Soldati italiani in missione: rischiano ogni giorno, ma ci si ricorda di loro solo quando muoiono

L’incubo della guerra nucleare. Scenari da war games, dove un pulsante decide della vita o della morte di milioni di persone.
Mentre il mondo dibatte su scenari apocalittici e di armi da guerre stellari, nelle regioni più instabili del Pianeta, un drappello di uomini, in divisa, lavora ogni giorno per evitare che le crisi da locali si trasformino in globali. Impegnati a impedire che il terrorismo trovi nuovi santuari per portare di nuovo attacchi nelle nostre città. Soldati esperti di nuove tecnologie, ma che ogni giorno calpestano il fango di strade sterrate e piene di insidie tra le montagne, roccaforti dei talebani. Bersaglieri e parà che proteggono i monasteri ortodossi dall’odio etnico in Kosovo.
La missione Kfor, da gennaio, ha ridotto il livello operativo a Multinational Battle Group West. Ora al comando è il colonnello Vincenzo Grasso, con il 9° Reggimento Fanteria «Bari». I nostri soldati restano impegnati a protezione della minoranza serba, i difesa dei luogi sacri come l’eremo di Decjane, addestrano le forze di polizia kosovare e sono in supporto alle organizzazioni umanitarie.
Fronte caldo anche l’isola caraibica di Haiti dove un terremoto ha seminato morte e distruzione. Una task force multiruolo con la portaerei ammiraglia Cavour come base e gli specialisti del Genio impegnati a terra a ad aiutare la popolazione. Uomini in divisa con il tricolore sul braccio che non si risparamiano. A rischio della vita. È l’impegno in Afghanistan. In questi giorni la Brigata Sassari al comando del generale di brigata Alessandro Veltri sta terminado la sua missione in Afghanistan. Al suo posto arriveranno gli Alpini della Taurinense guidati dal generele Claudio Berto, già operativo nel 2002 in Enduring Freedom a Khost con la «Nibbio 1».
È il nostro impegno maggiore «fuori area». Dove i pericoli sono maggiori. I nostri militari hanno pagato un pesante tributo di vite umane. Ma il loro impegno non è mai venuto meno. Nonostante i micidiali «ied», le trappole esplosive che gli americani chiamano «booby trap», i Lince con il tricolre continuano a pattugliare la provincia di Herat per proteggere la popolazione, stando al loro fianco, cercando di separarla dagli insorti e facendo sì che si sappia chi è dalla parte del governo afghano e chi, al contrario, ostacola il processo di crescita e sviluppo del Paese.
La vera sfida, come ribadito dal generale Stanley McChrystal, consiste non tanto nel numero degli insorti che le forze di Isaf riusciranno a neutralizzare quanto nel numero degli afghani che riusciremo ad avere dalla nostra parte. Per ottenere il consenso, il contingente italiano ha garantito in primo luogo la sicurezza della popolazione, difendendola dagli stessi insorti e pensando al loro benessere attraverso l’avvio delle molteplici attività di ricostruzione e sviluppo.
Appena due giorni fa è stato inaugurato nella zona di Shindand un ponte nella Zeerko Valley. Attraverso le unità Cimic sono state avviate diverse iniziative per sostenere l’emancipazione delle donne afghane anche attraverso il microcredito. Costruzione di case e scuole. Ma i soldati combattono. Tre giorni fa a Farsi, 130 chilometri ad est di Shindand, si è conclusa la più importante operazione elitrasportata condotta dai militari italiani del Regional Command West della «Sassari». I bersaglieri della Task Force Center hanno ripulito le «Gole di Farsi» dove si era rifugiato un consistente numero di «insorgenti». E mentre da una parte si sparava, un nucleo sanitario effettuava visite mediche nei villaggi circostanti.
Cuori e menti conquistati pregando sempre di portare a casa la pelle.

Fonte: Il Tempo.

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