci.
A quanto riferito da Mike Lackomar, il capo della Milizia volontaria del Michigan, la Hutaree «è una setta religiosa armata», non una associazione paramilitare consentita dalla legge. Essa ritiene che la fine del mondo sia prossima, ha spiegato, e che sia suo compito schierarsi con le forze del Signore contro quelle di Satana. «Noi collaboriamo alle indagini dell’Fbi» ha aggiunto Lackomar. Il capo miliziano ha precisato di avere ricevuto una richiesta di aiuto da un leader di Hutaree al momento del raid della Fbi, ma di averla respinta: «In passato i suoi membri si esercitarono con noi, ma recentemente abbiamo ridotto i rapporti. Noi siamo semplici patrioti». Sugli arresti e sugli obbiettivi di Hutaree l’Fbi mantiene un rigido riserbo. Ma secondo Dawud Walid, il direttore del Consiglio sulle relazioni tra l’America e l’Islam nel Michigan, l’operato della setta ha messo in allarme la comunità musulmana. Stando alla tv Abc, che lo ha chiamato «un gruppo di estremisti di destra», l’Fbi avrebbe raccolto le necessarie prove a carico di Hutaree.
A un sito internet, un membro della milizia cristiana in fuga lo ha però negato, accusando la polizia federale di dare la caccia «alle nostre mogli e ai nostri bambini». Un chiaro riferimento a due traumatici episodi degli Anni novanta in cui perirono donne e minori. Negli Anni novanta, a Ruby ridge e a Waco nel Texas l’Fbi combatté due battaglie prima contro estremisti di destra poi contro la setta dei davidiani, facendo numerose vittime. Sulla scie delle due tragedie, si moltiplicarono le milizie che rivendicano la libertà degli americani di armarsi in base alla Costituzione, e rimproverano a Washington di aver ordito una congiura a danno della libertà dei cittadini assieme a un misterioso governo mondiale. Nel ‘95, Timothy McVeigh, un loro giovane simpatizzante, fece esplodere il Palazzo federale di Oklahoma city, uccidendo 167 persone, la strage più grave della storia americana prima di quella delle Torri gemelle di Manhattan nel 2001. Da allora, l’Fbi ha operato periodici arresti tra le milizie, in genere per complotti o detenzione abusiva di esplosivi, soprattutto nel sud, dove operano la Arizona viper militia, la Georgia republic militia, la Oklahoma consititutional militia e altre. Le milizie annoverano in tutto migliaia di iscritti, sono di solito formate da bianchi, e alcune di esse sono razziste.

Fonte: Corriere della Sera.

Addio a Daphne Park

Era la regina delle spie, uno 007 in gonnella e una delle prime donne a conquistare ruoli di prestigio nei servizi segreti britannici. Daphne Park, baronessa di Monmouth, se n’è andata a 88 anni, lo scorso 24 marzo.
La sua vita da James Bond al femminile ricorda le avventure di un romanzo di Ian Fleming. Un’esistenza fuori dal comune e dalle convenzioni, quella della baronessa che dal 1948 al 1979 ha lavorato per l’MI6, i servizi segreti esterni britannici.
Tra il Congo, Mosca e il Vietnam, Daphne Park non ricalcava certo il modello della brava mogliettina in perenne attesa che il marito torni a casa la sera. «Non ho coraggio – disse una volta la baronessa – ma un misto di curiosità e ottimismo». Forse il suo era solo humour britannico, ma quella combinazione di doti le ha permesso davvero di scampare a situazioni terribili e affrontare regimi dittatoriali e guerre uscendone sempre illesa.
Nata nel 1921, Daphne Margaret Sybil Desirèe Park ha vissuto i primi anni della sua vita in Africa. Voleva diventare una diplomatica, ma finì nei servizi segreti. Tra i primi incarichi di rilievo ci fu la Russia, dove arrivò nel 1954. La vita della spia era cominciata. Dall’Unione Sovietica fu mandata in Congo. Luoghi sempre più pericolosi, specialmente per una signora. Il Daily Telegraph racconta che una volta, per scacciare un intruso, la Park gridò dalla finestra della sua casa: «Sono una strega e se non te ne vai ti cadranno mani e piedi». E sempre in Congo, resasi conto che un gruppo di assalitori si stava avvicinando armato di machete, la Park si lanciò fuori dall’auto, aprì il cofano e finse un problema meccanico. Quando il gruppo di aggressori si avvicinò, fece finta di nulla: «Meno male che vi ho incontrato, penso di aver un guasto al motore». Li ingannò: la videro come una donna in difficoltà da soccorrere, e lasciarono perdere gli intenti bellicosi.
«Sono sempre sembrata una grassoccia missionaria il che spesso è tornato utile», disse una volta la baronessa.
Dopo il Vietnam, la Park fu mandata in Mongolia per poi concludere la sua carriera a Londra.
Si ritirò dai servizi segreti nel 1979.
Nel 1990 ricevette il titolo nobiliare e nel 1993 fu rivelata la sua vera identità di spia al servizio di Sua Maestà.
Il suo successo, in perfetto stile Mata Hari, non fu dovuto solo al suo coraggio, ma proprio alla sua femminilità: il suo fascino innato e la capacità di conquistare i potenti, mista forse a una certa spregiudicatezza che le permise di lanciarsi sempre dove ce ne fosse bisogno.

Fonte: Il Giornale.

Srebrenica? Colpa dei soldati gay…

Il contingente olandese delle forze Nato in Bosnia non riuscì a proteggere la città di Srebrenica, dove, nel 1995 fu commessa una delle peggiori stragi della guerra dei Balcani, anche per la presenza al suo interno di alcuni soldati gay.
E’ la denuncia di John Sheehan, un generale americano in pensione, ex comandante delle forze Nato, in una audizione al Senato Usa. Immediata la replica dell’ambasciatore olandese a Washington, Renee Jones Bos.
Sheehan si è espresso nel corso di un’audizione al Senato americano, impegnato in questi giorni a legiferare sulla possibilità dei gay americani in divisa di dichiarare apertamente la propria omosessualità. Secondo il generale, il contingente olandese era gravemente impreparato a difendere i musulmani bosniaci dall’aggressione delle armate serbe. E in parte ciò era dovuto al fatto che alcuni soldati impegnati in combattimento fossero gay.
“Il crollo dell’Unione Sovietica – ha aggiunto il generale – ha spinto gli eserciti europei, compreso quello olandese, a credere che non ci fosse più bisogno di persone dalla forte capacità di combattimento. Quindi hanno cominciato ad allargare le maglie del reclutamento, ammettendo anche i gay dichiarati”.
Contro queste dichiarazioni si è espresso l’ambasciatore olandese a Washington, Renee Jones Bos: “Vorrei ricordare con orgoglio il contributo che gay e lesbiche hanno dato e danno quotidianamente alle nostre forze armate ormai da decenni distinguendosi in tanti teatri di guerra, e oggi in Afghanistan.
La missione olandese a Srebrenica è stata studiata e valutata da molti rapporti al livello nazionale e internazionale, ma nessuno di loro – ha concluso l’ambasciatore – ha mai individuato alcuna relazione tra la strage dei musulmani e la presenza di soldati gay”.

Fonte: TGCom.

Contributo alla Stampa afghana

Valorizzare il contributo italiano in Afghanistan e avvicinare la popolazione afghana alla missione internazionale, attraverso il contributo della stampa locale.
In questo orizzonte si sta svolgendo in questi giorni l’Italia-Afghanistan Media Forum, organizzato dal Servizio Stampa del Mae, e che ieri ha visto un confronto tra venti giornalisti afghani e dei colleghi italiani, alla Farnesina, alla presenza del Ministro Franco Frattini.
I giornalisti afghani ospiti in Italia sono impegnati (dal 14 al 20 marzo) in incontri istituzionali, training presso organi di informazione, partecipazioni a trasmissioni televisive e radiofoniche.
L’obiettivo è di migliorare le proprie competenze e allo stesso tempo di raccontare le proprie esperienze agli italiani.
Lo stesso Ministro Frattini ha sottolineato l’importanza del ruolo della stampa afghana, a cui si chiede di ”raccontare che la coalizione sotto guida Onu è in Afghanistan per portare pace e democrazia”, e ”noi attraverso di voi dobbiamo guadagnare la fiducia della popolazione”.
Una delle sfide principali per l’Afghanistan resta la sicurezza, che però secondo Frattini non ”è un fine, ma uno strumento per permettere alle istituzioni di funzionare meglio e di far crescere l’economia”.
In questo senso, ha ribadito il Ministro, ”l’impegno per la ricostruzione civile è prioritario”. I giornalisti afghani hanno posto ad esempio il problema della povertà, tra le principali fonti di reclutamento per i terroristi. Poi ancora la bassa scolarizzazione.
A questo proposito il Ministro Frattini ha accolto la proposta dei giornalisti afghani di pensare a delle borse di studio per accogliere 40-50 giovani l’anno nelle università italiane.
Un altro ostacolo alla democrazia, ha sottolineato una giornalista afghana, è la non completa emancipazione della donna. L’Italia sta facendo molto, ha detto Frattini, ricordando i corsi di formazione professionale e assistenza sanitaria ad Herat e evidenziando che il 60% degli aiuti italiani sono destinati alle donne. Dai giornalisti afghani è arrivato anche un appello a non disperdere gli aiuti.
Frattini ha risposto che l’80% degli aiuti verrà progressivamente dato direttamente al governo di Kabul.
La stella polare, ha assicurato il Ministro, è la ownership afghana, sia nella sicurezza che in ambito istituzionale ed economico.

Fonte: MaE.

Il soldato buono di Sant’Anna di Stazzema

Di quell’angelo con la divisa da SS, Enio Mancini, 71 anni, superstite della strage di Sant’Anna del 12 agosto 1944 (560 vittime civili tra cui molti bambini), aveva parlato al Corriere della Sera nel marzo del 2003. «Ha salvato la mia vita e quella della mia famiglia. Vorrei tanto incontrarlo di nuovo, magari sapere chi è. È stato un eroe».
Mancini, già direttore del Museo storico della resistenza, non incontrerà mai il suo salvatore, ma tra una settimana, 66 anni dopo l’eccidio, potrà riabbracciare il nipote di quel soldato che rischiò la vita per non macchiarsi di crimini orrendi.
Si chiama Jochen Kirwel, ha 27 anni ed è uno studente di teologia. È stato lui stesso a telefonare e poi ha inviato una lettera a Mancini. «L’uomo che l’ha salvata era mio nonno materno», ha raccontato Kirwel. «Si chiamava Peter Bonzelet ed è morto nell’ottobre del 1990. Ho saputo di questa storia incredibile solo sei mesi fa e ho fatto alcune ricerche. Poi, quando ho letto il suo racconto, ho capito tutto». La notizia, anticipata dal quotidiano Il Tirreno, ha provocato grande commozione a Sant’Anna di Stazzema e pure a Magonza, la città natale del soldato buono e di suo nipote. Jochen ed Enio si incontreranno il 26 marzo a Roma, nella sede del Goethe Institute.
Il 12 agosto del 1944, il giorno dell’eccidio, Enio Macini era un bambino di sette anni e abitava con la famiglia, padre minatore, madre casalinga, nonna paterna e un fratello più grande. Furono tutti catturati dai tedeschi e il soldato Peter Bonzelet ebbe l’ordine di ucciderli e poi bruciarli con il lanciafiamme insieme agli altri abitanti del paese. «Quel soldato aspettò che gli ufficiali se ne andassero», racconta Mancini. «Io e mio fratello piangevamo terrorizzati. Ci guardò e con l’indice della mano destra sul naso ci disse di stare zitti. Poi ci indicò una via di fuga. Iniziammo a correre increduli, poi dietro di noi sentimmo una raffica di mitra. Strinsi la mano a mia madre, credevo di essere già morto. Mi voltai e vidi quel tedesco sparare in aria, ingannava i suoi commilitoni, faceva finta di ucciderci. Mi sembrò che sorridesse».

Fonte: Corriere della Sera.