Nassiriya: un’italiana al comando

La mattina del 30 settembre 2003 Anna Prouse si reca con autista, traduttore e guardia del corpo iracheni a Medical City, uno dei più grandi ospedali di Bagdad.
La città è tesa, sta vivendo le prime avvisaglie di quella stagione di violenze e attentati che per i successivi quattro anni sconvolgeranno i piani di normalizzazione americani. «Arrivammo di fronte alle strutture sanitarie, stavamo parcheggiando, quando la nostra guardia del corpo scese improvvisamente dalla vettura brandendo il Kalashnikov. Pensai volesse fermare il traffico. Invece, puntò l’arma verso la mia testa al lunotto posteriore e aprì il fuoco a raffica. Io, chissà perché, un secondo prima ebbi un presentimento e mi gettai sul pavimento della vettura. Non ne ho mai parlato ai media, solo ora trovo la forza per pensarci. Ma fu la salvezza. I colpi uccisero i miei due accompagnatori e fecero scempio del mio sedile. Io rimasi illesa», racconta oggi con distacco.
Immaginatevi il film. Lei sdraiata. I 30 colpi che con fracasso infernale rimbalzano tra le lamiere. Il sangue, la paura e la morte a pochi centimetri di questa donna di 33 anni nata e vissuta a Milano solo sino a poco prima. Poi Anna che esce a carponi, si rialza sul selciato, corre a un androne vicino, spia la decina di uomini che cerca di linciare il suo aggressore. Allora torna alla vettura, trascina fuori di peso il cadavere dell’autista e lo lascia a terra vicino a quello del traduttore, che è già caduto all’esterno nell’agonia della morte.
«Accesi il motore e mi diressi in ufficio, nel cuore dei comandi americani nella Zona Verde della capitale». Circa un mese dopo, la sua camera al nono piano dell’hotel Rasheed viene distrutta da una salva di 29 razzi sparati dall’esterno. Eppure non se ne va. Per tutta l’estate aveva operato con l’ospedale della Croce Rossa italiana. A settembre è stata assunta con un contratto a termine dalla Farnesina per lavorare al nuovo ministero della Sanità iracheno.
«La sera di quel giorno, decisi comunque di uscire e continuare la mia attività, come sempre. Sapevo che se fossi rimasta in camera a rimuginare sull’attentato non avrei più superato il trauma», dice ancora. Non stupisce che sia poi stato personalmente David Petraeus, massimo comandante americano in Iraq, a offrirle di guidare il «Prt» (che sta per Provincial Reconstruction Team) di Nassiriya nel settembre 2006.
Ed è qui che la incontriamo, ora, subito dopo la tornata delle elezioni parlamentari del 7 marzo.
Anna non è molto cambiata. Ha quasi 40 anni, resta una figura esile, con i lunghi capelli biondi. In più possiede quell’alone di autorevolezza che caratterizza spesso coloro che hanno incarichi operativi in zone difficili. Un giornalista della tv americana Nbc l’ha definita di recente la «Gertrude Bell italiana», ricordando la figura della famosa esploratrice inglese che agli inizi del Novecento segnò la storia del Paese. I suoi uffici sono in una zona protetta da barriere di cemento della grande base Usa di Nassiriya. Ci vivono oltre 14.000 soldati americani. Alle dipendenze del Prt italiano (l’unico dei 18 in tutto il Paese che non sia diretto da un ufficiale Usa) ci sono 7 connazionali, circa 250 americani, 45 civili iracheni e 30 contractors della compagnia di guardie del corpo britannica «Aegis».

La nostra visita è dominata da una domanda: a poco più di quattro anni dal ritiro del contingente italiano da Nassiriya cosa resta? A cosa sono serviti i 33 morti italiani in Iraq (tra cui i 19 nell’attentato contro la base «Maestrale » dei Carabinieri il 12 novembre 2003), i milioni di euro spesi, le energie impiegate?
«Tanto. Qui si sono poste le basi per la ricostruzione, dalla polizia locale alle strutture sanitarie e alla società civile», risponde Anna, che comunque non nasconde la valenza ormai praticamente tutta americana delle forze a disposizione: negli ultimi due anni il suo budget consiste in oltre un miliardo di dollari finanziati da Washington e meno di tre milioni da Roma. E’ stata lei a insistere perché la palazzina a due piani della «Maestrale» venisse ricostruita e donata alla Camera del Commercio locale. «Vi ho fatto piantare di fronte un cartello dicendo che era donata dall’Italia, ma i soldi sono americani», confessa quasi scherzando. E nonostante questo, i vicini a Zeitun Street ancora protestano. «Abbiamo pagato ben 33.000 dollari per riparare i danni della bomba contro gli italiani. Chi ci rimborsa? », dice astioso Ali Omar. L’ufficio della sua compagnia edilizia confina al muro con l’ex base.
Ma in generale le memorie della presenza italiana sono ottime. «Carabinieri ed esercito fecero un fantastico lavoro di addestramento per la nostra polizia. Lo vediamo oggi. Le elezioni si sono svolte nella massima calma. In tutta la provincia di Dhi Qar, abitata da quasi due milioni di persone, hanno votato in 585.000, un tasso di partecipazione del 62 per cento. E praticamente nessun incidente», sostiene il capo della polizia Sabah al Fatlawi. Un successo che riflette ampiamente la vittoria dei partiti del fronte sciita nel centro-sud. Qui vince il premier Nuri Maliki, che con molte probabilità verrà confermato nella prossima legislatura, seguito a ruota dall’Alleanza Nazionale Irachena, sostenuta dall’Iran e dal leader estremista Muqtada al Sadr (con circa il 20 per cento dei voti). Quasi nulla invece la performance di Iyad Allawi, il cui partito «Iraqia» ha una piattaforma giudicata troppo laica e in realtà troppo tenera nei confronti degli ex baathisti dal cuore delle provincie sciite.
Anche il direttore della prigione locale, Abbas Nisser, segnala la fine della destabilizzazione. «Diminuisce il numero dei reati di terrorismo. Tra i nostri 761 prigionieri, solo 32 sono arabi stranieri —in maggioranza sauditi, giordani, libici, palestinesi — che riteniamo pro-Al Qaeda. Ed è anche diminuita la presenza degli estremisti legati all’ Iran. Tre anni fa erano 7.000, ora meno di 300». Parlando ancora delle attività italiane è interessante che l’Eni abbia alla fine deciso di non concorrere più per i pozzi di Nassiriya. Dall’anno scorso ha invece vinto la gara per quelli di Zubayr, 300 chilometri più a sud, verso Bassora. Un contratto da 15 miliardi di dollari, finalizzato tre settimane fa e che dovrebbe garantire presto una produzione di 1,2 milioni di barili al giorno. «I dirigenti dell’Eni seguono un’ottima strategia. Hanno assunto 10.000 iracheni. Danno lavoro, la popolazione li protegge», dicono qui gli esperti. I giacimenti di Nassiriya dovevano invece andare ai giapponesi, che però hanno troppo tirato sul prezzo. Adesso Bagdad vorrebbe nazionalizzarli.

Fonte: Corriere della Sera.

Foto: Flickr.

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