Chiuse le urne in Iraq. Tasso di partecipazione significativo, nonostante gli attentati.

Alle 17 ora locale (le 15 in Italia) sono stati chiusi i seggi elettorali per le elezioni politiche in Iraq. La giornata è stata caratterizzata da attentati che hanno provocato 38 morti e oltre 100 feriti. Almeno una trentina di persone sono morte in seguito all’esplosione di colpi di mortaio che hanno colpito diversi edifici nel quartiere sunnita di Azamiyah, a nord di Baghdad: fra le vittime del crollo di una casa anche diversi bambini. Numerosi colpi di mortaio sono stati lanciati anche verso la cosiddetta Zona Verde, quartiere superprotetto di edifici governativi e dove ha sede l’ambasciata americana.
Fin da sabato, vigilia di un voto cruciale per la futura presenza delle truppe americane in Iraq, sono stati numerosi gli attentati, il più grave a Najaf, città santa sciita, dove un’autobomba è esplosa al passaggio di un pullman di pellegrini (tra cui molti iraniani), provocando tre morti e oltre cinquanta feriti; Al Qaida in Iraq ha proclamato un «coprifuoco», invitando la popolazione a stare lontana dalle urne, pena il rischio di incorrere nella «rabbia di Allah e dei Mujaheddin».
Alle urne erano chiamati per le elezioni legislative circa 18 milioni di aventi diritto, che hanno potuto scegliere fra 6.218 candidati (fra cui 1.801 donne) per 325 seggi. Il tasso di partecipazione è stato definito «significativo», malgrado le violenze e gli attentati dall’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Catherine Ashton. «La partecipazione alle elezioni politiche in Iraq, malgrado gli attentati violenti durante la campagna elettorale e nel giorno del voto, conferma l’impegno del popolo iracheno per un Iraq democratico. Merita il rispetto di tutti», ha detto Ashton. «L’Ue continua a sostenere l’Iraq nei suoi sforzi per ricostruire il Paese ed il suo sistema politico», ha aggiunto, promettendo «un partenariato sul lungo termine». I risultati definitivi non saranno noti prima della fine marzo e la formazione del nuovo esecutivo potrebbe rivelarsi un processo di mesi, nonostante la legislatura termini il 16 marzo e l’esecutivo uscente non potrà che dedicarsi al disbrigo degli affari correnti.
In attesa dei risultati delle seconde elezioni legislative dell’era post-Saddam, ecco le dichiarazioni di alcuni protagonisti della scena politica irachena. Il curdo Jalal Talabani , presidente della Repubblica e candidato per un secondo mandato, da Suleimaniya (nord-est dell’Iraq): «In questo giorno storico il vincitore assoluto è il popolo iracheno, unito nelle diversità tra curdi, arabi e le altre minoranze. Mi auguro che queste elezioni si svolgeranno pacificamente e che tutti rispettino i suoi esiti». Lo sciita Nuri Al Maliki , premier uscente, leader di i una delle maggiori coalizioni sciite e uno dei candidati favoriti, da Baghdad: «Gli attentati di stamani non influenzeranno il processo elettorale e non demoralizzeranno il morale degli iracheni nel loro esercizio di democrazia. Mi rivolgo anche a tutti i politici, invitandoli ad accettare il risultato delle urne: la mappa politica del Paese cambierà senza dubbio, ma chi vince oggi potrebbe perdere domani. E viceversa». Il leader radicale sciita Moqtada Sadr , candidato nel listone sciita guidato dal laico Ibrahim al Jaafari, dall’Iran: «Nonostante le elezioni svolte all’ombra dell’occupazione non siano legittime, chiedo al popolo iracheno di parteciparvi come un atto politico di resistenza per preparare il terreno alla liberazione dell’Iraq dagli occupanti». Il portavoce della sicurezza di Bagdad, il generale sciita Qassem Al Mussawi, da Bagdad: «I terroristi tentano di indurre gli iracheni a non recarsi alle urne, ma il coraggioso popolo iracheno ha capito questo messaggio e sta rispondendo andando a votare in massa. Per quanto ci riguarda, siamo in stato di combattimento e operiamo in un teatro di battaglia, ma i nostri soldati si aspettano il peggio».
Le misure di sicurezza sono state estreme: frontiere ed aeroporti sono chiusi da sabato alle 22 e lo rimarranno fino alle 5 di lunedì; contrariamente a quanto accaduto nel 2005, i militari statunitensi non hanno partecipato alle operazioni di vigilanza durante il voto.
I responsabili della sicurezza irachena hanno riferito di aver tolto le restrizioni alla circolazione delle auto a Bagdad che erano state decretate per proteggere i seggi elettorali da attentati. Il portavoce Qassim al-Moussawi non ha fornito spiegazioni per la decisione limitandosi a precisare che è rimasto invece in vigore il blocco per autobus e camion.

Fonte: Corriere della Sera.

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